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Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.
Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.
La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).
La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.
Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

  • istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;
  • istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);
  • attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);
  • modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;
  • passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);
  • nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Lisbona mon amour… infine!

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.

Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.

La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).

La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.

Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;

istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);

attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);

modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;

passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);

nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Il Parlamento ha bocciato la proposta di legge contro l’omofobia: le violenze continuano a consumarsi nel silenzio di troppi

Stiamo vivendo un anno brutto, certo una crisi. Ma non la tanto citata crisi economica bensì una crisi di civiltà. Gli episodi di omofobia degli ultimi tempi si aggiungono alla salsa di omertà sulle violenze domestiche, sulla violenza sulle donne e per la mancanza di rispetto per ogni età, fede, politica o orientamento sessuale.

Il tanto declamato art. 3 della Costituzione non è mai stato così inascoltato o incompreso. E più di tutto attaccato e poco difeso. Al punto che la maggior governabilità di questo Paese dovrebbe passare, secondo il Governo, da un’eccezione costituzionale all’uguaglianza giudiziaria.

Ma più di questo, al punto da far approvare una pregiudiziale di costituzionalità sollevata dall’UdC (con 285 sì, 222 no e 13 astensioni), che ha fatto cadere la proposta di legge che prevede l’aggravante dell’omofobia nei confronti di chi genera ed attua violenza contro la libertà di nascere secondo un determinato orientamento sessuale. E le parole che uso spero possano ponderare bene il mio pensiero.

Non ci si rende conto che lo Stato, nel suo compito di tutore della legge, deve anche guardare alla causa del male che combatte o debella. Deve capire che un braccio rotto da una caduta di motorino non è un braccio rotto per aver avuto coraggio di esprimere una propria libertà, nel caso specifico quella sessuale. Né tantomeno è una scusante valida il fatto di non aver incluso nella stessa legge le aggravanti di età, disabilità o transessualità, a cui le direttive UE fanno esplicito riferimento.

Tuttavia, volendo andare oltre al senso legislativo della proposta dell’On. Concia (di certo la legge proposta non sarebbe stata un capolavoro di letteratura giudiziaria), un atto del genere rappresenta una presa di posizione. Sarebbe stato un segnale da parte del Parlamento, un modo efficace, come forte, di puntare il dito ai molteplici atti di violenza accaduti negli ultimi tempi ai danni di persone gay. E di questo se ne è resa conto anche il Ministro Carfagna che ha già promesso di ripresentare un testo di legge a breve giro di boa.

Sembra invece che non se ne siano accorti tutti gli altri: le Associazioni GLBT urlano in silenzio (non per loro colpa, ma per la poca forza lobbistica che hanno sempre avuto in Italia), il Parlamento ha riscoperto la sua capacità conservatrice e la sua poca lungimiranza, il Vaticano tace e, nel giro di poche ore dalla bocciatura della legge, un altro ragazzo si faceva picchiare a Roma. La giornalista Meli del Corriere della Sera lega l’aumento degli atti di omofobia alla maggiore visibilità pubblica che stanno avendo oggigiorno le scelte di orientamento sessuale. Difficilmente si può però dire una cosa simile alla luce del vandalismo che ha toccato la discoteca Qube o i locali gay del Colosseo. Non sono forse sempre esistiti? Si parli di escalation: che fine avrà allora?

Tuttavia, ancora prima della bocciatura della proposta, vi sono stati segnali che la società italiana non è ancora in grado di metabolizzare alcune realtà sociali. Soprattutto, le grandi aspettative dietro alla Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne (preparativa del G8) si sono sgonfiate e l’atto di più grande risonanza è stato il discorso di apertura del P.d.R. Napolitano nel quale ha segnalato l’omofobia come una delle cause di violenza.

Ad inizio settembre, in contemporanea con il G8, i giornali e telegiornali riportavano la notizia della presenza della signorina Noemi Letizia al Festival di Venezia. Ci si rende conto di due cose: di come i giornali italiani non diano più notizie, ma letame; ma soprattutto, come la non partecipazione della suddetta e delle sue colleghe alla Conferenza Internazionale sia stata un’occasione persa. Persa l’occasione di dare un risvolto etico-morale alla loro professione di escort; persa l’occasione di dare con loro una maggiore copertura mediatica all’evento.

Anche questa volta, purtroppo, non si è aperto nessun dibattito sulla sessualità. Ancora si naviga nell’incomprensione che le violenze nascono, il più delle volte, da problemi di sessualità. Etero o Omo che sia. Continueremo ad avere matrimoni in rovina, prostituzione dilagante anche tra i giovani, onanismo incallito (ma solamente alternato al precariato del lavoro). E per vivere la propria sessualità, i giovani scapperanno in Europa, scappando dalla maggioranza incancrenita che controlla moralmente questo Paese. E che morale.

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

Buongiorno professore. Oggi si parlerà di P2, sebbene in linee molto generali per motivi contingenti…

Bene, comincio col dirle che ai tempi della P2 facevo il magistrato. Ero anche Vice Presidente vicario del “Centro di azione latina”, fondato da Fanfani (adesso “Istituto italo-latino americano”). L’istituto all’epoca aveva contratto dei debiti: il consigliere economico dell’ambasciatore argentino si trovava all’Hotel Excelsior, credo nell’Ottobre dell’80, dove c’era anche Licio Gelli.

Fu lì che incontrò Gelli per la prima volta?

Si. In quell’occasione mi chiese se ero disposto a fare da consulente legale per una multinazionale, dato che ero (e sono) professore di diritto internazionale (presso l’Università “La Sapienza”, n.d.r.). Da lì poi arrivò la proposta per entrare a far parte della Loggia P2, e mi diede un modulo da compilare.

In cosa consisteva questo modulo?

Era un modulo normalissimo: le uniche cose “particolari” erano due clausole. La prima in cui era previsto il rispetto assoluto della Costituzione e delle leggi statali; la seconda in cui si contemplava il rispetto della segretezza sull’iniziazione muratoria, per garantire la riservatezza del rituale. A quel punto giunsi alla parte relativa ai “soci presentatori”. Insomma, due individui avrebbero dovuto sostenere la mia “candidatura”. Ma non conoscevo nessuno. Fu lo stesso Gelli a farmi due nomi.

Che nomi le fece?

Quello di Fanelli, questore della Polizia di Stato, e di Picchiotti, generale dell’Arma dei Carabinieri. Come potevo non fidarmi? … Firmai il modulo.

Come avvenne l’iniziazione?

In pratica non fui mai iniziato. Il rituale sarebbe dovuto avvenire tra il 18 e il 19 Marzo 1981 (non ricordo di preciso il giorno), ma il 17 ci fu il sequestro della lista. Inoltre, nel giorno in cui avrei dovuto “iniziarmi” mi trovavo a Santiago del Cile. In seguito al sequestro Gelli mi chiese di difenderlo. Io accettai e rimasi suo avvocato fin quando egli non aggiunse nella sua schiera di avvocati anche l’avvocato Vitalone (metà 1982).

Adesso potrebbe fare un breve accenno al “Piano R” (Rinascita)?

Posso dirle che esso non fu scritto da Gelli… mi pare da un magistrato. Era comunque un progetto riformatore, così come erano riformatori gli intenti della P2. La Loggia non era reazionaria, ma riformatrice. Nessuna intenzione di organizzare golpe, sebbene alcuni degli adepti fossero coinvolti nel fallito golpe di Junio Valerio Borghese.

Ho visto che molti punti contenuti nel “Piano R” “coincidono” con i punti programmatici dell’attuale Governo (ricordiamo che Silvio Berlusconi è stato piduista)…

Si, come ad esempio la riforma della Magistratura. Ma Berlusconi non è assolutamente in grado di portare avanti un così ambizioso progetto. Lui, come tutti noi, aveva i suoi interessi da tutelare. La Loggia P2 costituiva l’élite delle classi professionali.

Quindi nessun principio ispiratore, ideale…?

Assolutamente no! Non vi erano principi ispiratori, non c’erano ideologie. All’interno della Loggia vi era un mélange politico incredibile. Quello che accomunava tutti era “fare i propri interessi” e sviluppare magari le proprie carriere ancora agli inizi, com’è stato nel caso del nostro attuale premier. La P2, per quanto mi riguarda, era una società di mutua assistenza. Voi “giornalisti” dovreste accettare certe semplici e banali verità!

Federica Salvo

Lo so, non è un discorso facile cui approcciarsi. Intanto, sgombriamo il campo dagli equivoci: non intendo fare un discorso tecnico, che è, per la gran parte degli studiosi, ormai chiuso. Difatti, già dal ’99 è in vigore una legge per il riconoscimento del Friulano come lingua (sottolineiamo, lingua) minoritaria, in applicazione del principio dell’art. 6 della Costituzione (‘La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’). Non mi dilungherò di più sulle questioni giuridiche: fatto sta che il Friulano è stato riconosciuto come lingua dallo Stato italiano, e non voglio discuterne il merito.

Voglio, piuttosto, discutere l’uso che di questo riconoscimento se ne fa, e che ben possono intendere tutti coloro che hanno del Friuli un’idea da ‘esterno’, scevro da condizionamenti familiari e/o scolastici. Intendo dire che in Friuli esiste una sorta di ‘condizionamento ambientale’ per via del quale il Friulano è percepito come La lingua.

Ma partiamo da un po’ più lontano, e facciamoci una domanda. Quant’è importante la tradizione, oggi? E’ una questione cui ho già accennato, tra le righe, su questo giornale, e alla quale sono molto interessato. La risposta è sì, ovviamente; è, però, un sì molto condizionato.

E’ importante se non diventa prevaricazione nei confronti del vicino (vicinissimo) ‘compatriota’ –usiamolo pure, ma è un termine per me obsoleto-, quale potrebbe essere il triestino o il veneto.

E’ importante se non diventa arroccamento; un arrotolarsi su se stessi; una fuga dalla modernità; un rifiuto di ciò che rappresenta il ‘diverso’.

A differenza di quanto possa sembrare, io non sono nazionalista. Tutto l’opposto. Non è bello parlare di sé in un articolo, ma preciso soltanto che il mio orientamento è per un’unione federale europea, con poteri politici centralizzati e poteri amministrativi devoluti alle mille ‘piccole patrie’ europee (e quindi i Paesi Baschi, certo la Sardegna, e così via, sino a, se lo vorrà, il Friuli). Non mi si può quindi tacciare di conservatorismo e nazionalismo glotto-culturale. D’altro canto, stando così la situazione, con una pessima percentuale di italiani parlanti una seconda lingua (come Inglese o Francese), mi sembra una questione ridicola quella dell’insegnamento, per fare un esempio concreto, del Friulano nelle scuole. Si tratta, a mio avviso, non di una questione di merito: infatti ho già detto che in quella non voglio entrarci e che, anzi, la questione si sia più o meno risolta; bensì di una questione di principi, direi quasi filosofica se non fosse per la mia profonda insipienza in questo campo. L’idea che mi disturba è infatti l’arroccamento culturale. Finché si parla di protezione e rivitalizzazione del Friulano (come di tutti gli altri dialetti/lingue italiane; su questo punto ritornerò più avanti), sono del tutto d’accordo; come del resto sono contro l’abolizione del Greco persino nei licei classici, idea birichina che è sempre in agguato. Cosa può salvaguardare una cultura (quella greca come quella friulana), se non la sua propria lingua? Lo stesso valore di un termine, il numero dei suoi sinonimi, la sua presenza/assenza nel vocabolario, ogni sua lettera, vocali e consonanti, tutto può parlarci di un popolo, dei suoi costumi, delle sue tradizioni, dei suoi valori. E questo era il pensiero di un grande cultore della lingua friulana, Pierpaolo Pasolini, che da ottimo scrittore qual era amava perfino il suo suono, il suo ritmo.

Questi sono i motivi per cui una lingua, ma anche (forse soprattutto) un dialetto, andrebbero salvaguardati. Ma di questo si devono occupare i linguisti, gli studiosi di etnoantropologia, anche i sociologi. Comunque, gli studiosi. Non i politici.

E il guaio del Friulano è che i politici se ne sono occupati fin troppo, lo hanno strumentalizzato e lo hanno distorto; o, meglio, ne hanno distorto il significato. Così, torniamo al principio del nostro discorso. Quello che ho definito ‘condizionamento ambientale’, che porta chiunque sia stato educato in provincia di Udine a pensare al Friulano come La lingua, finalmente riconosciuta. La lingua, alla pari dell’italiano, del ladino e del sardo.

Ma qui si sbagliano. Sono lingue riconosciute anche l’Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo (che risulta parlato anche in Sicilia!), il Napoletano (detto anche Volgare pugliese), il Piemontese (riconosciuto lingua già dal 1981, ben prima del Friulano), il Siciliano…E così via.

Nulla di speciale, quindi.

La sua particolarità nasce da questo grande equivoco, di questa ritenuta unicità causata dalla politica locale, che ha spinto su questo aspetto (buono in partenza) così importante per la comunità, per operare una disgregazione campanilistica esasperata, e in buona sostanza anche assurda.

Prendiamo l’insegnamento delle scuole: perché il Friulano di Udine sì, e quello di qualunque altra comunità no? Che si fa, si insegna una lingua diversa in ogni paese? E ci sono abbastanza insegnanti per farlo? Si capisce che così si finisce nel caos.

Si ritorna al solito discorso dei cartelli in dialetto, sparsi per il Nord leghista: fuori da ogni ironia, il significato di quei cartelli mi fa tristezza. Il Friulano sbandierato come ‘Totem anti-altro’ mi fa tristezza. Non è un caso che questa del Friulano sia una questione tanto particolare, perché è stata indotta dall’esterno, da una politica furba e disgregatrice (il contrario della buona Politica, quindi). Un fattore così importante, cioè la lingua/dialetto (la differenza, sul piano politico, per me non esiste: abbiamo visto come anche parlate considerate ‘dialetti’ siano in realtà ‘lingue’), diventa semplice, ottuso e controproducente particolarismo. Ed è contro quest’ultimo che mi batto; ed ecco perché, provocatoriamente e al di fuori da qualunque discorso tecnico-glottologico, dico: ‘Il Friulano non è una lingua, ma un dialetto!’

Permettetemi una piccola postilla. Ho tralasciato volontariamente di parlare della ragione più comune (ma anche, scusatemi, la più stupida) che viene addotta per giustificare la definizione di ‘lingua’ per il Friulano: ‘Se mi metto a parlarla, tu non mi capiresti!’ Cosa, questa, che avviene in realtà per qualunque altro dialetto (ma questa obiezione solitamente viene zittita dalla faccia profondamente offesa dell’interlocutore friulano). Per rispondere a questa argomentazione, vorrei chiudere con una citazione in ligure, che molti ritengono dialetto, ma che in realtà è una lingua allo stesso modo del friulano. E allo stesso modo di quasi tutte le parlate d’Italia, che però non hanno subito la stessa strumentalizzazione del Friulano, e sono tutelate senza rumorosi e prepotenti strepiti di tromba.

 

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi

finché u matin crescià da puéilu rechéugge

frè di ganeuffeni e dè figge

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.’

(Fabrizio De Andrè, Creuza de mä)

 

Francesco Scatigna (francesco.scatigna@sconfinare.net)

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