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Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato, tra l’impaziente e il divertito, che esce spesso dalla bocca dei francesi quando commentano le stravaganze del nostro paese.
I primi giorni a Parigi, in piena psicosi collettiva per i pericoli della influenza suina, mi sono ammalato di quella Sindrome Gaber, che quasi inevitabilmente colpisce l’italiano all’estero. «Noi italiani per gli altri siamo solo spaghetti e mandolini», e Gomorra e Berlusconi. Con gli occhi iniettati di questa certezza, patriota sciovinista come non mi sentivo dalla finale dei Mondiali, ho notato che di cinema e arte italiani si parla moltissimo, come del resto di politica&veline. Tuttavia, se il cugino della penisola viene a trovare la Francia in casa, le provoca grandi imbarazzi. La République cerca di ignorare gli eccessi di gridi e risate; previene ogni inconveniente spiegando molto dettagliatamente in italiano corrente ogni divieto o fatto spiacevole da evitare; tenta di calmare l’ospite tirando fuori dall’armadio tutti i regali che ha ricevuto da Oltralpe e lo fa gongolare tra Gioconda e Renzo Piano; prova comunque a fargli capire che dovrebbe andarsene il prima possibile evitando di usare la nostra lingua in qualunque didascalia o annuncio che possa essere utile a renderlo meno impacciato al museo o nella metro!

Questa prima impressione, è lentamente sfumata insieme ai sintomi della mia malattia gaberiana.
Primo, perché ho conosciuto un sacco di gente, comunque ben più di quel che pensavo, che apprezza davvero l’Italia, chi innamorato dello splendore rozzo di Roma, chi della finezza di Venezia o dalla mondanità di Milano. Molti – anche grazie a un nonno italiano partito all’estero – parlano la nostra lingua e così hanno veramente accesso al nostro paese per la porta principale, e non attraverso il filtro di giornali e televisioni stranieri; che comunque, a quanto pare, non fanno molti danni. Forse anzi aiuterebbero anche noi a capire meglio che cosa succede tra i nostri confini.
Secondo, vivendo a contatto con la Francia di tutti i giorni, ci si accorge che non è tutta grandeur quel che luccica. Molti sono gli avvistamenti di boeuf francese, anche se normalmente vive chiuso in casa, si ammazza di fatica a tifare Équipe de France davanti alla televisione e trova sollievo in una birra fresca e qualche mugugno senza erre. Un Homer in salsa francese. Sua moglie Lucille, intanto, disinfetta la casa con litri di Amuchina: oggi tutti sembrano aver dimenticato la temibile grippe A, il virus mortale H1N1; ma solo fino a due settimane fa la televisione mandava a ripetizione un spot (“les gests de chacun font la santé de tous”) che oltre a entrarmi irrimediabilmente in testa, ha fatto la fortuna di quei maledetti gel disinfettanti. Gli affari per la ditta che li produce vanno benissimo, perché ormai il prodotto è entrato nelle abitudini dei consumatori! Che tristezza, poi gli emotivi saremmo noi… “Bastien, dammi una mano a buttare la spazzatura”: non è raro vedere mobili e materassi sui marciapiedi, la signora dove abito di raccolta differenziata non ha mai sentito parlare. Quello della burocrazia è un altro capitolo, e qui a farne le spese son soprattutto gli stranieri. Iscrizione amministrativa all’università, abbonamento della metro, allacciamento internet, conto in banca da aprire e casa da trovare. Per avere i primi serve il conto, per aprire il conto è indispensabile un tetto, per avere una casa servono solide garanzie finanziarie: cioè un conto in banca francese. Ah! Per la matematica il sistema è irresolubile, per uno studente in Erasmus no. Soluzioni a pagina 17 di questo numero. Ognuno di questi passaggi implica ovviamente code agli sportelli, “non ce ne occupiamo noi, si rivolga al piano di sopra”, “manca un documento”, “l’ufficio è chiuso rispondiamo solo via mail” eccetera eccetera. Corri, presto, chiude l’uffico! Passo col rosso al semaforo per i pedoni, dietro una colonna di francesi incravattati, e sento, da dietro, la voce dell’unica francese che si è fermata allo stop: “Ah, les italiens… ils passent toujours avec le rouge…”. Ah, i pregiudizi. L’altra sera ho conosciuto un’americana in partenza per l’Italia che mi ha detto: ho un po’ di paura per la mafia.

Insomma, cari miei, in sostanza sono uguali a noi. Solo che in generale mi sembrano molto meno divertiti, un po’ ingabbiati dal dovere di essere superiori, faro di civiltà anche in fila al supermercato. La grande e vera differenza resta comunque l’abilità di questo popolo vedere nella sua Storia un progetto, una strada da seguire, condivisa anche se in forme diverse dal Presidente come dal panettiere. Noi invece ce ne freghiamo, forse abbiamo veramente capito che il mondo è un teatrino [Gaber] e che passare il tempo a credersela non serve a niente; o forse facciamo di tutto per dimenticare Garibaldi e siamo un po’ rimasti al Medioevo dei Comuni, localisti e felici.
La missione dell’italiano all’estero resta ardua. Rispondere tutti i giorni a domande sull’incomprensibile politica italiana richiede energia e nervi saldi. Parlare gesticolando sotto gli sguardi divertiti degli stranieri (per la prima volta nella mia vita mi sono reso conto che anche io, e solo noi italiani, facciamo il “gesto del carciofo”!). Magari però qualcuno, conoscendoci, imparerà che gli italiani saranno pure ritardatari, urlatori, volgari e berlusconiani, ma restano comunque tra i popoli più felici del mondo! Ah les italiens… Sono venuto di persona, e nel cuore della Francia, per capire che cosa esprime questo rimprovero sospirato che esce spesso dalla bocca dei francesi quando parlano di noi. Nonostante tutto, un pizzico d’ammirazione e d’invidia.

Francesco Marchesano
francesco.marchesano@sconfinare.net

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Quando a mancare sono le soluzioni

Lo sport più praticato in Italia non è mai stato il calcio. No, è sempre stato la capacità di criticare. Siamo i primi al mondo per criticare e auto criticare, insuperabili e instancabili adoratori del bicchiere mezzo vuoto, mai contenti e mai soddisfatti. Qualunque risultato è sempre arrivato ‘ad un costo sempre esagerato’ dunque con i ricorrenti miti della Vittoria Mutilata o della Vittoria di Pirro, scegliete voi.

Non dirò nulla di straordinario parlando delle critiche che circolano in questo periodo. L’Italia è sotto attacco. Come non lo sapevate? Una coalizione di nazioni straniere ha da tempo dichiarato guerra alla nostra amata patria. I leghisti pensando di sfruttare la situazione hanno già pensato di avviare

freedomhouse[1]

trattative separate, firmare la pace e inaugurare la tanto agognata Repubblica Padana. Sfogliare i giornali in questo periodo è una continua tragedia, migliaia e migliaia di parole spese a parlare degli attacchi giornalmente subiti dalle nostre bonificate pianure, dalle nostre fertili colline e dalle nostre bianche e italianissime montagne.

Effettivamente però (ah, il bicchiere mezzo vuoto) a mancare sarebbero solo le vittime di questa guerra. Eppure ci sono, anzi c’è. Ma si sa, dalla storia non si impara mai nulla. Non sono bastate le violenze, i soprusi, le angherie sopportate dagli ebrei, dai palestinesi, dalle popolazioni balcaniche, dai tibetani e dalle numerose etnie africane. Noi adoratori del bicchiere mezzo vuoto, siamo riusciti a trovare qualcosa per cui lamentarci ancora di più.

L’Italia è sotto attacco nella sua Italianità, con la I maiuscola. E la nostra italianità è messa in crisi dalle continue critiche e spregiudicati attacchi effettuati contro il primo rappresentante di tale Italianità, sempre con la I maiuscola. L’Italia è sotto attacco perché è il nostro Presidente del Consiglio ad essere sotto attacco. Ecco la vittima di questa guerra. L’unico oggetto di così tante persecuzioni, tanto da potersi (auto)definire “senza alcun dubbio la persona che è stata più perseguitata nella storia del mondo intero e dell’umanità”… Ora, in questo articolo ho già detto stupidate a sufficienza che potrei andare in pensione in questo momento. Anzi, potrei candidarmi (e vincere le elezioni) come parlamentare di un qualunque partito di un qualunque colore.

La domanda che mi sono posto spesso in questo periodo è stata: come è possibile pensare che attaccando il Presidente del Consiglio Italiano, l’italiano possa sentirsi offeso nella sua italianità? Ma, onestamente, come è possibile pensare che una persona come il nostro attuale Presidente del Consiglio Italiano possa rappresentare l’Italianità? Non voglio fare anti-berlusconismo da quattro soldi, ci sono fin troppi giornalisti per questo. Riflettendo su tale aspetto sono arrivato alla conclusione che le critiche che l’Italia subisce in questo periodo non siano indirizzate semplicemente e in esclusiva al miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni, nonostante lui si impegni per essere sempre al centro dell’attenzione.

Quegli attacchi sono provocati dalla Nostra incapacità di essere popolo, essere nazione, essere civili ed essere in grado di scegliere. Che cosa? Sicuramente una classe politica responsabile.

L’anti-berlusconismo, come già detto, lo metto da parte, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa (e mi scuso per il paragone, non vorrei mancare di rispetto ai volontari). Non voglio difendere il PD che fa finta di andare alla deriva: i comandanti (quelli veri) ci sono veramente e il timone è in mano loro. Non voglio nemmeno fare il grillino e attaccare “la casta”: è esclusivamente colpa dell’elettorato se certe persone ora possono vantare il titolo di Onorevole e non pagano il conto del ristorante (perché i signori Onorevoli non pagano il conto al ristorante). Chiunque ha trovato posto in Parlamento è stato votato da un numero sufficiente di persone che hanno trovato in lui una persona degna di fiducia che possa portare i loro interessi a Roma (e questo vale da nord a sud – Padania compresa).

Vorrei precisare a caratteri cubitali un piccolo particolare: qui non si tratta di attaccare una parte o di difenderne un’altra. È giunto il momento di rendersi conto del baratro in cui ci troviamo. Lo dico e lo ribadisco che parlo senza colore politico.

In questo momento della nostra storia Italiana e Repubblicana, iniziata perché abbiamo pagato un salatissimo conto, è il momento di rendersi conto di quali siano le priorità della nazione (si, è ora di considerare l’Italia una nazione, anzi Nazione), quali gli interessi personali di qualcuno e quali gli interessi personali di pochi. Differenziare queste tre categorie e iniziare a lavorare per le cose che contano veramente: quelle di tutta la popolazione.

E allora da qualche parte bisogna pur iniziare. Dovremo risistemare il bilancio dello stato, riuscire a portare sotto controllo il debito pubblico, recuperare quell’enorme porzione del PIL che viene eufemisticamente chiamata economia sommersa e avviare una riqualificazione della spesa pubblica.

Anzi chiamiamo le cose con il loro nome: dobbiamo eliminare gli sprechi. Ci siamo abituati a vedere ogni giorno fin troppi sprechi, e non parlo degli sprechi che vede Brunetta nei finanziamenti per la cultura (spiccioli che vanno bene per un po’ di populismo). Parlo del numero di auto-blu che portano i Signori Onorevoli dal ristorante a prendere l’aereo (che non paga, perché i Signori Onorevoli non pagano nemmeno i biglietti aerei) – circa 624 mila unità contate nei primi 6 mesi del 2009; parlo degli sprechi di tempo e di denaro dovuti e causati dai sindacati, che anche questo sia ben chiaro, svolgono una funzione fondamentale e indispensabile nella nostra Italia Repubblicana, ma è da troppo tempo che i loro costi superano di gran lunga i benefici e fanno politica quando invece dovrebbero focalizzare le loro attenzioni sul proteggere le categorie più svantaggiate e più a rischio.

Sfortunatamente siamo abituati a vedere tutti i giorni sprechi di questo genere, che non ci sorprendiamo più e cosa ancor peggiore non ci scandalizziamo più, non protestiamo più, non ci interessiamo più, non ci informiamo più.

Ed ecco apparire magicamente un ultimo spreco. La libertà di stampa in Italia appare alle volte come un vero e proprio spreco. Da una parte perché sono innumerevoli i casi in cui tale libertà viene abusata e violentata per esercitare una propaganda di basso, scarso, infimo livello, per proteggere l’interesse di quel qualcuno o di quei pochi. Dall’altra parte perché tante, tantissime volte è veramente penoso e triste vedere tante persone, lavoratori, pensionati, politici, dipendenti pubblici, professori e studenti che sprecano la possibilità di ragionare liberamente con la propria testa e che decidono di non leggere più i giornali, non leggere più libri, ascoltare o leggere approfondimenti tecnici di un argomento di attualità. E scelgono invece di affidarsi al Tgcom o allo Studio Aperto nella pausa tra il primo e secondo tempo del film in prima serata per rimanere “informati”. Mah.

Allora sprechiamo parole e aria per parlare del secondo uomo più perseguitato della storia, perché il primo è troppo impegnato a non farsi processare come qualunque altro cittadino (almeno quel diritto lasciamolo ai Signori Onorevoli). Sprechiamo parole per parlare della crisi economica peggiore dal 1929 e dei modi che non stiamo attuando per poterne uscire il più velocemente possibile. Sprechiamo parole per parlare di fantomatici attacchi che una coalizione di nazioni straniere, e i loro giornali nazionali, stanno scagliando contro i migliori rappresentanti da oltre 150 anni della nostra povera Italia.

Italiani stringiamci a coorte contro il nemico che senza alcun rispetto osa attaccarci (là dove ci fa più male).

Diego Pinna
diego.pinna@sconfinare.net

Ti svegli alle 9 del mattino, controlli la posta, stampi i moduli dell’assicurazione sanitaria per la Russia per te e i tuoi colleghi. Hai scoperto meno di  2 giorni prima che essi sono necessari per ottenere il visto, scopo della tua visita al consolato, ma sei riuscito a spargere la parola in maniera sufficientemente efficiente (ente… ente… ente…). Esci di casa alle 10.30: sei ancora davvero rincoglionito: prendi la metro o la 91 per arrivare in via Sant’Aquilino? Opti per la seconda per una questione di velocita’ o semplicemente perche’ e’ meno faticoso. Scendi in piazzale Zavattari e prosegui a piedi. Arrivi al consolato: decine di signore e signorine russe (capelli piu’ biondi del grano, occhi piu’ azzurri del Volga) in attesa di rinnovare il passaporto. Ascolti le loro conversazioni con grande curiosita’ e ti rendi conto che un corso da autodidatta teoricamente da 70 ore (in pratica da almeno 200) non ti e’ servito a un emerito par di balle, se non a cogliere qualche pacemu, shto e sivodnja. Il panico passa col tempo, col tuo raffinato orecchio cominci a comprendere qualcosa di piu’, ma capisci perfettamente anche che la tua vita in Russia sara’ esclusivamente nelle mani della tua collega moldava che il russo lo parla per davvero.

La paurogena coda e’ gestita da un esperto usciere napoletano sui trentacinque/quaranta che tra un “kak della’?” (non depurato da una simpatica inflessione meridionale) e un “vsjo-f-parjadkje?” smista noi avventori della burocrazia russa controllando all’ingresso ogni borsa, ogni tasca, ogni piega dei cappotti per assicurarsi che nessuno di noi sia un qualche tipo di terrorista, perdendo molto piu’ tempo con le avvenenti figliole che gli si presentano che con noi ragazzi italiani, ma in tutta sincerita’ non ti senti di fargliene una colpa. Entri in un ufficio in cui ci sono 2 sportelli aperti su 4 (di cui uno riservato ai visti), tanta gente, poca aria. Il destino quella mattina ti ha messo davanti in coda 3 operatori turistici, ciascuno col suo malloppo di passaporti, fototessere, richieste di visto e certificati assicurativi: tu ne hai 5, loro ne hanno almeno 50 a testa. Oltre a loro, un ragazzo sui 25/30 che parla davvero poco. Scopri 5 minuti dopo, quando ti rivolge domande sulla compilazione di alcuni moduli con un improbabile accento inglese, che e’ irlandese. Interdetto dall’accento, inabilitato dalle poche ore di sonno, stordito dalle continue imprecazioni in russo di una baffuta donnona che sta sputando sul vetro che la separa dall’operatrice consolare, non trovi migliore risposta di un “je ne sais pas” che in una circostanza normale avrebbe suonato come fiele ai tuoi orecchi e che invece scivola leggero e melodioso sulla tua lingua come le unghie di Edward mani di forbice su una lavagna. Ripresoti dallo shock, gli rispondi in un confuso inglese che li’ deve scrivere il periodo e il motivo del suo soggiorno in Russia. Terminata la discussione col timido irlandese, osservi la fauna che popola l’ufficio: da un lato le solite russe che parlano mischiando italiano e il loro idioma, riservando alla nostra lingua in particolare gli accidenti alla burocrazia, dall’altro compatrioti che imprecano con perfetto e gustoso accento milanese riguardo le inefficienze dell’operatrice che ha dimenticato di farsi pagare (35 euro) un visto: questo simpatico contrattempo le fara’ perdere almeno 25 minuti: 25 minuti che le saranno sicuramente fatali un giorno o l’altro dato il numero di maledizioni che gli astanti le hanno riservato concentrandosi sulle sue rotule. Passata un’ora buona in coda, noti che gli operatori turistici si salutano tutti piuttosto calorosamente e che soprattutto si danno del tu con gli operatori “Ciao Olga (che assomiglia terribilmente all’insopportabile bidella delle medie), ci vediamo quando sistemate il Telex”. Ma soprattutto evinci da questa frase che il consolato ha dei problemi di comunicazione con il Ministero degli affari esteri russo, il temibilissimo MID, una sorta di leviatano del viaggio in Russia. Tu a differenza di Mourinho sei un pirla e non presti troppa attenzione a tutto cio’. Arriva il tuo turno, sei pronto: “dobryi din’” e sorriso d’ordinanza (lo esige la tua dimestichezza con gli affari diplomatici che hai assunto per osmosi vivendo a Gorizia), passi i documenti dei tuoi colleghi sotto il vetro che ti separa dall’ormai condannata Olga. Non risponde al sorriso, forse sa di essere ormai destinata a una brutta fine? No. Ti guarda come se avesse gia’ capito che non sei come Mourinho e ti dice con un italiano dolce e rotondo come una zolletta di soda caustica: “voi ripassate! Oggi telex non funziona, non posso vedere vostro invito”; rispondi poco convinto “allora ripasso domani?” e lei, adorabile come sempre, “come vi piace, domani, fatemi lavorare”, permettendoti di capire che quantomeno ha la parola “lavorare” nel suo personalissimo dizionario Olga-Clientechelestasullepalle, ma, nonostante questo, i due sentimenti che si accavallano sul tuo intestino sono entrambi molto forti e soprattutto entrambi rivolti alle sue lunghe ed esili gambe: uno ha a che fare con dei chiodi e l’altro con un diapason da 50kg. Abbandoni l’ufficio, convinto che il giorno dopo il Telex funzionera’.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@gmail.com

Era questo lo slogan con cui il Sindaco del Pd aveva ottenuto la rielezione al primo turno e senza l’apporto della Sinistra Arcobaleno lo scorso aprile 2008: e i pescaresi ci avevano davvero creduto.

Nel giugno 2003, quando era stato eletto per la prima volta, alcuni erano restii a dare la massima carica cittadina ad uomo venuto da Lettomanoppello, paese della provincia; ma anche in quel caso, tramite il voto disgiunto, i cittadini avevano votato lui più che la sinistra. Di certo alla vittoria dell’ex-democristiano D’Alfonso aveva contribuito la fama di “più grande appaltatore d’Abruzzo” che si era guadagnato da Presidente della Provincia, e del resto nessuno allora, né tempo dopo, volle vedere il fatto che molti dei suoi ex-più-stretti-collaboratori in Provincia erano indagati per tangenti e concussione (“Pescara Provincia Amica” lo slogan di quegli anni).

In ogni caso D’Alfonso rappresentava al meglio lo spirito rampante pescarese che potrebbe essere riassunto nelle 3 C: Cemento, Commercio, Corruzione (aggiungerei anche Criminalità). Bastava questo per votarlo.

Così D’Alfonso vinse, ed intervistato il giorno dopo l’elezione lanciò subito un piano da 5 milioni di euro per…mettere toppe d’asfalto nelle strade! Poi la città iniziò a riempirsi di targhe con il nuovo slogan: “Pescara Città Vicina”. Una su ogni lavoro pubblico…

Ma lui più di ogni altro seppe sfruttare la voglia di eccezionalità del capoluogo adriatico, da sempre desideroso di elevarsi al di sopra del resto della regione e dimostrare di essere davvero “la Milano del Sud”. Questo spirito aveva spinto in passato alla costruzione di una stazione ferroviaria immensa, accolta con grande entusiasmo come una delle più innovative d’Europa, salvo poi rendersi conto della sua sostanziale inutilità…storia ripetutasi nel 2000 con la costruzione del nuovo Tribunale, il terzo più grande del Centro-Sud, rimasto in buona parte vuoto, ma bello…

E D’Alfonso non ha mancato di inscriversi in questo filone…per Piazza Salotto volle installazioni del giapponese Toyo Hito, mentre Piazza 1° Maggio (ribattezzata Piazza Mediterraneo) fu rivestita di marmo di Carrara secondo il progetto originario di Cascella…ed ancora porfido e mosaici hanno ricoperto il lungomare e le vie del centro. Ma non v’è stato quartiere o rione che non abbia conosciuto la celebre targa “Pescara Città Vicina”: marciapiedi, rotatorie, asfalto, parcheggi, aree verdi…con il Sindaco che inaugurava personalmente ogni opera…

Uno spot continuo per lui che costantemente risultava il più amato d’Italia nelle rilevazioni del Sole24Ore. Intanto anche l’imprenditoria locale portava avanti i progetti messi in cantiere da anni…di Bohigas il nuovo centro residenziale De Cecco, di Fuksas il centro direzionale della Fater e del luganese Botta le 3 torri da 18 piani di Caldora. Altre torri si prevedono sul lungofiume, i cui attici duplex (13° e 14° piano) saranno dotati di piscina privata sul tetto, mentre la Regione (che ha deciso di compiere anch’essa l’antica transumanza trasferendo la sua sede ogni inverno a Pescara) ha in progetto altre 3 torri da 50 metri…poco importa se a poca distanza, in uno dei quartieri off-limits, la comunità rom tiene cavalli sul balcone o li porta a spasso tra le auto attaccati a dei calesse (le famiglie zingare che dagli anni ’70 si sono stabilite a Pescara, controllando il traffico di stupefacenti ed il giro di prostituzione, hanno da sempre una spiccata passione per i cavalli…forse anche dovuta agli affari che gestiscono nell’ippodromo cittadino…).

Mentre il sottosegretario alle infrastrutture del Ministro Di Pietro definiva Pescara “la Los Angeles dell’Adriatico”, la città era ben determinata a newyorkizzarsi…tanto per tener fede al nomignolo di “Piccola Manhattan”. Ed anche il Sindaco ha pensato di assecondare questa tendenza lanciando un nuovo slogan: “Pescara Città dei Ponti”. Risultato? 2 nuovi ponti in cantiere sul fiume Pescara…il Ponte Nuovo ed il Ponte del Mare (ponte sospeso ciclo-pedonale progettato dall’altoatesino Pilcher alla foce del fiume). Sul secondo, orgoglio del Sindaco che lo aveva fatto finanziare dall’imprenditoria locale (con cui del resto aveva buoni rapporti…) per un totale di 10 milioni di euro, si era levato lo scandalo quando il Primo Cittadino aveva tentato di affidarne la costruzione senza gara d’appalto allo stesso Pilcher che “di certo avrebbe saputo portare a termine meglio di chiunque altro il lavoro”. Copione identico per la riqualificazione delle aree dismesse dell’ex stazione ferroviaria, che D’Alfonso voleva affidare all’immobiliare Toto che avrebbe svolto la commissione “gratuitamente” in cambio…del monopolio nella gestione di tutti i parcheggi cittadini per 30 anni…

Ma neanche questo ruppe la luna di miele tra la cittadinanza e l’ormai onnipotente Sindaco…nessuno si chiedeva del resto perché la solerzia dell’amministrazione non fosse altrettanto spiccata nella gestione dei cantieri per i Giochi del Mediterraneo, che Pescara ospiterà quest’estate: nel Comitato organizzatore sono presenti esponenti della vecchia maggioranza di centro-destra con cui l’attuale amministrazione non è riuscita ad “accordarsi”…il villaggio olimpico deve ancora vedere la luce…

Così, quando l’amatissimo D’Alfonso è stato arrestato, la città si è svegliata da un lungo sonno…ma mentre l’orgoglio pescarese rischiava di essere distrutto dal 3° commissariamento dal dopoguerra ad oggi, molti continuavano a difendere il Sindaco…

Il giorno di Natale il Tg trasmetteva, dopo quelle del Papa, le immagini di D’Alfonso affacciato alla finestra che salutava, per tutti ormai quell’uomo era innocente: quasi scarcerato per Volontà Divina in quel Santissimo Giorno. Poco importava se dal Tribunale avevano fatto sapere che tutte le accuse restavano valide e che il Sindaco, scarcerato solo perché dimessosi, sarebbe subito tornato al fresco se avesse ritirato le dimissioni. Luciano sembrava non curarsene ed annunciava poche ore dopo di voler fare un discorso alla cittadinanza in Piazza Salotto il giorno di Capodanno: in un clima da golpe sudamericano fu lo stesso Veltroni a dissuaderlo dal suo proposito. Ma il 5 gennaio il “colpo di genio”: D’Alfonso ritira le dimissioni, presenta un certificato medico e passa la palla al suo Vice. Cosa non doveva sapere il Commissario?

Non importa. I pescaresi possono far finta che nulla sia accaduto, l’orgoglio della città è salvo. A giugno forse le elezioni, il cui risultato sembra tutt’altro che scontato. Del resto, ancora adesso, sono in molti a dire che Luciano D’Alfonso ha fatto grande Pescara.

Attilio di Battista

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

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