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E’evidente che l’Italia e la Russia sono due paesi difficilmente comparabili. E non solo perché il nostro primo ministro è un cattolico bacchettone, mentre il loro presidente si lascia andare ad apprezzamenti su stupratori e simili. Una delle tante differenze, forse più pregnanti, sta nello sviluppo della coscienza politica di quella che, con una formuletta magica, quasi onnicomprensiva, viene chiamata “società civile”. Per numerose ragioni, in primo luogo di tipo storico, questa benedetta società civile, in Russia, non ha mai trovato un terreno fertile. E nemmeno dalle ceneri del regime sembra che sia sorto l’humus necessario. Del resto, è storia di questo inverno, Putin ha fatto approvare una legge per cui una ong può essere chiusa d’arbitrio se si dimostra irrispettosa verso il potere.

Membro attivo di un’ong è Sasha Philippova: trent’anni, sposata con una figlia di nove, lavora come impiegata presso un’azienda privata e vive a Cheboksary, in Chuvasha. Ho avuto la fortuna di conoscerla quest’inverno, partecipando ad un campo da lei organizzato nella sua città. Le ho chiesto cosa pensava del suo paese, dopo l’omicidio della Politkovskaya.

La sua e-mail è più disillusa di un industriale di fronte al governo. Inizia affermando che in Russia non c’è alcuna democrazia. Per sottolineare, nemmeno mezza riga dopo, la sua lontananza dalla politica. Dice:”So solo che la politica non è mai buona. E che i politici usano il proprio potere a fini personali. La scorsa settimana c’erano le elezioni in Chuvashia. Non sono nemmeno andata a votare, perché non ci credo. Davvero, qua è meglio starne fuori”. Successivamente, afferma:”Per me è difficile scrivere qualcosa di negativo riguardo alla Russia: è come una madre che, per quanto cattiva, continui ad amare”. La soluzione che Sasha ha trovato è un impegno diretto, slegato da qualsiasi tipo di pensiero politico strutturato, tramite la sua associazione. Organizza infatti dei campi di volontariato, volti a far socializzare gli studenti russi con dei ragazzi stranieri. E riesce a creare un clima di rispetto reciproco e di vicinanza fra le diverse culture davvero singolare. A me pare evidente che, dietro la stessa natura del campo, si possa rintracciare un’attitudine ben definita, in tempi di chiusura e sospetto come questi. Per lo meno, un embrione di attivismo politico. Il problema è che, quando si cerca di spostare questo impegno dal piano puramente idealistico a quello politico, portandolo sulla realtà russa, ci si scontra contro un muro. Doppiamente difficile da scavalcare, perché alla disillusione si unisce l’influenza del controllo mediatico. Ricordo ancora delle discussioni sulla Cecenia con una ragazza da poco laureata. Niente da fare, continuava a ripetere che l’intervento russo è giustificato, perché bisogna pur difendersi dai ceceni che ammazzano i bambini. Sembrava la parodia di Berlusca che rispolvera i bambini bolliti dai comunisti. Solo che lei era sincera. E da una marea di stronzate del genere nasce il supporto alla guerra, che così tante limitazioni della libertà ha giustificato. Abbiamo avuto molte altre discussioni del genere: noi stranieri non ci spiegavamo come i russi non volessero reagire alla decisione di Putin di nominare direttamente il governatore della Chuvasha, con la solita scusa di dover rafforzare il potere centrale, per questioni di sicurezza. Niente, o la buttavano sul ridere, o allargavano le braccia. Giusto per rendere l’idea della situazione, appena rientrato in Italia, ho letto che un imprenditore di Cheboksary è stato arrestato per impedirgli di presentarsi contro al governatore in carica. Guarda caso, è stato rilasciato non appena sono scaduti i termini per la candidatura.

Ecco, quello che mi ha maggiormente colpito è che una disillusione così forte non viene da un vecchio nato e cresciuto sotto il regime sovietico; ma da una persona abbastanza giovane da aver sfiorato l’URSS e sufficientemente vecchia per essere già disgustata della nuova Russia.

Andrea Luchetta

SERVIZIO CIVILE INTERNAZIONALE

A luglio nella generale atmosfera stressante a causa degli esami gli studenti si concedono tregue mentali pensando alle prossime vacanze estive. Per quanto mi riguarda decido di fare un’esperienza che, partecipando attivamente, mi dia la possibilità di conoscere realtà sociali distanti dalla mia. Da alcuni mesi sento parlare del servizio civile internazionale da amici che raccontano entusiasti del loro lavoro nei campi. Scopro sul sito www.sci-italia.it che è possibile fare volontariato in diverse zone del mondo in svariati ambiti: organizzazione di festival locali, supporto a disabili, recupero di quartieri socialmente disagiati, pulizia di aree invase dai rifiuti.

Scelgo un campo di aiuto sociale in un quartiere di Palermo, in quella affascinante Sicilia dove popoli e culture si sono mescolati dai tempi antichi e lo stato stenta ad imporsi. Non mi sembra sprecato restare in patria per un’esperienza internazionale, tanto più che l’isola è da me poco conosciuta e molti sono i pregiudizi settentrionali che disturbano la mia italianità e mi spingono, per essere smentiti, a recarmi sul posto.

Il clima sans frontière si rivela vincente sin dall’incontro con i volontari: i miei compagni sono una ragazza slovena, una austriaca, una serba, due ragazzi spagnoli,uno nepalese e un palermitano. Il continuo e vivace scambio d’idee e opinioni, il confronto di culture e abitudini rendono piacevole la convivenza nella nostra microcomunità, che alloggia in una casa-famiglia nel centro della città.

Lavoriamo come supporto al centro polivalente di aggregazione giovanile TAU che è attivo stabilmente nella zona di via Cipressi (quinta circoscrizione, quartiere Zisa) e per il periodo estivo nell’adiacente piazza dei Danisinni. Esso è finanziato dal comune di Palermo e si avvale di un paio di educatori fissi e di alcuni giovani del servizio civile nazionale. L’obiettivo è il recupero della zona coinvolgendo in svariate attività i bambini cui si aggiunge spesso il complesso familiare (essenzialmente madri poiché i padri sono al lavoro o in prigione). Alle quattro ore pomeridiane che passiamo al centro in cui si organizzano giochi (tornei di calcetto, rugby basket, carte) o laboratori (pittura, musica) si aggiungono due serate settimanali con eventi di aggregazione (riproposta di beato tra le donne, miss o mr Danisinni o proiezioni di film).

Inizialmente veniamo accolti con gran diffidenza: la presenza di estranei alla comunità disturba e la nostra volontà di conoscere lingue e luoghi stranieri stupisce. La novità diventa però un pretesto per mettere in discussione le convinzioni e l’entusiasmo di scoprire un mondo diverso inganna il sospetto e fa nascere gruppi spontanei d’insegnamento di lingue e del dialetto palermitano. Lo scambio linguistico è il primo passo verso la nostra accettazione nella comunità: presto veniamo trattati come parenti, con straordinarie manifestazioni d’affetto, rispetto e stima.

Questo profondo legame reciproco è accompagnato in me dall’amarezza di vedere le condizioni disagiate in cui vivono alcune di queste persone, che non hanno nemmeno l’acqua corrente in casa, pur trovandosi accanto ad uno dei palazzi più belli e importanti di Palermo: la sede della regione Sicilia. L’ignoranza che accompagna la povertà permette di ingannare l’età anagrafica: le bambine si presentano come donne e le madri già vecchie a trent’anni si credono bimbe. La generosità e bontà di queste persone mi permettono di smentire i pregiudizi che ho ascoltato al nord: la mafia e l’illegalità sono presenti ma sono conseguenze dell’indifferenza del sistema in genere, oltre che delle condizioni di vita precarie; la cultura dev’essere usata come arma per sconfiggere l’ignoranza e salvare intelligenze brillanti e cuori nobili.

Ricordo l’intensa esperienza che ho vissuto come una di quelle che cambiano davvero l’estate, se “il servizio civile nazionale” è una di quelle che ti “cambiano la vita”. La consapevolezza che ho acquisito avendo vissuto pienamente con e per la comunità, mi suggerisce di consigliare a tutti di fare un campo del genere, scegliendo quello più adatto ai propri interessi.

Giulia Cragnolini

Migliorare i rapporti tra città e università, a reciproco vantaggio. Sembra essere questo l’obiettivo principale di enti locali e associazioni di categoria per arginare il progressivo invecchiamento di Gorizia e quella sua radicata tendenza a chiudersi su se stessa. Ed ecco arriva la nuova tessera universitaria, mezzo per stringere nuovi rapporti tra studenti e università messo a punto dal Consorzio per lo sviluppo del polo universitario goriziano. Sconti nei negozi, agevolazioni per il trasporto pubblico e nuovi servizi a disposizione. A partire dallo sportello informativo che aprirà nella sede di via Garibaldi del Municipio di Gorizia.

La strada è quella battuta da «Sconfinare». Che non a caso inaugura in questo numero uno spazio riservato agli interventi dei lettori, studenti e non, goriziani e non. Proiettato in questa direzione anche l’ampio servizio dedicato a «studenti & rifiuti», con cui gli universitari faranno conoscere alla città il proprio punto di vista sulla rivoluzione ambientale che tanto ha fatto e sta ancora facendo discutere i goriziani. Al dibattito che va avanti ormai da un anno si aggiunge dunque una voce diversa, di chi – a tempo pieno o part-time – vive la città.

Annalisa Turel

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