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nachmache-berliner-mauer[1]BERLINO – Alla fine non ho resistito. Le mie riflessioni sul muro, sulla DDR, sul blocco sovietico e sulla Guerra Fredda in generale, innescate alla fine del 2006 da quel pezzo di muro lasciato in piedi per i turisti a Potsdamer Platz, ad un certo punto hanno avuto bisogno di un riscontro reale. Ecco perché sono venuto a Berlino, ex capitale della DDR, baluardo di sovietismo puro nel cuore dell’Europa odierna. L’idea di mancare a un appuntamento epocale come il ventesimo anniversario della caduta del Muro mi lasciava molto rammaricato, deluso, “scoperto” da un punto di vista umano e, per così dire, anche professionale. Volevo vivere sulla mia pelle la reazione di questa bellissima città d’Europa carica, oltre che di storia e tragedie, anche di energia, positività e tanto entusiasmo.

La nebbia bassa mista a pioggia che incombe sulla città dal mattino presto non scoraggia i tanti turisti che hanno raggiunto Berlino nei giorni scorsi, da tutta Europa e non solo. Abbondano i tour organizzati dalle tante agenzie che a Berlino si occupano del muro, partendo da Bornholmer Straße fino alla Nordbahnhof per finire alla celebre Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione di Berlino fino al 1989 e dell’unità tedesca dal 1990. Durante l’interessante giro si respira l’aria di Berlino Est, che nelle zone fuori dal centro negli ultimi vent’anni non è cambiata molto. Il tempo inclemente rende l’atmosfera cupa, tutto appare triste, scoraggiato, spento. Il ricordo della mancanza di libertà, delle sofferenze e delle privazioni è vivo nella mente di coloro che vent’anni fa c’erano; prende forma in Bernauer Straße, centro della rievocazione della divisione, dove è presente l’unico tratto originale di muro (e annessa frontiera) con tanto di “zona di nessuno”, recinti elettrici e torri di controllo. Si ricordano le 5075 fughe portate a termine durante i 28 anni di esistenza del Muro (di cui 574 effettuate da soldati dell’esercito della RDT) ma una sincera preghiera va alle 265 vittime del “Muro della Vergogna”, definito nel 1963 da J.F.Kennedy come “la manifestazione più abominevole e più forte del fallimento del sistema comunista”. Nel pomeriggio, la passeggiata simbolica della cancelliera Merkel, accompagnata dall’ex Segretario del PCUS Mikhail Gorbaciov e dal sindacalista per antonomasia Lech Wałęsa, colora la giornata sul Bösebrücke, la prima grenzübergang (frontiera pedonale) aperta da Est verso Ovest ai berlinesi, intorno alle 23.15 di giovedì 9 novembre 1989. La commozione di Frau Angie, come la chiamano affettuosamente i suoi sostenitori, e le parole di due simboli viventi del crollo del comunismo come Gorbaciov e Wałęsa (vederli dal vivo mi ha dato una scossa fortissima, tra l’ammirazione e la riverenza) scatenano lunghi applausi.

Con il passare delle ore la folla poliglotta comincia a scaldarsi, nonostante la pioggia incessante e piuttosto insistente; le emozioni dei 250.000 turisti presenti cominciano ad emergere, tra i boccali di birra e l’odore delle bratwürste mit senf , che rendono l’atmosfera inconfondibilmente tedesca. In effetti, questa enorme festa popolare (tale è stato l’obiettivo perseguito dai responsabili dell’organizzazione dell’evento, senza parate militari né simboli dello Stato-nazione) assomiglia molto a una sagra di paese, seppur di oltre tre milioni di persone. Tutti, i bambini con più entusiasmo e gli adulti con più consapevolezza, si assiepano ad ammirare le 1000 tessere (dipinte da 15.000 volontari da tutto il mondo) del tanto atteso domino, che in questo ventennale ripercorre simbolicamente il percorso del muro per circa due km, da Potsdamer Platz fino alla porta di Brandeburgo. Nel piazzale ad essa antistante i bei discorsi di Sarkozy, Medvedev, Brown e Clinton, oltre che della Merkel e del sindaco di Berlino Wowereit, creano una sensazione di gioia, libertà, responsabilità, unità, vittoria direi. Il passato diviso si confonde con il presente, indeciso su un futuro comune. Ma proprio su un futuro comune, necessaria matrice della nuova Europa, sembra innestarsi la spontanea “ola” internazionale e multietnica che accompagna, tassello per tassello, il crollo del coloratissimo muro. Applausi scroscianti, sorrisi ricambiati, urla entusiaste e migliaia di flash regalano questa notte l’impressione (almeno l’impressione, è già qualcosa) che l’Europa esiste ed è forte, compatta, unita. Nel giorno per lei (e per l’intera Germania unita) più importante Berlino non si è smentita, ha dato prova di una enorme solidità fisica e morale, si è fatta apprezzare dai suoi abitanti come dai suoi turisti, ha dimostrato di essere il prodotto (quasi) finito di tanti anni di travagli e sofferenze che l’hanno portata a costituire un esempio irrinunciabile di libertà per tutti noi Europei. Se, per caso, quell’impressione di forza, compattezza e unità dovesse un giorno trasformarsi in realtà, stiamo certi che Berlino sarebbe, a buon diritto e con risultati degni dell’infallibile efficienza crucca, la capitale della nostra nuova Europa (con buona pace di Parigi). E il Muro, c’è da esserne certi, continuerà a rappresentare gli abitanti, la storia, i valori e la vita stessa di questa indomita città.

Andrea Filippo Romani

Tarda serata del 28 dicembre, siamo all’ingresso del cinema e osserviamo lo schermo su cui vengono proposte le varie programmazioni della serata: la scelta è rapida e avviene, come d’abitudine, per via negativa. Escludiamo a priori tutto quel cinema pseudo-gogliardico e troppo commerciale che ha il piacere ogni anno di invadere le sale cinematografiche della nostra Italia, soprattutto durante le feste, soprattutto se sono quelle natalizie. Tra le poche possibilità rimaste la nostra scelta cade subito sull’ultimo film di Salvatores: Come Dio comanda.

Non voglio annoiarvi, lettori, sia che siate una giovane o un giovane studente universitario immerso nella preparazione degli esami, sia un simpatico e raro affezionato di Sconfinare autoctono e residente nella città di Gorizia, con la trattazione della trama. Per questo mi affido al vostro livello di cinefilia e di frequenza delle sale di proiezione.

Vi vorrei piuttosto rendere partecipe di alcune, perdonate la mia presunzione, considerazioni emerse dopo la visione del suddetto.

Due sono gli aspetti che più mi hanno colpito: la descrizione del paesaggio e della società, pur nei limiti della rappresentazione, del nostro caro e vicino Nord-Est, e le peculiarità che contraddistinguono ciascuno dei personaggi.

Una compagine regionale, la nostra, in cui forte appare la sviluppo, l’impegno e l’operosità dei suoi abitanti, che però non sono stati altrettanto capaci di accompagnare questo sviluppo meramente economico ad una viva e decisa crescita sociale e direi anche ad una maturità mentale e relazionale dei suoi fautori. Con la devastante conseguenza che molti settori e sempre più ampie fette della nostra società non sono riuscite e tutt’ora non riescono a prendere parte a questo lauto e ricco banchetto. Così si viene a creare una nuova borghesia che, nonostante si senta forte sul piano delle conquiste e dell’operosità, ha dimenticato di saper vivere e affrontare le più vicine tematiche di povertà affettiva e culturale che la investono.

Emblematiche sono scene come quelle del funerale della giovane Fabiana o dell’incontro tra Rino e il suo vecchio datore di lavoro, troppo preoccupato al mero guadagno, tanto da dimenticare di avere alle dipendenza degli esseri umani e non delle macchine. A questo mondo, malato al suo interno, ma limpido, se osservato dal di fuori, si contrappone l’esistenza di Rino, del figlio Cristiano e del ritardato Quattro Formaggi, splendidamente interpretato da Elio Germano, che pur apparendo in tutta la loro difficoltà e desolazione di esclusi dal resto della società, sanno far valere e contemplare gli ideali di amicizia, di sacrificio e di vero amore che li unisce, soprattutto tra padre e figlio. Tanto da poter ottenere, agli occhi dello spettatore, quel riscatto e quella riabilitazione che cancella o se non altro smorza i loro crimini, che restano sempre atti da condannare, ma che dimostrano un attaccamento alla vita e un’autentica vitalità che non si dà mai per vinta, che sa affrontare le fatiche di ogni giorno, e che il resto della società ha ormai irrimediabilmente perso e abbandonato.
Francesco Plazzotta

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