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Un quadro politico – economico 

Negli ultimi quattro mesi l’Ecuador è stato segnato da una forte campagna elettorale che ha portato alle elezioni generali del 26 aprile scorso dalle quali il Presidente in forza Rafael Correa è risultato vincitore già al primo turno, con una maggioranza del 52 % circa. Il risultato era aspettato e rappresenta la conferma da parte dell’Ecuador di voler aspirare a un progresso nazionale e a un nuovo peso internazionale.

La vittoria di Correa è il simbolo di una nuova speranza per la popolazione ecuadoriana che ha visto effettuato negli ultimi dieci anni un cambiamento drastico della società ed ha vissuto in un clima di instabilità politica, segnato dalla fuga del presidente Lucio Gutierrez (2003-2005) e dalla Presidenza di transazione di Palacios, dal quale gabinetto è spiccata la figura dell’allora ministro dell’economia, Rafael Correa.

Il personalismo con cui Correa ha portato avanti la sua politica è molto forte ma rappresenta bene la volontà del paese di un cambiamento, che al momento nessun altro dei sette aspiranti al Palazzo di Carondelet poteva impersonare. Il presidente deve infatti racchiudere in sé tutti gli elementi costitutivi di un piccolo Paese, ricco però di differenze abissali e di tradizioni contrastanti. Deve ovvero racchiudere l’anima delle tre grandi aree geografiche del paese: la Costa, la Sierra (la parte andina) e l’Amazzonia, quindi i movimenti indigeni e le loro tradizioni.

Il Paese ha dovuto far fronte negli ultimi dieci anni a problemi sempre più crescenti, dovuti anche ad una nuova esposizione in ambito internazionale. Oltre alla perdita di una politica monetaria propria, attraverso l’abbandono della moneta nazionale in favore del dollaro americano, il Paese ha dovuto far fronte a problemi sempre più frequenti di narcotraffico provenienti dalla Colombia, tutt’oggi esistenti; a una spinta emigratoria molto forte verso le tre principali destinazioni: Stati Uniti, Spagna ed Italia; a uno sfruttamento ineguale delle ricchezze del Paese, quali petrolio, oro ed argento, ma soprattutto acqua (essendo l’Ecuador il Paese con più alto numero di falde acquifere); ad una crescente violenza, soprattutto urbana, aumentata fin al punto da rendere Quito una delle capitali più a rischio dell’America Latina; a livelli di analfabetismo ancora molto alti, dovuti soprattutto a un sistema educativo che fino a poco tempo fa non prevedeva la gratuità delle scuole elementari; all’assenza, infine, di un’educazione basica sui temi di sessualità, fecondazione e contraccezione, che implicano ancora un forte tasso di natalità, ma anche problemi di incesti, disabilità, malattie veneree e altro.

Non tutto è oro ciò che luccica, innegabile, ma non bisogna neanche dimenticare che alcuni passi fondamentali sono stati fatti. Negli ultimi dieci anni si è progressivamente andata estinguendo la proprietà latifondiaria in favore di piccoli contadini che nel sistema delle grandi proprietà erano ridotti a schiavismo. Inoltre, la conversione di massa all’evangelismo operata da missionari statunitensi, soprattutto nella parte andina del Paese, ha risolto indirettamente non pochi problemi di alcoolismo e di tabagismo. Infine, l’affacciarsi sui mercati internazionali da parte dei prodotti ecuadoriani e la stabilità derivante dal dollaro hanno dato una marcia in più all’economia nazionale, basata su prodotti primari quali banane, gamberi, fiori e caffè (senza dimenticare il petrolio!).

La speranza che Correa ha dato al Paese dal 2007 fino ad oggi si è concretizzata nella nuova Costituzione, approvata per referendum nel settembre dello scorso anno, che istituzionalizza alcuni valori e concetti veramente progressisti ed innovativi. Dalla sua approvazione, il Parlamento è stato sciolto ed è stato creato un “Congresillo”, organo legislativo di transizione, che ha in questi mesi approvato leggi di carattere fondamentale per la società e per l’economia nazionale. Forte del plusvalore generato nel 2008 dai prezzi del petrolio, Correa si è lanciato però in una politica sociale abbastanza ambiziosa per i livelli preesistenti di spesa pubblica nazionale, aumentando tale spesa del 67 % rispetto all’anno precedente. Il cancro del sistema risiede tuttavia nel non aver istituito una forma di redistribuzione delle ricchezze tra i cittadini, meccanismo tuttora inesistente e che rende ancora più evidente la divisione tra ricchi e poveri, ma appoggiandosi sui prezzi volatili del petrolio nella speranza di un perdurare del buon momento. Purtroppo, lo shock economico ha trascinato anche l’Ecuador verso il basso, non potendo competere più di tanto sui mercati internazionali con i deboli prodotti primari (deboli per la loro sostituibilità). Questo elemento, l’abbassamento delle esportazioni, la riduzione delle rimesse estere, l’annullamento di prestiti internazionali, eccezion fatta per il Governo cinese che si comincia ad affacciare nel “feudo USA”, hanno messo in crisi negli ultimi mesi il “sistema Correa”, senza però per questo impedirgli la rielezione.

Ad ogni modo rimangono i problemi economico e diplomatico, quest’ultimo in relazione alla Colombia. Ma il voto è stato in definitiva una dimostrazione di fiducia nell’operato di un governo personalistico, irascibile, alla volta pro e contro Stati Uniti, alla volta amico dell’Iran, alla volta portatore dei valori del Socialismo del XXI secolo. Un Paese sulla scia di altri del suo continente, quali Venezuela e Bolivia. Ma che soffre tuttora di molti tarli: nella propria struttura istituzionale e nella propria società.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net         

ex-stagista SID presso l’Ambasciata d’Italia a Quito

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Ambiente, Sanità, Diritti: con Obama gli Stati Uniti (e il mondo) tornano a respirare.

 

“Le aspettative sono alte. Primo provvedimento: abbassare le aspettative”. Così recitava, riferendosi alle promesse dopo l’insediamento di Barack Obama, una vignetta apparsa qualche tempo fa su “Internazionale”. Analizzando le politiche messe in atto dall’amministrazione fino a questo momento, le aspettative sono state piuttosto rispettate: sono state annunciate alcune misure che, se non altro dal punto di vista simbolico, suonano come una netta rottura con il passato di Bush.

La prima, e la più importante, di queste riforme è anche quella più discussa, e va a toccare un campo fondamentale: la sanità. Essa prevede la creazione di un fondo speciale di 650 milioni di dollari in 10 anni, finanziato attraverso  l’aumento delle tasse ai cittadini con il reddito superiore a 250.000 dollari. Il piano punta all’estensione della copertura sanitaria a 45 milioni di persone, oggi troppo povere  per accedere alle costosissime assicurazioni private. Questa riforma si annuncia come una rivoluzione storica negli Usa, caratterizzati da forti disparità sociali. Non c’è però nessuna certezza che questo piano passerà al Congresso; infatti, le critiche sono molto forti, in particolare tra i rappresentanti delle lobby delle assicurazioni, ma non solo. Alcuni addirittura temono che questo assistenzialismo statale causerà le code “tipiche dell’Europa”. Ovviamente, noi da questa parte dell’oceano guardiamo con un po’ di distacco queste critiche, ma un punto è da considerare: per la politica Usa, anche solo un accenno di miglioramento della copertura sanitaria suona come un cambiamento enorme. Per questo, potrebbe mancare la volontà politica di cambiare.

Il secondo grande campo in cui si muove l’amministrazione Obama è l’ambiente. Fin dalla campagna elettorale il nuovo Presidente ha mostrato un’attenzione nuova per i problemi ambientali, poi riconfermata in questi primi mesi di governo. Principalmente, egli ha capito una cosa che da noi ancora molti devono afferrare: la tutela dell’ambiente non è un fardello pericoloso per la crescita dell’economia. Obama infatti  ritiene che la ricerca nel ramo delle energie rinnovabili possa essere un volano per l’economia fiaccata dalla recessione, e in questo senso ha cominciato a muoversi. Il budget di inizio presidenza prevede, tra le altre cose, la creazione di 5 milioni di posti di lavoro legati allo sviluppo di energia pulita, attraverso un finanziamento di 150 miliardi di dollari in dieci anni. In più, i finanziamenti per “salvare” l’industria dell’auto sono legati al fatto che le case automobilistiche riconvertano la loro produzione, facendola diventare più “verde”. Questo si lega al progetto di ridurre la dipendenza dal petrolio che, essendo esso importato da paesi “difficili” come Iran e Venezuela, ha anche, ovviamente, una forte valenza politica. Ma gli obiettivi dell’amministrazione Usa sono ben chiari: il 25% dell’energia dovrà provenire da energie rinnovabili entro il 2025, puntando ad una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050. Tutto ciò suona forse utopico; ma è comunque notevole che anche la più grande potenza del mondo abbia cominciato ad agire concretamente in questo senso. Non bisogna però per questo farsi abbacinare: si tratta pur sempre di politica. Quella di Obama è una scelta che viene incontro alle richieste globali, e che vuole dare un’immagine dell’America di nuovo guida del mondo civilizzato. Dopo il piano Marshall, il piano New Energy For America! La sua non è semplice beneficenza, ma un’operazione consapevole di marketing. Detto ciò, giusto per essere cinici, è ovviamente una politica necessaria, che promette di cambiare il mondo in profondità (che poi ci riesca, è tutto da vedere); e comunque, sono proprio i simboli che, spesso, riescono a mettere in moto le cose.
Parlando di simboli, approdiamo alle politiche sociali di Obama. Esse non agiranno in profondità sul mondo come si spera facciano quelle ambientali, ma la loro importanza storica e simbolica è grandissima: in esse si manifesta il senso più compiutamente “liberal” del nuovo corso obamiano. Se il primo esempio del nuovo rispetto per i diritti della persona è stata la chiusura di Guantanamo, molto più importanti e degne di nota sono altre iniziative. La prima da ricordare è sicuramente l’apertura alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, la quale potrà d’ora in avanti beneficiare anche di fondi pubblici, oltre che privati. Un’altra apertura importante è quella al mondo gay, con la firma della dichiarazione Onu sulla parità dei diritti e il programma a favore delle coppie di fatto.  Senza contare le molte prese di posizione a favore di scuola pubblica, aborto  e minoranze. Ovviamente, per queste politiche vale, in parte, il discorso già fatto per l’ambiente; ma c’era in ogni caso estremo bisogno di una boccata d’aria nel mondo intero. Senza contare il fatto che si tratta di una vera e propria rivoluzione negli Usa, che spesso hanno usato i diritti più come slogan che come programma politico. Quindi, senza lasciarci travolgere dall’entusiasmo, c’è comunque motivo per sperare in un mondo migliore. Almeno in America.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net  – giovacollot.wordpress.com

Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.

In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ‘socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.

In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.

Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.

Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?

Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.net

 

Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.

A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?

Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ’80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.

Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?

Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.

Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.

Leonetta Pajer e Davide Goruppi

Consideri il lettore lo sbarco di un extraterrestre sul suolo italico. Consideri che esso coincida con l’infuriare sul nostro suolo della tristemente famosa campagna elettorale del 2006. Si valuti anche l’assoluta estraneità del nostro ospite a vicende di partiti, partitini, partitoni, giochi, alleanze e tradimenti. Poco informato su coalizioni, programmi, sondaggi, trame e botteghe oscure. Si consideri che non abbia mai guardato Porta a Porta. Consideri il lettore, dunque, il suo arrivo e la sua reazione di fronte allo scempio di quell’evento. Ché se si vuole solo tentare di capire fino a che punto il bel Paese si sia trascinato, forse può essere utile levare i paraocchi del “tanto è sempre stato così”. Uscire per un attimo dai panni impolverati dell’italiano disilluso per ritrovarsi in quelli nuovi, vergini, di chi ancora non ha avuto tempo per disaffezionarsi. Il nostro amico iperspaziale che voglia mettersi al corrente si troverebbe davanti a fenomeni strani, “cose dell’altro mondo” penserebbe. Gli avevano detto che la politica è composizione d’interessi. O almeno un tentativo in tal senso. Gli avevano detto che lo scopo del gioco dovrebbe essere comune a tutti, il bene dello stato, più o meno. Gli avevano detto anche che per campagna elettorale s’intende la presentazione di un disegno politico e di un ideale, associata ad un’opera di convincimento della gente a sottoscriverli. Nessuno gli aveva parlato di astuzie, mezzucci e insulti. Due minuti in Italia e l’extraterrestre si rende conto che gli sono state dette falsità. Due giorni e comincia ad appassionarsi alla conditissima telenovela dei due schieramenti. Due settimane e si è bell’e dimenticato di ciò che gli avevano spiegato. Politica ha ormai il ben più accattivante significato di conflitto e la campagna elettorale non è che l’epico, necessario campo di battaglia della fatal contesa. Ne rimarrà soltanto uno. Cambio di prospettiva non da poco, così ben assimilato che nemmeno l’extraterrestre ricorda di averne mai avuta un’altra. Figuriamoci chi extraterrestre non lo è…Ordinaria è ormai la denigrazione dell’avversario e del suo programma piuttosto che l’esaltazione del proprio; allo stesso modo scontata è la fin troppo semplice arte manipolativa che muta episodi da prima pagina in sassolini da far pesare sulla bilancia dell’opinione pubblica. Tuttavia l’uso d’insulti riferiti non solo ad una fazione politica ma estesi all’intero elettorato che a quella fazione fa riferimento, dovrebbe almeno far arricciare il naso. Metà Italia. E invece tutto scivola
perché è il sangue che si vuole, gli elettori ne hanno piene le scatole di confronti tv alla camomilla. Non è certo un fenomeno nuovo; anche le
elezioni del 96 e la campagna elettorale che le precedette furono al vetriolo. Stesso verdetto politico, stessi protagonisti, stesse tattiche, stessi toni da curva nord, spesso stessi insulti. Stessa ambizione di conquistare un riconoscimento d’eccezionale rilevanza solo perché si è
meno peggio degli altri. Esistere in quanto opposto all’altro, il nemico da rifuggere. Dunque via a maccartismi reinventati e ad anacronistiche cacce alle streghe. Poco importa se non credete in noi, basta che votiate contro di loro. Tutto ciò vissuto come il caffè al mattino e il campionato la La Campagna Elettorale 2006 vista a posteriori. Cronache marziane sul voto italiano domenica: la più scontata delle normalità. Polpettone già visto: due eserciti in campo, un unico vincitore, evitabile qualsiasi composizione degli interessi, lotta dura senza paura, il riconoscimento del vincitore è un’eventualità da non considerare. Mai. Il conflitto cresce d’intensità, i civili si stringono attorno al loro esercito. Dagli al nemico….Il vero problema è che in Italia se il nemico non è l’altro, sono io.

Davide Goruppi

TRIESTE.Gloriosi stendardi tricolori e clima da finale di coppa del mondo. C’è un intero popolo di prodi (oops…)  difensori dell’italico vessillo all’apertura del comizio elettorale del ministro Gianfranco Fini, tenuto in un teatro Verdi di Trieste vestito a festa.
Pienone dunque, c’era da attenderselo: l’italianissima Trieste, strategico porto di frontiera, così a lungo attesa nel corso di secoli, discussa, divisa e poi mutilata della sua “naturale appendice”, non poteva che entusiasmarsi al richiamo risorgimentale del Gianfranco nazionale. E così tutti lì, cuore tricolore in mano e nostalgia negli occhi, ad attendersi ciò che in tivù non si può dire ma ad un comizio sì.
Pubblico di occhialuti e capelli bianchi, sembra un autobus su cui è doveroso lasciare il posto ai più anzianotti…
I gregari locali scaldano un auditorium mai così partecipe ed interagente;, perché se la politica attuale sa accendere la passione, il ricordo di ciò che è stato infiamma e coagula al tempo stesso, tizzone ardente su una ferita che rischia di essere ancora aperta (ahinoi…).
Sindaco Di Piazza, Scoccimarro, Lippi, Menia…Poi, bando ai convenevoli. Silenzio tutti, parla Fini. L’inizio è poderoso, da leader che non possa disattendere l’entusiasmo di una folla oceanica tutta lì, cuore, cervello e polmoni,  per lui. “Italiani e italiane di Trieste!” Il Verdi esplode. “Touché!” deve aver pensato Gianfranco. Il tasto da premere è quello, lo si sapeva anche prima di cominciare. Le prime parole sono un invito alla militanza, la folla risponde  il suo “obbedisco” di applausi, tra la baraonda spicca un “Vinceremo, vinceremo”. Sorriso sulle labbra di tutti. Compiacimento?
I toni sono accesi, Fini se ne rende conto ben presto e, da maldestro oratore che non sappia mantenere una folla in tensione ( o da abile giocatore di scacchi…), provvede a placarli. Il comizio del leader di AN è un Brasile che gioca col catenaccio; rapide e fugaci puntatine all’attacco, il pubblico per un momento s’infervora, tutti in piedi ad inseguire con lo sguardo quella punta che potrebbe essere così veloce… ed invece gioca con il freno tirato. Esigenze di campagna elettorale. Esigenze di moderare i toni. Fini lo sa bene; il suo comizio è poco sregolatezza e tanto senso tattico.  L’abile numero 8 dispensa assist quanto basta per non far sprofondare in letargo l’auditorium. A ogni calo di attenzione l’oratore lancia  un’esca a cui il pubblico abbocca con tanto tanto piacere.
E così è sufficiente un accenno alle irredente terre di Istria e Dalmazia per colpire il triestino laddove è più indifeso e scatenare bolgie furiose di applausi; basta un richiamino, tra le righe, all’amor patrio per svegliare chi, di sentire che la lotta al terrorismo verrà condotta senza tregua, ne ha piene le orecchie.
Il comizio continua singhiozzando talento a  monotonia, entusiasmo a politichese da Porta a Porta. Una domanda pare sorgere spontanea: è questa l’Alleanza Nazionale che esige più destra, che prima di Fiuggi…, che  conserva nel suo simbolo la fiamma tricolore? E’ questa l’Alleanza nazionale che una grande parte del popolo di sinistra non esita a definire ’ fassista’?
Il comizio si conclude sulle celebri note della Turandot di Puccini, un “vincerò, vincerò” che non sarà la scelta più originale ma di sicuro non lascia indifferenti. All’uscita m’imbatto in un tale al quale confido le mie perplessità riguardo il comizio. Troppo controllo palla, poche sortite all’attacco, come pretende di fare la punta questo Fini? E alleanza nazionale non rischia di snaturarsi, incatenata ai rigidi schemi imposti dalla politica di televisione, di elezione, di moderazione? Il tale risponde che no, che la via imboccata è quella giusta, che se non si vuole rimanere isolati in quella ragnatela all’angolino destro è necessario istituzionalizzarsi, moderarsi, allacciarsi. Melina? Sì,ma con la consapevolezza di restare attaccanti di razza!

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