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Intervista con l’autore, Giovanni Fasanella

Sig. Fasanella, che cos’ha significato per lei scrivere questo libro? Qual è stato l’input e quale la difficoltà nel relazionarsi con lo studio dei movimenti di estrema destra?

L’input è stata la cronaca. Alcuni avvenimenti di violenza accaduti di recente hanno presentato elementi di analogia e mi è sembrato che si potessero riunire ad un filo conduttore: la violenza contro il diverso. La difficoltà è stata sicuramente andare a cercare informazioni riguardo a movimenti che esistono al di fuori della legge, la cui caratteristica principale è una mimetizzazione impressionante.

Come lei dice, la violenza è l’elemento caratterizzante di tali movimenti. Quali sono gli obiettivi di questa violenza?

Prese di mira sono le diversità, che si parli di etnia, religione o scelta sessuale. Sono azioni che nascono da una vera e propria cultura dell’odio (soprattutto xenofobo) e riemergono da un sottofondo, che è quello nazi – fascista. A capo di questa violenza vi è comunque una rete e un network organizzativi internazionali sorprendenti. In Italia sono organizzazioni, quelle in esame nel libro, che si rifanno a vecchie sigle della destra eversiva degli anni ’60, ’70 ed ’80. Basti pensare che è stato arrestato poco tempo fa un uomo che tentava di reinserire il Ku Klux Klan. Al giorno d’oggi, vi è anche una maggior radicalizzazione a seguito della svolta di Fiuggi, con la quale Alleanza Nazionale ha ripudiato alcuni elementi fondanti del proprio passato. In questo senso, Fini ed Alemanno sono considerati dei traditori, agli occhi dei neofascisti.

In questo senso, non crede che queste organizzazioni stiano lavorando alla base, facendo oggi quelle attività politiche e culturali che venivano portate avanti una volta nelle sezioni comuniste?

Questa destra è pericolosa e subdola: usa oggi effettivamente delle parole d’ordine rubate alla sinistra. La destra si occupa dei centri sociali e del territorio, crea una vera e propria cultura di estrema destra attraverso case editrici, musica e soprattutto internet. Non è solo azione, sono pensiero ed azione insieme.

Gli episodi di omofobia degli ultimi mesi sono da ricollegare a questi movimenti di estrema destra o sono più da vedere come una difficoltà da parte della società tutta ad accettare nuove realtà sociali?

Entrambe le cose. Non si può negare comunque che all’interno dei movimenti di estrema destra vi sia omofobia.

A mio parere, le sacche di estremismo si vengono a creare lì dove la politica, attraverso il governo, non riesce a dare risposte adeguate a macroproblematiche che possono creare tensioni sociali. Cosa ne pensa?

Vi sono dei fenomeni dilaganti qualora la politica non sa dare risposte a problemi sociali emergenti. L’esempio più emblematico della questione è il problema dell’ondata migratoria. Dopo il 1989 si sono aperte le frontiere ad Est ed è arrivata gente affamata. Molti vengono da esperienze di guerre civili (basti pensare ai Balcani). Stessa cosa vale per le genti del Sud, dall’Africa. L’impatto della nostra società con questo macro-fenomeno ha creato un problema con cui non si era fatto i conti. La sinistra ha sicuramente sottovalutato il problema mentre a destra, con Lega Nord e La Destra, si è saputo dare solamente risposte xenofobe. Politica di accoglienza e politica di sicurezza sono due cose diverse e bisognerebbe spiegarlo alla nostra classe dirigente politica. La Lega Nord non si può definire “estrema” ma si basa sulla xenofobia e al suo interno si sono infiltrati personaggi provenienti dall’estrema destra, come ad esempio Borghezio. Si parla di “entrismo” nella Lega.

L’esistenza di movimenti estremisti non è mai venuta meno, ma leggendo il suo libro appare una situazione molto più importante a livello di numeri e questo traspare anche dai risultati delle ultime elezioni regionali. Quali sono i fattori alla base di tale amplificazione oggi? Che differenza c’è con l’estremismo di destra degli anni di piombo?

I fattori di quella che lei chiama amplificazione sono due: immigrazione e crisi sociale. A questo quadro si aggiunge la costante dell’antisemitismo. Quella descritta è una destra identitaria, che si rifà ad antichi valori, alla tradizione e si identifica nel filoarabismo ed antiamericanismo. Rispetto alla destra degli anni di piombo, possiamo affermare che vi sono elementi di continuità – ideologici, politico-organizzativi e nelle persone – ma non bisogna dimenticare che nel mentre è caduto il muro di Berlino. Se prima quindi la lotta politica si faceva contro il comunismo, al giorno d’oggi è il diverso ad esser preso di mira.

Il recente film “Genitori & figli” rappresenta, tra l’altro, uno dei problemi attualmente esistenti presso i giovani: un rigurgito di forte razzismo e forme di bullismo nelle scuole. Dove hanno sbagliato la società, la scuola, la famiglia?

Si sbaglia quando di fronte al rinascere di culture, come il nazifascismo, non si mette sufficiente attenzione da parte della scuola e della società nel contrapporre una cultura diversa. Si rimuove la storia quando è dal nostro passato che dobbiamo imparare. E’ quindi fondamentale ristabilire una cultura della tolleranza opposta a quella dell’odio che al giorno d’oggi, anche se propagata da un’estremità politica, ha contagiato tutta la società. E’ sicuramente questo il più grande demerito che ha la Lega in Italia.

Per finire, come nei telegiornali, lo sport. Nel libro lei sottolinea come fabbriche dell’estremismo di destra siano diventati gli stadi. E’ impensabile sperare in una presa di posizione da parte delle società di calcio contro determinati fenomeni razzisti e neofascisti? Penso soprattutto alla futura costruzione di stadi privati per club che potrebbero diventare nuovi templi per la fede, calcistica e politica…

Una presa di posizione non risolverebbe comunque il problema e le società sono troppo divise tra aspetti commerciali e la necessità di avere una tifoseria forte. Andare contro i propri tifosi sarebbe dannoso e la linea politica scelta è quella della prudenza e del “benestare tacito”. Dall’altra parte, i movimenti politici hanno capito di poter far leva sulla fede calcistica e hanno trovato nelle curve un terreno dove ottenere consenso. Si tratta ancora di contrapporre una cultura ad un’altra. I mezzi di informazione e le società sportive hanno di sicuro avuto il torto di assecondare e tollerare troppo nel passato. Ciò nonostante la Legge Mancino comporta mezzi per reprimere idee razziste e xenofobe e la repressione è fondamentale e deve essere implacabile, quando necessaria. Basti vedere come in Gran Bretagna siano riusciti a limitare gli hooligans. Le leggi sono necessarie, così come servono iniziative politico culturali e di tolleranza. E nel campo di gioco, il messaggio principale dello sport, di unione e fratellanza, non deve mai essere dimenticato, soprattutto non da chi il gioco lo pratica.

Il libro: “L’orda nera” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, ed. BUR 2010, € 9,80

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

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Il sofisticato programma di censura informatica iraniano è stato fornito da aziende europee. Quali sono le nostre responsabilità, o necessità, da europei nei confronti del regime di Teheran?

In una Teheran che profuma di boccioli di primavera, monossido di carbonio e aromi e veleni da Mille e una notte, lo scrittore persiano Shahriyar Mandanipour racconta, nel suo ultimo romanzo Censura. Una storia d’amore iraniana, le traversie d’amore tra Dara, aspirante regista e dissidente con trascorsi in galera, e Sara, giovane studentessa di letteratura.

Ambientato nell’attuale Iran dove due giovani non sposati non possono né incontrarsi né guardarsi negli occhi in pubblico, il romanzo si presenta come un’opera letteraria che da un punto di vista stilistico elude la censura governativa attraverso tecniche narrative – quali flusso di coscienza e autocensura dello stesso autore, che ha sbarrato le frasi considerate immorali dalle norme islamiche– e da un punto vista contenutistico descrive la storia d’amore tra due giovani iraniani che per comunicare scrivono messaggi in codice nei libri che amano: dal Piccolo Principe all’ Insostenibile Leggerezza dell’Essere, passando anche per i classici delle letteratura farsi come The Blind Owl.

Questa opera, oltre a essere diventato un caso editoriale per aver profetizzato la morte della studentessa Neda, è capace di delineare i contorni di una letteratura capace di aggirare una censura che nega libertà di parola, pensiero e sentimenti. Una situazione per cui, come sostiene Mandanipour, gli scrittori iraniani sono diventati i più educati, i più maleducati, i più romantici, i più pornografici, i più politici, i più realisti e i più postmoderni del mondo.

Oggigiorno, se una censura su tematiche politiche e morali riesce ad essere irretita da una letteratura sempre più complessa e creativa, non si può pretendere lo stesso esito in uno dei settori preponderanti delle società moderne: la censura informatica.

La censura informatica in Iran e Cina

L’articolo Iran’s Web Spying Aided By Western Technology,apparso sul Wall Street Journal lo scorso giugno, ha suscitato non poche polemiche sul coinvolgimento del consorzio europeo, formato da Nokia e Siemens, nel fornire il governo iraniano di un sofisticato sistema di censura e controllo di Internet. Questo sistema di filtraggio permette di scovare i dissidenti informatici attraverso email, chiamate telefoniche, immagini e messaggi di social-network come Facebook e Twitter. Lo spunto interessante di questa controversia non è tanto la similarità del sistema di censura informatica iraniano con quello cinese, considerato uno dei più avanzati al mondo, bensì i fornitori di tali strumenti.

In Cina è noto che La Muraglia di Fuoco – così soprannominato il sistema di censura – è stato assistito dai tre colossi dell’informatica americana: Microsoft, Google e Yahoo (quest’ultima resasi protagonista della più eclatante collaborazione con Pechino,avendo fornito alle autorità cinesi, tra il 2004 e il 2007,i dati personali dei suoi clienti, permettendo di individuare e arrestare gli utenti «indisciplinati»); tuttavia è ancora più nota l’interdipendenza economica e politica tra Pechino e Washington nel contesto geopolitico della Cinamerica. Quindi, non esistono solo i presupposti di un accordo tra colossi americani e Pechino per entrare nel mercato cinese, ma anche il consenso della dirigenza americana alla stabilità politica della Repubblica Popolare Cinese.

A questo punto, ci si dovrebbe domandare perché i fornitori del sistema di censura iraniano non siano americani, ma europei. Senza sottolineare la risaputa avversità statunitense al controverso programma nucleare iraniano, sarebbe da considerare il quadro di necessità energetica in cui l’Europa si ritrova.

Il gasdotto Nabucco e i rifornitori del Caucaso e del Caspio

Il progetto di gasdotto Nabucco – unico progetto alternativo all’attuale condizione di  dipendenza europea dal gas russo e naturale rivale dei gasdotti Gazprom North Stream e South Stream – si scontra con le numerose questioni riguardanti i fornitori di gas nell’area del Caucaso e del Mar Caspio.

Se i presidenti di Turchia, Georgia e Azerbaijan hanno firmato la dichiarazione finale per supportare il Nabucco al summit europeo sul SouthStream Corridor (Praga,maggio scorso),altrettanto non hanno fatto quelli di Kazakhstan, Uzbekistan e Turkmenistan. Il caso turkmeno è il più rilevante:

l’Unione Europea si è lasciata sfuggire i giacimenti della regione, considerati terzi al mondo stando alle stime della società di consulenza inglese Gaffney, Cline & Associates. Si tratta di una quantità , stimata dai 4000 miliardi di metri cubi ad un massimo di 14000 miliardi di metri cubi, finita in mani cinesi: alla fine di quest’anno il Turkmenistan comincerà a immettere gas attraverso la nuova pipeline turkmeno-cinese che attraversa la provincia dello Xinjiang. Un fatto che spiegherebbe la recente sponsorizzazione mediatica occidentale alle rivolte Uigure dalle origini, in realtà, decennali.

Se i rapporti tra l’Ue e i paesi filo-russi e cinesi nell’area caucasico-caspica si stiano dimostrando più complessi del previsto, quella dei paesi filo-europei non si presenta meno complicata. Nel 2014, con il termine del Nabucco, l’Azerbaijan farà partire i primi flussi di gas per  l’Europa attraverso il gasdotto BTC-SCP (Baku-Tbilisi-Ceyhan o South Caspian Pipeline) che sarà collegato al Nabucco; è uno scenario che presenta due problemi principali. Il primo è la quantità dei flussi: viene infatti stimato che il gas azero riuscirà a coprire solo il 5% del fabbisogno energetico europeo. Il secondo problema riguarda la particolare instabilità politica della Georgia, paese in cui passa il BTC.

L’invasione russa della Georgia (2008) è stato una prova di forza  che ha dimostrato l’impossibilità del ex satellite sovietico di esercitare politiche economiche autonome e la vulnerabilità del BTC. Infatti, da un lato lo stanziamento delle truppe russe nei porti georgiani di Batumi e Supsa ha bloccato l’esportazioni del greggio, dall’altro i bombardamenti russi del BTC, che lo hanno danneggiato solo in parte, sono stati un messaggio chiaro all’Ue e Usa (pratrocinatore del Nabucco). Come prospetta il rapporto Russia, Georgia and Energy security della Securing America’s Future Energy in caso di un inasprimento della situazione dei mercati energetici, il Cremlino, da prove di forza, può passare a un attacco diretto al BTC. Sono nuovi venti di guerra tra Russia e Georgia, fomentati non solo da futuri contesti energetici, ma anche dal rifornimento di armi al governo georgiano filo-occidentale di Saakashvili da parte di Ucraina, Israele e Nato.

La complessità e l’incertezza della situazione georgiana non può assicurare l’UE circa la possibilità dei giacimenti del Mar Caspio. In una logica stringente, l’unico paese che potrebbe assicurare una indipendenza energetica all’Europa è l’Iran, secondo paese al mondo per estensione di riserve di gas e appoggiato nel contesto internazionale dalla Russia.

Iran e il gasdotto Nabucco

Lo scorso luglio ad Ankara, è stato siglato l’accordo di transito del Nabucco da Turchia, Austria, Bulgaria, Ungheria e Romania. Secondo gli analisti di mercato, l’accordo nasconde l’inclusione dell’Iran in certi articoli. Infatti, la sezione 8 dell’articolo 2 dell’accordo definisce gli Initial Entry Points come the starting points of the Nabucco Project at any three points on the eastern or southern land borders of the Republic of Turkey as selected by Nabucco International Company, and, subject to agreement by the Nabucco Committee in consultation with Nabucco International Company, any other point at the eastern or southern Turkish border. The exact location of the Initial Entry Points at the respective borders is subject to the standard permitting and related authorization procedures.

La sezione mostra come l’Iran sia menzionata come uno dei tre, più uno opzionale, Initial Entry Points del Nabucco, evitando così di nominarli. Come un funzionario del Nabucco ha affermato al quotidiano turco Todays Zatman, l’articolo è concepito in modo tale da includere l’Iran solo in una fase avanzata del Nabucco, utilizzando l’espressione initial entry points piuttosto che supplier country. Questa scelta evita l’allusione a una potenziale coinvolgimento dell’Iran, per anticipare un potenziale blocco economico da Washington.

Inoltre, è da considerare che la BOTAŞ – compagnia nazionale turca dei gasdotti e partecipante al Nabucco – ha già pipeline collegate dall’Iran e Azerbaijan, dimostrando la reale vicinanza dell’Iran a diventare uno dei potenziali fornitori di gas dell’Ue.

Compresa l’importanza dell’Iran nel contesto energetico europeo, resta da intuire il motivo per cui aziende e paesi europei coinvolti nel progetto Nabucco siano volti a stabilizzare o mantenere lo status quo del regime iraniano. Le prime attraverso la fornitura del sistema di censura informatica e le seconde attraverso la condiscendenza ai brogli elettorali iraniani, riportati dal think tank britannico Chatam House. Tale tolleranza europea è da comprendere nei programmi elettorali degli avversari politici di Ahmadinejad. I tre sconfitti delle scorse elezioni iraniane sono i rappresentanti delle più importanti minoranze etniche: il leader dell’opposizione riformista Mousavi, nato nell’Azerbaijan orientale, è turco azero (24% della popolazione iraniana); mentre Karroubi – l’altro esponente dell’ala riformista – è luri (2% della popolazione). Il terzo candidato, il conservatore Rezai di origini arabe ahwazi (3% della popolazione), ha avuto un ruolo marginale a causa del ruolo dominante del più noto reazionario persiano Ahmadinejad.

Per comprendere la rilevanza delle minoranze etniche in Iran, basta considerare che i persiani rappresentano solo il 51% della popolazione iraniana. Il rimanente è composto da minoranze etniche che variano – oltre a quelle già citate – dai Gilaki ai Mazandarani (8% della popolazione) fino  ai Curdi (7% della popolazione), i Baluci (2% della popolazione) e i Turkmeni (2% della popolazione): un contesto di minoranze articolato e complesso da governare.

Durante la campagna presidenziale, Mousavi ha dichiarato pubblicamente che la diversità etnica dell’Iran deve essere accolta con benevolenza, asserendo che attraverso la storia, le minoranze etniche dell’Iran hanno vissuto in una pacifica coesistenza e che quindi non possono essere considerate come un problema di sicurezza [NdA s’intendono i movimenti separatisti Curdi a nord e i Baluci a sud-est]. Inoltre ritiene che non ci dovrebbero essere delle speciali restrizioni sulle minorità della Repubblica Islamica.

Se l’ala riformista iraniana ha cercato un dialogo e l’appoggio elettorale delle minoranze, il governo di Ahmadinejad,invece, ha utilizzato il pugno di ferro verso queste.

Come riportato dal Annual Report on International Religious Freedom (2008) il governo iraniano è colpevole di discriminazioni sessuali, etniche e religiose. In particolare nei confronti dei credenti Baha’is, sottoposti a detenzioni, persecuzioni e minacce sulla base del loro credo religioso.

L’idea di una fratellanza tra i popoli iraniani, proposta dai riformisti – ritenute più o meno credibili dalle stesse minoranze – potrebbe generare degli scenari futuri economici e  politici svantaggiosi per l’Europa: da anni gli Arabi Ahwazi maggioritari nella regione del Khuzestan – ricca di giacimenti petroliferi e gasiriferi, tra cui l’ Azadegan, il più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni – denunciano la mancata ridistribuzione dei proventi del greggio e il reinvestimento di questo nello sviluppo dell’economia locale. Se da un lato, assecondare le richieste Curde significherebbe allentare la presa sul Pejak – ramo iraniano del Pkk/Kadek –, dall’altro porterebbe Teheran a essere in rotta di collisione con Ankara. La dura repressione dei movimenti separatisti curdi accomuna le due nazioni.

Il punto centrale della questione è che se avessero vinto i riformisti, le politiche economiche iraniane, sarebbe state più nazionaliste. Quindi la stabilizzazione del governo di Ahmadinejad rappresenterebbe per l’Europa, intesa come insieme di politiche estere degli stati nazionali aderenti al Nabucco e degli interessi delle lobby energetiche europee, una garanzia circa le quantità di gas prefissate dal Nabucco e quindi a una totale o parziale indipendenza energetica europea dalla Russia.

Ci sarebbe da domandarsi se dietro ai riformisti Mousavi o Karroubi ci sia l’ombra del primo ministro iraniano Mossadeq, destituito dalla Cia e dai servizi segreti britannici nel 1953 per aver tentato di nazionalizzare la compagnia petrolifera inglese AIOC (Anglo-Iranian Oil Company, oggi BP). Ma forse dovremmo prima capire che Il sogno europeo, così come concepito da J. Rifkin, che vede l’Ue come una nazione dispensatrice di pace e stabilità politica attraverso una deontologia politica, non è tramontato: semplicemente non è mai esistito.

Luca Magonara

Il porto sepolto

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

G. Ungaretti

Poesia. Una parola intrigante, carica di significato, dolcemente riempita di emozioni, di aggettivi che la qualificano. Cos’è la poesia? Cosa la rende tale da essere considerata un magico punto d’incontro tra gli uomini? Questa la domanda centrale della conferenza svoltasi a Trieste il primo dicembre presso la Scuola Superiore di lingue moderne per Interpreti e Traduttori. Questa la domanda a cui ha risposto poeticamente Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, noto soprattutto per il suo impegno contro il razzismo. Tutto è stato meravigliosamente facile: ascoltare l’autore parlare di poesia, immergersi in quella dimensione, comprenderla. È stato tutto così piacevolmente normale senza quell’inquietudine iniziale che assale chiunque si cimenti con essa.

Poesia è magia, incanto. È amore e violenza nel medesimo istante. Essa è testimonianza, è secondo la definizione utilizzata da Pavese, l’espressione della condizione umana. La si ritrova in quel grido disperato perfettamente riconoscibile della sofferenza. Nel grido dei poeti francesi della Resistenza, come René Char ” J’ai difficulté de me rencontrer dans le fil de l’évidence”. Essa rappresenta l’uscita dall’isolamento, dall’emarginazione. Dov’è la poesia? Al di là del visibile. Impalpabile, ma c’è. Se ne sta in disparte con aria fintamente distaccata ma sempre pronta a catturare ognuno e a portarlo nel mondo del poeta sofferente, del poeta allegro, del poeta malinconico. Quel mondo così stranamente somigliante a quello reale perché la poesia si configura come una traccia, come un passaggio che regge il pesante emblema del mondo universale. Ben Jelloun mette in evidenza l’importanza di questa dimensione. La necessità di staccarsi da un’ottica che presuppone il limite dell’identità e delle diverse culture e civilizzazioni, sottolineato con notevole insistenza dal mondo occidentale. Il dovere di non interpretare in modo erroneo la condizione umana, di evitare la definizione e la catalogazione per sfuggire ad una generalizzazione e caricatura delle stesse culture. La poesia non delimita. La poesia è soltanto un’umile rivelazione dell’umano. Essa è mezzo di comunicazione universale. Non sopporta la debolezza ed è per questo che si annuncia con vitalità, con vigore. Non si serve di mezzi termini, perché odia l’ipocrisia. Il poeta non ha ispirazione. O scrive o non scrive. Esprime i suoi disagi, le sue gioie viscerali e ugualmente diventa portavoce del pathos dell’umanità.

Chi è il poeta? Ruolo difficile da definire. Non è un saggio. Non fa parte della schiera dei “sani”. Ma è colui che aggiunge alla propria vita un po’ di eccentrica follia, sperimenta il proprio io, sfida insistendo il mondo irreale della parola a cui non sa resistere…

L’autore accompagna il pubblico in questo mondo, lo fa citando poeti, riportando testi e afferma con forza l’elemento distintivo della dimensione poetica: “l’endourance”. La poesia resiste al tempo; al tempo incalzante, incurante della pausa, della riflessione, della tranquillità. La poesia si oppone al nuovo valore del mercato economico; non è distrutta dalla diffidenza e dall’indifferenza dell’editore. L’imperativo categorico di Ben Jelloun è “la poesia deve continuare”. Ed essa silenziosamente continua. Continua nelle note dei cantautori, nelle notti di due cari amici che timidamente leggono Prévert. Continua nella volontà dei traduttori di rendere accessibile il testo poetico a tutti. Permane nel sogno di molti, nell’anima di alcuni, nella penna di altri. Resta scritta violentemente in una pagina di appunti strappata che scivola delicatamente da un quaderno…cade a terra, viene raccolta, letta e portata via dall’io bisognoso che da lungo tempo cercava l’espressione delle sue parole incompiute.

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Flickr Photos

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