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Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama che vince il premio Nobel per la pace sembra una notizia confezionata a bella posta. Sembra uno scherzo. Io stesso ho creduto fosse uno scherzo, e ho dovuto leggere due o tre lanci d’agenzia prima di convincermene.

Ora, come al solito, nel mondo ci saranno le solite discussioni prefabbricate. Io, obamiano della prima ora, difendo a spada tratta il premio; io, invece, sono a prescindere contrario: il premio è ormai un affare di politica.

E in Italia…Sarà ancora peggio, perché questa discussione prefabbricata diventerà ancora più rozza e inquietantemente rivestita di razzismo o di snobismo, a seconda della parte in causa.

Se posso permettermi, dal basso della mia autorità. Forse posso permettermi, me lo riconoscerà soprattutto chi –ma chi?- si ricorda del mio articolo su questo giornale, all’epoca delle elezioni di Mr.Obama. Cercavo, allora, di mediare tra due posizioni fanatiche, di chi rigettava Obama come se fosse il figlioletto primogenito del Satana sovietico, e di chi tentava di disegnargli attorno aureola e alette d’angioletto. E anche adesso: cerchiamo di capire, al di là delle posizioni che ognuno di noi mantiene, le motivazioni di questo premio.

Perché Obama merita il Nobel? Perché Obama è un simbolo, è la prima risposta che mi do. Il simbolo di un popolo che si è emancipato. Della labile e debole pace etnica che vige negli USA.

Mi do un altro paio di risposte, vediamo quali. Perché l’eredità di Bush Jr. conta, eccome, e qualunque nuovo Presidente che sia quanto meno in grado di articolare un discorso di senso compiuto sembra un miracolo della natura, e perché un Presidente che non considera l’Assemblea dell’Onu come un dannato sperpero di denaro, tempo e risorse, sembra l’Angelo della Pace in persona. O perché un Presidente che formula in astratto l’idea che forse con l’Iran e con il governo Palestinese si possa parlare, sembra un Gandhi redivivo.

Infine, un’ultima risposta. Quella che ha pesato di più, azzardo. Il Nobel è, non nascondiamocelo, un premio europeo. Rappresenta soprattutto le idee europee. E l’idea europea, oggi, è che Obama sia un’icona progressista, risolutrice, perfetta. Perfetta. Un moderno cavaliere senza macchia, che non considera l’Europa alla stregua di un fastidioso vicino d’oceano. Il che è, a grandi linee, anche un po’ condivisibile, sebbene in parte. Il premio, visto da quest’ottica, ha due facce: una è quella della gratitudine, la gratitudine degli europei, che da sempre vogliono amare il sogno americano ma che a cicli ben precisi ne viene respinto con profonda repulsione e disillusione. L’altra è una richiesta, anzi un vincolo: Presidente Obama, le assegnamo il Nobel perché così, anche se ancora nulla di concreto ha fatto per la pace (né ha avuto il tempo di farlo, siamo onesti), sarà costretto a farlo. Dovrà attenersi a quelle che saranno le motivazioni. E’ un Nobel per la Pace, non può ignorarlo. Del resto, questo fardello si accompagna ad un grosso vantaggio: la credibilità, la rispettabilità. L’autorità. Ora, Mr. Obama è un premio Nobel per la pace, un mediatore per definizione ed in più un mediatore nel pieno possesso dei suoi poteri.

Perché Obama non dovrebbe ricevere il premio Nobel? Ma perché non ha fatto davvero nulla di concreto, di materiale, per la pace. Ancora no. Perché è troppo presto, perché non ci è ancora riuscito. Poco importa, ma ancora non lo ha fatto. Questo è un premio a prescindere, un premio in prospettiva, un controsenso. I premi devono arrivare dopo, non prima. Le recensioni per un film non si fanno prima del lancio. I Nobel per la medicina non vincono nulla se non pubblicano studi, se non fanno ricerca. Un Nobel per la letteratura deve pur aver scritto qualcosa!

Obama non ha ancora scritto nulla. Il mio giudizio sulla sua presidenza, finora, è più che ottimo, al contrario di quelle acque fresche progressiste che l’hanno prima elevato al rango di Messia per poi gettarlo nel fango, sdegnati perché non ha trasformato gli Stati Uniti in una Svezia degli anni settanta. Ma nonostante il mio giudizio così positivo, non posso sostenere restando serio che Obama meriti il Nobel. Lui stesso lo ha detto. Ma non posso nemmeno condividere l’articolo del Times, che vi consiglio di leggere, in cui si scrive che il premio non è altro che ‘una presa in giro’.

A mio parere, per quanto immeritato, questo premio è ben lungi dall’essere una presa in giro. Anzi, può essere davvero utile. E il comitato norvegese per il Nobel non è poi così sciocco. Anzi, potrebbe tranquillamente rivelarsi il più lungimirante. C’è chi ha detto che questo premio è ‘politico’ (va di moda questa definizione, ultimamente). E’ vero, credo sia politica. E non so quanto sia positivo come trend. Però, pensateci.

Quanto può farci comodo un Presidente degli Stati Uniti che, proprio nel momento di difficoltà, proprio quando stava calando nei consensi, riceve un riconoscimento così alto? Un Presidente all’improvviso più forte, più autorevole, e con la possibilità di attuare con più facilità i suoi progetti. Ora, Mr.Obama, non ha davvero più scuse. Scorre il tempo. E la storia La giudicherà ancor più severamente, alla luce di questo premio. Sarà anche immeritato, ma potrebbe essere per tutti una benedizione, o una maledizione. A Lei la scelta, Presidente Obama.

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

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Mosca, Giorno della Vittoria. Una veterana riceve fiorni dal suo nipotino.

Madre di una religione, di una cultura, di un modo di pensare e di  agire diverso da quello di tutti gli altri, a mezza via tra il razionalismo tedesco e il fatalismo asiatico, tra le raffinatezze dei francesi e la barbarie degli unni. Il russo si sente diverso da tutti e nella maggior parte dei casi e’ fiero di esserlo, nel bene e nel male. Il 9/05 e’ la “Festa della Vittoria” della Grande Guerra Patriottica. Grandi manifestazioni di piazza, sfilate di carri armati, missili e aerei fanno gonfiare il petto dei russi, che per l’occasione indossano un nastrino nero-arancio, simbolo della loro vittoria sullo straniero oppressore. Ho osservato tutto cio’  con scetticismo e, lo confesso, con un po’ di puzza sotto il naso. Pensavo a quanto fosse eccessivo e trabordante un tale sciovinismo, quanto fosse imbottito di retorica, a come regimi diversi e distanti si servano degli stessi simboli allo stesso modo e per gli stessi fini. Ho capito che per noi italiani è difficilmente comprensibile un patriottismo di questo tipo, un patriottismo che autocelebra la propria diversità e superiorità: storicamente siamo a lungo stati alla mercè di eserciti stranieri, influenzati da culture, lingue, tradizioni diverse, per cui nessuno di noi ha mai avuto bisogno di celebrare la patria, di sentirsi più forte e superiore agli altri: non lo siamo e non ci interessa esserlo (e le guerre condotte dal fascismo lo dimostrano, lo stesso Mussolini disse che per mandarli a combattere, gli italiani bisogna prenderli a “calci nel culo”), convinti che nessuno in fondo sia superiore a nessun altro. Ma per arrivare a questo punto abbiamo dovuto vivere insieme per decine di secoli, tra invasioni, vittorie, sconfitte, saccheggi e via dicendo, arrivando alla conclusione che ciò che conta sotto tutti i punti di vista è la pace. Viceversa in Russia, da Vladivostok a San Pietroburgo, esiste un solo paese: forte, grande, unito, che non ha bisogno di nient’altro e di nessun altro. Quello che in sostanza divide i russi è l’età: chi non ha vissuto i tempi sovietici vive diversamente la grande festa da chi invece ha perso qualche parente stretto sul fronte (sono morti 26 milioni di russi…) e per questo la festa ha svolgimenti diversi a seconda che si svolga al Parco della Vittoria (dove I veterani sfilano come se fossero calciatori in Italia), al Gorkij Park, dove si svolge la festa “per i giovani” o alla Piazza Rossa, dove I giovani salutano I veterani, ricevendone idealmente il testimone, affinchè il vessilo bianco-blu-rosso sventoli ancora alto sui cieli d’Asia e d’Europa.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Ad essere onesti, un dvd come quello di Deaglio lo si aspettava da mesi. Almeno da quando il Berlusca aveva monopolizzato la scena post-elettorale paventando brogli da sottoregime sovietico. Cioè, sia chiaro, era stato bello immaginare torme di scrutatori comunisti che, fra un bambino in tecia e un esproprio proletario, sbianchettavano come pazzi le schede del Nostro. Ci aveva lasciato la speranza che almeno una parte dei duri e puri fosse sfuggita alla banca o alla cattedra, e ci desse dentro come nemmeno nei magnifici ’70. Un po’di vita, insomma.

Ahinoi, l’Infallibile ci aveva visto male. La realtà è ben più grigia: i folli nemici della democrazia altro non erano che bancari disillusi e professori frustrati. Altro che colpo di stato, al limite colpo apoplettico. Per cui, era inevitabile che, prima o poi, l’accusa si ritorcesse contro l’Inquisitore. Anche perché è forse il caso di sottolineare un piccolo particolare. E cioè che a dirigere le operazioni di voto non c’era Trotskji, ma quel cattolico tutto d’un pezzo che è il bel Pisanu.

Questo non vuol dire che sia valida l’accusa di Deaglio, per effetto di un contrappasso mai così appropriato. Diciamo che, agli occhi di un profano, la risposta dei bolscevichi ha tutt’altra consistenza, per una serie di elementi. A partire dal catto-sardo, passando per il black-out dei risultati nella notte elettorale, senza trascurare la miracolosa rimonta del centro-destra, che nemmeno a Lourdes avevano saputo prevedere. Poi, queste non sono altro che idee buone per una discussione da bar. E io sono più che prevenuto.

E’chiaro che ognuno di noi sarà maggiormente propenso a credere ad una particolare versione. E che, nella stragrande maggioranza dei casi, questa scelta si sposerà d’ incanto con i propri pregiudizi. La conseguenza di tutto ciò non può che essere l’impossibilità di giungere ad una conclusione condivisa. Perché, tanto, qualsiasi pronunciamento nascerà con un vizio di fondo insanabile: l’assoluta mancanza di fiducia. Se non sono i giudici comunisti, saranno i servizi deviati.

Ma è proprio qui che sta il nocciolo del problema. Chi conta, in democrazia? Chi vota o, piuttosto, chi conta i voti? Conta il contatore o conta il contato? E il contato si fida del contatore?

Mi pare ovvio che questa fiducia sia venuta meno qualche era geologica fa. Ma, forse, mai come ora la situazione s’è fatta ingarbugliata. Siamo arrivati al paradosso delle cifre militanti, all’opinabilità della matematica. Non credo che ci sia una sola persona in grado di cavalcare i milioni di dati, in aperta contraddizione, con cui scudieri e stallieri fortificano le posizioni dei rispettivi boss.

Può darsi che la causa di tutto ciò sia la perenne overdose di informazioni in cui viviamo. Ma il punto è un altro. E cioè, come superare questa situazione. Perché è ovvio che un governo formatosi ignorando l’accusa più grave non potrà che essere mutilato.

Non sembra, finora, che la classe politica abbia recepito questa necessità. L’unica iniziativa vagamente sensata in tale direzione è la decisione di Amato di sospendere la sperimentazione del voto elettronico. Nell’attesa, ovviamente, che qualche modernista insorga in nome del progresso.

Ma quello che veramente inquieta, almeno secondo me, è l’atteggiamento del centro-sinistra. Voglio dire, nel giro di sei mesi, è passato dall’accusa di aver truccato le elezioni, alla condizione di potenziale vittima di un colpo di stato. Ce ne sarebbe abbastanza per allarmarsi, credo. O, quantomeno, per cercare di normalizzare la situazione, e costringere al silenzio chiunque dubiti della legittimità del risultato. A destra come a sinistra. E invece, finora, non s’è andati oltre a qualche timido balbettio sconnesso, teso a non scontentare la piazza, ma nemmeno a compromettere la salute di Berlusconi. Non una presa di posizione forte. Non dico accusando aprioristicamente la Cdl. Ma nemmeno chiedendo una verifica rigorosa dei risultati. E’confortante quanto un tg di Fede, per un elettore dell’Unione, sentire che certe richieste sono avanzate da Bondi e Cicchitto, mentre Bertinotti seda e tranquillizza. Perché, delle due l’una: o siamo di fronte ad una cazzata colossale, che può ritorcersi in primo luogo contro lo stesso centro-sinistra, e allora non si spiega l’inerzia dell’Unione. Oppure, i nostri paladini si trovano all’interno di un sistema che non fa comodo nemmeno a loro smascherare; in fin dei conti, se così fosse, non sarebbe lo stesso sistema che li ha finora legittimati?

Ma insomma, forse non è il caso di farsi troppe illusioni. Del resto, ricordiamolo, siamo davanti a gente che trova appassionante sapere come la pensa la signora Fassino sulla droga.

Andrea Luchetta

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