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Spesso ci sono luoghi che appartengono di più al sogno che alla realtà. Appartengono alla mente umana, hanno formato nei secoli l’immagine che abbiamo di noi e degli altri. Senza ombra di dubbio, un posto speciale in questa categoria appartiene a Samarcanda. Tutti noi l’abbiamo sentita nominare almeno una volta, nelle canzoni, nei libri, nelle leggende; ma ben pochi di noi si sono posti il problema se esistesse,  dove fosse. Ci bastava sapere che c’era stata, e questo bastava per darci il profumo dell’esotico, per entrare nella dimensione del sogno. Samarcanda è rimasta per noi occidentali quello che era per Alessandro Magno sulla sua strada verso l’India: il fascino dello sconosciuto, la prospettiva di enormi ricchezze e di enormi orrori; è qualcosa posto al limitare del quotidiano, in grado di cambiare la nostra percezione. E’ Tamerlano, che nel 1500 governò su tutta l’Asia e su un pezzo abbondante di Europa, mettendo in crisi l’Impero Ottomano, sfrenato nel lusso come nella violenza; è la Via della Seta, con le sue carovane di cammelli e le ricchezze enormi scambiate da un capo all’altro del mondo; è un crocevia di culture unico nel mondo.

Ma Samarcanda, come tutti i luoghi del sogno,  esiste realmente, ancora oggi: è in Uzbekistan, in Asia Centrale. Uno Stato nato dal tentativo di Stalin di dividere l’indivisibile, le sterminate pianure tra Russia e Afghanistan. Un luogo che, dopo i fasti del passato, in cui era un’oasi di civiltà nel mezzo del mondo dei nomadi Mongoli, si è visto infilare in un cono d’ombra che l’ha tenuto al riparo dagli occhi del mondo, fino ad oggi. Provate a dire in giro “Vado in Uzbekistan”; la maggior parte della gente vi guarderà strano, penserà che la prendete in giro. Ma non ascoltateli: un viaggio in Uzbekistan vale veramente la pena. Quest’angolo di deserto, brullo e piatto, è capace di meravigliare anche il viaggiatore più cinico; prima di tutto perché non te lo aspetti, e poi perché effettivamente la magia è tanta. Samarcanda oggi è una tipica città sovietica, bruttina e senza personalità; ma al suo interno sono incastonati dei gioielli che provengono dal passato: il Mausoleo del grande Tamerlano, la Moschea di Bibi Khanum, la sua moglie prediletta, e soprattutto il Registan, il centro della città nel medioevo. Tutto è conservato benissimo, e la magia è accentuata dal fatto che probabilmente sarete gli unici turisti occidentali nella zona. Il cono d’ombra che ha coperto l’Uzbekistan non si è ancora alzato del tutto, e questo permette ai pochi giunti fin qui di percepire l’atmosfera vera del luogo: parlare in italiano sembra quasi un modo di disturbare la quiete del posto.

Questo si ripete anche nelle altre città, che anzi sono ancora più splendide. Se Samarcanda è una città moderna, da cui spuntano improvvisamente meraviglie del passato, Bukhara è ancora tutta intera. Camminare nelle viuzze, sulle mura o nel bazar della città ci riporta indietro di 600 anni; tutto è rimasto fermo, splendido, intonso; i mercanti che vendono spezie e tappeti sono gli stessi di allora, e i vecchi fuori dalle moschee in legno sembrano essere lì da sempre. Ma la città che più ci porta nel sogno è Khiva; per arrivarci da Bukhara bisogna fare un lungo viaggio nel Deserto Rosso, tra pozzi di petrolio e pecore, e non molto altro. E’ la strada che ha fatto secoli fa Alessandro Magno, che costeggia l’AmuDarja, l’antico Oxus.  Khiva si erge circondata da mura nel mezzo del deserto, intatta; all’interno, sembra che il tempo si sia fermato. Sembra di vivere nelle Mille ed Una Notte. Le case in fango e pietra, le moschee in legno, tutto brilla di una luce irreale, la luce del sogno. E a simboleggiare la lontananza dalla realtà, l’irragionevolezza della città, nel mezzo della piazza principale c’è un’enorme base di minareto, decorato in ceramica blu. Nel 1500 avrebbe dovuto essere il minareto più alto del mondo, una costruzione folle e ambiziosa per questa città di mercanti perduta nel deserto; ma la costruzione non fu portata a termine, perché i soldi finirono. Babele esiste veramente.

Ma l’Uzbekistan moderno non ha ereditato solo lo splendore mozzafiato da Tamerlano; ne ha ereditato anche la follia cieca. Come in molti Paesi ex Unione Sovietica, oggi anche qui il potere è concentrato in modo sultanistico nelle mani del Presidente Islam Karimov e della sua famiglia: la figlia Gulnara Karimova in particolare è contemporaneamente ambasciatrice in Spagna, all’ONU, businesswoman  e ha persino trovato il tempo per incidere un disco di musica pop. Come se la concentrazione di potere e ricchezza, molta, derivante dall’abbondante petrolio, nelle mani del clan del Presidente non bastasse, l’Uzbekistan è uno tra gli Stati con il peggiore record nei diritti umani. Ogni estate centinaia di migliaia di giovani sono portati a lavorare in condizione di semischiavitù negli sterminati campi di cotone del Paese, che ne è il secondo esportatore al mondo dopo gli USA, con la scusa dell’educazione al lavoro. Inoltre, la tortura è sistematica e indiscriminata,  usata anche contro i delitti più comuni. Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, ha persino testimoniato al suo governo di aver visto cadaveri di dissidenti bolliti vivi. Queste atrocità barbare possono fare parte di quella stessa follia di fondo che portò i cittadini di Khiva alla costruzione disperata del minareto più alto del mondo; ma non devono farci dimenticare che anche al di là del sogno più luminoso, spesso si nasconde una realtà peggiore di qualunque incubo.

Giovanni  Collot

Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

UN’APOLOGIA DEL SECONDO

Massimo Bubola a Gorizia, 6 novembre 2009

Ci sono degli artisti che si vanno a vedere solo quando suonano gratis. E’ il caso di ammetterlo. Massimo Bubola, purtroppo, è uno di loro.

Non so se nel panorama della canzone italiana possano esistere (a buona ragione) personalità altrettanto frustrate di quella di Bubola: autore di tutte le migliori canzoni di De André, e tuttavia talento rimasto senza il giusto plauso della massa. Cantastorie di prim’ordine, Massimo Bubola. Eppure destinato all’oblio del grande pubblico. E nessuno è mai andato a dire a dio che ha scritturato un grande attore come comparsa. Per rifarsi degli smacchi della storia, ha perfino cominciato a tenere un corso di songwriting.

Non ti preoccupare Massimo, son qui a renderti ciò che è giusto. Ero così convinto delle tue capacità che mi sono presentato davanti al teatro un’ora prima dell’inizio. Devi sapere che qui a Gorizia non c’è molto da fare, eh, ed ogni volta che c’è una parvenza di avvenimento l’intera città cerca di andarci. Pensa che per un pirla come Travaglio, qualche tempo fa, c’era così tanta gente che il marciapiede non bastava più a contenerli e tanti aspettavano in strada (me compreso). Per te, come minimo, mi aspettavo una folla oceanica, che si aprisse al tuo passaggio sventolando anche qualche foglia di palma, cose così.

E invece, pazzesco! Non ci saranno più di quaranta persone in tutto, e io devo farmi pure una passeggiata perché le porte le hanno aperte giusto un attimo prima del tuo concerto. E tu te ne stai tranquillo seduto in platea tra il pubblico, altro che star. Non ti danno nemmeno il posto dove ritirarti ed essere richiamato in scena, neanche il beneficio del “dietro le quinte” ti hanno concesso. Hai dovuto rinunciare ad uno dei riti più importanti per un musicista: i bis.

Il fatto è che, purtroppo, il tuo ingiusto destino è quello di essere un cantante tributo a De Andrè. Non importa quanto tu possa essere bravo, finirai come la PFM. Potrai anche scrivere il capolavoro universale del prossimo mezzo secolo, ma la gente applaudirà sempre canzoni come “Fiume Sand Creek” o “Andrea” o “Volta la Carta” (e, tra parentesi, la tua versione di “Volta la Carta” cancella e di gran lunga l’originale) oppure “Il Cielo d’Irlanda” (“ma come, non è della Mannoia?”) . E’ inutile, sarai sempre un secondo, ed in nulla sarai considerato meglio di quel buono a nulla del figlio del Genovese che, se non altro, ha avuto l’onestà di accettare la propria mediocrità: non potendo essere meglio del padre, tanto vale decidere di fare ciò che la gente si aspetta, e rinunciare alle proprie canzoni per portare avanti un’operazione nostalgia (a mio modesto parere, di discutibile gusto).

Non ti preoccupare, Massimo, a ‘sto punto io il Don Chisciotte della situazione lo faccio fino in fondo e me la prendo con tutti i mulini del caso. Perché il tuo concerto è stato stupendo e molte delle tue canzoni brillano di una luce propria intensissima, ed è un peccato che in pochi se ne accorgano. Si fa questo gran parlare di De Andrè ma solo perché è già sepolto, sia ben chiaro. Tutti quelli che si esaltano quando tiri fuori dal cilindro “Rimini” dovrebbero porsi un paio di domande, perché forse il padre fondatore del cantautorato italiano andrebbe un poco ridimensionato. Ecco, lo sapevo, ho rinnegato il mio Dio. Ma alla fine doveva succedere. Perché se sottrai dal novero di canzoni di De André quelle riprese da Dylan, Brassens e Cohen; e se sottrai dalla sua opera quelle scritte “in comproprietà” con qualcun altro (con De Gregori e soprattutto con te) – se sottrai tutti questi brani, le canzoni memorabili del Primo che ti rimangono in mano non sono poi tantissime. “Via del Campo”, forse. E a me, onestamente, “Via del Campo” non è mai piaciuta.

Guardo la mia copia di Mellon Collie. È completamente consumata. I due dischi che compongono l’album sono rovinati e saltano, se provi ad inserirli nel lettore. Il libretto è sgualcito, ne mancano alcune pagine. E non so quante volte ho dovuto sostituire la custodia, che si era rotta. La mia copia di Mellon Collie è stata la compagna della mia adolescenza e adesso la serbo con la massima cura, come una reliquia. Per anni, è stata la mia unica musica, in qualsiasi momento della giornata. Per anni, ha rappresentato il metro con cui valutavo ogni altro disco. Per anni, è stata la parte migliore di me.

Mellon Collie and the Infinite Sadness è un’opera che in effetti nasce con questa ambizione: divenire universale. Il modo stesso in cui è strutturata ne dichiara l’intento. La scelta di dividere le canzoni in due dischi (rispettivamente “Dawn to Dusk” – dall’alba all’imbrunire – e “Twilight to Starlight” – dal crepuscolo alla luce stellare) è una precisa e cosciente scelta stilistica, non mera sovrabbondanza di tracce. Il giorno e la notte, come gioia e tristezza, gioventù e vecchiaia.

Parallelamente, questo lavoro spazia in tutti i generi della musica moderna. Le sue canzoni sono una summa maestosa di tutto ciò che è stato fatto dagli anni sessanta ad oggi: dal rock alla psichedelia, dagli arrangiamenti orchestrali all’heavy metal, dal grunge al progressive, in un caleidoscopio di sentimenti.

Il pianoforte introduce “Dawn to Dusk”, che prosegue con “Tonight, Tonight”. Le atmosfere eteree e sognanti di questi due brani però lasciano subito il posto a quattro pezzi molto più duri, che vanno a formare un vero e proprio climax fino alla rabbiosa “Bullet with butterfly wings”. Le canzoni continuano ad oscillare tra quiete acustica e distorsioni, fino alle atmosfere psichedeliche di “Cupid de locke”, che conducono a quattro capolavori: la ballata di “Galapogos”; la cavalcata elettrica di “Muzzle”; “Porcelina of the vast oceans”, l’apice di questo disco, che ne racchiude in nove minuti tutta la poesia e le tinte; e infine”Take me down”, troppo spesso sottovalutata.

La seconda parte, “Twilight to Starlight”, si tinge di sfumature più cupe. Ad un primo ascolto, questo disco sembra più debole rispetto al primo, complice la (relativa) scarsezza di singoli di successo (a parte “Thirty-three” e “1979”). Ma, passaggio dopo passaggio, la bellezza della sua disperazione aumenta. Si arricchisce di episodi che all’inizio erano passati in sordina: “In the arms of sleep”, “Thru the eyes of ruby”, “Stumbleine”, “x.y.u.”, “By starlight”. La musica lentamente volge alla conclusione, affidata al pianoforte in coda a “Farewell and goodnight”, che sembra ricondurre l’ascoltatore sulle note di inizio.

Mellon Collie è un lavoro monumentale. Più di due ore di musica, frutto dell’apoteosi di un genio (quello del leader Billy Corgan) al culmine della sua creatività. La copertina, i disegni, e – soprattutto – i video dei singoli estratti (a mio parere il vertice ineguagliato in questo campo) comunicano immediatamente l’ambizione ed il reale significato, romantico e tragico, di questo album. Una reale antologia di generi, che – pur essendo spesso agli antipodi – riescono a coesistere, a sposarsi in un’unica, gigantesca creatura, che appare sempre come un insieme coeso ed armonico. Un continuo gioco di specchi, dove ogni accordo si stende in uno sfondo di vuoto esistenziale, di malinconia e infinita tristezza.

Rodolfo Toè

Prendete un pugno di canzoni new-wave o punk piene di energia, ma accertatevi che siano veramente belle. Provate a riprodurne solo l’armonia con una semplice chitarra e la voce di una ragazza. Con una gran bella voce, s’intende. Vi accorgerete ben presto che il risultato sarà pura bellezza. Come se le vostre canzoni fossero state registrate nel Brasile negli anni ’60, in pieno stile bossa nova.

Questo è il risultato dell’esperimento discografico “Nouvelle Vague“, con il quale Marc Collin e Olivier Libaux ci propongono un’inedita rilettura di canzoni scritte da artisti famosi come i Joy Division, i The Clash o i The Cure, o un po’ dimenticati come gli XTC, i Tuxedomoon, i Modern Engllish o gli Special, ma tutti riconducibili al filone new-wave. Non hanno fatto altro che chiamare 8 giovani cantanti dalle voci sensuali, che hanno reinterpretato questi testi degli anni ’80 rendendoli atemporali, pronti per essere ascoltati come se non fossero mai stati cantati prima. Così sentiamo i famosi versi dei Joy Division “and we’re changing our ways, taking different roads, then love, love will tear us apart again” prendere forma soffice attraverso la voce dolce di Eloisa. Possiamo anche ascoltare la splendida Guns of Brixton riproposta dall’intrigante di Camille, o una freschissima versione di Just can’t get enough dei Depeche Mode, perfetta per trovare la forza di scendere dal letto la mattina. Per non dimenticare una sensuelle Melanie Pain che ripete This is not a love song, l’irriverente Too drunk to fuck dei Dead Kennedys cantata da una Camille che sembra ubriaca per davvero, o la malinconica In a manner of speaking. La particolarità del risultato di questa registrazione è che le tonalità delle voci delle cantanti sono così naturalmente omogenee, da sembrare, ad un primo ascolto, di un’unica ragazza. Colorata, spiritosa, simpatica, divertente: Nouvelle Vague si dimostra una collaborazione davvero ben riuscita, nonché una rivisitazione sorprendente e molto originale nel suo genere. Non si erano mai visti dei remake così radicali e ben fatti da diventare nuovi piccoli capolavori. Un disco che vale la pena ascoltare. In una parola: adorabile.

Agnese Ortolani

1.    JOY DIVISION : Love will tear us apart (feat. Eloisia)

2.    DEPECHE MODE : Just can’t get enough (feat. Eloisia)

3.    TUXEDOMOON : In a manner of speaking (feat. Camille)

4.    THE CLASH : Guns of Brixton (feat. Camille)

5.    P.I.L. : (This is not a) love song (feat. Melanie Pain)

6.    DEAD KENNEDYS : Too drunk to fuck (feat. Camille)

7.    THE SISTERS OF MERCY : Marian (feat. Alex)

8.    XTC : Making plans for Nigel (feat. Camille)

9.    THE CURE : A forest (feat. Marina)

10.    MODERN ENGLISH : I melt with you (feat. Silja)

11.    THE UNDERTONES : Teenage Kicks (feat. Melanie Pain)

12.    KILLING JOKE : Psyche (feat. Sir Alice)

13.    THE SPECIALS : Friday night, saturday morning (feat. Daniella D’Ambrosio)

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità, ma fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un ragazzo americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto della moderna cultura degli psicofarmaci, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo sul lavoro. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un due impiegati durante un invasione di zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms, Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro.

Luca Nicolai

 

 

 

 

 

 

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità.. Fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un cantautore americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything si dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto d’uomo moderno imbottito di farmaci e sempre di corsa, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo generale. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un impiegato e il suo collega trasformato in zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms,
Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro. Ne vale ogni centesimo.

 

 

 

 

 

 

E’ stato quasi per caso che mi sono ritrovata a lavare il pavimento di una cucina sporca, con la mia migliore amica, in una mattina di sole di un paio d’anni fa, ascoltando i Belle and Sebastian. Mi aveva detto che erano forti e così me li ha fatti ascoltare, tra una chiacchiera e l’altra. E’ stato quasi un colpo di fulmine, credo. Una melodia così fresca, un po’ retrò ( ho pensato subito ai Beatles, a Simon & Garfunkel ma nello stesso tempo era tutta un’altra cosa), una voce timida dalla grazia disarmante. La sensazione che ho avuto allora, ascoltandoli per la prima volta, è in parte diversa da quella che provo ora, conoscendo i testi, essendomi affezionata ai loro brani, ma ciò che mi capita sempre, appena sento diffondersi le note delle loro canzoni, è di sentirmi catapultata in un mondo parallelo in cui i suoni e i colori rimbalzano mettendomi di buon umore, facendomi sentire in pace con me stessa.
Ma è meglio parlare di loro…
I Belle and Sebastian sono un gruppo scozzese nato a Glasgow nel 1996 grazie ad un progetto di Stuart Murdoch che, dopo aver frequentato un corso di musica professionale all’università, pensò di mettere insieme una band composta da studenti del college per registrare un album. In realtà la cosa andò oltre l’idea di un semplice progetto, e divennero una band vera e propria.
un folk-pop dolce e delicato per altri un indie pop

Opera concettuale, basata sull’assenza, Wish You Were Here è dedicato al primo leader e fondatore del gruppo, Syd Barret, allontanato (o meglio abbandonato) per problemi psichici legati all’abuso di lsd. Una scorsa al libretto interno chiarisce il senso delle canzoni, per l’immediatezza delle immagini: un uomo che brucia, un velo sospinto dal vento, un nuotatore nel deserto, un tuffatore che penetra le acque senz’alcuna increspatura. Il vuoto, l’immobilità divengono visivi.

Pink Floyd - Wish You Were Here CD (album) cover

Questo disco chiede tempo. I brani hanno una struttura complessa, non si esauriscono in pochi attimi. L’inizio, Shine On You Crazy Diamond, è un lento adagio di tastiere. Musica che muta in paesaggi: prati in nitide giornate d’autunno, spiagge deserte. I Pink Floyd non sono mai stati musicisti. Piuttosto, dei pittori. Il brano si carica dei toni dell’elegia, canta giovinezza e vitalità perdute. Il suo finale è in dissolvenza, sfuma e si trasforma nella cupa atmosfera claustrofobica di Welcome To The Machine. Sorge un senso d’amarezza. Disillusione. La tensione di chitarre e tastiere, fisse su pochi accordi minori, sembra comunicare il nulla che abbiamo in mano. Poi s’odono risate. Rumori e suoni di festa, gente che sta bene, ride, si diverte. E’ Have A Cigar. Siamo maschere sorridenti. La vacuità e l’inutilità di ciò che otteniamo ogni giorno, “consumandoci fino alle ossa”, sono messe a nudo. Il brano successivo, Wish You Were Here, è forse il più conosciuto del gruppo. La solitudine è tutta qui, un giro di chitarra acustica senza nient’altro, incredibilmente intimo. Il senso della mancanza sopprime ogni altra emozione, la annega. Vecchie foto, memorie, il passato che ritorna. Frasi cancellate con noncuranza ma che si riescono ancora a leggere. Il ricordo di chi non si può raggiungere. La distanza, che non è solo temporale e materiale, ma anche emozionale, la consapevolezza che non torneremo mai come eravamo. Il dolore di avere rinunciato a tutto per inseguire fantasmi, sogni irrealizzabili e fantasie, bisogni indotti. ‘We are just two souls swimming in a fish bowl/running over the same old ground/what have we found?/The same old fears/wish you were here’. Gli ultimi accordi scemano e su di essi si posa il rumore del vento. Tutto passa, svanisce, si consuma. Dal nulla riemerge la seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, lunga coda all’intera opera. E improvvisamente, negli ultimi minuti di questo disco s’intravede uno spiraglio di sole. La tastiera torna ad occupare l’intera scena, conferendo circolarità alla musica. Il motivo conclusivo, da lugubre, si carica di una singolare solennità, di nuovo s’aprono spazi di luce ed aria, trapela un accenno di ottimismo. Non rimango con l’amaro in bocca, il finale consola e tranquillizza, placa la tristezza dei minuti precedenti, mi appaga. Come sempre, quando finisce, non sento il bisogno di ascoltare altre canzoni. La mia mente è pulita, quasi come se fosse parte integrante della canzone stessa il silenzio che la segue. E’ come il risveglio dopo un lungo sonno profondo. La capacità visionaria di questa musica sorprende. E’ sognante, avvolgente, a tratti impalpabile come il velo raffigurato nel libretto interno, a tratti ossessiva, pesante. La bellezza non è nella singola canzone, ma nella totalità del disco. Da ascoltare in solitudine, dall’inizio alla fine, possibilmente seduti alla finestra, gli occhi fissi al cielo

Rodolfo Toè

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