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PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

Qui, su Sconfinare non sono mai mancate le denunce agli sprechi, alle ingiuste sottrazioni di corsi che andavano e tutt’ora vanno a minare le peculiarità di un Corso di laurea come quello in Scienze Internazionali e Diplomatiche.
Nella quasi totalità dei casi Professori ed Istituzioni universitarie hanno sempre motivato tali scelte al ribasso, non come scelte di tipo “politico” ma bensì come conseguenza di problematiche di tipo prettamente economico che non permettevano la presenza di particolari Professori a contratto o di particolari corsi complementari. Se poi ritorniamo con il pensiero nella nostra realtà locale, spesso si è detto che una regione piccola come il Friuli Venezia Giulia ed al suo interno un’Università come quella di Trieste, non si possono assolutamente permettere doppioni, non si possono assolutamente permettere corsi dove partecipano non più di cinque ragazzi. Se a quanto fin qui detto aggiungiamo le varie, e spesso incomprensibili, riforme del mondo universitario allora il gioco è fatto.
Allora, o te ne fai una ragione, e ti dici “ bhè bisogna tirar la cinghia”; e allora anche se un po’ incavolato vai avanti e cerchi di tirare fuori il meglio da quello che resta, oppure prendi e vai da un’altra parte.
Ma nel caso fossi rimasto qui, ti può capitare di tutto. Ti può anche capitare (come è successo a me) di leggere per caso “Il Piccolo” e scoprire con grandissimo stupore che: “L’università della terza età attiva corsi di lingua cinese”.
Come… Corsi di cinese??
Il cinese, lingua strana, qui al S.I.D. l’hanno tolto dal piano di studio circa due anni fa, a causa dei soliti problemi di bilancio e delle solite normative ministeriali, che obbligano a riformare i curricula. E chissenefrega se il cienese lo parlano più di un miliardo di persone, e chissenefrega se secondo molti sarà una delle lingue fondamentali per il futuro. La realtà è che noi qui oggi non possiamo studiarlo perché non rientra più nel nostro piano di studio.
Detto ciò mi chiedo: ma com’è possibile che a Gorizia possa partire un corso di lingua cinese, con tanto di lettrice, per i frequentanti dell’università della terza età?
Vabbè che qui i vecchi ed i pensionati pullulano, ma di questi quanti andranno a frequentare un corso di lingua cinese?? Più o meno di cinque…
Ma soprattutto a che scopo? Cultura personale? Tempo libero? Hobby? Oppure si stanno preparando per sbarcare in massa a Pechino per le Olimpiadi 20008?
Sia ben chiaro, le università della terza età hanno tutto il diritto di fornire nozioni anche a chi, magari, a vent’anni era costretto a lavorare, però questo non giustifica ciò che è accaduto: da un lato noi non possiamo studiare il cinese, mentre dall’altro i pensionati lo possono fare.
Sembra una riproposizione al contrario di certe tematiche legate al ’68. Penso prima di tutto al diritto allo studio. Infatti in quegli anni i giovani chiedevano, ai loro padri e ai loro “vecchi” garanzie e diritti nei loro confronti; mentre oggi sembrano essere i “vecchi” (quelli che nel ’68 avevano circa vent’ani) a chiedere ulteriori diritti, però sempre nei loro confronti. Il problema è che questa continua richiesta di diritti e garanzie, al giorno d’oggi no fa altro che penalizzare i loro stessi figli, cioè noi!
E’ evidente e chiaro, che nel caso specifico, non c’è alcun legame diretto tra la nostra Università e l’Università della terza età di Gorizia; però se pensiamo che in ogni provincia d’Italia è presente un università per anziani, i soldi spesi e gli investimenti fatti cominciano ad essere tanti.
Sembra una situazione assurda e paradossale, ma purtroppo è la mera realtà di un Paese “allo sbando” che pensando sempre a sindacati e pensioni non ha le ben che minima idea di che cosa fare dei suoi giovani, cioè del suo futuro!

Marco Brandolin

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