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Ti dicono che loro credono nell’Europa. Che per loro è il futuro, l’unica via percorribile. Che è importante studiare all’estero, creare una mentalità comune. E allora, tu ti fai convincere: andiamo in Erasmus, ci accoglieranno a braccia aperte! Poi, apri gli occhi: burocrazia interminabile, documenti che non ci sono, o che cambiano durante il periodo delle iscrizioni, moduli fantasma, problemi con il sito internet. Per non parlare degli esami: non sappiamo quali saranno disponibili anche l’anno prossimo, non sappiamo che codice avranno, nonappiamononsappiamononsappiamo. “In ogni caso, non credo di poterle riconoscere l’esame. Sa, cosa mi dice che lei ha imparato veramente la materia? Insomma, mi capisca”. Professori, a parte qualche rara, felice eccezione, che non si fanno trovare, che non ti rispondono alle mail, che “sono in viaggio per ricerca, torneranno il 14” (quando tu il Learning Agreement lo devi assolutamente portare entro il 15). “Mi scusi, ma cerchi di capirmi: sa, gli impegni accademici …”. Per carità, tu puoi anche capire. Ma queste cose ti fanno passare la voglia di andarci, in Erasmus. Ma cosa resta di Bologna? Delle direttive europee? Degli ideali tanto sbandierati, dell’”Unione di popoli e culture diversi”? Solo belle parole, parrebbe. Basta vedere Loro. Loro ci credono nell’Europa. Per Loro è importante, Loro sono tutti europeisti. Però, aspettate un attimo: non vorrete chiederci di cedere sovranità? Non vorrete mica chiederci di essere concordi in politica estera? Va bene l’identità condivisa, ma parliamone. E poi, cercate di capire, c’è la crisi, dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi, alla salvaguardia della nostra economia. E, in mezzo a tutto ciò, la ciliegina sulla torta: le elezioni europee! Che grande esempio di democrazia, che bello dare a tutti i popoli europei dei loro rappresentanti, che discutano alla pari di problemi di tutti! Poi guardi bene, e trovi tra i candidati scelti da Loro per questo importantissimo e onorevolissimo compito principalmente Elefanti e Veline. Per carità, tu puoi anche sforzarti di capire. Però ti arrabbi lo stesso. Perché tu, a differenza di Loro, ci credi veramente nell’Europa.

Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net

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Nel pubblico impiego, uomini e donne in pensione a 65 anni

Dopo esser stata condannata con sentenza della Corte di Giustizia Europea, l’Italia deve trovare una soluzione alla disparità d’età pensionabile tra uomo e donna nel pubblico impiego.

Attraverso l’informativa al Consiglio dei Ministri del 18 dicembre scorso, il Ministero della Pubblica Amministrazione, per voce del suo Ministro Brunetta, lancia un segnale di allarme: in caso di inattivismo legislativo a seguito della sentenza, i lavoratori di sesso maschile potrebbero “adire il giudice nazionale per ottenere la concessione della pensione di vecchiaia a 60 anni”, attraverso una parificazione al ribasso.

Visti i danni, in primis economici, di una tale deriva, già ad inizio gennaio il Ministro del Welfare Sacconi si esprimeva in favore di un’equiparazione dell’età pensionabile, da mettere in atto con “flessibilità e gradualità”.

Rimanendo fedele a tale idea, il Governo ha inviato la settimana scorsa una bozza di riforma alla Commissione Europea, la quale prevede un aumento graduale dell’età pensionabile delle donne a partire dal 2010, fino alla totale parificazione nel 2018. Il testo, denominato “elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche”, sostituirà quanto previsto dalla vigente legge n. 335 del 1995, fatti comunque salvi gli specifici ordinamenti (tra cui quello diplomatico).

La misura di legge vuole avere diverse finalità. Innanzi tutto, vuole e deve rispondere ad una sentenza UE alla quale l’Italia difficilmente si sarebbe potuta svincolare. In secondo luogo, una finalità puramente finanziaria: tale misura permetterebbe infatti risparmi per le casse pubbliche pari a 2,3 miliardi di euro in 8 anni. Infine, un’attuazione ancora più approfondita delle pari opportunità nel nostro Paese, argomento che in molti settori risulta “trascurato”.

Leggendola in maniera oggettiva, vien da pensare che una tale misura debba essere accolta a braccia aperte. Eppure, gran parte della società si è ribellata in questi giorni, fino a parlare, addirittura, di “accanimento contro le donne”, da parte del principale sindacato italiano, la CGIL, al quale si è accodata anche la UGL. Eppure, ci si sorprende che i sindacati, proprio loro, si “accaniscano” su una misura di parificazione. Credo che molti concordino, nel leggere le note informative che hanno divulgato tali sindacati, che ancora persistono molti ostacoli alla parità, tra cui gli ostacoli alla carriera, la disparità salariale, il mobbing e, non per ultima, la fondamentale questione della maternità, che bisognerebbe tutelare maggiormente. Ciò nonostante, mi sembra difficile buttare tutti questi temi in un unico calderone o legarli uno all’altro come fossero complementari.

La differenza di età non si giustifica più all’interno di uno stato sociale che sì, deve tutelare la donna al lavoro, ma non può riconoscere il fatto di avvantaggiarla in età di pensionamento considerando la maternità, tra le altre cose, un ostacolo o uno svantaggio. L’errore è insito e, certo, base di opportunismo. Dal lato dei sindacati, la politica della “spada tratta” in favore dei propri iscritti dovrebbe essere ammorbidita. Ne va della loro credibilità in fase negoziale. Da parte degli altri partiti, quali la Lega, che ha approfittato una volta di più, a poco tempo dalle elezioni europee, per dare contro all’Unione Europea, mi sembra un becero motivo per fare demagogia.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

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