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Il 30 settembre scorso l’Ecuador è finito sui quotidiani nazionali ed internazionali. Cose importanti, visto che di solito il piccolo paese andino difficilmente riesce a scuotere interesse. E qualcosa di importante c’è stato: un golpe? Cerchiamo di spiegare meglio cosa è successo e correggere alcuni errori commessi dal giornalismo urlato.

 Il 30 settembre scorso non c’è stato nessun tentativo di colpo di stato. Il presidente Rafael Correa gode di un ampio consenso popolare (70% di popolarità circa) e dell’appoggio dei militari (che quasi sempre è simbolo di una stabilità istituzionale). Nonostante questo, la sua presidenza soffre di personalismo. Questo protagonismo “popolare” o “populista” fa sì che il partito sia ad personam e qualsiasi opposizione sia reazionaria e anti-democratica. Nonostante Correa sia stato la voce di un nuovo corso per il Paese, attraverso una nuova politica sociale, ambientale ed energetica, i metodi di governo poco incarnano l’ideale della divisione dei poteri. Il conto dei Ministri che neanche seduti in poltrona si sono rialzati è molto elevato. E il discorso tenuto ogni sabato dal Presidente sullo stato delle cose non ha che esasperato il rapporto con gli oppositori, scagliando pietre a turno tra Stati Uniti, FMI, partiti d’opposizione, giornalisti scomodi ed ex-Presidenti.

 Ma perché vi racconto questo? Per fornirvi i dati necessari a capire il 30 settembre come apice della teoria del complotto mantenuta in piedi da Correa. Il Presidente ha fatto approvare in Parlamento una legge che avrebbe modificato le condizioni di lavoro per i funzionari pubblici, tra cui la polizia. Per questa, che già di suo non guadagna tanto, una detrazione dei vantaggi di certo non può che creare malcontento. Di fronte alle manifestazioni del corpo di polizia, Correa era convinto di poter calmare gli animi grazie alla sua oratoria molto convincente (e lo dico senza ironia) ma in seguito ad un fumogeno scagliato nelle sue vicinanze, il presidente si è sentito male ed è stato portato d’urgenza presso l’ospedale militare. Da questo punto in poi scattano le teorie del golpe che portano da un lato i militari a presidiare i luoghi istituzionali, dall’aeroporto al palazzo presidenziale. E dall’altro, danno la possibilità alla popolazione impoverita dalla crisi internazionale di saccheggiare supermercati, istituti di credito e quanto altro. Il paese ha vissuto una giornata di paura, il timore di tornare ad anni bui del passato. L’incomprensione e il timore della gente, a Quito come a Guayaquil, sono stati però gravemente strumentalizzati dallo stesso Correa il quale, una volta dimesso dall’ospedale, non ha cercato in nessuna maniera di spiegare che colpa di una parte di quanto accaduto andava a lui stesso. Anzi, ha sfruttato la situazione per attaccare ancora gli oppositori o per ipotizzare una mano statunitense su quanto accaduto. E questo piace enormemente alla stampa estera.

Chiedere a un governante di prendersi delle responsabilità – in questo caso, la responsabilità di 8 morti e tanti feriti – è quanto mai difficile. Ma questo non solo in Ecuador.     Video riassunto del (non) Golpe in Ecuador

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