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E’ calata la ghigliottina sul contratto di primo impiego e forse anche sulla testa del suo primo sostenitore, Dominique de Villepin.
Il primo ministro ha giocato il suo asso e la Francia ha risposto; gli studenti hanno vinto la  lotta di riconquista del proprio futuro, delle proprie certezze. Il voto dell’Assemblea nazionale del 12 Aprile ha celebrato l’allegro funerale del CPE, imposto, tra cori e danze, da una moltitudine trasversale che ha marciato nei boulevards, facendo cadere l’intonaco dai palazzi istituzionali per oltre due mesi.
Il CPE, assurto, nella mentalità collettiva, a nemico numero uno dei lavoratori, era stato concepito come soluzione alla feroce disoccupazione che colpisce i giovani francesi.
L’idea di base  era quella di sostituire i contratti a termine molto diffusi tra i giovani, offrendo una nuova formula di contratto indeterminato che prevedesse specifiche forme di tutela e garanzie al lavoratore. In caso di licenziamento e trascorsi almeno 4 mesi dall’assunzione, l’ex dipendente avrebbe avuto diritto a una cospicua retribuzione forfetaria, senza contare i vantaggi previsti dall’ormai defunta legge in materia di diritto alla formazione e facilitazioni per l’accesso a un casa. Un contratto per aiutare i giovani, insomma. Solo che prevedeva un certo “periodo di consolidamento dell’impiego”…24 mesi(due interi anni, si noti), durante i quali il contratto concedeva al datore di lavoro la pericolosissima facoltà di licenziare in qualunque momento, senza giusta causa o giustificato motivo un dipendente con meno di 26 anni.
Una legge per i giovani e da questi rifiutata, naturale: uno sente parlare di solidarietà verso i giovani e poi legge del consolidamento d’impiego, quale meraviglioso eufemismo! Chi l’ha concepito o era dotato di scarso senso dell’umorismo, o era uno capitato lì per caso, o credeva che  i tempi delle proteste fossero finiti e gli studenti tutti rimbecilliti a guardare O.C. Sbagliava profondamente.
Questa primavera francese ha dato una netta indicazione: gli studenti, figli e protagonisti dell’era moderna ne hanno rifiutato uno degli assunti più biechi, la precarietà. La rapida trasformazione dell’esperienza sociale del lavoro rischia, infatti, di destabilizzare un’intera generazione, e minare  le fondamenta e la credibilità del mondo che viene consegnato dagli adulti ai giovani. I primi che ancora siedono su una poltrona che è salda e cercano di spiegare ai secondi che le loro seggiole di plastica stenteranno a reggere e che è giusto così, perché questa è la modernità, dinamica, flessibile, precaria, e va accettata. E invece no. La flessibilità, è vero, nasce dall’esigenza di ridurre le rigidità che ostacolano la crescita di un’economia e della sua competitività. Tuttavia, non solo ha condotto a salari più bassi e ad una minor sicurezza dell’impiego, ma ha avuto talvolta effetti negativi sull’economia, in termini di riduzione della domanda di beni, a causa di più bassi livelli di reddito e maggior incertezza. Contrazione della domanda aggregata significa, inoltre, minore livello occupazionale. Se a tutto ciò si aggiunge che, per un paradosso logico, il lavoratore flessibile,con maggior probabilità di essere licenziato, riceve, in media, un salario più basso, allora diventano comprensibili i malumori, le frustrazioni di chi, dopo anni di studio matto e disperatissimo, si avvia claudicante verso il mondo del lavoro.
Il lavoro e la sua etica perdono il ruolo centrale nei processi sociali, detenuto nella società industriale. L’indebolimento  del lavoro come diritto, come strumento di partecipazione attiva alla società, non può che causare scompensi agli equilibri esistenziali di generazioni,soprattutto nei rapporti con le istituzioni. Da qui il sentimento di malessere che pervade i giovani, istruiti e post-industrializzati, molte lauree e poche certezze; dalla precarietà del lavoro ad un’esasperata precarietà dell’esistenza. Non si può lasciar correre una carrozza impazzita senza cocchiere. Così oggi non ci si deve limitare a mere strategie tecnico-economiche, un problema che prima che di numeri è fatto di persone, va gestito con politiche di ampio respiro, tali da curarne le piaghe di natura culturale e sociale. Lo Stato dimostri di pensare ai propri figli e se ne faccia carico: se flessibilità dev’essere, allora vi siano anche maggiori misure di protezione sociale. E in questo clima l’Università assuma il ruolo che le spetta, stendendo un terreno culturale di riflessione adatto all’ascolto dei giovani e delle loro difficoltà, per restituire fiducia e sentimento del futuro a coloro che lo dovranno costruire.
Chiedetevelo, in che mondo vogliamo vivere?

Ian Hrovatin

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Sembra non trovare pace questa Francia, che ha ancora negli occhi le immagini delle auto in fiamme, delle banlieues  in rivolta e dei loro figli dimenticati in cerca di riscatto e che oggi affronta una nuove paralisi,ben piu’ trasversale ed estesa,in grado di mobilitare un intero popolo contro il governo e contro l’ormai famoso CPE.
Alla base di tutto un binomio che riguarda il mondo intero,disoccupazione e flessibilità,chimera e bellerofonte,che il governo francese aveva creduto di armonizzare e risolvere  nel contratto di primo impiego. Questo,permettendo ai datori di lavoro di licenziare i dipendenti sotto i 26 anni senza offrire una giusta causa nell’arco dei primi due anni di lavoro,avrebbe dovuto abbassare l’allarmante tasso di disoccupazione che,secondo fonti ministeriali arriva a toccare il 40% nei giovani minori di 25 anni.
Il provvedimento,che ha fatto gridare allo scandalo era stato concepito,in realtà,proprio per sostenere la stabilità del lavoro giovanile:il CPE ,infatti,a dispetto del trend che vede i giovani assunti  a contratti determinati e sottopagati ,è una forma nuova di contratto indeterminato,senza scadenza ,quindi,e che prevede sì un lungo periodo di prova ,ma offre una remunerazione adeguata  e numerose garanzie al dipendente in materia di indennizzi di licenziamento,accesso al credito bancario e formazione professionale.
Era tuttavia evidente ai francesi che tale libertà decisionale concessa agli imprenditori e il sostanziale annullamento di qualsivolglia regolamentazione in materia di licenziamento ,avrebbe fatto camminare su un filo sottilissimo e precario i giovani lavoratori per 24 interminabili mesi.

La reazione è stata immediata,una moltitudine composita e compatta le cui file annoveravano età e ceti i più diversi si è riversata prontamente nei boulevards e nelle piazze,come solo i francesi più volte hanno dimostrato di saper fare. In principio è stato lo scontro,governo e studenti più sindacati irremovibili,gli uni nel sostenere il progetto di legge,gli altri nel contestarlo,poi la paura di una vera guerriglia urbana e la forza dei quasi tre milioni di manifestanti scesi in strada il 28 Marzo durante lo sciopero generale hanno convinto il Governo ad ammorbidire  la propria posizione.
La questione assume una certa rilevanza politica se si considera  che de Villepin,primo ministro e più accanito sostenitore del Cpe si sta giocando la reputazione in vista di una sua molto probabile candidatura alla presidenza e che Chirac,al termine del mandato,vorrebbe concludere degnamente e senza macchie indelebili  la sua lunga carriera.
Il presidente della repubblica ha affermato che “quando una legge è approvata va applicata”,oltretutto la Corte Costituzionale francese  ha giudicato valido senza riserva alcuna il progetto,il CPE è divenuto dunque patrimonio o disgrazia,per come lo si veda,dei Francesi.
In molti avevano sperato in un repentino ritiro del progetto,ma ciò avrebbe costituito un grave precedente oltre che un segno di debolezza del Governo. A dispetto della rigidità ancora dimostrata dai sindacati,le istituzioni e Chirac in prima linea si sono parzialmente aperti al dialogo,quest’ultimo auspicando una riduzione a un anno del periodo di prova e sostenendo il diritto del lavoratore a conoscere le ragioni del proprio licenziamento.Il La fumata bianca di Chirac,tuttavia,non ha, schiarito il cielo di Parigi ,che anzi rimane grigio,l’opinione pubblica,secondo recenti sondaggi,si è detta contraria alla legge,pure con le modifiche ,per il 66%.
Il confronto,a questo punto,è ancora aperto, le sorti del CPE e del precariato giovanile dipenderanno in parte dalla resistenza dei manifestanti e dalla loro capacità di  trasporre le mille grida e i colori apparse sulle rues francesi in un’unica voce,seduti a un tavolo,e dalla posizione di de Villepin ,sempre più solo e ragionevolmente preoccupato per il tracollo della propria immagine pubblica.
E’difficile immaginare l’esito di questa crisi che ha riportato con la mente al sessantotto e ai suoi sogni  gli uomini che hanno marciato in questi giorni e che ha permesso ai più giovani,per una volta,di sentirsi padroni del proprio futuro,come una volta.
Ciò che rimane ,a mio avviso,è la grandezza e la coerenza di una repubblica come si deve,con istituzioni forti,ma pronte a recepire,pur non senza esitazioni,il messaggio della gente e con un popolo unito,convinto delle proprie idee e capace di sostenerle a lungo,con l’ostinazione di chi sa essere nel giusto. D’altronde le agitazioni di questi giorni non sono state la manifestazione di una battaglia,ma come diceva la voce più frequente,“Reve generale”(sogno generale,invece di “greve”,sciopero), l’inseguimento di un sogno comune.

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