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Maggioranza risicata per la lista nazionalista e laica Al Iraqiya

Dopo venti giorni di stallo, la Commissione elettorale è riuscita a dare un verdetto sulle elezioni tenutesi in Iraq il 7 marzo.

Il risultato uscitone è stato un vero e proprio ribaltone elettorale, infatti al contrario di tutte le previsioni, che davano vincente il premier uscente Nouri Al Maliki e la sua coalizione “Alleanza per lo Stato di Diritto” è risultata invece vincente l’alleanza Al Iraqiya dell’ex-premier Iyad Allawi con 91 seggi contro gli 89 di Al Maliki.

Queste elezioni presentano numerosi aspetti di novità rispetto alle precedenti, innanzitutto la partecipazione è stata molto alta raggiungendo il 62,5%, dato invidiabile anche per molti paesi occidentali, in secondo luogo si è avuta una partecipazione massiccia dell’elettorato sunnita, che in precedenza aveva in gran parte disertato le urne, terzo e più epocale il deciso ridimensionamento dei partiti confessionali, fortissimo segnale della volontà degli iracheni di superare gli anni di violenze ed orrori causati dagli scontri religiosi.

Ma chi è il vincitore di queste elezioni? Allawi è nato 65 anni fa, di famiglia sciita ma laico e sposato con una cattolica, in gioventù fece parte del partito Baath uscendone nel 1975 per dissidi con la linea di Saddam Hussein. Si specializza in neurologia a Londra, dove nel 1978 sfugge ad un tentativo di omicidio ordito dai servizi iracheni. Diventa quindi il punto di riferimento di tutti i dissidenti iracheni ex-baathisti e laici, ottenendo l’appoggio americano in diversi tentativi di rovesciare il regime. Rientrato in Iraq a seguito dell’invasione del 2003, diventa premier ad interim nel 2004. Si tratta di un governo-fantoccio delle autorità americane, che gli costa l’appellativo di “boia di Fallujah” a causa dell’offensiva tenuta durante il suo governo sulla città. Finito il suo premierato inizia a preparare la lista laica ed interconfessionale Al Iraqiya, con cui riesce a catalizzare i voti dei sunniti, degli ex-baathisti e dei laici in genere riuscendo a vincere le elezioni.

I veri problemi iniziano però adesso, al di là del fatto che Al Maliki non ne ha riconosciuto la vittoria e ha richiesto il riconteggio dei voti ottenendo un secco no, Allawi ha ora un mese di tempo per formare una maggioranza credibile per ottenere il 163 parlamentari su 325 necessari per governare.

L’impresa non si presenta facile in quanto Allawi ha ottenuto 91 seggi, Al Maliki 89, mentre la coalizione confessionale sciita 70. Gli unici che fin’ora si sono detti disponibili sono i curdi con i loro 43 seggi, comunque insufficienti, e che con ogni probabilità richiederebbero delle contropartite inaccettabili per la componente sunnita in termini di diritti petroliferi e territoriali.

Maliki, sconfitto alle urne, sembra invece messo meglio dal punto di vista delle alleanze, potendo puntare all’accordo con l’Alleanza nazionale irachena, sintesi dei radicali sciiti e forti di 70 deputati, anche se la componente estremista guidata da Muqtada Al Sadr ha fatto sapere di non volerne sapere annunciando un referendum tra i suoi elettori, senza contare che nemmeno gli USA vedrebbero di buon occhio una riedizione del vecchio governo e dei suoi errori.

Resta una possibilità, per quanto assurda possa sembrare, l’alleanza tra Allawi e Maliki. Possibilità confermata dalle dichiarazioni di Allawi, che afferma: “Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno e portino stabilità e pace all’Iraq. Imposteremo negoziati con tutti i blocchi politici, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso”.

Adesso tutti i giochi restano aperti, ma il popolo iracheno ha lanciato un segnale forte con la volontà di avere una società laica, dove sunniti, sciiti, curdi e cristiani hanno pari diritto di cittadinanza, gettandosi alle spalle gli anni di guerra e divisioni etniche e religiose.

Emiliano Quercioli
emiliano.quercioli@sconfinare.net

Dove nasce la rabbia del profondo Nord

di Paolo Rumiz

 

Il sottotitolo e l’immagine di copertina di questo capolavoro di giornalismo potrebbero far pensare a un manifesto della Lega Nord: non a caso, mentre lo leggevo in classe, ho ricevuto sguardi dal perplesso allo schifato (certo non stupiti, d’altronde sono friulano, quindi parte integrante del terribile Nord-Est leghista!).

In realtà, questo libro del triestino Paolo Rumiz, giornalista de “La Repubblica” e autore di numerosi reportage dall’area balcanica, è un rarissimo esempio di imparzialità e lucidità di analisi all’interno del campo minato che è la “Questione leghista”. Questa imparzialità è ancora più eccezionale considerando che il libro è stato scritto nel ’97, sull’onda del clamore suscitato dalle posizioni più estreme della Lega, al tempo partito dichiaratamente secessionista.

 

L’analisi di Rumiz prende spunto da un viaggio in tutto il Nord Italia, parlando con attivisti e dirigenti dei partiti, ma anche con imprenditori del Nordest e della Lombardia, con sindaci di minuscoli paesini di provincia, dal Friuli al Piemonte, con sociologi e intellettuali di ogni orientamento politico e ideologico. Un quadro completo e originale, che grazie alla maestria di Rumiz si trasforma da raccolta di opinioni a documento importantissimo delle ragioni della nascita e dell’affermazione del fenomeno leghista. Un fenomeno caratteristico dell’Italia, non di quella stereotipata di pizza, mafia e mandolino, ma di quella dell’imprenditoria diffusa e familiare, del localismo (eccessivo e non), della religiosità quieta e riservata, quasi più protestante che cattolica (un esempio su tutti: il caso Englaro e la dissidenza del clero friulano dalla posizione ufficiale del Vaticano)… insomma, del Nord, che sembra quasi fare a pugni con l’immagine “tradizionale” dell’Italia.

Quello che davvero colpisce di questo libro è come Rumiz riesca a unire spunti diversissimi, componendo un quadro vario e allo stesso tempo estremamente coerente: è, insomma, un esempio di grande giornalismo, che si cala nelle piccole e grandi realtà con straordinaria umanità e riesce comunque a mantenere una visione d’insieme di ampio respiro. Per capire il fenomeno della Lega, in particolare, un approccio che tenga conto delle particolarità dei luoghi e della gente è fondamentale, perché, come Rumiz stesso suggerisce più volte, la Lega è spesso il frutto di un localismo esasperato, ma che è diventato tale soprattutto perché la Sinistra italiana l’ha sempre disprezzato o peggio ancora ignorato, facendo finta che non esistesse. Berlusconi, in maniera più furba dal punto di vista politico/elettorale (e discutibile eticamente), ha soffiato sul fuoco e ha fatto da cassa di risonanza al messaggio della Lega.

 

La maggior parte dell’intellighenzia di sinistra continua ad attribuire l’innegabile e crescente successo della Lega solamente ad un’ignoranza di fondo, trascurando,  consapevolmente o meno, tutte le dinamiche sociali, ideologiche e politiche che sottostanno a tale successo. È un atteggiamento controproducente, che non ha fatto altro che rendere ancora più salda la “fede” dei militanti del partito e convinto molti indecisi a votarlo. Rumiz, al contrario, analizza finemente tutte queste dinamiche; in particolare, si sofferma sull’aspetto sociologico e culturale del voto leghista, registrando e mostrando quella che lui chiama appunto una “secessione leggera” (dallo Stato e dalla politica in primis). È qui il punto centrale del fenomeno della Lega: quello di essere un fenomeno popolare, nato dal basso e da un comune sentire, trasversale sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista politico. Gli spunti offerti da Rumiz qui sono intelligenti e numerosissimi: ad esempio, le ragioni del passaggio “in blocco” dalla DC alla Lega in Veneto e Friuli, oppure il voto “secessionista” delle provincie (e degli Alpini) che fecero la Resistenza partigiana più feroce. O ancora, perché proprio sulle sponde del “Dio Po” la Lega sia più debole che in Sicilia.

 

La Lega è stata definita un “estremismo di centro”, ancora riferendosi alla sua natura fondamentalmente culturale e apolitica. Rumiz racconta e sviscera le manifestazioni più eclatanti ed estreme dei primi anni della Lega (le adunate celtiche, tanto per dirne una), da una parte dissacrandole e dall’altra cercando di andare oltre, entrambe cose che la politica italiana di quegli anni non seppe fare, dando un’enorme forza e credibilità a Bossi e alla sua carica eversiva.

Quell’”andare oltre” è anche esaminare le profonde contraddizioni del «Nord, capace di esprimere contemporaneamente straordinari “altruismi” nel volontariato e imprevedibili “egoismi” in politica». Perché è proprio questa la cosa più difficile da comprendere per le persone “esterne” al Nord Italia: com’è possibile, ad esempio, che nelle roccaforti leghiste di Treviso e Verona i sindaci “sceriffi” tolgano le panchine per impedire agli immigrati di dormirci mentre quelle stesse provincie hanno i più alti tassi di integrazione e di imprenditorialità degli extra-comunitari? Oppure ancora, come diavolo fanno i bergamaschi a conciliare le “percentuali bulgare” della Lega (strano gioco di parole!) con una radicata ed efficientissima tradizione di volontariato (senza distinzioni di “latitudine” o etnia)? Queste e molte altre ancora le domande a cui avrete risposta, leggendo questo bellissimo libro.

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.com

 

Colloquio coi prof. La Mantia e Neglie sul progetto di ricerca che partirà a marzo

«Sarà un convegnacolo: un evento, cioè, a metà tra convegno e spettacolo»: così i professori Neglie e La Mantia ci hanno illustrato il punto di approdo del loro singolare progetto.

Il tema è molto vasto: il dissenso e la manifestazione del dissenso, in ogni ambito. Il ruolo centrale spetterà agli studenti, ai loro interessi e alla loro fantasia. Ogni gruppo di ricerca creerà il suo “percorso didattico”, un lavoro di studio e ricerca concentrato su un ambito preciso della questione. L’evento conclusivo, poi, raccoglierà tutti gli spunti per creare un puzzle complessivo della nostra idea di “dissenso”.

La prima fase del progetto prevede, dunque, il lavoro di ricerca. Gli studenti interessati potranno riunirsi in gruppi e, a seconda dell’ambito che desiderano approfondire, scegliersi un professore di riferimento. L’approccio sarà multidisciplinare: potenzialmente tutti i professori potranno dare il loro contributo, anche attraverso piccoli seminari durante i loro corsi del secondo semestre.

Sono gli stessi prof. Neglie e La Mantia a proporre alcuni spunti. Si potrà spaziare dal “dissenso contro i totalitarismi”, come quello di Solidarnosc in Polonia e dei cattolici in Unione sovietica, a quello studentesco; dal dissenso armato di terrorismo e anni di piombo a quello utopico delle comuni maoiste e dei parchi Hobbit; dal rapporto “dissenziente” fra le chiese cattolica e ortodossa, alla Teologia della liberazione; dalla forza di andare controcorrente dell’antipsichiatria di Basaglia al tema delle “Piccole patrie”, le identità regionali che cercano protezione dall’invadenza  burocratica/tecnico/finanziaria dell’Unione Europea. Le ricerche avranno un taglio “multimediale”: cinema, letteratura, teatro e musica entreranno a pieno titolo nei lavori. Per questo si vorrebbero coinvolgere la Cineteca del Friuli oltrechè, magari, l’Università di Udine e Dams Cinema.

Ogni gruppo di studio produrrà infine un paper che verrà esposto durante l’incontro/conferenza finale. Inoltre probabilmente i lavori verranno pubblicati su un blog dedicato, in cui verrebbero anche esposte tutte le informazioni e le scadenze riguardanti il convegno e il lavoro dei gruppi di studio. Sempre a questo scopo saranno sfruttate le mailing list delle associazioni che decideranno di collaborare.

Il “convegnacolo” conclusivo (che si terrà tra la fine di aprile e l’inizio di marzo) sarà una manifestazione multimediale: un’unione di testimonianze dal cinema, dalla musica, dalla letteratura che spera di riuscire a coinvolgere anche i cittadini di Gorizia. Il modello di partenza è il convegno sul Sessantotto, svoltosi l’anno scorso sempre a Gorizia, solo con una struttura più organizzata e appunto una maggiore partecipazione degli studenti. Per curare l’aspetto iconografico della giornata il prof. Neglie è già alla ricerca di una “task force musica&immagini”.

Anche se non è ancora certo, probabilmente si riuscirà a ottenere l’attribuzione dei crediti liberi/F per il lavoro svolto nei gruppi di studio: più che un metodo per attirare più studenti, questo vuole essere un riconoscimento ufficiale della serietà del lavoro svolto.

Un altro aspetto innovativo di questo progetto è la partecipazione di studenti stranieri, russi e polacchi, provenienti delle università con cui è a contatto Gorizia: svolgeranno nelle loro università l’attività di studio e ricerca, per poi “confluire” qui per l’incontro finale. In particolare, gli studenti russi potranno forse condividere la loro ricerca con gli italiani, approfittando dello scambio che li porterà in Italia in marzo.

Il professor Neglie presenterà il progetto il prossimo 5 marzo durante l’apertura del suo corso di Storia Contemporanea. Ovviamente chi fosse interessato può fin da ora contattare i docenti: oltre agli spunti già forniti saranno la fantasia e la voglia di impegnarsi degli studenti a trasformare quest’evento in un’occasione di crescita e rinnovamento della nostro corso e della città di Gorizia.
Federico Faleschini

Francesco Marchesano

federico.faleschini@sconfinare.net

francesco.marchesano@sconfinare.net

Una forma alternativa di satanismo.

Lui si definisce “cittadino di serie zeta, un diverso che crede alla diversità come l’accesso al genio”. Dall’opinione pubblica è definito satanista, ribelle, folle, assassino anche se la giustizia non è riuscito finora ad incastrarlo. Sto parlando di Marco Dimitri, colui che nel 1982 ha fondato l’associazione culturale “Bambini di Satana” e che ha la sua base principale a Bologna. Non si tratta di una setta… è semplicemente un gruppo che il diavolo stesso ha generato: ciascuno infatti, a detta di Dimitri, è il male quando prende consapevolezza di sé stesso. L’essere umano è al centro di tutto: delle arti, della musica e della scienza, è fondamentalmente l’antagonista illuminista della chiusura medievale. Difatti, all’interno dell’associazione, si cerca sempre di evitare ogni superstizione e rituali “tipici” del Satanismo classico, considerato alla stregua di qualsiasi altra religione. E’ la Chiesa, in particolare quella cattolica, che fa terrorismo psicologico tra le genti, prefigurando un’eventuale possessione in caso di “mancato adempimento” dei precetti direttamente impartiti da Gesù Cristo; potenzialmente ogni uomo conterrebbe in sé Satana, che non è necessariamente male. Il male, come afferma Dimitri in un’intervista, infatti, è commesso dalle istituzioni e lo si riscontra nella negazione dei diritti, nella discriminazione ideologica: è “negare l’accesso alla partecipazione”. Da certe sue affermazioni in effetti “l’angelo ribelle” sembra peccare di “eccesso di democrazia”, sostenendo la libertà di stampa, di pensiero e in particolare di espressione: nessun gruppo dovrebbe esser messo a tacere, tantomeno i “Bambini di Satana”, che, a giudicare dal loro blog, sembrano essere molto… normali. C’è anche della cronaca al suo interno, dalla cui lettura non trapela alcunché: né l’orientamento politico, tantomeno quello “religioso”. Cronaca, punto. Quasi ad affermare a tutti i costi l’assoluta normalità del gruppo. Anche l’iniziazione avviene “legalmente” e “semplicemente”: si tratta di un’iscrizione, che può essere fatta anche online, e che non è vincolante a vita. Si può uscire dal gruppo in qualsiasi momento e senza conseguenze “fatali”… quello che invece accade nelle più diffuse sette sataniche.

Tuttavia, come ho detto poc’anzi, i problemi con la legge ci sono stati: accusati di pedofilia, possesso di hashish, messe nere e via discorrendo… Marco Dimitri è stato persino in carcere, anche se per poco tempo e, a detta sua, ingiustamente. Si è sentito perseguitato dalla società e dalla politica solo perché ha sempre fatto dell’informazione “corretta”. Talvolta si reputa anche un paladino della legge, denunciando mali e fratture italiane, e autoproclamandosi “pazzo di sé stesso” e “vincente” nella sua poesia “Impeto”. Un po’ megalomane, un po’ “superuomo”, Dimitri spesso è ospite nei più importati salotti televisivi e non, e su di lui ci sono fior fior di articoli ed interviste. Il gruppo fondamentalmente ha conosciuto un notevole successo grazie alla sua personalità, carismatica e ammaliante.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

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