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Non è che mi aspettassi che Bertinotti venisse portato in trionfo e usato come ariete per sfondare il portone del comune reazionario.Ma insomma,pur sempre del comizio di un partito comunista si trattava.
Diciamo che le premesse non erano state delle migliori:scoprire che l’incontro si sarebbe tenuto in un piccolo teatro,allontanava il sogno di vedere fiumi di operai invasati sulle note di Bandiera Rossa.Però un po’ci credevo,speravo che ci fossero almeno quei pensionanti militanti,malevoli e astiosi,che passano le giornate sugli autobus a diffondere ventate di pessimismo.A vedere la platea,veniva voglia di dire che non ci sono più i comunisti di una volta,o forse proprio i comunisti.Il che può far ridere,perché una volta non ero neanche nato.Non so,sarà che il passato viene sempre ingigantito nei ricordi,però è difficile non credere allo zio che,quando vede un quarto di vino,inizia a raccontarti la storia delle feste dell’Unità dal’64 a oggi,quello che è scappato di casa per andare al funerale di Togliatti ed è rimasto là con la testa.Oppure alla nonna democristiana,che quando ti raccontava le fiabe della buonanotte battezzava il lupo cattivo Stalin e che,quando ha scoperto dove era scappato suo figlio,ha sistemato uno sgabello davanti alla porta e l’ha aspettato armata di cinghia e acqua santa.
Così,al Miela speravo di trovare almeno un’atmosfera cospiratoria:immaginavo decine di personaggi ingobbiti,curvi sotto il peso dello sfruttamento borghese,avvolti in una cappa di fumo da bar di Belgrado.Falci e martello ovunque,sindacalisti incazzosi,un’esposizione di scalpi di bambini.O almeno un Della Valle con la maglietta del Che e sigaro cubano.E invece niente,le stesse facce anonime di ogni giorno.Un ambiente più morto che ad un Concilio Vaticano.
Un po’deluso,mi sono seduto fra un cattolico della rete Lilliput e un diessino pentito,ad aspettare che comparisse la nostra avanguardia rivoluzionaria.Se la platea non era proprio infiammata,speravo che fosse almeno infiammabile.E invece,quelli che si sono presentati avevano più l’aria da pompieri che da piromani:tre oscuri dirigenti di partito,la mediocrità fatta persona e parola,e due donne over 60.Al centro,naturalmente,troneggiava il Lider maximo,palesemente distrutto dai precedenti comizi e vestito persino meglio che da Vespa.Unica,lieta sorpresa,un rappresentante dei lavoratori precari,che ha interrotto la sfilza di politucoli nostrani con un intervento da Piazza Rossa nel’17.Davvero un personaggio notevole:magro e occhialuto,parlata incerta ed erre moscia alla Agnelli,ma una carica da bombarolo e il coraggio di criticare Bertinotti a mezzo metro di distanza.Mi piace immaginarlo,adesso che sarà disperso in Siberia,fiero e ringhioso anche mentre spacca legna sotto tonnellate di neve,con quel sorriso da pazzo giulivo che nemmeno Calderoli.
Ma,oltre al nostro Ciò Guevara,il nulla,almeno fino al comizio di Bertinotti.Che,nel frattempo,era riuscito a deliziarci con un’incredibile gamma di espressioni scimmiesche,testa penzolante e palpebra calante.Ma,quando ha preso la parola,è stato uno spettacolo.È il Dorian Gray dei comizi:parte esausto e finisce con una carica tale che potrebbe abbattere il Palazzo d’inverno a morsi.Parla sulla tre quarti,come se gli stessero tirando il collo,e si esalta nei punti forti del discorso,schiaffeggiandosi le mani e saltellando.Ricorda King Kong nelle movenze e Ancelotti nell’inarcare il sopracciglio.Un ballerino del comizio,impossibile da arginare.Non c’è che dire,ha reso la platea finalmente partecipe:si è lasciata andare persino ad un paio di ovazioni.E pensare che non è stata pronunciata una volta la parola proletariato.
È a quel punto che uno si sarebbe potuto aspettare che la gente iniziasse a cantare con trasporto qualcosa come l’Internazionale.Invece niente,l’altoparlante ha diffuso giusto l’ultima strofa di Bella Ciao,nell’indifferenza generale,e poi ha attaccato con Messico e nuvole.Però Bertinotti ha iniziato a firmare gli autografi.

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In qualunque modo la si voglia vedere,il primo mese di non-governo dell’Unione ha avuto un solo,vero protagonista:Massimo D’Alema. Non Prodi,che con lui dovrà fare i conti e non ha ancora potuto formare il suo governo;non Bertinotti,accontentato come un bimbo capriccioso ed ingessato nella sua nuova veste istituzionale;e nemmeno Napolitano,eletto comunque in opposizione:al baffetto d’Italia,al centro-destra,al fattore K e pure al buon senso,che vorrebbe un presidente nato almeno dopo la ferrovia.
D’Alema ha monopolizzato la scena,non si sa quanto volontariamente o meno,e,come spesso accade quando è lui a tirare le fila,si è capito ben poco. Sarà che è sempre stato un uomo contraddittorio,almeno a vederlo a centinaia di chilometri da palazzi,salotti e salottini:uomo di rottura e compromesso,appassionato contestatore e politico finissimo,sembra vittima della sua stessa intelligenza,in nome della quale è spesso costretto a compier scelte contrarie alla sua ambizione,o altrimenti inspiegabili. Certo,può sembrare davvero eccessivo voler tentare di capire una persona che,negli anni dei duri e puri,tirava molotov contro la polizia fascista e guerrafondaia,se poi la si ritrova nel ’99 ad ordinare il bombardamento della Serbia. O se pensiamo anche al suo arrivo a quel governo,dopo aver stragiurato di non voler fare il Presidente del Consiglio senza investitura popolare. Tutte scelte apparentemente contraddittorie,quasi quanto il suo rapporto con la socierà civile.
Ma sono anni difficili,con la Prima Repubblica ormai defunta e la Seconda ancora da sognare;e allora,possiamo forse pensare che il suo atteggiamento di fronte a Berlusconi sia frutto della confusione di quel periodo. A dire il vero,sembra più un comportamento schizofrenico,che caotico. O,forse,autenticamente politico. Si passa dalla lotta dura senza paura contro l’anomalia del sistema democratico,alla magnanimità sul conflitto d’interessi,fino ai presunti inciuci della Bicamerale,splendido laboratorio politico che a nulla portò,se non alla caduta di Prodi.
Difficile giudicare una personalità così poliedrica. Impossibile allontanare il sospetto che,forse,il gioco di squadra non è la sua dimensione ideale. Assolutamente inevitabile leggere nella sua bocciatura al Colle un regolamento di conti aperti nel passato. Se alla Camera l’esito poteva sembrare scontato,per la tentazione di imbalsamare Bertinotti e perché lo stesso vecchio sindacalista era pronto a riesumare l’orgoglio proletario in nome dell’occupazione delle poltrone,al Quirinale la situazione era diverso:lo skipper di Gallipoli sembrava veleggiare sicuro verso l’elezione,alcuni sostengono spinto dalle correnti berlusconiane,pronto a porsi al timone non più dell’Ikarus,ma dell’intero Transatlantico. E invece,adesso rimane solo da chiedersi se Massimo il navigatore non ha scelto troppo presto il suo lato di regata,o se forse qualcuno gli ha fatto girare il vento;probabilmente,più che all’Olimpo,sarebbe il caso di rivolgersi al nuovo Eolo di Palazzo Chigi…Sempre che D’Alema,da tattico lungimirante,non abbia scelto dal principio di lasciare la gara nobilmente,in previsione di un ben più importante giro di boa,quello del non troppo lontano(pare)dopo-Prodi.
E infatti,il nuovo passo indietro di D’Alema ha portato ad una celebrazione quasi inedita per uno sconfitto,seconda forse solo a quella di Ettore di Troia e di Massimo Moratti. Dicono che una persona si riconosca da come si comporta sul campo di gioco;chi ha conosciuto D’Alema da giovane,giura che fosse un ottimo giocatore di ping-pong. Ecco,per me non è difficile vederlo confondere l’avversario,imbrigliarlo in un gioco di palle lente e tagliate,per piazzare poi,dal nulla,un’accelerazione imprevista. E non è così improbabile ipotizzare che il suo prossimo rivale sarà,ancora una volta,l’ormai non più bonario Prodi.

Andrea Luchetta

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