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 Ci sono parole che una persona elegante non pronuncia mai. Non mi riferisco al tradizionale turpiloquio, perché ritengo che certe affermazioni restino circoscritte a colui che le pronuncia, diminuendone soltanto la sua persona che, di solito, viene additata come volgare e maleducata. Il turpiloquio a cui faccio riferimento è una parola strana, non antica ma, neppure così moderna, un termine molto in voga soprattutto negli ultimi due secoli appena trascorsi e che, ad oggi, sta tornando ferocemente, seppur in forma diversa, di moda.

 Chiaramente mi sto riferendo alla parola di dodici lettere che comincia per N e finisce per O. Se ne dovrà occupare chi, in redazione, vorrà titolare l’articolo, io non voglio pronunciarla di certo. Mi fa ancora troppa paura.

 Ero a casa e, piacevolmente, osservavo la vivace vita goriziana sulla via sottostante, quando il mio sguardo è stato catturato dal massiccio e ricercato, almeno come doveva essere nei sui anni migliori, edificio del tribunale e, in lontananza, la sagoma scura, ma onnipresente del castello. Con una tazza di the in mano ho iniziato a divagare dolcemente coi miei pensieri. Non sono riuscito, come prescrive Schopenhauer a squarciare il Velo di Maya e, per forza di cose, ho ripiegato sulla realtà fenomenica. Cosa che, comunque, ha portato i suoi frutti: ho immaginato una triste Gorizia italianizzata e di epoca fascista e una, invece, più allegra, multiculturale e spensierata Görz austriaca o, lo dico con sofferenza, austro-ungarica, la Cacania di Musil, per intenderci (capitolo ottavo de “L’uomo senza qualità”). Ed è stato allora che, quella parola lì, che non voglio pronunciare, ha iniziato a martellarmi il cervello in modo ossessivo. Un vocabolo che è due volte insoffribile. Primo perché è un’invenzione, secondo perché, e sono certo che molti vorranno contraddirmi, è stata ed è tutt’ora fonte e causa di enormi problemi.

 La prima colpa può sembrare revisionista ed approssimativa, ma vi assicuro che non è affatto così. Esiste qualcosa che fino all’Ottocento, cioè fino alla sua invenzione, abbia accomunato un bavarese ed un cittadino di Amburgo? Oppure, per restare nell’indigeno, un triestino ed un siciliano? La risposta è sicuramente negativa. Per chi ambisce citare lingue, tradizioni e cultura, posso prontamente rispondere che la parlata è sempre stata locale, mai comune per una più vasta compagine territoriale e molto spesso se ne è inventata una ad hoc, come in Boemia, l’odierna Repubblica Ceca, nei Paesi Scandinavi e via dicendo. A sostegno di questa tesi, voglio ricordare come tutte le alte sfere governative e sociali in Europa, fino al famigerato XIX secolo, abbiano sempre utilizzato una lingua franca come il latino o, successivamente, il francese. Quanto imponente e massiccio è stato lo sforzo e la pretesa dello Stato-nazione nell’imporre una comune parlata, Dio solo lo sa. Istruzione e, più tardi propaganda, hanno guidato i popoli verso un’identità socio-culturale creata a tavolino per loro stessi, e chi più tardi vi ci arriva, più difficile e più tortuoso gli si presenta il cammino alla meta. Questo processo è stato talmente irruento ed invadente da superare anche il catalizzatore religioso quale fonte di identificazione popolare, decretando la vittoria del verbo orale su credo e tradizioni.

 La seconda colpa è altrettanto manifesta ed è, per necessità, collegata alla prima, il lemma, che non voglio pronunciare, ha ideato, creato e fomentato idee ed ideologie fautrici di conflitti e confini che mai prima nessuno aveva ipotizzato prendessero piede. Senza immergermi troppo nell’attuale e nel recente, di cui sono certo ogni lettore ha piena conoscenza e memoria, citerò solamente l’emblematico caso del tramonto imperiale e regio. Non un desiderio sentito e condiviso dalle popolazioni, quello della frammentazione asburgica, ma semmai una presa di posizione violenta, un diktat, posto da forze minoritarie capeggiate da miopi potenze straniere. Credo che i predicatori della sedizione in Boemia, in Galizia e in Croazia, i cechi Kramar e Klofac, il ruteno Markov, i croati Supilo e Trumbic, fossero solo delle figure isolate, con un ridottissimo appoggio popolare. Dopo il 1918, agli occhi del mondo, i popoli presero il potere, ma non ne erano pronti e la scena era già preparata per i dittatori.

Per questo rido, anzi sorrido quando leggo Langone e le sue poetiche dichiarazioni su immigrazione, cultura e nazionalità. Non mi piace quello che dice, ma adoro il come riesca sempre a proporlo al grande pubblico. Ho, invece, solo lacrime e indifferenza per altre voci e penne barbare, prive di contenuti e di stile.

Francesco Plazzotta

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Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Finanza creativa studentesca? Il primo atto.

Ripartizioni ambigue di fondi all’Università di Trieste, associazioni studentesche goriziane a secco, (alcune) liste studentesche premiate. Non c’è stata nessuna infrazione del regolamento, ma molti dubbi sorgono sulla correttezza della procedura seguita nella ripartizione dei 37.000 euro destinati “ad attività culturali e sociali delle associazioni, liste e gruppi studenteschi per l’anno 2010”, iter conclusosi con la delibera del Consiglio Di Amministrazione in data 18 dicembre 2009.

Ho sotto mano il verbale dell’assemblea, ma prima d’entrare nel dettaglio dello stesso è meglio aprire una piccola parentesi a proposito della procedura che viene seguita per l’attribuzione di questi bei soldini. Solitamente, la destinazione della somma viene decisa da una commissione formata all’interno dal Consiglio Degli Studenti. Ciò avviene su delega del Consiglio di Amministrazione che poi è tenuto ad approvarla. In parole molto spicciole, chi decide dove vanno i soldi, e quanti ce ne vanno, sono gli studenti stessi – ovvero gli unici soggetti che potrebbero, vista la materia in questione, risultare (chiaramente in una lontanissima, del tutto irrealistica e trascurabile ipotesi puramente teorica) anche i soli beneficiari degli stessi.

Se vi capita di dare un’occhiata al verbale, noterete che la procedura ha richiesto ben quattro sedute della commissione, tante erano le domande da esaminare: il 17 novembre, il 24 novembre, il 30 novembre ed il 1 dicembre. Ad ogni associazione era richiesta la presentazione di una documentazione molto dettagliata, compresa inoltre di una lista delle attività finanziabili, una copia dello statuto e del bilancio dell’esercizio precedente. Una condizione che, chi scrive, ritiene necessaria al fine di evitare una non accorta gestione dei fondi universitari in un momento difficile per il mondo accademico italiano.

Non desta infatti perplessità  il fatto che nessuna associazione del polo goriziano dell’Università  di Trieste figuri tra le finanziabili, a causa di difetti nella presentazione delle domande, non adeguatamente motivate. Piuttosto, è discutibile il modo in cui il regolamento è stato interpretato per destinare ottomila euro a liste politiche studentesche, nominalmente a “AutonomaMente” (2203 euro) “Lista di Sinistra” (2705) e “Oltre – Student Office” (2754). Il nodo centrale della controversia sta nell’interpretazione che è stata data al regolamento durante le discussioni. Questo, infatti, prevede che la destinazione dei fondi possa essere fatta a “i Beneficiari, cioè Liste, Associazioni e Gruppi, indistintamente”. Il punto è che per le Liste non è necessaria alcuna motivazione, né alcuno dei documenti richiesti per le associazioni. Si stacca loro, sostanzialmente, un assegno in bianco. In poche parole, al regolamento è stata data un’interpretazione per così dire morbida, ed i fondi sono stati ripartiti tra le liste non (come si fa secondo la prassi) in base al numero di voti; bensì usando come metro anche la partecipazione degli eletti ai vari Consigli. E trascurando, tra l’altro, le due liste elette dalle sedi di Gorizia e di Pordenone. E’ un punto di vista, questo, che si presta a molte critiche: è chiaro che in vista delle prossime elezioni le liste si troveranno ad affrontare delle spese. Quello che non risulta altrettanto trasparente, casomai, è il criterio che è stato usato per decidere l’ammontare dei loro finanziamenti: perché tremila euro e non, per esempio, cinquecento? Su cosa si basa questa stima? Da quanto risulta dalla delibera, è un meraviglioso frutto del libero arbitrio. Nessun bilancio preventivo, nessun rendiconto, niente di niente. Si crea così un sistema in cui può capitare che un’associazione venga esclusa, pur in presenza di un piano dettagliato e di motivazioni eccellenti, solo perché l’organizzazione a cui fa capo non invia una copia del proprio statuto. E dall’altra parte, si hanno delle liste politiche che gestiscono fondi pubblici “sulla parola”.

Al momento, la vicenda non si è ancora conclusa. Le associazioni goriziane stanno pensando di presentare un ricorso per chiedere la revisione della procedura di assegnazione dei fondi – questo sarebbe il primo passo per un finanziamento basato su regole paritarie, su di un unico criterio per associazioni e liste. Certo, se poi si cominciasse a parlare delle associazioni che chiedono i finanziamenti per organizzare tornei di paintball (che è un’attività illegale) o, meglio ancora, di quelli che chiedono la disponibilità dell’aula informatica per giocare a PES …

CHI SI PIGLIA I NOSTRI SOLDI

Finanza creativa studentesca? Il primo atto.

Ripartizioni ambigue di fondi all’Università di Trieste, associazioni studentesche goriziane a secco, (alcune) liste studentesche premiate. Non c’è stata nessuna infrazione del regolamento, ma molti dubbi sorgono sulla correttezza della procedura seguita nella ripartizione dei 37.000 euro destinati “ad attività culturali e sociali delle associazioni, liste e gruppi studenteschi per l’anno 2010”, iter conclusosi con la delibera del Consiglio Di Amministrazione in data 18 dicembre 2009.

Ho sotto mano il verbale dell’assemblea, ma prima d’entrare nel dettaglio dello stesso è meglio aprire una piccola parentesi a proposito della procedura che viene seguita per l’attribuzione di questi bei soldini. Solitamente, la destinazione della somma viene decisa da una commissione formata all’interno dal Consiglio Degli Studenti. Ciò avviene su delega del Consiglio di Amministrazione che poi è tenuto ad approvarla. In parole molto spicciole, chi decide dove vanno i soldi, e quanti ce ne vanno, sono gli studenti stessi – ovvero gli unici soggetti che potrebbero, vista la materia in questione, risultare (chiaramente in una lontanissima, del tutto irrealistica e trascurabile ipotesi puramente teorica) anche i soli beneficiari degli stessi.

Se vi capita di dare un’occhiata al verbale, noterete che la procedura ha richiesto ben quattro sedute della commissione, tante erano le domande da esaminare: il 17 novembre, il 24 novembre, il 30 novembre ed il 1 dicembre. Ad ogni associazione era richiesta la presentazione di una documentazione molto dettagliata, compresa inoltre di una lista delle attività finanziabili, una copia dello statuto e del bilancio dell’esercizio precedente. Una condizione che, chi scrive, ritiene necessaria al fine di evitare una non accorta gestione dei fondi universitari in un momento difficile per il mondo accademico italiano.

Non desta infatti perplessità  il fatto che nessuna associazione del polo goriziano dell’Università  di Trieste figuri tra le finanziabili, a causa di difetti nella presentazione delle domande, non adeguatamente motivate. Piuttosto, è discutibile il modo in cui il regolamento è stato interpretato per destinare ottomila euro a liste politiche studentesche, nominalmente a “AutonomaMente” (2203 euro) “Lista di Sinistra” (2705) e “Oltre – Student Office” (2754). Il nodo centrale della controversia sta nell’interpretazione che è stata data al regolamento durante le discussioni. Questo, infatti, prevede che la destinazione dei fondi possa essere fatta a “i Beneficiari, cioè Liste, Associazioni e Gruppi, indistintamente”. Il punto è che per le Liste non è necessaria alcuna motivazione, né alcuno dei documenti richiesti per le associazioni. Si stacca loro, sostanzialmente, un assegno in bianco. In poche parole, al regolamento è stata data un’interpretazione per così dire morbida, ed i fondi sono stati ripartiti tra le liste non (come si fa secondo la prassi) in base al numero di voti; bensì usando come metro anche la partecipazione degli eletti ai vari Consigli. E trascurando, tra l’altro, le due liste elette dalle sedi di Gorizia e di Pordenone. E’ un punto di vista, questo, che si presta a molte critiche: è chiaro che in vista delle prossime elezioni le liste si troveranno ad affrontare delle spese. Quello che non risulta altrettanto trasparente, casomai, è il criterio che è stato usato per decidere l’ammontare dei loro finanziamenti: perché tremila euro e non, per esempio, cinquecento? Su cosa si basa questa stima? Da quanto risulta dalla delibera, è un meraviglioso frutto del libero arbitrio. Nessun bilancio preventivo, nessun rendiconto, niente di niente. Si crea così un sistema in cui può capitare che un’associazione venga esclusa, pur in presenza di un piano dettagliato e di motivazioni eccellenti, solo perché l’organizzazione a cui fa capo non invia una copia del proprio statuto. E dall’altra parte, si hanno delle liste politiche che gestiscono fondi pubblici “sulla parola”.

Al momento, la vicenda non si è ancora conclusa. Le associazioni goriziane stanno pensando di presentare un ricorso per chiedere la revisione della procedura di assegnazione dei fondi – questo sarebbe il primo passo per un finanziamento basato su regole paritarie, su di un unico criterio per associazioni e liste. Certo, se poi si cominciasse a parlare delle associazioni che chiedono i finanziamenti per organizzare tornei di paintball (che è un’attività illegale) o, meglio ancora, di quelli che chiedono la disponibilità dell’aula informatica per giocare a PES …

La conferenza sul cambiamento climatico: fallimento o aspettative troppo alte?


Abbandonando una volta tanto il mio realismo, negli ultimi tempi avevo cominciato a pensare che forse il mondo era davvero pronto a fare il grande passo necessario per cambiare rotta riguardo al cambiamento climatico. Non credo mi sbagliassi sulla consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale, come le numerosissime manifestazioni hanno dimostrato; né mi sbagliavo nel ritenere ormai superati i negazionisti del cambiamento climatico, che non hanno avuto alcuna voce in capitolo durante la Conferenza sul cambiamento climatico di Copenhagen. Ho dunque atteso l’inizio della Conferenza in uno stato di esaltazione interiore, tale da portarmi a credere sinceramente a (quasi) tutti gli appelli lanciati dai vari capi di Stato e dirigenti delle organizzazioni internazionali.

Diciamo subito che agli appelli tutti hanno tenuto fede. Chi, come gli Stati più poveri e a rischio, voleva a tutti i costi un accordo legalmente vincolante, è rimasto fermo nel suo proposito. I moderati, come l’UE, non sono andati oltre gli impegni minimi già dichiarati (eventuali impegni maggiori erano infatti legati alla conclusione di un accordo globale). Chi, invece, come USA e Cina, si lanciava accuse reciproche di mancanza di volontà ha continuato a farlo anche durante l’incontro. Il risultato è un accordo di straordinario valore dal punto di vista politico, dato il successo di partecipazione riscosso, ma che delude le speranze di miliardi di persone dal punto di vista dei risultati concreti.

Vediamo dunque in dettaglio cosa emerge dal testo dell’Accordo di Copenhagen:

  1. L’obiettivo principale è limitare il riscaldamento globale a 2°C: per fare ciò è necessario ridurre le emissioni mondiali dalle attuali 47 GT (gigatonnellate, ovvero miliardi di T) di CO2 equivalenti a 44 GT entro il 2020. Ora, 3 sole considerazioni: innanzitutto con il livello di 44 GT non si ha la certezza di contenere il riscaldamento a 2° ma solo una “ragionevole certezza”, vale a dire il 50% di probabilità di successo!!! In secondo luogo, seguendo l’attuale trend di crescita delle emissioni, le previsioni per il 2020 sono di circa 61 GT con riscaldamento previsto di 5°C nel 2050. Infine, e più importante, stando alle quote finora promesse dai vari paesi, nella migliore delle ipotesi si arriverebbe a 46 GT nel 2020, così che la probabilità di contenere il riscaldamento a 2°C diventa ancora più remota. E stiamo parlando della “migliore delle ipotesi”.
  2. Si stabilisce che i paesi sviluppati debbano aiutare i paesi più poveri/a rischio ad attuare l’adattamento ai cambiamenti climatici e all’economia sostenibile, con trasferimenti sia finanziari che tecnologici;
  3. Si individuano due distinti gruppi di paesi: gli “Annex-1 Parties”, in pratica i paesi più industrializzati che hanno sottoscritto impegni vincolanti per il 2012 col protocollo di Kyoto e che entro il 31 Gennaio 2010 devono confermare le loro quote di riduzione delle emissioni (che verranno poi controllate secondo il criterio MRV cioè “measurable, reportable, verifiable” —> intrusione nella sovranità statale rifiutata dagli USA) e “Non Annex-1 Parties” (che agiscono con “azioni mitigatorie” su base volontaria – no MRV – e/o dopo aver ricevuto sostegno economico/tecnologico – in tal caso si attua l’MRV);
  4. Si prevede il ricorso a diverse misure per favorire il cambiamento, soprattutto riforestazione e istituzione del mercato della CO2 (per favorire il coinvolgimento dei paesi poveri con basse emissioni); vengono inoltre definite forme di finanziamento ad hoc;
  5. Riguardo ai fondi, gli “Annex-1 parties” hanno promesso ai paesi poveri e in via di sviluppo $30 miliardi per il periodo 2010-2012, con l’obiettivo di raccogliere $100 miliardi l’anno entro il 2020 (N.B. il pacchetto anti-crisi del governo USA è costato $781 miliardi!); ancora indefinita l’origine di questi finanziamenti, nel dubbio vengono elencate tutte le possibili ipotetiche fonti (private, pubbliche, “alternative”, …);
  6. Si istituisce il “Copenhagen Green Climate Fund”, che gestirà la maggior parte delle risorse destinate a combattere il riscaldamento globale; parallelamente, si istituisce un “High Level Panel” per il reperimento di queste risorse;
  7. Il termine per adempiere ai contenuti dell’accordo è stabilito al 2015 (termine entro il quale si discuterà, sulla base delle prove scientifiche, un eventuale ulteriore abbassamento della soglia massima a 1,5°). Tuttavia, un obiettivo più vicino di molti paesi poveri e gruppi di attivisti è quello di rendere l’accordo legalmente vincolante in occasione della prossima conferenza sul clima, in Messico, tra Novembre e Dicembre di quest’anno.

Il risultato politico indiscutibile è che ormai la lotta al cambiamento climatico è diventata un’assoluta priorità, così come il passaggio a un’economia sostenibile. Quello che è mancato è stata la volontà politica da parte dei paesi più influenti di andare oltre le posizioni di partenza, legando il proprio impegno a quello degli altri paesi.

Deludente il comportamento di Barack Obama, che dietro la sua solita impeccabile retorica ha promesso ben poco (più precisamente, il 17% di emissioni in meno rispetto ai livelli del 2005, quando la quota promessa dai paesi europei è del 20% in meno rispetto ai livelli del 1990); c’è da dire che essendosi insediato da appena un anno, non può forse ancora contare sul consenso interno necessario per osare di più. D’altra parte, Obama ha seriamente compromesso la possibilità di raggiungere il consenso sul testo dell’accordo, quando ha annunciato sulla TV americana ancora prima che all’assemblea, che un ridotto numero di paesi (USA, Cina, India, Brasile, Sud Africa) aveva infine stilato il testo dell’Accordo. Le proteste di molti paesi in seguito a questo colpo di scena hanno fatto sì che l’Accordo abbia uno status giuridico incerto e soprattutto non sia vincolante (per esserlo avrebbe dovuto essere approvato da tutti i paesi presenti).

Il contrasto maggiore è stato quello fra USA e Cina, con quest’ultima che, assieme ai paesi poveri e in via di sviluppo, ha insistito sulla “responsabilità storica” dei paesi occidentali e sul concetto di “emissioni di CO2 per 1% di PIL”: in questo modo il governo cinese vorrebbe salvaguardare la sua crescita economica (che si basa tuttora in misura rilevante sul consumo di carbone), giustificata in ciò dal suo basso livello di emissioni pro capite (meno della metà della media europea e ben 5 volte minore di quello degli USA, ma 3 volte quello dell’India). Francamente, non posso che condividere; forse, per i paesi occidentali (e gli USA in particolare) è semplicemente venuto il momento di farsi da parte e lasciare le redini alla saggezza orientale: in fondo, un prezzo non eccessivo per la sopravvivenza dell’umanità.

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Ricordi di un’ estate passata a Berlino

[da leggere ascoltando Tocotronic – Schatten werfen keine Schatten]

Sono arrivato a Berlino sicuro che il tempo che ci avrei trascorso mi avrebbe cambiato. Sono partito pensando che qua, dove viviamo, nelle nostre piccole cittadine, siamo ombre e che le ombre non gettano altre ombre. Là ho realizzato che, in una metropoli che è una piccola città, le persone, per quanto siano chiuse, grigie e fredde, ti rimangono nel cuore, anche se non le hai mai conosciute, perché ti illuminano. E le ricordi per i loro sguardi. Sguardi di gente selvatica, come quella città dove le volpi, la notte, escono dai parchi in cerca di resti degli ultimi kebab mangiati prima di rincasare, poco prima che il sole sorga. Sguardi di chi vive come aveva sognato di vivere quando era ragazzo: un poco sopra le righe, un poco oltre le proprie possibilità, ma felice. Sguardi pieni di respiro, come questa città che mi ha colpito fin dall’ inizio, che mi mancherà e che non ritroverò facilmente altrove. Una grande città, pochi alti palazzi, molto verde. Non c’è un centro oppure ce ne sono molti: ogni quartiere è realtà a sè cosicché quando sei a Prenzlauerberg non puoi confonderti con Kreuzberg, Wedding o Mitte. Ogni quartiere con la sua personalità, uno Stimmung per ognuna di queste piccole cittadine: così quando giri per questa città non ti rendi conto di essere in una metropoli, non fosse per la U-bahn, le grandi distanze e la gente che la popola.

Berlino d’estate è bella: si camminano volentieri le sue strade fino a tardi, si siede nei parchi, tra un grill e un pomeriggio al sole con gli amici, sdraiati a guardare quel cielo che da noi non c’è, a farsi scompigliare i capelli da quel vento che fa passare le nuvole così velocemente come non ho visto da altre parti. E poi tornare a casa, a Kreuzberg, passando accanto agli odori turchi che escono dai baracchini del kebab o dai mercati domenicali. La domenica mattina ai mercati delle pulci a cercare qualche curiosità, a fare amicizia con gente che arriva da chissàdove e deve vendere tutto quello che ha per poter acquistare il biglietto aereo di ritorno (chissà da quanto tempo sono in viaggio). E conoscere qualche artista che ha lo studio nella soffitta di qualche casa da qualche parte a Wedding.

I tedeschi di Berlino sanno godersi la vita e noi dovremmo imparare da loro. E loro dovrebbero imparare da noi a ridere: difficile trovare chi, in metropolitana, sia disposto a una chiacchierata. Ma verso sera, i berlinesi escono di casa, si comprano un paio di birre al tabacchino, le bevono passeggiando e diventano simpatici.

Di loro ho apprezzato la loro tolleranza, al limite con il menefreghismo, e il loro essere così distanti dal moralismo cattolico che ci attanaglia in Italia. Mi sentivo più libero, più rispettato, più sicuro, senza militari. Con il tempo ho scoperto il loro tipo di moralismo e la loro rigidità nel non accettare chi esce dai loro schemi. Ho scoperto che il Muro è ancora in piedi: tra Ossi e Wessi, tra gay veri e gay che provano ad esserlo, tra cool e uncool, tra nudisti e vestiti, tra italiani berlinesi e italiani turisti. Per quanto ti facciano sentire straniero però è tutto così familiare.

Finalmente in quella città, chi ero? Chi sono diventato? Sono diventato cosciente, ho alzato gli occhi e il mondo era lì, davanti ai miei occhi.

Alessandro Battiston

Schlagstein@gmail.com

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama che vince il premio Nobel per la pace sembra una notizia confezionata a bella posta. Sembra uno scherzo. Io stesso ho creduto fosse uno scherzo, e ho dovuto leggere due o tre lanci d’agenzia prima di convincermene.

Ora, come al solito, nel mondo ci saranno le solite discussioni prefabbricate. Io, obamiano della prima ora, difendo a spada tratta il premio; io, invece, sono a prescindere contrario: il premio è ormai un affare di politica.

E in Italia…Sarà ancora peggio, perché questa discussione prefabbricata diventerà ancora più rozza e inquietantemente rivestita di razzismo o di snobismo, a seconda della parte in causa.

Se posso permettermi, dal basso della mia autorità. Forse posso permettermi, me lo riconoscerà soprattutto chi –ma chi?- si ricorda del mio articolo su questo giornale, all’epoca delle elezioni di Mr.Obama. Cercavo, allora, di mediare tra due posizioni fanatiche, di chi rigettava Obama come se fosse il figlioletto primogenito del Satana sovietico, e di chi tentava di disegnargli attorno aureola e alette d’angioletto. E anche adesso: cerchiamo di capire, al di là delle posizioni che ognuno di noi mantiene, le motivazioni di questo premio.

Perché Obama merita il Nobel? Perché Obama è un simbolo, è la prima risposta che mi do. Il simbolo di un popolo che si è emancipato. Della labile e debole pace etnica che vige negli USA.

Mi do un altro paio di risposte, vediamo quali. Perché l’eredità di Bush Jr. conta, eccome, e qualunque nuovo Presidente che sia quanto meno in grado di articolare un discorso di senso compiuto sembra un miracolo della natura, e perché un Presidente che non considera l’Assemblea dell’Onu come un dannato sperpero di denaro, tempo e risorse, sembra l’Angelo della Pace in persona. O perché un Presidente che formula in astratto l’idea che forse con l’Iran e con il governo Palestinese si possa parlare, sembra un Gandhi redivivo.

Infine, un’ultima risposta. Quella che ha pesato di più, azzardo. Il Nobel è, non nascondiamocelo, un premio europeo. Rappresenta soprattutto le idee europee. E l’idea europea, oggi, è che Obama sia un’icona progressista, risolutrice, perfetta. Perfetta. Un moderno cavaliere senza macchia, che non considera l’Europa alla stregua di un fastidioso vicino d’oceano. Il che è, a grandi linee, anche un po’ condivisibile, sebbene in parte. Il premio, visto da quest’ottica, ha due facce: una è quella della gratitudine, la gratitudine degli europei, che da sempre vogliono amare il sogno americano ma che a cicli ben precisi ne viene respinto con profonda repulsione e disillusione. L’altra è una richiesta, anzi un vincolo: Presidente Obama, le assegnamo il Nobel perché così, anche se ancora nulla di concreto ha fatto per la pace (né ha avuto il tempo di farlo, siamo onesti), sarà costretto a farlo. Dovrà attenersi a quelle che saranno le motivazioni. E’ un Nobel per la Pace, non può ignorarlo. Del resto, questo fardello si accompagna ad un grosso vantaggio: la credibilità, la rispettabilità. L’autorità. Ora, Mr. Obama è un premio Nobel per la pace, un mediatore per definizione ed in più un mediatore nel pieno possesso dei suoi poteri.

Perché Obama non dovrebbe ricevere il premio Nobel? Ma perché non ha fatto davvero nulla di concreto, di materiale, per la pace. Ancora no. Perché è troppo presto, perché non ci è ancora riuscito. Poco importa, ma ancora non lo ha fatto. Questo è un premio a prescindere, un premio in prospettiva, un controsenso. I premi devono arrivare dopo, non prima. Le recensioni per un film non si fanno prima del lancio. I Nobel per la medicina non vincono nulla se non pubblicano studi, se non fanno ricerca. Un Nobel per la letteratura deve pur aver scritto qualcosa!

Obama non ha ancora scritto nulla. Il mio giudizio sulla sua presidenza, finora, è più che ottimo, al contrario di quelle acque fresche progressiste che l’hanno prima elevato al rango di Messia per poi gettarlo nel fango, sdegnati perché non ha trasformato gli Stati Uniti in una Svezia degli anni settanta. Ma nonostante il mio giudizio così positivo, non posso sostenere restando serio che Obama meriti il Nobel. Lui stesso lo ha detto. Ma non posso nemmeno condividere l’articolo del Times, che vi consiglio di leggere, in cui si scrive che il premio non è altro che ‘una presa in giro’.

A mio parere, per quanto immeritato, questo premio è ben lungi dall’essere una presa in giro. Anzi, può essere davvero utile. E il comitato norvegese per il Nobel non è poi così sciocco. Anzi, potrebbe tranquillamente rivelarsi il più lungimirante. C’è chi ha detto che questo premio è ‘politico’ (va di moda questa definizione, ultimamente). E’ vero, credo sia politica. E non so quanto sia positivo come trend. Però, pensateci.

Quanto può farci comodo un Presidente degli Stati Uniti che, proprio nel momento di difficoltà, proprio quando stava calando nei consensi, riceve un riconoscimento così alto? Un Presidente all’improvviso più forte, più autorevole, e con la possibilità di attuare con più facilità i suoi progetti. Ora, Mr.Obama, non ha davvero più scuse. Scorre il tempo. E la storia La giudicherà ancor più severamente, alla luce di questo premio. Sarà anche immeritato, ma potrebbe essere per tutti una benedizione, o una maledizione. A Lei la scelta, Presidente Obama.

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Freedom House è un ente privato che ogni anno compie un’accurata indagine sulla diffusione della libertà di stampa nel mondo, analizzando 1) il contesto legale in cui operano i giornalisti 2) le interferenze economiche che essi incontrano nella diffusione delle informazioni 3) le pressioni politiche cui i media sono sottoposti. A tale indagine è associata una classifica dei paesi con la stampa più libera. L’Italia si trova alla settantatreesima posizione, preceduti da Benin e Israele, in ex aequo con le isole Tonga e subito prima di Hong Kong. Ci precedono in graduatoria paesi dove la tutela dei diritti civili ancora non si è del tutto affermata, come la Corea del sud. Peggio di noi trai nostri partner europei, solo la Bulgaria (76) e la Romania (92). Insomma, secondo FH siamo nella lista dei paesi con stampa parzialmente libera. Nell’analisi sul 2007 eravamo nella lista dei paesi con stampa totalmente libera. FH motiva la nostra discesa nella graduatoria riferita al 2008 con le leggi restrittive imposte ai giornalisti (la famosa “legge bavaglio”?) e con l’imbarazzante numero di querele di politici da cui essi si devono difendere. Vengono citate anche organizzazioni di estrema destra e le varie mafie (spicca sicuramente il caso Saviano) come lesive della libertà di stampa con le loro minacce e intimidazioni, ma, sempre secondo FH, un pericolo sarebbe dato anche dal “ritorno del magnate dei media Silvio Berlusconi alla carica di premier” che “ha risvegliato paure in merito alla concentrazione degli sbocchi informativi pubblici e privati sotto un solo leader”.

Come si porrebbe il nostro premier nei confronti di quest’analisi? Potrebbe dire come al solito che FH è stata imbeccata dalla sinistra sull’argomento, e molti italiani gli crederebbero. Fatto sta che FH non riceve finanziamenti dai governi e non ha pertanto nessun guadagno a “parlare male” dell’Italia, così come nessun guadagno deriva ai giornali europei dal criticare l’Italia. Non risulta, infatti, che la copertura che i nostri media stanno dando al caso Mitterand faccia lievitare gli ascolti o aumentare sensibilmente le vendite. Appare tuttavia increscioso che un pedofilo reo-confesso diriga uno dei ministeri più prestigiosi di Francia. Così come appare increscioso che a capo del governo si trovi un pluriindagato, più volte prescritto (che, diciamolo a scanso di equivoci, significa solamente che il reato di cui si è accusati è “scaduto”, non che chi è accusato sia innocente). Infatti per il presidente del consiglio il modo migliore di porsi sulla questione sarà di dimenticare che questa graduatoria sia mai esistita e di farlo dimenticare anche agli italiani, per esempio bandendo il tema dai telegiornali.

La delegittimazione dell’informazione italiana ed estera serve al premier a evitare di confrontarsi con essa su questioni scottanti. Questa strategia di delegittimazione è seguita meticolosamente: lo stesso Economist sostenitore di Reagan e Thatcher è stato ribattezzato “ecommunist”. L’Economist si pone il problema in termini di assoluto realismo e sostiene che il premier non sia la persona giusta per guidare l’Italia per molti e noti motivi, ma Berlusconi invece di rispondere a tono a un autorevole settimanale letto da tutte le élites mondiali sui dubbi più che legittimi che esso solleva, fa finta di niente, gli dà del comunista e la questione finisce lì. Nessuno del suo elettorato ha chiesto spiegazioni, nessuno dei suoi alleati politici ha accennato una reazione, nessuno dei suoi quotidiani liberi ha posto la questione, anzi hanno seguito Berlusconi sostenendo che l’Economist fosse una rivista trascurabile, bollandola appunto come comunista. Infatti essere comunista in Italia non significa “essere d’accordo con Marx”, ma solamente “dover essere ignorati”. Chi viene bollato come comunista non ha la dignità di porre domande, o quantomeno, di meritarne le risposte.

La libertà di stampa in Italia esiste solo su alcune questioni, mentre su altre viene calato una coltre di fumo. Così nei telegiornali la questione Alitalia passa per essere uno dei grandi successi di questo governo, quando invece, a causa del blocco imposto da Berlusconi al governo Prodi sulla cessione ad Air France, ci siamo trovati a doverne pagare i debiti e migliaia di persone hanno perso il lavoro (la prima offerta bloccata da Berlusconi prevedeva 2150 licenziamenti, quella accettata dal suo governo ne ha causati circa 7000; nella prima offerta i debiti di Alitalia sarebbero stati ripagati da Air France, con l’offerta fatta dopo, i debiti se li è accollati lo stato, cioè noi). Altro esempio: L’emergenza rifiuti, grande successo del governo Berlusconi. A Napoli. Nel casertano invece le strade sono ancora piene di immondizia. I telegiornali del servizio pubblico però si guardano bene dall’approfondire tali tematiche, come farebbe qualunque servizio pubblico. Ora i lettori di centrodestra riterranno queste considerazioni frutto della propaganda di un comunista e le ignoreranno. Questo è uno dei problemi.

In Italia infatti non c’è dialogo tra i due “schieramenti” di elettori, si tende a delegittimare l’altro perché “comunista” o “fascista”. E questo è anche colpa dell’atteggiamento delegittimante tenuto da Berlusconi nei confronti di chiunque non sia lui stesso; lo stesso Fini e le sue dichiarazioni sono stati più volte smentite da Berlusconi perché in disaccordo con le sue. I governi negli ultimi anni finiscono quindi per trasformarsi in una dittatura della maggioranza, causando una prima seria distorsione al sistema democratico italiano. Quante volte sentiamo Berlusconi pronunciare dati sul consenso? Questo, in un’ottica populista, è facilmente traducibile nella frase: “ho un mandato che il tot% degli italiani continuano a rinnovarmi ogni giorno, per cui faccio come vogliono loro”. Infatti altrettanto spesso ultimamente, sentiamo dire i suoi alleati: “Berlusconi è l’unico che capisce il popolo”. Il che significa in sostanza che la volontà del popolo è la volontà di Berlusconi e viceversa. Ammesso e non concesso che i dati sul consenso siano veritieri (nessuno si è ancora peritato di smentirli anche se palesemente falsi, visto che cambiano di giorno in giorno), il problema che si pone è serio; il restante 25% degli italiani cosa deve fare? La democrazia fa governare la maggioranza, ma dà all’opposizione il ruolo di contrappeso. Se l’opposizione viene totalmente ignorata e delegittimata (grazie anche al famoso premio di maggioranza che esiste solo in Italia e che in sistema maggioritario trova poche giustificazioni), la democrazia perde molto del suo significato.

Quello della libertà di stampa rimane un problema di fondo che molto ha a che fare con questa distorsione. È stata proprio la stampa a privarsi del ruolo che essa dovrebbe esercitare in una democrazia, ovvero quello di arbitro imparziale: dovrebbe infatti portare le notizie nella società civile affinché quest’ultima possa scegliere al meglio a chi affidare la propria delega al governo. Se a sinistra si delegittimano molti quotidiani di destra perché “sono tutti del padrone”, a destra si delegittimano i quotidiani di parte opposta perché “comunisti”, “complottatori” e via dicendo. Alla fine l’informazione diventa duplice: ci sono l’informazione di destra e l’informazione di sinistra, i quotidiani di destra sono letti da elettori di destra e viceversa, creando due visioni diametralmente opposte della situazione in Italia, che però è una sola. Ne risulta una contrapposizione sorda, tutti urlano le proprie ragioni convinti di quello che dicono senza che l’altro ascolti perché altrettanto fortemente convinto.

Altro problema è quello dell’intoccabilità dei suoi leaders. Ancora una volta la libertà di stampa ha un ruolo cruciale. Berlusconi nella sua carriera politica si è dimesso una volta, nel 1994, in seguito alla consegna di un avviso di garanzia inviatogli dalla questura di Milano per il reato di concorso in corruzione. Berlusconi allora, responsabilmente, si dimise: come poteva rimanere in carica un presidente del consiglio sospettato di aver commissionato la corruzione di giudici? Nel 1994 la situazione però era ben diversa: si usciva da tangentopoli e i politici sospettati di corruzione erano il bersaglio di moltissimi quotidiani (quello di Feltri in primis), oltre che dell’insofferenza della maggioranza degli italiani. Inoltre Berlusconi ancora non aveva giocato le sue carte in termini di censura e propaganda: nel 2001, quando Travaglio da Luttazzi, Santoro e Biagi sollevarono nuove critiche non dissimili da quelle del ’94 sul passato di Berlusconi, furono accusati di fare informazione di parte. Nel ’94 però sollevare le magagne del premier come fecero quasi tutti i quotidiani non era fare informazione di parte, mentre dal 2001 lo è diventato. Oppure semplicemente l’opinione pubblica era più sveglia e combattiva nel 1994. La differenza comunque si è notata: Luttazzi, Santoro e Biagi sono stati allontanati dalla RAI (Santoro ci è rientrato dopo aver vinto una causa contro la RAI per licenziamento senza motivo). Fatto sta che nessuno dal 94 ha più chiesto le dimissioni del premier.

Altro grave problema che sicuramente ha influito sulla nostra posizione nella graduatoria di FH è la cosiddetta legge bavaglio. Oltre a porre un limite molto debilitante alle indagini per intercettazioni, tale legge rende impossibile per la stampa informare l’opinione pubblica di ciò che le intercettazioni mettono in luce, a causa delle multe salatissime imposte agli editori che contravvngono a questa norma. La motivazione è che è moralmente sbagliato portare fatti anche privatissimi sulle prime pagine dei quotidiani, il che sarebbe giusto, se non fosse che questo vale solo per i cosiddetti “potenti”. Luca Stasi è sputtanato quotidianamente su tutti i telegiornali, ma per il fatto di non farlo grazie a delle intercettazioni, ciò è considerato lecito.

Edoardo Da Ros
Edoardo.daros@sconfinare.net

Vado ad introdurre l’argomento. I giapponesi in queste cose sono sempre più avanti. Così hanno deciso di sfogare i loro pruriti sessuali con un’idea che non ha nulla di divertente. Ne avrete già sentito parlare, però mi ritaglio un attimino per analizzare il fenomeno “Rapelay”. Per la cronaca, si tratta di un simulatore di stupri interattivo. E’ un videogioco in cui il protagonista può fingersi maniaco, aggredire una famiglia di donne e violentarle. A quanto pare, sarebbe (chiaramente) realistico in molti dettagli e lo scopo sarebbe, dopo aver abusato a piacimento delle tre graziose fanciulle, farle abortire.

Fermo rimanendo che mi unisco al coro che denuncia quest’aberrazione, l’indignazione che scatta in me (o in noi) non mi è mica tanto chiara. Voglio dire. Tutti noi sappiamo che i videogiochi sono violenti. Violentissimi alcuni. Però, quando si tratta di fare a pezzi con la motosega degli esseri umani o di investire dei pedoni inermi (il mai troppo compianto Carmageddon) non si levano siffatte ondate di “vibrante protesta”. Ed è su questo punto che scattano i miei interrogativi.

Perché ci dà più fastidio un gioco sullo stupro quando altri giochi da un punto di vista puramente oggettivo sono anche peggiori? (visto che, abbastanza cinicamente, preferiremmo essere violentati piuttosto che fatti a pezzi con una motosega). Che senso ha stupirsi quando esiste di peggio? Più o meno è questa l’argomentazione che è stata tentata in difesa di “Rapelay”.

Io, nel mio piccolo, ho tre spiegazioni. E mi sembrano pure abbastanza valide, anche se chiaramente parziali.

In primo luogo, lo stupro è per antonomasia un archetipo di crudeltà gratuita che la società ha sempre dovuto esecrare. E’ una delle forme iconografiche più evidenti dell’inversione dei valori fondamentali: basti pensare allo spazio che hanno, nell’immaginario collettivo, gli stupri di guerra per averne un chiaro esempio (a questo proposito, vi consiglio un libro stupendo di tale Hillman, “Un terribile amore per la guerra”). Lo stupro è un tutt’uno con altre immagini, come l’uccisione di civili (soprattutto di vecchi e bambini), o l’omicidio di preti e di suore. Lo stupro è quindi un atto terrifico in sé, che si colora di altre paranoie sociali secondo le varianti culturali: lo stupro di gruppo, il negro che stupra la bianca, lo stupro di una cristiana, di una bambina, eccetera.

Fin qui la spiegazione culturale. Se mi addentro nelle motivazioni personali, posso dire che mi dà fastidio un gioco come “Rapelay”, paragonato ad altri suoi simili, per un motivo molto semplice: mi orripila pensare che qualcuno possa tirarsi seghe mentre violenta qualcuno in 3D. Perché così viene meno quella distinzione tra reale e virtuale che viene invece mantenuta in altri videogiochi, pure molto più violenti. L’eccitamento del giocatore allupato annulla la distanza tra lui ed il suo virtuale alter ego, quindi con le sue vittime. Di conseguenza, dal punto di vista psicologico, “Rapelay” è più violento (e di molto) rispetto ad altri videogiochi perché vi è immedesimazione, attraverso un richiamo agli istinti sessuali del giocatore.

Ed ora, visto che parliamo di istinti sessuali, vengo alla mia spiegazione principale, che però è anche la più controversa e la più grave. Vorrei venisse interpretata per quello che è, ovvero un’osservazione oggettiva e razionale priva di giudizi di valore. Volete sapere perché mi indigna “Rapelay”? Perché in ogni maschio c’è una parte morbosa, più o meno sviluppata, che in realtà desidera giocarci.

Avete presente quando Kundera parla delle vertigini? La vertigine non è paura di cadere nel vuoto. Ne è il desiderio. Chi di noi, una volta in cima allo strapiombo, non ha mai sentito quel sottile impulso al tuffo? Innocuo, per fortuna. La mente veloce ti richiama, ed acciuffandoti per i capelli ti grida la realtà: se tenti il volo morirai. Non è facile però estirpare un desiderio. La pulsione non scompare ed accade così che si tramuti tout court nel suo simulatore: il bungee-jumping. E la gente, regolarmente, fa la coda per provare questa emozione che nella vita normale non potrebbe ottenere.

Torniamo al videogioco. Se una casa di distribuzione lo ha messo in commercio, vuol dire che qualcuno lo comprerà. Almeno potenzialmente. E secondo me è questo che spaventa. Ovvero, finora abbiamo sempre trattato lo stupro come una variabile deviante di un sistema buono. Quello che sconcerta davvero di fronte a “Rapelay” è capire che forse non lo è, e che si tratta al contrario di una grandezza endogena. La veemenza con cui la nostra società accusa questo videogioco mi ricorda la ferocia di chi difende le cause degli omosessuali e degli extracomunitari proprio perché ha bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri di non essere omofobo e razzista. Un gioco come “Rapelay” sfrutta il fatto che nel rapporto sessuale c’è sempre un certo quid di violenza. Anche se minimo, anche se infinitesimale. Soprattutto da parte maschile. E se sentiamo il bisogno di attaccare così duramente “Rapelay” è prima di tutto per dimostrare a noi stessi una cosa: questa violenza morbosa, questa violenza anormale, esiste anche in qualche profondo recesso della nostra anima. Ma per fortuna non siamo disposti a lasciarle spazio così facilmente.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

Centinaia di richiedenti asilo passano per la città e diventano gli “invisibili della Caritas”. Reportage

A Gorizia è facile per uno studente sentirsi un po’ fuori luogo, le giornate sono appesantite da un ambiente un po’ spento e burbero. Le ferite di un confine opprimente sono riuscite a chiudere in sé stessa una città che la geografia e la storia hanno voluto ponte fra realtà diverse.

Per scoprire un angolo di mondo accogliente, sorridente e multiculturale, basta però fare un salto alla Caritas diocesana. Entrando non te l’aspetti, sei accolto da un ingresso in penombra e da odori che il naso non vorrebbe respirare. Presto però voci, volti indaffarati e accoglienti compaiono a ogni porta, e svanisce dal visitatore spaesato ogni senso di imbarazzo.

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Ricordate i tempi di Casa dolce casettina-uccia-ina-ina ? Quelli in cui Ned Flanders sceglie di impartire ai tre fratelli Simpson il battesimo dopo averne ricevuto l’affidamento? Bene! Dimenticateli. Non vorrei fare la parte della Simpson-maniaca: purtroppo si da il caso che talvolta io non abbia nemmeno la costanza sufficiente per seguire con dedizione un cartone animato. Renderò quindi la tematica meno oscura: c’è chi delle proprie convinzioni fa una bandiera entro le proprie mura domestiche e chi invece si batte per persuadere anche gli altri.

Non parlo dell’idea di passare tutti in massa al biologico o del fatto di convincere tutti del fatto che Don McLean sia il più grande cantautore della storia. Mi riferisco ad una questione più difficilmente approcciabile: il proprio credo religioso.  Ned Flanders quindi riacquista a pieno titolo il diritto di campeggiare tra le primissime righe.

Cito a sproposito David Vessey, che non avendo ancora una sua pagina su Wikipedia non possiamo ancora considerare una persona importante e menchemeno autorevole; questo illustre sconosciuto, che tira avanti improvvisandosi Assistant Professor presso la Grand Valley State University e si diletta in quella sublime disciplina che è la filosofia, ha lungamente indagato gli effetti ed il senso dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 19, 19).

Principio cardine dell’etica cristiana si presenta quale messaggio chiaro a chiunque dell’italiano conosca il verbo amare, il comparativo di uguaglianza, articoli, aggettivi possessivi, i sostantivi “prossimo”, “stesso”… direi niente che un corso di 60 ore non possa insegnare. Ma, al di là dell ‘ afflato umanitario che può avere un cristiano come un ateo, come comportarsi nel caso in cui amare comporti anche l’idea di “salvare” il prossimo?

Il tentativo di Flanders era relativo al fornire col battesimo un mezzo per la salvezza eterna a soggetti inconsapevoli. Tornando sulla terra estendiamo la questione ai movimenti pro-life ed ai loro sostenitori. E’ giusto manifestare davanti alla clinica in cui si decide di staccare dai macchinari che lo tengono in vita da anni chi è in coma in nome di valori che vanno fatti rispettare?

Se entrando nel fantastico mondo di internet cercate l’espressione “integralismo religioso” scoprite che non è prerogativa specifica dei terroristi suicidi. Il non accettare forme di pluralismo ideologico è sintomo di integralismo.

Siamo divisi tra chi si arrocca ferocemente sulle proprie convinzioni e chi tenta di dissacrare le credenze altrui.

Bill Maher è un comico statunitense; protagonista di Religiolous, film-documentario in cui non risparmia nessuno: dal rabbino ortodosso di Gerusalemme, ai Mormoni, a Scientology, al Papa, ai Musulmani. Con un montaggio che non brilla per onestà intellettuale ma che punta a farci ridere scopre una serie di altarini. Cose che forse ci aspettavamo già ma che viste sotto forma di intervista a personaggi  accuratamente selezionati per avvalorare le proprie tesi sembrano gettare un’ombra su tutte le comunità di fedeli che si riesca a citare nell’arco di due ore di film. Il contenuto talvolta superficiale ed eccessivamente provocatorio  non renderebbero il film degno di lunghe trattazioni, sono però le razioni, nella fattispecie del mondo cattolico, a far pensare che sia arrivato proprio al momento giusto. Noi occidentali non abbiamo mai dato particolare valore al silenzio. Non è quasi mai oro. Il fatto di non rispondere ad una provocazione forte e diretta lascia quasi intendere che la Chiesa si ponga in una posizione di chiusura. Un non ti curar di loro che proprio non ci voleva e rifugge l’incontro o scontro che sia. Prima che un comico possa riuscire con due domande ben piazzate a far passare milioni di persone per uno stuolo di yesmen,  per così dire, poco consapevoli, torniamo a Matteo 19,19 ed alla lettura della nostra nuova conoscenza Vessey.

Riconoscere autonomia alla volontà potrebbe significare amare il prossimo come sé stessi. L’uomo razionale è l’uomo che agisce in maniera tale per cui la sua azione possa potenzialmente ritenersi legge universale. “Agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare legge universale” scrisse Kant, cresciuto a pane e pietismo.  Sforziamoci di trattare gli altri come agenti razionali tanto quanto noi. Chi agisce per principio e non per interesse proprio avrebbe diritto a non incappare in masse di manifestanti, in Ned Flanders o Bill Maher di turno.

Elena Mazza

La corda vibra. Il tamburo esalta. La cassa urla. Stasera il palcoscenico del Teatro Verdi ingoia in sé l’intero mondo. Le luci danzano a ritmo di diversità, fra anime fibrillanti e lingue inesplorate. Con avidità, cerco di captare ogni singola sfumatura di quei mondi a me così sconosciuti. Le mani, veloci, scorrono lungo tutte le tastiere. Le note, al limite del palpitante, trasudano rabbia e rancore per una società che troppo bene ha imparato a denigrarle. Leggi il seguito di questo post »

Renato Soru non è un politico. Non nel senso italiano del termine. È un politico sardo, una figura che mancava da tanti anni nello scenario regionale. Inoltre è uno dei pochi personaggi in Italia a vantare un lungo elenco di risultati concreti e positivi, che in uno scenario normale (da paese civile?) gli garantirebbero una sopravvivenza politica assoluta. Invece no. Siamo in Italia, dove i successi reali di quattro anni di governo non valgono una rielezione certa. Quello che vale sono le speculazioni, le chiacchiere e le manovre dietro le quinte.

Non molti conoscono il cammino della Sardegna dei passati 5 anni, ma è necessario avere un quadro chiaro per potersi schierare con l’uno o con l’atro candidato alle prossime elezioni. Nelle elezioni regionali del giugno 2004 Renato Soru vinse con il 50,1% delle preferenze, circa 487mila voti. La sfida che gli si presentò era quella di combattere il degrado e l’arretratezza della Sardegna, valorizzando il suo ampio potenziale di sviluppo e portando la regione da una situazione di “mezzogiorno” a una di “centro”.
L’impresa era tutt’altro che facile. Soru iniziò con un riordino del bilancio, una semplificazione e ottimizzazione della spesa regionale, il recupero e la salvaguardia del patrimonio naturale sardo. La prima legge del 2004 è stata la c.d. Salvacoste, che impone di rispettare una distanza di 2 km dalla costa quando si costruiscono edifici. Le successive iniziative sono state la riduzione del numero delle comunità montane (soprattutto dove l’elemento montano non esisteva proprio) e la costruzione di linee digitali e infrastrutture che hanno portato la popolazione della Sardegna ad essere la prima con copertura adsl al 100%. Il primo passo della nuova era digitale sarda, è stato il sito internet della regione, che fu inoltre garanzia di una maggiore trasparenza nella vita politica sarda.
Altri grandi risultati negli anni successivi sono stati la chiusura della base militare americana de La Maddalena entro il 2008 e la creazione di un unico ente regionale per la gestione del servizio idrico: la nuova società Abbanoa (acqua-nuova, NdR) ha sostituito i cinque enti esistenti. Senza nessun licenziamento, Abbanoa ha sistematicamente ridotto gli sprechi, e, di conseguenza i costi.
Con la legge finanziaria regionale del 2007, lo Stato ha riconosciuto alla Regione Sardegna il diritto graduale di compartecipare al gettito tributario maturato nel territorio regionale a partire dallo stesso anno. Tra il 2007 e il 2009 tale gettito è cresciuto di circa 1,4 miliardi di euro. A partire dall’anno 2010 le maggiori entrate regionali ammonteranno ad oltre 3 miliardi di euro. In cambio la Regione si fa carico degli oneri del Fondo sanitario nazionale e delle funzioni di trasporto pubblico locale, compresa la continuità territoriale, mantenendo un saldo positivo di circa 1,8 miliardi di euro.
Per quanto riguarda l’istruzione pubblica, mentre i tagli dei finanziamenti colpiscono tutta l’Italia, nell’Isola sono stati aumentati i fondi per l’edilizia scolastica, per un totale di circa 300 milioni di euro. La regione attribuisce inoltre assegni per merito fino a 500 euro mensili, agli studenti diplomati con almeno 80/100  che si iscrivono all’Università (con priorità per le facoltà scientifiche) e agli studenti universitari in regola con i crediti che abbiano almeno la media del 27. Inoltre, la Regione ha finanziato nell’ultimo triennio più di 3000 studenti per alta formazione, tirocini e “percorsi di rientro” in Sardegna, per favorire la crescita accademica e professionale dei neolaureati e garantire un efficace inserimento nel mondo lavorativo sardo. Le fonti di quanto riferito sono documenti, atti regionali e dati Istat per il periodo 2004-2008.
Tornando alla questione delle elezioni, le argomentazioni del candidato per il PDL – un certo Cappellacci ex consigliere del comune di Cagliari – sono tutte “contro”: egli afferma che quanto realizzato nel mandato Soru sia stato una delusione e un fallimento per la Sardegna. Per il programma alternativo vengono spese invece poche, pochissime parole. Anzi, in generale sono veramente poche le parole pronunciate direttamente da Cappellacci. Chi chiacchiera di più è Berlusconi: è lui che in realtà gestisce e ordina la campagna elettorale del PDL. È lui, il primo ministro italiano, che organizza e predispone le assemblee e i comizi. Ed è sempre lui che racconta le barzellette durante i convegni. Ma della Sardegna non si parla mai? Sì, il programma elettorale del “candidato del PDL Cappellacci” è preciso: cancellare tutte le norme che dal 2004 sono state fatte da Soru (Berlusconi ha detto proprio così). E quando mai un avversario politico in una campagna elettorale in Italia ha dato dei meriti al presidente uscente? Che campagna elettorale sarebbe?
In realtà, quali sono le condizioni della Sardegna? Esiste davvero il “peggioramento delle condizioni di vita” sbandierato da Berlusconi, pardon Cappellacci? Ci sentiamo davvero più indietro del 2004? Basta leggere i dati reali e si avrà la dimostrazione del contrario: la Sardegna va in direzione esattamente opposta a quella nazionale, e lo affermano i giudici più credibili i cittadini stessi.
Questa campagna elettorale purtroppo non parte dal lavoro realizzato negli ultimi quattro anni: si cerca consenso promettendo, ma non parlando di fatti concreti. E colui che si candida alla guida della regione non è che un muto e sorridente fantoccio. Nel frattempo Soru gira la Sardegna per ricordare ciò che è stato realizzato dalla sua giunta, ciò che ancora sarà fatto e soprattutto come, con i soldi risparmiati e guadagnati e non con illusioni o sogni impossibili.

Troppo serio il Presidente Soru.

Fidatevi che è meglio Soru.

Diego Pinna diego.pinna@sconfinare.net
Enrico Casu enricasu@libero.it

Essere immediati, sobri. Esprimersi con parole semplici, privilegiare un periodo scorrevole. In una parola: scrivere bene, la più alta manifestazione di filantropia cui si possa aspirare. A Beppe Severgnini l’onore di averlo capito prima degli altri e quello di aver stilato con buon gusto ed ironia un valido vademecum per il virtuoso della parola, e dei rapporti sociali. “Ho scritto ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ per denunciare le violenze contro la nostra lingua, ma non chiedo condanne. Lo scopo è la riabilitazione. Scrivere bene si può. L’importante è capire chi scrive male, e regolarsi di conseguenza. Questo è un libro ottimista, e ha un obiettivo dichiarato: aiutarvi a scrivere in maniera efficace (un’e-mail, una relazione, una tesi o un breve saggio: la tecnica non cambia)”.

E come promesso, ecco che scorrere le pagine della più completa tra le grammatiche italiane -se di mera grammatica si può trattare- è come purificarsi dai sette vizi capitali, linguisticamente parlando.

Ira: chi non ha mai provato quella particolare agitazione nervosa che ti assale ogni volta che, impantanato in un vortice di intricatissime subordinate, ti ritrovi a soffrire di tic, apnea mentale, perdita di memoria, shock visivi, nausee improvvise? Ma soprattutto, potresti essere tu stesso fonte di siffatta irritazione? Se hai anche solo il minimo dubbio (o peggio, se proprio non ce l’hai) devi dare un’occhiata al Decalogo Diabolico, la Lista delle perversioni verbali più diffuse.

Accidia: atteggiamento di rinuncia di fronte al dilagare di forme linguistiche palesemente irragionevoli ma irragionevolmente abusate. Ne soffri se ti accontenti di usare parole che hanno conquistato il lustro della ribalta per l’autunno/inverno 2009. Nel senso che il banco di prova dell’opinione pubblica è un’impressione personale piuttosto che la sincera verità? Assolutamente sì! Mah…

Lussuria: ne è affetto l’amante dell’erotismo verbale, l’edonista che si perde nella ricerca di vocaboli pomposi e gustosi, pleonastici ed orgiastici, vanitosi, e per l’appunto lussuriosi . L’effetto sperato non tarda ad arrivare: impreziosire troppo annoia.

Gola e Avarizia: moti speculari di una medesima distorsione. Il goloso osserva la lingua come fosse il cesto della merenda: una bella spalmata di punteggiatura qua, una sorsata di diminutivi là, assaggia questo panino ben farcito di che! Occhio alla digestione, però. L’avaro invece disdegna il piacere di mettere un punto chiarificatore, è infastidito dal respiro della virgola e se può rimane a digiuno, anche di lettori.

Superbia: potresti rivelarti un superbo se con quotidiana arroganza violenti la grammatica italiana e ti meravigli di qualche coraggioso linguista che osa denunciarti. Beneficenza? acquiescenza? mangerò arance e ciliegie? e allora c’impegniamo? secondo coscienza! L’importante è dubitare sempre con il congiuntivo; ma si sa, il superbo vive all’indicativo.

Invidia: questo vizio è uno dei più diffusi nella moderna società globale. Completamente vinto dalla concorrenza, l’invidioso copia spudoratamente le espressioni di matrice inglese e cerca di inserirle con disinvoltura nel discorso; film e computer passino, ma diffidiamo di chiunque abbia una mission o una vision, Severgnini si raccomanda.

Insomma, siete animi delicati oppressi dal timore di distruggere con asfittici sillogismi la serenità di chi vi dedica il proprio tempo? Avete sempre desiderato insorgere contro chi lesina in magnanimità ed eccede in sproloqui, sordo ai lamenti della lingua che si contorce su se stessa? Allora leggetevi quest’altalena di buoni consigli e ferrei divieti. Vero inno alla pace dei sensi, ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ è il libro giusto per chi vuole migliorare il proprio rapporto con la parola muta facendosi una sonora risata; è il regalo giusto per chi desidera aiutare uno scrittore in erba mitigandolo con la comicità dell’errore maccheronico; ed è la prova giusta per chi, povero illuso, non dubita mai del proprio italiano. Il percorso è costellato di sadoquiz e masotest ma la riabilitazione, per fortuna, è assicurata.

Valeria Carlot

valeria.carlot@sconfinare.net

Per tutti i lettori di Sconfinare.net il nuovo numero è ora completamente disponibile. Come avrete notato è cambiata un pelo un bel po’ la grafica del sito internet. Spero sia ora più leggibile e più semplice ritrovare i contenuti. Gli elementi più importanti sono le due barre: una orizzontale in alto con le sezioni Redazione e Pdf. La seconda barra invece mostra le statistiche del sito, le foto della redazione e cliccando sulle categorie potrete visualizzare solo gli articoli di quelle rubriche di tutti i numeri, oppure scegliendo un archivio più in basso visualizzerete gli articoli pubblicati in quei mesi. Buona lettura a tutti.
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