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Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Ventitrè maggio millenovecentonovantadue.

Diciannove luglio millenovecentonovantadue.

In cinquantasette giorni, la mafia riuscì a colpire lo Stato, nelle persone di Giovanni Falcone, nominato da appena un giorno nuovo Superprocuratore antimafia a Roma, e di Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Da quei giorni sono passati sedici anni e poco più, e quindi qualcuno si potrebbe chiedere come proceda la lotta alla mafia, della quale Falcone e Borsellino sono stati protagonisti ma non certo iniziatori, e soprattutto, purtroppo, non le ultime vittime.

Un modo originale di rispondere a questa domanda è volgersi in tutt’altra direzione. Il nostro Parlamento, si sa, non brilla per alacrità, ma riesce comunque a produrre una certa quantità di leggi e decreti, il cui impatto, quand’anche sembri dimesso, spesso si rivela travolgente.

Ed eccoci, al Senato, al nove ottobre duemilaotto. E’ al voto un decreto legge che ha come obiettivo l’aumento di retribuzione per i magistrati in sedi disagiate. Ma, come spesso succede, il decreto è infarcito di paroline e di articolini che c’entrano come i cavoli a merenda. La norma che ci interessa recita: ‘L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato.’ Semplice, no? Mica tanto: significa, sempre che il decreto in questione passi anche alla Camera -il che non è scontato- che la norma varata dal governo Prodi, che vietava ai magistrati inquisiti ma poi assolti –e a cui quindi era concessa una ‘ricostruzione di carriera’- di poter occupare comuque posti di vertice oltre i 75 anni di età, è abrogata; significa cioè l’esatto opposto: che quella categoria di magistrati può ora occupare posizioni di vertice; e non ce ne sono tanti, in questa situazione: soprattutto, ce n’è uno solo che si è imposto all’attenzione dei –pochi- media che se ne sono interessati. Questo personaggio si chiama Corrado Carnevale.

Ora, bisognerà sottolineare l’importanza di questo nome ai fini della nostra vecchia domanda: in che stato è la situazione dell’antimafia, sedici anni dopo Falcone e Borsellino?

E Carnevale è molto, molto importante. Chi è, dunque, e perché si cerca di porlo in pole position per il ruolo di Presidente della Corte Suprema di Cassazione, con una norma ad hoc? Il ruolo è ora occupato da Carbone, che andrà comunque in pensione nel 2010, cosicchè rimarrà per Carnevale una finestra di tre anni (lui, in virtù di questa ‘ricostruzione di carriera’, andrà in pensione nel 2013, a 83 anni), che potrà sfruttare agilmente per essere eletto presidente: è praticamente certo, perché è il primo per anzianità.

Ma ancor più interessante non è tanto la norma, ma il personaggio in questione. Il suo soprannome era, ai tempi di Falcone e Borsellino, ‘l’ammazzasentenze’. Cosa faceva? In qualità di presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, non faceva altro che essere molto pignolo: nel corso del tempo, ha cassato decine di processi a carico di mafiosi –ma non solo: persino uno contro la Banda della Magliana naufragò per sua decisione-, per via di difetti nella documentazione, come un timbro mancante, una virgola da spostare, una data imprecisa, e così via. Era inoltre nemico dichiarato del pool antimafia: sosteneva che quei magistrati fossero ‘sceriffi’, ‘armi rivolte contro i nemici politici della sinistra di matrice comunista’, e in particolare nutriva un odio profondo nei confronti di Falcone e Borsellino: li definiva ‘due incapaci’, e per lui Falcone era ‘faccia da caciocavallo’; il culmine lo raggiunse dopo la loro morte, quando esclamò: ‘Io i morti li rispetto, ma certi morti no.’ Giudizi confermati poi anche in tribunale.

Sì, perché Carnevale, che alcuni ben vedrebbero al vertice della Suprema Corte, il massimo organo della Magistratura, ha scavalcato la sbarra, passando da giudice ad imputato. Il processo a suo carico, iniziato nel marzo 1993, concluse una sua prima parte con la condanna (giugno 2001) della Corte di Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena: sei anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici). La Cassazione lo ha poi assolto nell’ottobre 2002 con formula piena, ma tra le polemiche per la dubbia esclusione di alcune testimonianze chiave, inficiate solo dal fatto che erano scaturite da fatti avvenuti in camera di consiglio; fatti che sono generalmente considerati coperti da segreto, ma non così quando al suo interno si consumano dei reati: in tali casi, secondo molti, la loro segretezza dovrebbe venir meno.

Questo non è, com’è evidente, il pensiero della Cassazione, che, venute meno tali prove (alcune altre testimonianze, provenienti dall’esterno della camera di consiglio, sono state inspiegabilmente coinvolte nell’annullamento generale), ha assolto Carnevale, liberandolo da ogni accusa.

Ora, bisogna distinguere tra legalità e opportunità: legalmente, Carnevale è da considerarsi innocente; ma è forse opportuno non tanto lasciarlo lavorare, cosa che non gli si può negare, ma addirittura adoperarsi positivamente per spingerlo ad occupare il vertice massimo della Magistratura?

Ecco chi è Carnevale. A che punto è, dunque, la lotta alla mafia in Italia? E’ pretestuoso accostare quello che sta accadendo in favore dell’ormai ottantenne ‘ammazzasentenze’ ad un giudizio sullo stato attuale dell’Antimafia?

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Cari sconfinati, sconfinanti, sconfinantissimi… (meglio fermarsi qui)

il numero di aprile 2008 è stato pubblicato e stampato! E’ disponibile già ovunque!!

Gli argomenti di questo numero sono tantissimi, ecco qui l’indice per una più facile consultazione:

Politica Internazionale: responsabile: Diego Pinna

  • Olimpiadi in Cina (Giovanni Collot)
  • Indice di Sviluppo Umano (Giovanni Armenio)
  • Articolo fulminante (Francesco Marchesano)

Politica Nazionale : responsabile: Davide Caregari

  • Anniversario sequestro Moro (Lisa Cuccato)
  • Anniversario Impastato (Michela Francescutto)
  • Dopo-elettorale (Matteo Lucatello)
  • 2 artt “Papa e La Sapienza” (Athena Tomasini e Francesco Marchesano)
  • Risposta art. aborto (Antonio Del Fiacco)

Politica e Cultura Glocale : Responsabile Marco Brandolin

  • Articolo elezioni regionali (Federico Filipuzzi)
  • Allargamento Polo Goriziano (Marco Brandolin)

Università: responsabile Edoardo Buonerba

  • Fasana – poesia ex collega
  • Art. di “denuncia istituzionale” (Valentina Collazzo)
  • Nota biografica su Fasana di Abenante
  • Intervista al Preside Coccopalmerio (Federica Salvo)
  • Articolo-intervista a Gabassi sull’istituzione del Comitato Scientifico del Polo del Negoziato (Edoardo Buonerba).

Musica: responsabile Isabella Ius

  • Articolo su Allevi (Marta Landoni)
  • The Wombats in concert (Luca Nicolai)
  • Articolo di archivio di Rodo le Parisien

Cinema: responsabili Federico Permutti e Francesco Gallio

  • Il Cacciatore di aquiloni (Elisa Calliari)
  • Tutta la vita davanti (Federico Nastasi)
  • Il Lato grottesco della vita (Francesco Bruno)

Libri : Giulia Cragnolini responsabile ad interim

  • MFE Pougala (Federica Salvo) /
  • Presentazione libro di Sgrena a Gorizia (Valentina Tresoldi)

Stile Libero: responsabile Luca Nicolai

  • Recensione serie TV (Luca Nicolai)/
  • Sistemi di sicurezza aerei (Edoardo Buonerba)
  • Incontro col ministro (ex) Damiano (Federico Vidic)

In questi mesi, mentre nel panorama nazionale si consumava la lotta elettorale tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per la Presidenza del Consiglio, in Friuli Venezia Giulia assistevamo alla sfida tra il governatore uscente Riccardo Illy e Renzo Tondo che ha visto prevalere quest’ultimo. L’imprenditore triestino a capo della coalizione di centro-sinistra (Pd, IdV, Sinistra Arcobaleno, Slovenska skupnost, Cittadini per il Presidente, partito socialista) e l’albergatore di Tolmezzo sostenuto dello schieramento di centro-destra (PdL, Lega Nord, Unione di Centro, Pensionati ) hanno dato vita ad un’interessantissima sfida per la giuda della regione. Per quello che riguarda i programmi c’è da dire che i due candidati hanno deciso di intraprendere due diverse strade. Gli elettori friulani si sono così trovati di fronte a due proposte molto competitive, che promettevano di mettere mano a questioni delicate ed importanti:

Illy, nel suo programma, affermava la necessità di valorizzare prodotti e servizi per il turismo; salvaguardare le produzioni alimentari; nell’ambito sociale: migliorare la rete ospedaliera regionale, incrementare l’occupazione femminile e sostenere le famiglie che hanno in casa diversamente abili o anziani; produrre energia tratta da fonti rinnovabili, ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra; rafforzare il sostegno alla ricerca ed infine, nel campo delle infrastrutture completare la copertura della banda larga e costruire la nuova linea ferroviaria transpadana.

Renzo Tondo puntava sul valore della famiglia; le pari opportunità tra uomo e donna; la sicurezza come diritto inviolabile; la diminuzione delle spese della politica; il miglioramento della collaborazione tra il porto di Trieste e quello di Venezia; l’apertura verso i nuovi paesi emergenti come Serbia, Bulgaria, Kosovo, Albania, Macedonia e Bosnia Erzegovina; la diminuzione dell’Irap alle piccole imprese; la salvaguardia del piccolo commercio che negli ultimi anni era stato messo in disparte per dar spazio ai grandi centri commerciali.

Alla fine, lo scorso weekend, i cittadini friulani e giuliani si sono trovati a decidere e, ribaltando le previsioni della vigilia che vedevano Illy favorito, Renzo tondo è risultato vincitore, distaccando di quasi sette punti il proprio avversario. Una sorpresa? NO! Infatti se controlliamo la lista di Tondo ci accorgiamo che il carnico ha potuto godere non solo dell’ appoggio della lega ma anche di quello dell’UdC. Tale aiuto si è rivelato determinante dal momento che ha portato quei sei punti che costituiscono il divario tra le due coalizioni. Certo è che la campagna elettorale del neo eletto governatore non è stata tra le più brillanti considerato che, al primo contraddittorio con Illy, l’esponente del PdL ha abbandonato dopo pochi minuti lo studio televisivo, rifiutando di avere altri faccia a faccia in assenza di spiegazioni sul bilancio regionale.

Bisogna comunque riconoscere che negli ultimi anni la regione si è trovata ad avere un debito maggiore di quello di Sicilia e Calabria, tristemente note per lo sperpero di denaro pubblico. Inoltre, Tondo ha ricordato come la tanto citata crescita del Pil di 2,53 punti negli ultimi 4 anni sia valsa a ben poco dato che le spese di amministrazione sotto la precedente giunta sono arrivate alla metà del Pil regionale. Un’ altra questione di risalto che ha reso impopolare il precedente governatore è quella delle sue apparizioni troppo sporadiche nelle province di Pordenone e Udine, senz’altro ha pesato molto sull’elettorato portando dei voti importanti allo schieramento di centrodestra.

Possiamo dunque dire che la discutibile campagna elettorale di Tondo non è stata influente sulla decisione dei cittadini, ma piuttosto, alcuni errori commessi dalla precedente amministrazione hanno fatto spostare molti voti facilitando così la vittoria dell’albergatore di Tolmezzo.

Infine va segnalato che l’affluenza alle urne ha registrato una notevole impennata: sui 1.092.901 aventi diritto al voto in Friuli Venezia Giulia i cittadini che sono andati alle urne sono stati 790.492, poco più del 72%, un’affluenza superiore di quasi l’8% dalle scorse elezioni del 2003(64,24%).

Ora al neo-eletto presidente spetterà l’arduo compito di guidare la regione in un periodo in cui l’economia non solo italiana ma anche europea fatica a rialzarsi. Non ci resta che augurare a Renzo Tondo un “buon lavoro!” per questi 5 anni che lo vedranno al timone della regione.

Federico Filipuzzi

Era già nell’aria in aprile, storicamente il mese delle ‘tesi’ sovversive. Avrebbe dovuto iniziare in giugno, solitamente il mese dell’ultima sessione d’esami. E’ scoppiata il 10 luglio, quando, bandiere italiane in una mano e pesanti valigie nell’altra, gli studenti si salutavano, augurandosi un’estate il più possibile lontana da Gorizia. Per tutto questo tempo, ha continuato ad agitare gli animi dei cittadini goriziani, alimentando proteste e proposte. E solo ad ottobre, all’inizio del nuovo anno accademico, ha smosso la classe studentesca. E’ la rivoluzione rifiuti.

Il nuovo sistema di raccolta di rifiuti non poteva lasciare indifferenti gli studenti che, terminata la pausa estiva, hanno ripopolato la città. Anche loro, come tutti i goriziani, si sono mobilitati per far fronte al radicale cambiamento nella gestione dei rifiuti; anche loro, varcata la soglia degli appartamenti universitari, hanno dovuto far i conti con il nuovo calendario di raccolta recapitato dal Comune di Gorizia; e anche loro, dopo averlo provato di persona, si sono schierati a favore o contro il progetto “Più porta a porta a Gorizia”.

L’opinione della classe studentesca tende, in gergo politico al riforismo. Pochissimi sono i controrivoluzionari, che vorrebbero un ritorno all’anarchia del “come era prima”. Non sono di più i sostenitori a spada tratta della rivoluzione immondizie. Prevale dunque una via di mezzo che, pur condividendo l’ideale pro-ambiente della differenziata, pone critiche di inefficienza e di scomodità.

In questo correntone confluiscono la gran parte degli studenti del polo in via Alviano. Luca, iscritto al terzo anno del corso in scienze internazionali e diplomatiche (SID), fa proprio l’ideale ambientale: “E’ un segno di civiltà e di rispetto per la natura, nonché per noi stessi”. Ma subito critica la mancanza di un’adeguata campagna informativa: “Quando sono tornato a Gorizia ho visto il nuovo calendario di asporto e ho capito che qualcosa era cambiato”. Perplessa sul materiale informativo anche Sara (23 anni), secondo anno specialistico del SID: “La campagna informativa è mancata soprattutto per noi studenti che, non vivendo a Gorizia nel periodo estivo, siamo venuti a conoscenza solo adesso del cambiamento”. Dello stesso partito del “Si, ma…”, anche Paolo (24 anni) e Selly (23), entrambi iscritti al SID. Si, favorevoli e sensibili alle tematiche ambientali, ma più critici di fronte all’efficienza del nuovo sistema, soprattutto se messo di fronte alle esigenze degli appartamenti universitari. “Passano troppo poco spesso a raccogliere le immondizie, in particolare l’umido” afferma Selly e Paolo, sulla stessa linea, spiega: “Il tipico problema degli studenti è dimenticare di depositare alle’esterno l’umido nel giorno programmato prima del ritorno a casa nel fine settimana.” Lasciando intendere quali siano gli effetti maleodoranti di una tale dimenticanza, i due si dichiarano a favore di un reinserimento delle campane, accanto al nuovo sistema di raccolta domiciliare e convengono: “I due sistemi, vecchio e nuovo, dovrebbero essere integrati”.

Votano “Si ma…” anche Andrea (24 anni) e Luca (21 anni). Il primo, iscritto all’Università di Udine ma residente a Lucinico, è convinto della necessità della tutela ambientale ma allo stesso tempo “della maggior comodità del precedente sistema in cui ognuno decideva di scaricare i propri riciclabili quando preferiva e non a date fisse”. Punta il dito sull’inefficienza Luca, iscritto ad economia e gestione dei servizi turisitici: “Il maggior problema è quando si producono grandi quantità di rifiuti organici in appartamenti dagli spazi limitati come quelli di noi universitari”. E sembra così riecheggiare anche nei corridoi universitari la protesta del comitato di via Rastello che, attraverso la portavoce Stefania Atti, ha denunciato (al Piccolo): “Così le nostre case si sono trasformate in piccole discariche”.

Contro questa corrente che va per la maggiore il pensiero di Marco (26 anni), assistente alla docenza universitaria: “Pur essendo favorevole alla differenziata e all’eliminazione delle maleodoranti campane, mi sento insensibile alle tematiche ambientali per il modo in cui sono proposte” e, schierandosi contro il finto buonismo di facciata, argomenta: “Ti fanno sentire in colpa se non getti i fondi del caffé nell’umido, mentre trascurano di sensibilizzare a problemi più importanti in materia d’inquinamento”.

Dal 10 luglio si è dato il via al progetto “Più porta a porta a Gorizia”. Ecco i punti salienti del nuovo sistema di raccolta:

– prelievo a domicilio di carta e cartone (ogni 15 giorni)

– prelievo a domicilio di plastica e lattine da sistemare in apposito sacco bianco dell’IRIS.

– prelivievo a domicilio di secco (una volta a settimana nei sacchi gialli) e umido (due volte nel periodo invernale)

– possibilità di portare il vetro nelle apposite campane o, come per il resto dei riciclabili, in apposite isolette ecologinche CONAI o comunali.

Davide Lessi

Dalla Bosnia tutto il fascino della musica balcanica

Un piccolo villaggio ebraico fugge la follia hitleriana e affida le sue speranze a un treno che corre verso il fronte russo, un train de vie, accompagnandosi con danze dal sapore antico e accogliendo un popolo, i Rom, rimasto senza terra. Una artista fugge la follia di una guerra fratricida e affida la propria vita a una musica che, come un treno dei ricordi, profuma di Balcani e di speranza che fatica a sopravvivere. È sempre la stessa mente melodica dietro a queste immagini: Goran Bregović.

Nato nel 1950 da madre serba e padre croato, cresciuto nella Sarajevo multietnica prebellica, Goran si è avvicinato alla musica attraverso il violino a cui però ha preferito la chitarra, la quale lo ha portato, appena quattordicenne, ad inserirsi in rock
bands e a fondare poi, nel 1974, il gruppo che l’ha reso uno dei più famosi artisti slavi, i Bijelo Dugme (Bottone Bianco), scioltosi nel 1989. Forse può stupire questo suo passato, ma, come lui stesso dice, il rock “…era un modo per esprimere il malcontento senza finire in galera…”.

Poi è venuto il turno dei films, fra cui quelli firmati Kusturica, suo concittadino, come Il tempo dei gitani (1989), Arizona Dream (1993), Underground (Palma d’Oro al Festival di Cannes 1995), di cui ha composto le colonne sonore, un mix di temi zigani e slavi mescolati ai suoni caldi degli ottoni. Musiche particolari, lontane, che fanno venir voglia di ballare.

Infine la svolta: la creazione, nel 1995, della Orchestra per i matrimoni e funerali, con la quale ha ripreso a suonare musica dal vivo. A causa dei problemi logistici derivati dalle dimensioni (120 musicisti sul palcoscenico!), l’orchestra è stata ridotta a 50 elementi, ma non ha certo perso il suo carattere: Goran, infatti, ha continuato a infiammare le folle durante i suoi concerti e ha persino organizzato, all’inizio del tour italiano del 2000, un “Grande matrimonio a Palermo”, per la festa di S. Rosalia del 14 luglio, in cui ha riunito musicisti provenienti da Belgrado, Sofia, Budapest e Istanbul. Perché l’essenziale sta nell’originalità!

E proprio all’insegna dell’originalità, Goran ha deciso di occuparsi anche di teatro e lirica, scrivendo, ad esempio, una nuova versione della Carmen presentata nell’aprile 2004 a Trieste: La Karmen di Goran Bregović con lieto fine, in cui, finalmente, scompare il tragico epilogo. Una speranza che torna a fortificarsi, come quella che accompagna l’ex Jugoslavia verso il futuro.

 

Ius Isabella

elan_isa@hotmail.it

 

 

“E’ molto romantico pensare che noi artisti possiamo cambiare le cose. Purtroppo, però, la storia della Jugoslavia la fanno i soldati, non i musicisti”.

Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.

A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?

Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ’80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.

Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?

Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.

Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.

Leonetta Pajer e Davide Goruppi

Quando mio padre mi propose di partire con lui per Santiago de Compostela fui subito entusiasta, anche se pensavo che sarebbe rimasto un sogno nel cassetto dato che non facevamo un viaggio insieme dalla lontana estate 2003. Invece non è stato così, e il 24 aprile siamo partiti per Madrid in aereo da Venezia pronti per l’avventura. Beh, dopo aver dormito per l’ultima notte in un letto con lenzuola, la mattina del 25 aprile abbiamo iniziato il nostro percorso a 160 KM da Santiago. Giustamente, per cominciare, abbiamo pensato bene di fare una tappa di “soli” 27 km, arrivando alla meta con le gambe e la schiena a pezzi, il collo bruciato dal sole e con tanta voglia di lavarci e fare una bella dormita. Il mattino seguente siamo partiti di buon mattino anche se le gambe facevano fatica ad avanzare, abbiamo camminato immersi in un paesaggio veramente

meraviglioso, quasi magico: il Cammino infatti si snoda parallelamente alla strada asfaltata e attraversa dei borghi di 2-3 case, spesso fattorie, che sembravano uscite da altre epoche; inoltre molti tratti hanno una forte pendenza e la fatica ti impedisce di parlare, ma allo stesso tempo aumenta la tua capacità di pensare, di concentrarti su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi rapporti con gli altri, in una maniera che, almeno personalmente, non avevo mai provato prima. Credo che questo sia stato uno degli insegnamenti di questo percorso: la possibilità di fermarsi, i non dover far altro che camminare e pensare, riflettere sulle cose importanti, ma che normalmente sono sovrastate da scadenze superflue. L’altro grande regalo che mi ha fatto il Cammino è stata la possibilità di passare ben 12 giorni con mio padre, sempre insieme,

poterci raccontare molte cose, e per conoscersi meglio: abbiamo parlato molto anche di argomenti più intimi, dei nostri sentimenti, scoprendo un suo lato meraviglioso ma a me fino a quel momento sconosciuto. A partire dal quarto giorno i dolori si sono calmati sensibilmente e quindi il percorso si è fatto, per così dire più, semplice. In questo modo ci siamo goduti di più ciò che ci circondava e che si poteva attraversare solo a piedi, abbiamo compreso il valore del tempo e

della possibilità di muoversi senza difficoltà. Siamo riusciti a conoscere diverse persone, perchè bene o male, i chilometri che si percorrono in un giorno sono 25 e i luoghi dove fermarsi a dormire sono talmente pochi che hai difficoltà a non incontrarti: è così che abbiamo conosciuto alcune persone con cui la sera ci si ritrovava in albergue, distrutti ma felici,e ci si raccontavano gli aneddoti della giornata, sul coloro che erano oramai diventate le macchiette del cammino.

L’ultima sera ci siamo fermati, dopo aver camminato quasi ininterrottamente per 10 ore, nel mega complesso che hanno costruito alle porte di Santiago: eravamo proprio distrutti ma abbiamo passato la serata più piacevole dell’intero cammino, cenando con tre delle persone con cui avevamo legato durante il viaggio,parlando, senza far caso alla differenza di età e ai problemi di comprensione dovuti al fatto di parlare lingue differenti. Il mattino seguente, siamo partiti tutti alla volta della cattedrale di Santiago: per fortuna era il Primo maggio e la città dormiva ancora

quando siamo l’abbiamo attraversata. Quando siamo arrivati davanti alla chiesa tutti ci siamo commossi. Non so se fosse dovuto all’aspetto religioso della nostra impresa, o alla soddisfazione di avercela fatta da soli con le nostre gambe e le nostre spalle, ma le lacrime di gioia venivano dal cuore e non ero in grado di fermarle. Poi siamo andati farci consegnare la Compostela, il certificato che avevamo raggiunto Santiago e, dopo al esserci riposati, siamo andati alla messa di mezzogiorno, durante la quale ho provato dei sentimenti totalmente contrastanti: l’emozione della messa,dedicata a noi, a coloro che quel giorno erano arrivati da mezzo mondo per rendere onore al Santo, e la rabbia per tutti quei turisti che durante la funzione, non curanti della presenza di persone che avevano camminato anche per 750 km per vivere questo momento, facevano foto a tutto spiano, parlando con un tono di voce totalmente improprio per il luogo dove si trovavano.

Per concludere il mio tentativo di descrivere questa esperienza, il mio consiglio, credenti o meno, è di provarlo perché lascia un segno dentro che rimarrà per tutta la vita, che nessuno potrà togliervi e che chi non ha fatto la medesima esperienza non potrà mai capire a pieno.

Leonetta Pajer

No,non si parla di enogastronomia

Ho rinunciato al tentativo di trovare una spiegazione razionale al voto di aprile. Non contano più il declino italiano e il controllo mediatico o,a seconda dei punti di vista,il miracolo post 11 settembre e il controllo delle scuole superiori. Non un aspetto su cui le due parti concordassero;condizione che ha reso inevitabile un voto ideologico,sia dall’una che dall’altra parte. E non tanto per un ritorno in auge delle ideologie(personalmente,stento a considerare tale il berlusconismo),quanto perché,per qualunque simbolo si volesse barrare il 9 aprile,era richiesto un vero e proprio atto di fede. Del resto,come sperare in qualcosa di diverso,dopo mesi,anzi anni,di campagna perenne,in cui le parti si accusavano regolarmente di mistificare la realtà? Si è arrivati così al paradosso delle cifre militanti,dell’opinabilità della matematica o,perlomeno,di una sua doppia versione. Inevitabilmente gli elettori, disorientati sul confine fra due mondi diametralmente opposti, hanno votato col cuore e con la pancia. E non solo per un senso di appartenenza,quanto anche perché anni di campagna avevano messo fuori combattimento persino i neuroni più tenaci.
Non che questo costituisca una novità nel nostro panorama,per carità. Da garibaldini e cavouriani,interventisti e pacifisti,repubblichini e partigiani,democristiani e comunisti,socialisti e dipietristi,passando per la ben più pregnante divisione fra coppiani e bartaliani,era inevitabile che si diventasse tutti,anche a malincuore,o berlusconiani o prodiani. A dire il vero,forse mai come negli ultimi mesi i Fratelli d’Italia sono sembrati così simili nelle loro differenze. Due bisbetici chiusi nella stessa stanza, resi impresentabili dai loro tic e manie. Un braccio che va a sinistra e l’altro a destra,le gambe che,fatalmente,tendono al centro,la testa che cerca di mediare e perde completamente il controllo,un occhio socchiuso e l’altro semi aperto. Vittime delle loro manie,era ovvio che si andassero a scontrare ripetutamente e che,incapaci di un minimo di  autoanalisi,attribuissero tutte le colpe al fratello-nemico e,anzi,che trovassero nella sua esistenza la loro stessa ragion d’essere. Con tutte le debite proporzioni,perché mi rifiuto di associare Rifondazione alla Fiamma Tricolore,la stessa composizione degli schieramenti era similmente opposta:due ali estreme che ,di partito in parititino,sfumano in un centro indistinto e indistinguibile. E un altissimo tasso di divisioni interne,come testimoniato dalle prime dichiarazioni di vincitori e sconfitti vincenti.
E questa schizofrenia non ha potuto che riverberarsi,anzi piombare come un’incudine,sul 10 aprile. Siamo andati a dormire,dopo un pomeriggio hitchcockiano,senza capire in che paese avremmo vissuto,con Prodi e sodali che festeggiavano in piazza dopo la notizia che,prima del voto estero,avevano perso il senato,e Scajola  che parlava di golpe sudamericano,lui che dei metodi sudamericani è stato un ottimo imitatore a Genova. Situazione paradossale,che ha portato l’Unione ad affermarsi solo grazie al voto estero e ad una legge elettorale scritta con tutt’altre finalità. E il paradosso non poteva che trovare la sua apoteosi nell’ammissione(implicita) della sconfitta da parte di Berlusconi:non con una telefonata di auguri a Prodi,non con una dichiarazione pubblica,ma con una canzone accompagnata dall’immancabile Apicella.
Certo,rimarrebbe la questione dei valori che hanno diviso i due schieramenti. Anche per questo è inevitabile parlare di voto ideologico. Chi ha votato con la pancia,non l’ha fatto solo per il proprio tornaconto,ma anche perché nauseato,o estasiato,dallo spettacolo offerto dalla maggioranza negli ultimi cinque anni. Perchè è chiaro che c’è una differenza fra Tremaglia,che vorrebbe equiparare i repubblichini ai partigiani,e Ingrao,che la Resistenza l’ha fatta,fra Buttiglione,che parla dell’omosessualità come di una devianza,e Luxuria,persona che ha fatto della libertà nell’orientamento sessuale la sua bandiera.
Ma,anche in questo caso,è solo una questione di punti di vista.

E’ calata la ghigliottina sul contratto di primo impiego e forse anche sulla testa del suo primo sostenitore, Dominique de Villepin.
Il primo ministro ha giocato il suo asso e la Francia ha risposto; gli studenti hanno vinto la  lotta di riconquista del proprio futuro, delle proprie certezze. Il voto dell’Assemblea nazionale del 12 Aprile ha celebrato l’allegro funerale del CPE, imposto, tra cori e danze, da una moltitudine trasversale che ha marciato nei boulevards, facendo cadere l’intonaco dai palazzi istituzionali per oltre due mesi.
Il CPE, assurto, nella mentalità collettiva, a nemico numero uno dei lavoratori, era stato concepito come soluzione alla feroce disoccupazione che colpisce i giovani francesi.
L’idea di base  era quella di sostituire i contratti a termine molto diffusi tra i giovani, offrendo una nuova formula di contratto indeterminato che prevedesse specifiche forme di tutela e garanzie al lavoratore. In caso di licenziamento e trascorsi almeno 4 mesi dall’assunzione, l’ex dipendente avrebbe avuto diritto a una cospicua retribuzione forfetaria, senza contare i vantaggi previsti dall’ormai defunta legge in materia di diritto alla formazione e facilitazioni per l’accesso a un casa. Un contratto per aiutare i giovani, insomma. Solo che prevedeva un certo “periodo di consolidamento dell’impiego”…24 mesi(due interi anni, si noti), durante i quali il contratto concedeva al datore di lavoro la pericolosissima facoltà di licenziare in qualunque momento, senza giusta causa o giustificato motivo un dipendente con meno di 26 anni.
Una legge per i giovani e da questi rifiutata, naturale: uno sente parlare di solidarietà verso i giovani e poi legge del consolidamento d’impiego, quale meraviglioso eufemismo! Chi l’ha concepito o era dotato di scarso senso dell’umorismo, o era uno capitato lì per caso, o credeva che  i tempi delle proteste fossero finiti e gli studenti tutti rimbecilliti a guardare O.C. Sbagliava profondamente.
Questa primavera francese ha dato una netta indicazione: gli studenti, figli e protagonisti dell’era moderna ne hanno rifiutato uno degli assunti più biechi, la precarietà. La rapida trasformazione dell’esperienza sociale del lavoro rischia, infatti, di destabilizzare un’intera generazione, e minare  le fondamenta e la credibilità del mondo che viene consegnato dagli adulti ai giovani. I primi che ancora siedono su una poltrona che è salda e cercano di spiegare ai secondi che le loro seggiole di plastica stenteranno a reggere e che è giusto così, perché questa è la modernità, dinamica, flessibile, precaria, e va accettata. E invece no. La flessibilità, è vero, nasce dall’esigenza di ridurre le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia e della sua competitività. Tuttavia, non solo ha condotto a salari più bassi e ad una minor sicurezza dell’impiego, ma ha avuto talvolta effetti negativi sull’economia, in termini di riduzione della domanda di beni, a causa di più bassi livelli di reddito e maggior incertezza. Contrazione della domanda aggregata significa, inoltre, minore livello occupazionale. Se a tutto ciò si aggiunge che, per un paradosso logico, il lavoratore flessibile,con maggior probabilità di essere licenziato, riceve, in media, un salario più basso, allora diventano comprensibili i malumori, le frustrazioni di chi, dopo anni di studio matto e disperatissimo, si avvia claudicante verso il mondo del lavoro.
Il lavoro e la sua etica perdono il ruolo centrale nei processi sociali, detenuto nella società industriale. L’indebolimento  del lavoro come diritto, come strumento di partecipazione attiva alla società, non può che causare scompensi agli equilibri esistenziali di generazioni,soprattutto nei rapporti con le istituzioni. Da qui il sentimento di malessere che pervade i giovani, istruiti e post-industrializzati, molte lauree e poche certezze; dalla precarietà del lavoro ad un’esasperata precarietà dell’esistenza. Non si può lasciar correre una carrozza impazzita senza cocchiere. Così oggi non ci si deve limitare a mere strategie tecnico-economiche, un problema che prima che di numeri è fatto di persone, va gestito con politiche di ampio respiro, tali da curarne le piaghe di natura culturale e sociale. Lo Stato dimostri di pensare ai propri figli e se ne faccia carico: se flessibilità dev’essere, allora vi siano anche maggiori misure di protezione sociale. E in questo clima l’Università assuma il ruolo che le spetta, stendendo un terreno culturale di riflessione adatto all’ascolto dei giovani e delle loro difficoltà, per restituire fiducia e sentimento del futuro a coloro che lo dovranno costruire.
Chiedetevelo, in che mondo vogliamo vivere?

Ian Hrovatin

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