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Quando mio padre mi propose di partire con lui per Santiago de Compostela fui subito entusiasta, anche se pensavo che sarebbe rimasto un sogno nel cassetto dato che non facevamo un viaggio insieme dalla lontana estate 2003. Invece non è stato così, e il 24 aprile siamo partiti per Madrid in aereo da Venezia pronti per l’avventura. Beh, dopo aver dormito per l’ultima notte in un letto con lenzuola, la mattina del 25 aprile abbiamo iniziato il nostro percorso a 160 KM da Santiago. Giustamente, per cominciare, abbiamo pensato bene di fare una tappa di “soli” 27 km, arrivando alla meta con le gambe e la schiena a pezzi, il collo bruciato dal sole e con tanta voglia di lavarci e fare una bella dormita. Il mattino seguente siamo partiti di buon mattino anche se le gambe facevano fatica ad avanzare, abbiamo camminato immersi in un paesaggio veramente

meraviglioso, quasi magico: il Cammino infatti si snoda parallelamente alla strada asfaltata e attraversa dei borghi di 2-3 case, spesso fattorie, che sembravano uscite da altre epoche; inoltre molti tratti hanno una forte pendenza e la fatica ti impedisce di parlare, ma allo stesso tempo aumenta la tua capacità di pensare, di concentrarti su te stesso, sui tuoi sentimenti e sui tuoi rapporti con gli altri, in una maniera che, almeno personalmente, non avevo mai provato prima. Credo che questo sia stato uno degli insegnamenti di questo percorso: la possibilità di fermarsi, i non dover far altro che camminare e pensare, riflettere sulle cose importanti, ma che normalmente sono sovrastate da scadenze superflue. L’altro grande regalo che mi ha fatto il Cammino è stata la possibilità di passare ben 12 giorni con mio padre, sempre insieme,

poterci raccontare molte cose, e per conoscersi meglio: abbiamo parlato molto anche di argomenti più intimi, dei nostri sentimenti, scoprendo un suo lato meraviglioso ma a me fino a quel momento sconosciuto. A partire dal quarto giorno i dolori si sono calmati sensibilmente e quindi il percorso si è fatto, per così dire più, semplice. In questo modo ci siamo goduti di più ciò che ci circondava e che si poteva attraversare solo a piedi, abbiamo compreso il valore del tempo e

della possibilità di muoversi senza difficoltà. Siamo riusciti a conoscere diverse persone, perchè bene o male, i chilometri che si percorrono in un giorno sono 25 e i luoghi dove fermarsi a dormire sono talmente pochi che hai difficoltà a non incontrarti: è così che abbiamo conosciuto alcune persone con cui la sera ci si ritrovava in albergue, distrutti ma felici,e ci si raccontavano gli aneddoti della giornata, sul coloro che erano oramai diventate le macchiette del cammino.

L’ultima sera ci siamo fermati, dopo aver camminato quasi ininterrottamente per 10 ore, nel mega complesso che hanno costruito alle porte di Santiago: eravamo proprio distrutti ma abbiamo passato la serata più piacevole dell’intero cammino, cenando con tre delle persone con cui avevamo legato durante il viaggio,parlando, senza far caso alla differenza di età e ai problemi di comprensione dovuti al fatto di parlare lingue differenti. Il mattino seguente, siamo partiti tutti alla volta della cattedrale di Santiago: per fortuna era il Primo maggio e la città dormiva ancora

quando siamo l’abbiamo attraversata. Quando siamo arrivati davanti alla chiesa tutti ci siamo commossi. Non so se fosse dovuto all’aspetto religioso della nostra impresa, o alla soddisfazione di avercela fatta da soli con le nostre gambe e le nostre spalle, ma le lacrime di gioia venivano dal cuore e non ero in grado di fermarle. Poi siamo andati farci consegnare la Compostela, il certificato che avevamo raggiunto Santiago e, dopo al esserci riposati, siamo andati alla messa di mezzogiorno, durante la quale ho provato dei sentimenti totalmente contrastanti: l’emozione della messa,dedicata a noi, a coloro che quel giorno erano arrivati da mezzo mondo per rendere onore al Santo, e la rabbia per tutti quei turisti che durante la funzione, non curanti della presenza di persone che avevano camminato anche per 750 km per vivere questo momento, facevano foto a tutto spiano, parlando con un tono di voce totalmente improprio per il luogo dove si trovavano.

Per concludere il mio tentativo di descrivere questa esperienza, il mio consiglio, credenti o meno, è di provarlo perché lascia un segno dentro che rimarrà per tutta la vita, che nessuno potrà togliervi e che chi non ha fatto la medesima esperienza non potrà mai capire a pieno.

Leonetta Pajer

Parto all’avventura per il mio Erasmus quando in Italia è ancora estate e si può ancora andare tranquillamente in spiaggia.  Arrivo a Liegi (Belgio) e il mare me lo sono già scordato. Ad attendermi, infatti, ci sono circa dieci gradi di differenza, piove e c’è un vento quasi polare, ma soprattutto c’è lo scontro totale con una lingua per me quasi assolutamente nuova: il Francese.
Si dice che i primi giorni siano i più difficili; per me la regola non ha assolutamente fatto eccezione!! La prima settimana l’ho passata a cercare casa, anzi come direbbero i Liegini, un KOT (case pensate appositamente per studenti e articolate su più piani).  Non ho avuto subito fortuna ma con un po’ di sforzi e molte telefonate sono riuscito a “sistemarmi” e ho pensato (forse un po’ ottimisticamente) che il peggio fosse passato.  Ovviamente mi sbagliavo e mi sono trovato di fronte ad un ostacolo assolutamente insormontabile in quel momento: l’iscrizione all’università.  Iscriversi all’università non è mai molto semplice ma oltre ai soliti problemi con la lingua sono subentrati anche degli altri inattesi problemi con la burocrazia: non solo avevo dimenticato di compilare parte della modulistica, ma non risultavo affatto iscritto…  Sono stati giorni terribili: non capivo assolutamente nulla, non conoscevo quasi nessuno, mi mancava l’Italia, litigavo per ore al telefono con le varie segreterie e forse non sarei neanche riuscito ad iscrivermi all’Università…  Ero distrutto!!
Poi le cose si sono sistemate, il kot si è popolata di un sacco di persone diverse e molto interessanti (spagnoli, tedeschi e ovviamente tanti italiani), ho iniziato a capire la lingua e per fortuna sono riuscito ad iscrivermi a tutti i corsi.
Dopo tutte queste peripezie, quando mi sono veramente sistemato (senza le virgolette questa volta) i mesi sono volati via.  Ho avuto il tempo di pensare, di viaggiare di conoscere, di confrontarmi, di studiare e anche (perché no?) di fare un po’ di festa.
Con gli amici (sia quelli che ho conosciuto là, sia quelli che sono venuti a trovarmi) ho visitato mezzo Belgio, ho provato un’infinità di birre (se per caso capitate dalle parti del Belgio non potete perdervele!!), e quanto ormai la mia avventura stava per terminare, ho anche incontrato Romano Prodi a Bruxelles.
Ci sarebbero ancora un’infinità di aneddoti e di situazioni (diciamo particolari), da raccontare, ma preferisco lasciarvi scoprire da soli le mille sorprese che un Erasmus può riservare.
Quindi voglio augurare a tutti i novelli vincitori delle borse un grande “in bocca al lupo”, per uno scambio il più divertente possibile (magari meno “complicato” del mio).

Marco Brandolin

Flickr Photos

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