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Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

UN’APOLOGIA DEL SECONDO

Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

Sorge su una collina nell’anfiteatro morenico del Tagliamento, nel cuore del Friuli, la cittadina medievale di San Daniele. Un luogo meraviglioso dal punto di vista artistico, culturale e gastronomico; il tutto impreziosito dallo sfondo delle Prealpi e Alpi carniche che avvolge la località. Dalla spianata del colle è infatti possibile godere della particolare posizione geografica di San Daniele, a metà strada tra il mare e le montagne, per ammirare, oltre al paesaggio montuoso, anche la spianata della pianura friulana, costellata di piccoli appezzamenti agricoli, prati e boschetti.

A occidente del colle scorre il fiume Tagliamento, col suo letto ghiaioso attraversato da esigui rivoli d’acqua che nettamente contrasta con il verde del panorama. Al Tagliamento, così come ad un altro fiume, il Corno, è intimamente legata la storia di San Daniele, anche se l’elemento che più caratterizza la storia della città medievale è la posizione geografica. Fin dall’antichità San Daniele è stato punto di passaggio per moltissime popolazioni: Liguri, Etruschi, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi, Franchi e Avari, solo per citarne alcuni. Ciascuno di essi ha lasciato traccia, più o meno profonda, sulla città e sul territorio. Il motivo di tali passaggi è stato principalmente di tipo commerciale; la posizione di San Daniele, che come si è detto è situato tra mare e montagne, ne faceva il luogo adatto per l’incontro e lo scambio dei prodotti provenienti dalla costa e di quelli provenienti dai monti. Si spiega così la frequenza delle fiere che si tenevano regolarmente a San Daniele sia in epoca medievale che in Età moderna, e di cui si continua la tradizione grazie a manifestazioni che riempiono periodicamente di stands e visitatori le viuzze del centro storico della cittadina. Tra questa si ricorda “Aria di festa”, che si svolge ogni estate da ventidue anni.

San Daniele presenta molte opere artistiche che meritano una visita, come il Duomo, il palazzo del municipio, le chiese di San Daniele e Sant’Antonio Abate, senza dimenticare la Biblioteca Guarneriana, tra le più vecchie d’Italia e tuttora una delle più prestigiose.

L’elemento che ha fatto la fortuna di San Daniele è dunque la sua posizione geografica, determinante per creare quel particolare microclima che, assieme alla fedeltà alle tradizionali tecniche di lavorazione, è alla base del successo del celebre prosciutto di San Daniele. L’attività produttiva più famosa, ben inserita nel tessuto produttivo che pure è tipicamente artigianale (si ricordano anche le produzioni di prodotti artigianali tipici e gioielleria) e anch’esso strettamente legato al territorio.

Una mentalità “artigianale” la mantiene tuttora la produzione del prosciutto, nonostante i prosciuttifici abbiano ormai intrapreso la via industriale, in virtù del suo stretto legame con il territorio d’origine. Il prosciutto venne lavorato per la prima volta dai Celti, che abitarono San Daniele sin dal 400 a.C. circa. Essi erano infatti soliti conservare le cosce di suino utilizzando erbe, aceto e affumicandole. La miscelatura dell’aria fredda dal Nord con quella calda dall’Adriatico, costituendo una sorta di “climatizzazione naturale”, è l’elemento che da sempre rappresenta il miglior ingrediente del prosciutto di San Daniele.

Il fascino del paesaggio collinare, la suggestione dell’architettura medievale e, non ultimo, la possibilità di assaggiare il celebre prosciutto nel luogo migliore possibile rendono San Daniele una meta certamente attraente per un piacevole week end.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

Trieste era bellissima, abbagliante sotto un caldo sole di inizio ottobre. Il gruppo di amici con cui ero venuta in città si muoveva rapido verso l’ingresso del grande centro espositivo, mentre io mi soffermavo ad ammirarne l’imponenza dall’esterno, cercando allo stesso tempo di sbirciare dentro le alte finestre. Ma non riuscivo a scorgere altro che cumuli di scatoloni di cartone. Incuriosita, mi diressi anch’io a passo più celere verso la piccola, ma estremamente luminosa, saletta d’entrata. Avevo una conoscenza scolastica di Andy Warhol, dunque ero davvero impaziente di vedere una mostra che, almeno nelle intenzioni dei curatori, avrebbe dovuto svelare l’intimità e la creatività dell’ideatore della pop art e che, nelle mie intenzioni, mi avrebbe fatto decidere se appassionarmi ulteriormente alla carriera warholiana.

Nei primi passi all’interno del salone espositivo sono rimasta affascinata dalla maestosità dell’edificio, più che da qualsiasi altra cosa: quella che a inizio secolo era la Pescheria centrale, mi aveva lasciata letteralmente a bocca aperta. Lo spazio era immenso e il sole filtrava ovunque, grazie a quei finestroni da cui avevo sbirciato quando ero fuori. La mia attenzione, dopo aver ammirato lungamente la struttura, si spostò sul pannello introduttivo, dal quale si poteva leggere una sorta di spiegazione sul concept della mostra. Vi era scritto che il filo conduttore della mostra era la volontà di trasmettere alla gente come ciò che Warhol immagazzinava in boxes di cartone fosse strettamente connesso alla sua attività artistica e come ogni oggetto, dal più umile possibile, potesse divenire una forma d’arte, in linea con i dettami della pop art. Le scatole erano poi considerate alla stregua di time capsules, cioè testimonianze del presente da lasciare in eredità alle generazioni future che le avessero trovate. Tutto questo ovviamente rendeva la mostra, ai miei occhi, un interessante viaggio nel tempo, tanto più geniale dal momento che avrei potuto produrre anch’io una mia eredità in boxes. Le istruzioni di Warhol erano chiare e facili: “Quello che devi fare è tenere una scatola per un mese, ficcarci dentro di tutto e alla fine del mese chiuderla per bene”. Lui l’aveva fatto per oltre 600 volte, riempiendo meticolosamente tali cartoni perennemente poggiati su un lato della sua scrivania e facendoli sigillare e datare dal suo assistente. E ora queste sue “creazioni” erano esposte in pubblico, in una rassegna di respiro internazionale.

Un inizio così intrigante non poteva che spingermi rapidamente verso il cuore della mostra: quegli enormi cumuli di scatole che avevo già notato dall’esterno, ma che ora assumevano un loro senso. Erano delle riproduzioni, in scala molto più ampia, delle boxes warholiane, attraverso le quali avrei potuto fare un itinerario, non soltanto metaforico, ma anche fisico, nella vita dell’artista. Entrando nel primo box però mi sono ritrovata catapultata tra oggetti personali, foto e altri feticci che non riuscivo a collocare, probabilmente causa la mia poca conoscenza dell’artista, in una chiara serie di opere, non essendoci mai, salvo rari casi, l’esplicito collegamento tra fonti e creazioni artistiche. Ad approfondire il mio smarrimento, vi era la mancanza di cartellini identificativi per gli oggetti e le (poche) opere e la sbrigativa spiegazione del senso delle stanze in grandi pannelli. Ogni box in cui entravo era un’ulteriore riprova di questo: il mio era un viaggio nell’intimità e nella complessità del pensiero di Warhol, ma non mi erano stati dati i mezzi per compierlo se non in modo estremamente superficiale. Le “stanze” dell’esposizione si susseguivano, in ognuna era percepibile un senso, ma quale questo fosse restava sempre un mistero. Passavo da fotografie e stampe conosciute (solo per citarne alcune, “Cow”, “Liza Minnelli”, “Mao”) a immagini di volti di persone comuni, da copertine della rivista di Warhol (“Interview”) ai suoi film, da copertine di dischi da lui disegnate (come quello famosissimo di “The Velvet Underground & Nico”) a locandine delle sue produzioni, da filmati brevi che ritraevano attori o amici dell’artista a una vera e propria riproduzione in piccolo della “Silver factory” newyorkese. E sono questi ultimi due i box che più mi hanno colpito, nel bene e nel male: l’esperimento warholiano a mio parere tra i più riusciti fu quello del riprendere, con una sorta di videocamera con pellicola da tre minuti circa, i volti delle persone che andavano a trovarlo nella factory, creando in questo modo dei ritratti viventi, delle foto in movimento. Allo stesso tempo, il box che meno mi ha coinvolto è stato quello della factory d’argento, uno tra i più stravaganti laboratori di Warhol; la sala che la riproduceva aveva le pareti ricoperte di carta d’alluminio, ad eccezione di una, nella quale troneggiava un’immagine dell’artista steso sul suo divano al centro della factory: il senso di oppressione e di asfissia che ho percepito non veniva per nulla placato dalle poche immagini affisse sul domopak.

A conclusione della visita, posso affermare, ovviamente senza alcuna pretesa critica, ma piuttosto da un ruolo di osservatrice, che una tale mostra può essere considerata un successo da diversi punti di vista, ma un fallimento da altri. Trieste si è trovata ad ospitare una tra le più innovative, geniali e, dal punto di vista temporale, complete serie di opere dell’artista, dando finalmente spazio a una visione intima e multisfaccettata di un uomo, prima che di un pittore, fotografo, grafico, regista. Ma la cattiva organizzazione degli spazi, che, lasciati liberi da barriere che li avrebbero parcellizzati, sembrano troppo ampi e producono una sensazione di vuoto e di scarsa consistenza della mostra e, allo stesso tempo, il senso di insoddisfazione che l’esposizione lascia nei visitatori fanno perdere alla mostra tutta la sua peculiarità e, essendo appunto la prima e l’ultima sensazione che si provano, permangono più forti nelle persone, giustificando un’eventuale –e probabile- giudizio negativo del tutto.

Michela Francescutto

Prendete un pugno di canzoni new-wave o punk piene di energia, ma accertatevi che siano veramente belle. Provate a riprodurne solo l’armonia con una semplice chitarra e la voce di una ragazza. Con una gran bella voce, s’intende. Vi accorgerete ben presto che il risultato sarà pura bellezza. Come se le vostre canzoni fossero state registrate nel Brasile negli anni ’60, in pieno stile bossa nova.

Questo è il risultato dell’esperimento discografico “Nouvelle Vague“, con il quale Marc Collin e Olivier Libaux ci propongono un’inedita rilettura di canzoni scritte da artisti famosi come i Joy Division, i The Clash o i The Cure, o un po’ dimenticati come gli XTC, i Tuxedomoon, i Modern Engllish o gli Special, ma tutti riconducibili al filone new-wave. Non hanno fatto altro che chiamare 8 giovani cantanti dalle voci sensuali, che hanno reinterpretato questi testi degli anni ’80 rendendoli atemporali, pronti per essere ascoltati come se non fossero mai stati cantati prima. Così sentiamo i famosi versi dei Joy Division “and we’re changing our ways, taking different roads, then love, love will tear us apart again” prendere forma soffice attraverso la voce dolce di Eloisa. Possiamo anche ascoltare la splendida Guns of Brixton riproposta dall’intrigante di Camille, o una freschissima versione di Just can’t get enough dei Depeche Mode, perfetta per trovare la forza di scendere dal letto la mattina. Per non dimenticare una sensuelle Melanie Pain che ripete This is not a love song, l’irriverente Too drunk to fuck dei Dead Kennedys cantata da una Camille che sembra ubriaca per davvero, o la malinconica In a manner of speaking. La particolarità del risultato di questa registrazione è che le tonalità delle voci delle cantanti sono così naturalmente omogenee, da sembrare, ad un primo ascolto, di un’unica ragazza. Colorata, spiritosa, simpatica, divertente: Nouvelle Vague si dimostra una collaborazione davvero ben riuscita, nonché una rivisitazione sorprendente e molto originale nel suo genere. Non si erano mai visti dei remake così radicali e ben fatti da diventare nuovi piccoli capolavori. Un disco che vale la pena ascoltare. In una parola: adorabile.

Agnese Ortolani

1.    JOY DIVISION : Love will tear us apart (feat. Eloisia)

2.    DEPECHE MODE : Just can’t get enough (feat. Eloisia)

3.    TUXEDOMOON : In a manner of speaking (feat. Camille)

4.    THE CLASH : Guns of Brixton (feat. Camille)

5.    P.I.L. : (This is not a) love song (feat. Melanie Pain)

6.    DEAD KENNEDYS : Too drunk to fuck (feat. Camille)

7.    THE SISTERS OF MERCY : Marian (feat. Alex)

8.    XTC : Making plans for Nigel (feat. Camille)

9.    THE CURE : A forest (feat. Marina)

10.    MODERN ENGLISH : I melt with you (feat. Silja)

11.    THE UNDERTONES : Teenage Kicks (feat. Melanie Pain)

12.    KILLING JOKE : Psyche (feat. Sir Alice)

13.    THE SPECIALS : Friday night, saturday morning (feat. Daniella D’Ambrosio)

Piccolo tour nell’affascinante musica del Paese del sol levante

Un uomo solo, in piedi, guarda dall’ampia finestra la città di Tokyo che imbrunisce con il cielo. La pioggia riga il vetro, e confonde così le sue lacrime. Pensa chissà a cosa…

È stata questa l’immagine che per tanto tempo mi si è presentata alla mente ogni volta che ho ascoltato il pezzo che compare sotto il titolo di “Merry Chistmas Mr. Lawrence” nell’album “1996” di Ryuichi Sakamoto. Forse perché in quei suoni, così acuti e di difficile esecuzione (soprattutto per un duo di violino e pianoforte), mi appariva una melodia che sembrava mettere a nudo l’animo e invitare alla riflessione.

Non sapevo che, in realtà, questa musica era parte della colonna sonora di un film omonimo del 1983 ambientato in un campo di concentramento nipponico durante la seconda guerra mondiale. Non immaginavo neppure lontanamente che quelle note, a cui da sempre ho associato il Giappone, nascevano dalle ultime parole del film, che si ponevano non solo fra due uomini, ma anche fra due differenti culture.

Sakamoto, musicista giapponese nato a Nakano nel 1952, ha avuto il suo momento d’oro negli anni ’80, soprattutto grazie a “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ma la sua musica è ben più varia e scorrendo i suoi album si possono trovare gli stili più disparati: dal techno-rock dei primi anni, in cui era tastierista della Yellow Magic Orchestra, al pop elettronico; dal jazz orchestrale e le suites minimaliste dell’album “Illustrated Musical Enciclopedia” (1984), in cui si fa chiaro il suo obiettivo di fondere musica occidentale e sensibilità orientale, fino all’esplorazione dell’elettronica contemporanea degli ultimi anni.

Mi piace però ricordarlo soprattutto per le sue bellissime colonne sonore: oltre alla già citata “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ci sono anche i film di Bertolucci, come “Il Piccolo Buddha” o “L’ultimo Imperatore” che, tra l’altro, gli valse l’Oscar. E infine le collaborazioni con importanti artisti come David Sylvian, Iggy Pop, David Bowie e David Byrne, solo per citare quelli a noi più noti.

Non so se si possa definire multiculturale o sperimentalista; quello che so di per certo è che la musica di Sakamoto riesce a tracciare, nella mente di chi la ascolta, delle immagini che cambiano e si susseguono come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Se non amate rinchiudervi in un unico stile ma vi piace spaziare, forse troverete nelle sue composizioni ciò che fa per voi.

Isabella Ius

“In testa ho una specie di mappa culturale, che mi permette di trovare analogie tra mondi diversi”

1954: la televisione arriva in Italia.

2006: la televisione muore in Italia.

Mi chiedo a volte se tutte quelle parole di libertà, di partecipazione, di conoscenza, di sviluppo siano state svuotate del loro significato intrinseco o se per caso siano solamente i nomi con cui vengono identificati i fili attraverso cui qualcuno ci muove dall’alto.

Mi chiedo se dal lontanissimo alto ci considerino degli emeriti cretini, se il grande popolo italiano, terra dei grandi artisti (novità di Bramante, di Stilnovo e Dante come recita un passo di Notre Dame de Paris) della cultura, della civiltà abbia ancora una volta la volontà di farsi trasportare da quell’alta onda di una marea chiamata sistema, invisibile, silenziosa ma che nel suo lento scorrere travolge tutto e porta la gente ignara, stanca a fare affidamento ad un salvagente, l’unico disponibile chiamato televisione italiana. E i sopravvissuti vedono il mondo da questo piccolo salvagente, l’unica loro ancora quella che gli permette di galleggiare in uno stadio di apatia senza mai andare a fondo nelle cose, sospesi in una dimensione tra cielo e terra senza mai conoscere né l’uno né l’altro.

Quant’è bello galleggiare! Quant’è bello non faticare per raggiungere la riva, ma farsi trasportare da quest’onda, in verità nemica ma tuttavia quella che ci offre il nostro mondo…

Questa è la nostra televisione, quell’unico salvagente offerto, disponibile per tutti che esteriormente si abbellisce sempre più…la qualità di trasmissione dell’immagine è sempre più alta, la qualità del contenuto è ridicolamente scarsa. L’alta marea ci culla tranquillamente tra reality proiettati ogni giorno a ritmo pesante cha appiattiscono il pensiero, che azzerano la volontà di iniziativa e che offrono un’immagine ormai distorta di quello che ci circonda. Così avvinghiati, stretti stretti alla nostra ciambella non impariamo a nuotare, a conoscere il mare in cui viviamo, ad esplorare nuove spiagge ma vaghiamo incerti chiedendoci forse se tutto quello che ci viene offerto dal piccolo schermo sia la vera realtà o un mondo fittizio di cui purtroppo non riusciamo a fare a meno.

È triste, deprimente sapere che uno dei mezzi che ha favorito la conoscenza rapida, accessibile a tutti, mattone solido del villaggio globale, in Italia si stia disgregando a poco a poco portando non solo vergogna al bel Paese ma facendolo crollare anche dal punto di vista intellettuale, culturale scosso continuamente “dai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo vero. Io dico addio”. Io dico addio come recita la famosa canzone di Guccini. Addio ai continui litigi televisivi, a quella gente considerata ormai come modelli di vita (tu chiamala vita!) che dietro una mal celata ipocrisia continua ad urlare, ad offendere, a mostrare la propria incapacità di discutere, la propria mancanza di umiltà, ergendosi a difensori della ormai abusata parola “valori”. Dico addio a quella falsa alternativa di programmi televisivi offerti dalla tv a pagamento che favoriscono la divisione della conoscenza in una conoscenza di serie A e serie B (uccidendo l’uguaglianza guadagnata a fatica a partire dalla rivoluzione francese e americana) . Dico addio allo stesso pubblico statico e legittimante che viaggia nel salvagente della servitù volontaria. Addio alla mia imposta posizione di spettatrice, sentendomi raggirata, non sentendomi parte di quel mondo così tetro, così freddamente triste e lontano. Dico addio alla classe politica attuale che continua a proporre leggi agendo con la logica del “domani è un altro giorno”.

Pur vedendo nella scienza politica la possibilità di risolvere tale problema; mi alzo, spengo il televisore e inizio a nuotare.

Nicoletta Favaretto

Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.

 

Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.

Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.

Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?

La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.

Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.

Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.

Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.

Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.

Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.

 

Cudicio Allan-Francesco

Un filosofo, un pensiero, una vita.

Gorizia, 1910, 17 ottobre, con un colpo di rivoltella un giovane ragazzo di origine ebrea si toglie la vita, solo a casa sua. Nessun messaggio, nessun evento particolarmente traumatico da poter spiegare questa prematura morte.

Era Carlo Michelstaedter, giovanissimo, nato nel 1887, ed aveva appena concluso la sua tesi di laurea. Il suo requiem. Chi l’avesse conosciuto si sarebbe trovato d’innanzi ad una ragazzo sia intellettualmente che fisicamente sano e vitale, studente tra la città d’origine, Gorizia, e Firenze.

Nella sua breve vita, Carlo Michelstaedter ci ha lasciato poesie, dipinti, disegni e scritti; poliedrico nella sua espressione artistica, tanto da non essere immediatamente classificabile, è però sicuramente brillato maggiormente nella stesura del suo ultimo scritto. La sua tesi di laurea: La Persuasione e la Rettorica.

Non sono moltissime le pagine ma sono dense di contenuti, v’è rappresentata la sua visione del mondo con tutto ciò che la ha influenzata. È importante dire, innanzitutto, che questo ragazzo, come Svevo a Trieste, fa parte di quel mondo che si potrebbe dire (seppur la parola è ultimamente abusata) “mitteleuropeo”: da un lato influenze germaniche e nordeuropee, dall’altro la forte influenza italiana.

In effetti, quando parla di Dio, come può non venire in mente la “morte di Dio” di Nietsche? Oppure Leopardi, quando traspare la sua malinconica disillusione? Va poi aggiunta la rilevanza che hanno avuto nella sua formazione i filosofi della classicità, ben visibile nelle numerose citazioni e riflessioni che impregnano interamente la sua opera.

Ma arriviamo al dunque: cosa intende dire Michelstaedter quando parla di “persuasione” e di “rettorica”? C’è qualche legame tra questo scritto e l’

immediatamente successiva morte?

La persuasione “falsa” è quella che ci nasconde che anche la felicità ed i bei momenti della vita, nascono in realtà dal dolore, che ogni cosa è dolore, che in ogni momento c’è una voce che ci sussurra all’orecchio che non siamo nulla che “non c’è alcun dio, dio muore con te” e che questa paura c’è fin dalla culla dove sei nato.

La vita, mi verrebbe da dire, sembra quasi un negativo fotografico della morte, dove le due cose coincidono e l’una è semplicemente l’altra faccia dell’altra.

Secondo Michaelstaedter, dunque, va aborrita la “rettorica”, che vede incarnate nei pensieri di Platone, Aristotele ed Hegel, i quali, come dice D. Fusaro, vogliono scavalcare fittiziamente la nostra “deficienza ontologica” con illusori sistemi.

È retto invece l’uomo “persuaso” che ha abbandonato la “filopsichia” e la rettorica, che attraverso una persuasione “illusoria” danno soltanto un’ansia di vivere proiettati verso un qualcosa di esterno che dia un senso alla vita.

L’uomo “persuaso” ha quindi la certezza di non averne alcuna, se non la morte, e vive la vita con una sua pienezza, senza tormentose ricerche, ma soddisfatto nella sua disillusione senza distinguere troppo tra vita e morte, tra nulla ed esistenza.

Carlo Michaelstaedter, secondo me, rappresenta completamente questo ideale di uomo e quindi me lo immagino, in modo che azzarderei “romantico-esistenzialista”, prendere in mano la sua rivoltella, fissare il soffitto bianco in silenzio, con espressione neutra, soddisfatto della sua indifferenza, senza rimorsi premere il grilletto.

Allan-Francesco Cudicio

Dalla Bosnia tutto il fascino della musica balcanica

Un piccolo villaggio ebraico fugge la follia hitleriana e affida le sue speranze a un treno che corre verso il fronte russo, un train de vie, accompagnandosi con danze dal sapore antico e accogliendo un popolo, i Rom, rimasto senza terra. Una artista fugge la follia di una guerra fratricida e affida la propria vita a una musica che, come un treno dei ricordi, profuma di Balcani e di speranza che fatica a sopravvivere. È sempre la stessa mente melodica dietro a queste immagini: Goran Bregović.

Nato nel 1950 da madre serba e padre croato, cresciuto nella Sarajevo multietnica prebellica, Goran si è avvicinato alla musica attraverso il violino a cui però ha preferito la chitarra, la quale lo ha portato, appena quattordicenne, ad inserirsi in rock
bands e a fondare poi, nel 1974, il gruppo che l’ha reso uno dei più famosi artisti slavi, i Bijelo Dugme (Bottone Bianco), scioltosi nel 1989. Forse può stupire questo suo passato, ma, come lui stesso dice, il rock “…era un modo per esprimere il malcontento senza finire in galera…”.

Poi è venuto il turno dei films, fra cui quelli firmati Kusturica, suo concittadino, come Il tempo dei gitani (1989), Arizona Dream (1993), Underground (Palma d’Oro al Festival di Cannes 1995), di cui ha composto le colonne sonore, un mix di temi zigani e slavi mescolati ai suoni caldi degli ottoni. Musiche particolari, lontane, che fanno venir voglia di ballare.

Infine la svolta: la creazione, nel 1995, della Orchestra per i matrimoni e funerali, con la quale ha ripreso a suonare musica dal vivo. A causa dei problemi logistici derivati dalle dimensioni (120 musicisti sul palcoscenico!), l’orchestra è stata ridotta a 50 elementi, ma non ha certo perso il suo carattere: Goran, infatti, ha continuato a infiammare le folle durante i suoi concerti e ha persino organizzato, all’inizio del tour italiano del 2000, un “Grande matrimonio a Palermo”, per la festa di S. Rosalia del 14 luglio, in cui ha riunito musicisti provenienti da Belgrado, Sofia, Budapest e Istanbul. Perché l’essenziale sta nell’originalità!

E proprio all’insegna dell’originalità, Goran ha deciso di occuparsi anche di teatro e lirica, scrivendo, ad esempio, una nuova versione della Carmen presentata nell’aprile 2004 a Trieste: La Karmen di Goran Bregović con lieto fine, in cui, finalmente, scompare il tragico epilogo. Una speranza che torna a fortificarsi, come quella che accompagna l’ex Jugoslavia verso il futuro.

 

Ius Isabella

elan_isa@hotmail.it

 

 

“E’ molto romantico pensare che noi artisti possiamo cambiare le cose. Purtroppo, però, la storia della Jugoslavia la fanno i soldati, non i musicisti”.

Voto: 8 (ma solo perché “La mala educatión merita 10” )

Anno: 2006

Nazione: Spagna

Durata: 120´

Sceneggiatura: Pedro Almodovar

Fotografia: José Luis Alcaine

Musiche: Alberto Iglesias

Montaggio: José Salcedo

Cast: Penélope Cruz

Carmen Maura

Lola Dueñas

Blanca Portillo

Yohana Cobo

 

Volver è il ritorno di Pedro Almodovar a La Mancha, dove è cresciuto. È il ritorno alle sue donne: quelle che hanno fatto la sua storia, sia dal punto di vista artistico (le attrici del film), sia quelle della sua infanzia (la madre e le altre donne della sua famiglia).

Il film è un intreccio di generazioni, di madri e di figlie, di mezzi intrighi in cui tutto ruota attorno alla presenza incombente della madre che muore e poi ricompare per risolvere e chiarire ciò che il passato ha lasciato in sospeso.

L’universo maschile sembra non essere nemmeno considerato, perché questa è la visione almodovariana del mondo: le eroine della quotidianità sono le donne.

In Volver vediamo un Almodovar che ritorna alle sue origini più intime, che ci fa partecipi della sua storia; è il film che ha sempre voluto dirigere, forse per fare pace con se stesso. Esteriormente è come tutti i suoi lavori: colorato, chiassoso, spregiudicato, ma non aggiunge quella nota di clamore che solitamente lo ha contraddistinto. La trama non è di certo piatta e incolore ma sembra mancare di quell’accento particolare. La storia non decolla esattamente come dovrebbe: si è sempre pronti ad attendersi qualcosa di speciale che non arriva e alla fine del film si rimane con un lieve senso di delusione.

Francesca Fuoli

Ci sono artisti silenziosi, che entrano nella vostra vita in punta di piedi, perché vogliono darvi la possibilità di scegliere se volete ospitarli o meno nel vostro mondo. Che preferiscono farsi trovare da chi li cerca veramente, piuttosto che da chi divora qualsiasi cosa offra il mercato. Ci sono talenti nascosti che sanno farsi apprezzare da quelli che sono disposti ad andare oltre ai soliti ritornelli, alle frasi d’effetto, alle melodie comuni. Non è sempre facile scovarli, ma una volta che li trovi, il più delle volte è amore puro. Perché racchiudono quel pizzico di fantasia e originalità ( e spesso una tale profondità), che riescono ogni volta a stupirti. Come se lavorassero sotto la superficie delle cose ( sì, per fortuna c’è ancora qualcuno che lo fa).
Voglio proporvi quelli che ho avuto la fortuna di incontrare lungo la strada ( grazie a riviste musicali, passaparola, o consigli di amici- decisamente i più utili ) in questo piccolo angolo del nostro giornale. La scelta degli artisti sarà sicuramente soggettiva e parziale, saranno solo piccoli pezzi di un puzzle molto più vasto di quanto possiamo immaginare, ma mi auguro che insieme ( io e chiunque altro voglia farlo) potremo far conoscere qualche voce fuori dal coro che vale davvero la pena di ascoltare.

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