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Il nuovo libro di Roberto Covaz presentato all’Isontina – Storie e ritratti di sessant’anni di confine

La piccola sala della Biblioteca Isontina è gremita di gente impellicciata e ben profumata: presentano un libro sul confine! Qualche manifesto e un buon passaparola hanno convinto molti goriziani a uscire di casa, per andare a riascoltare qualche aneddoto frontaliero.
Secondo il suo editore, Roberto Covaz affronta ogni pagina con curiosità e umiltà. Il suo libro nasce da una paziente ricerca di soggetti e di situazioni, che l’autore ha trovato nei luoghi più insoliti: nel cimitero di Merna una tomba è stata “profanata” dal confine frettoloso che l’ha tagliata a metà; dal campo dei fratelli Zoff , passato alla Jugoslavia nel ’47, di notte proveniva il rumore degli spari dei graniciari contro chi voleva fuggire in Italia; nel “museo del confine” alla Transalpina, il pezzo forte è la grande stella rossa di lamiera, il simbolo socialista che Tito aveva «sbattuto in faccia ai goriziani» appendendolo alla stazione. È nata così una bella collezione di ritratti lucidi, dipinti lungo la frontiera, che sanno essere impietosi pur senza emettere giudizi. Mi ha colpito molto la vicenda di Rado, strillone del Piccolo accusato di essere un collaborazionista di Tito, uno dei responsabili delle deportazione di centinaia di goriziani morti nelle foibe. A questo proposito, Covaz scrive: «A Gorizia, forse per questo passato di spie, resiste purtroppo ed è diventata un’incrostazione della città la diffidenza verso tutto quello che non è goriziano».

L’incontro scorre via veloce. Paolo Rumiz, giornalista triestino di Repubblica, ripercorre i passaggi più curiosi. Sfoglia le pagine e segue la storia di Roberto – nel libro, Covaz racconta in terza persona alcuni episodi della sua vita –  il protagonista del libro che cresce con il confine e oggi lo ha visto sparire. Tra rievocazioni e aneddoti, “Niente da dichiarare” non dimentica di volgere lo sguardo a presente e futuro di questa terra. Gorizia e Nova Gorica: «perizoma e doppiopetto». Gli sloveni «si sono disfatti dei pesanti paltò dei graniciari e si sono trovati con i perizoma delle ballerine dei casinò». Di là si va in bicicletta. Ci sono giovani disposti a rinunciare a una domenica pomeriggio al mare per tenere aperto il museo del confine e raccontare la storia della loro città anche ai turisti italiani. «Gorizia, invece, li dimostra tutti i suoi anni. Si ostina a considerarsi un aristocratico al quale certi riguardi sono dovuti in onore di quel trapassato remoto che nessuno sa più coniugare, senza accorgersi che intorno a lui il mondo cambia, corre, si adatta».

Quando, comprato il libro, ho letto queste parole, ho ripensato a quel pomeriggio in biblioteca. La gran parte del pubblico era anziano, curioso di riscoprire qualche tratto comune della sua giovinezza. Immagino che abbia provato un po’ di sconforto quando, alla fine dell’incontro, l’attore goriziano Gianfranco Saletta lo ha salutato con queste parole: «Gorizia deve svegliarsi. Uscire dall’isolamento in cui continua a chiudersi, farsi più intraprendente. Comprare “Niente da dichiarare” significa sentire questa necessità. Siete voi giovani la forza che può portare al cambiamento! Voi che dovete arrabbiarvi, rovesciare le scrivanie!». Ma gli unici ragazzi presenti in quella sala piena eravamo noi, cinque o sei studenti del Sid, nessun goriziano.
Ci siamo scambiati un’occhiata perplessa.

Francesco Marchesano

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Impressioni da un viaggio nei Balcani

“…Senza i serbi non potrei respirare; senza i croati non potrei scrivere; e senza essere me stesso non potrei vivere con loro…”. Con queste parole il poeta musulmano Abdullah Sidran, nella primavera del 1992, cercando di scongiurare la guerra in Bosnia-Erzegovina, dipinse lo spirito cosmopolita fino ad allora respirato a Sarajevo. Quello stesso spirito che si può cogliere leggendo, in un libro di Ivo Andric, le odierne discussioni tra un rabbino, un pope ed un imam su un sedile di pietra che esce a sbalzo da un magnifico ponte sul fiume Drina, nella località di Visegrad.
Visegrad è un paesino bosniaco di confine, un confine vissuto diversamente di epoca in epoca. Durante la dominazione Ottomana esso fu una pura divisione amministrativo tra province dello stesso impero: la Serbia e la Bosnia entrambe ricomprese sotto la tollerante ala dell’Impero. Quel confine, fisicamente segnato dalla Drina, ed il Ponte erano filtri osmotici all’interno dei quali si realizzava l’unione di popoli e religioni che segnano, nel bene e nel male l’intera storia della Penisola Balcanica.
Nel bene e nel male appunto. Il mito del cosmopolitismo balcanico non è da vedere in maniera acritica. La dominazione ottomana fu tollerante, ma non sempre pacifica. Quello che però si riuscì a realizzare fu l’intreccio policulturale tra persone comuni, la rete di coesistenze tra diversi universi culturali che rappresenta il vero miracolo della storia balcanica. Un miracolo che tuttavia non è durato intatto fino ai giorni nostri.
Il 7 giugno 1992, durante l’assedio di Sarajevo, il giornalista bosniaco Zlatko Dizdarević scrisse: “…Ci hanno distrutto tutto […] hanno spezzato in noi quel che c’era di meglio, ci hanno insegnato ad odiare […] La povera Bosnia farà fatica a restare com’era, con quello che siamo diventati. Ed era la sua sola maniera di essere…”. La guerra spezzò il cosmopolitismo che fino ad allora aveva abbracciato l’intera Bosnia. Ancora oggi essa è uno stato federale formato da due repubbliche, una croato-musulmana e una serba, ma qual è il clima che si respira nel Paese?
Il nostro non vuole essere un resoconto esaustivo, ma solo l’annotazione sincera di alcune impressioni che un viaggio estivo ci ha lasciato. Il risultato non è dei più ottimisti. Avvicinandoci al confine croato-serbo, sulla strada che congiunge Osjiek a Novi Sad, ci siamo fermati più volte a chiedere indicazioni per la frontiera, ottenendo solo molto raramente qualche risposta. Arrivati poi in sua prossimità, superata la mostruosa periferia di Vukovar (mostruosa perché ancora oggi reca i segni del pesantissimo assedio subito), abbiamo attraversato circa quindici chilometri di…nulla! Letteralmente nulla: niente segnali stradali, niente illuminazione, niente case, niente persone, niente animali, solo una strada in mezzo a campi, alcuni coltivati, altri abbandonati. Così fino alla frontiera croata, all’enorme terra di nessuno che le divide e poi alla dogana serba.
In Serbia ci siamo fermati a Belgrado. Qui ci siamo recati al museo militare, eccitati dalla prospettiva di vedere un pezzo dello Stealth abbattuto nel 1999. Invece dello Stealth però ci hanno colpito due enormi amnesie storiche: l’assoluta mancanza di riferimenti alla II Guerra Mondiale, alla liberazione ed in particolare al suo carattere di guerra civile tra Cetnici serbi, Ustacia croati e croati comunisti di Tito; la rimozione delle guerre del 1991-1995. All’interno del museo si passa dalla prima guerra mondiale alla guerra in Kosovo, entrambe ampiamente esaltate come esempi di eroismo serbo di fronte alle grandi potenze imperialiste.
Arriviamo a Sarajevo. Essa ci accoglie con i tornanti delle montagne che la circondano. Il centro, compresso e solcato da stradine sinuose, si srotola sotto i nostri piedi in un vociare di turisti e venditori. Subito rimaniamo abbagliati dall’energia brulicante che permea ogni angolo. La chiamavano la Gerusalemme europea e infatti abbiamo potuto visitare una maestosa cattedrale cattolica, un paio di chiese ortodosse, una sinagoga e molte molte moschee. Insomma Sarajevo ci è sembrata un ninin cattolica, un ninin ortodossa, un ninin ebraica e molto molto musulmana. Ci sono tornate in mente le parole di un nostro amico che aveva abitato a Sarajevo prima della guerra e allora la maggior mescolanza etnica si percepiva anche guardando sopra i tetti delle case. Così, in agenzia, mentre aspettiamo che ci trovino una sistemazione cominciamo a chiacchierare col commesso il quale ci confessa: “…si Sarajevo è una splendida città, per un turista…”. A quanto pare le diatribe tra serbi e croato-musulmani non sono terminate e i rischi di secessione sono ancora elevati.
Anche tra croati e musulmani, però, le cose non vanno per il meglio, almeno non a Mostar. Il capoluogo dell’Erzegovina è stato per secoli il simbolo di un’integrazione possibile fra il mondo musulmano e quello cristiano. Il simbolo di questa convivenza era lo Stari Most, il Ponte Vecchio. Un’opera meravigliosa, in pietra bianca, che sorvola da quasi trenta metri d’altezza un fiume tutt’altro che mansueto come la Neretva. Splendido, davvero. E i dintorni non sono da meno: alzi il naso e vedi un minareto. Lo giri, e scorgi un campanile. Un’atmosfera unica, difficile da rendere a parole. Bene, a Mostar le due comunità maggioritarie erano, e sono ancora, quella croato-cattolica, prevalentemente insediata sulla sponda occidentale del fiume, e quella bosniaco-musulmana, ben più numerosa ad est. La guerra ha spazzato via questo equilibrio.
I croati, negli anni del conflitto, hanno costretto i musulmani che vivevano ad occidente a lasciare le proprie case, per riparare nei quartieri orientali della città. Che sono diventati una sorta di ghetto gigante, sottoposto ad un bombardamento quotidiano, indiscriminato, rivolto senza dubbio alcuno su obiettivi civili.
La città, oggi, riproduce la stessa divisione di quindici anni fa. Il confine è una strada sulla sponda occidentale: di qua i cristiani, di là i musulmani, anche se è riduttivo adottare una chiave di lettura esclusivamente religiosa.
In una trasversale della via-confine, sorge uno dei simboli della Mostar del dopoguerra: si tratta di una chiesa a dir poco orribile, una sorta di blocco di cemento vivo, alla cui destra sorge il campanile più alto della città. Sarà pure brutto come il resto, squadrato, pesante e tetro ma, guarda caso, è di parecchi metri più alto di qualsiasi minareto. E sorge a una cinquantina di metri dal confine. Fa il paio con un altro colosso di vocazione religiosa, e cioè una croce gigante che domina una delle colline intorno a Mostar. Tirata su dopo la guerra, si capisce. Non c’è punto della città, di notte come di giorno, da cui non si possa scorgere. Secondo un reduce musulmano, la sua funzione sarebbe essenzialmente una: commemorare il posto da cui ci bombardavano. E non ha poi torto, se è vero che i mortai e i carri croati, proprio come quelli serbi a Sarajevo, strangolavano la città dalle colline.
C’è un aneddoto che può aiutarci a rendere l’atmosfera che si respira oggi a Mostar, e riguarda uno dei pochi momenti in cui le due comunità hanno trovato modo di collaborare.
Come non potrebbe essere altrimenti, la città ha due squadre. Quella croata, lo Srimski, e il Velez, che può contare su un sostegno davvero radicato nella comunità musulmana. A quanto pare, durante la guerra, l’amministrazione croata ha avuto la splendida idea di dare in amministrazione lo stadio del Velez allo Srimski per 99 anni. Inutile dire che i derby mostarini farebbero scappare a gambe levate anche il capoccia più coraggioso delle curve nostrane. Però, per una volta, le due tifoserie hanno saputo unirsi.
E’accaduto a fine luglio, quando il Partizan Belgrado è venuto a giocarsi la qualificazione alla Champions League proprio contro lo Srimski. I tifosi serbi hanno avuto la sensibilità di scandire slogan che recitavano cose del tipo: filo spinato, coltello e Srebrnica. Gli ultras dello Srimski, come comprensibile, non hanno gradito poi troppo, e all’uscita dello stadio hanno ramazzato per benino i colleghi-rivali. I quali, in evidente inferiorità numerica, hanno cercato riparo per le vie della città. Peccato che, nel frattempo, i tifosi del Velez si fossero tenuti aggiornati con la diretta televisiva. E quindi, giù con la seconda rata. Un chiaro esempio di collaborazione inter-culturale.
L’odio unisce, altrochè.

Andrea Luchetta
Emmanuel Dalle Mulle
Stari

Sappiamo che in Slovenia ci sono circa una decina di grandi casinò.  Ma da adesso ne avremo uno ancora più grande, anzi uno dei più grandi d’Europa.  Dove?  Ma a Nova Gorica, ovvaimente.  Da pochi giorni è stato infatti siglato un accordo tra Hit Group (gestore dei casinò sloveni) e la società americana  Harrah’s, colosso dell’industria del gioco d’azzardo.  L’accordo porterà alla costruzione di un mega centro del gioco, dove sarà anche possibile usufruire dei più moderni centri wellness, e di intrattenimento. Va detto che, per far sì che l’accordo venisse siglato, il governo di Lubiana ha dovuto abbassare l’imposizione fiscale sui centri di gioco di ulteriori cinque punti percentuali, portandola a livelli irrisori rispetto a quella degli agli altri concorrenti europei.
Detto ciò, bisogna fare delle considerazioni.  È inevitabile che una struttura di queste dimensioni, anche se non ancora ben definite, abbia delle grosse conseguenze su un tessuto urbano e sociale, quello Goriziano, poco propenso ai cambiamenti.  In questa situazione il cambiamento sembra però inevitabile, in quanto l’accordo è stato già firmato, e quindi alla città restano due differenti opzioni: prenderne passivamente atto, oppure utilizzare al meglio quest’occasione di sviluppo.
È ben chiaro che una decisione di questo calibro non può essere presa solo analizzando l’aspetto economico, ma anche quello etico.  Infatti qualcuno potrebbe obiettare che puntare sul gioco per sviluppare l’economia del Goriziano non sia propriamente legittimo.  Ma, d’altro canto, non è neanche plausibile, di questi tempi, star a disquisire sulla legittimità di una struttura che comunque verrà costruita e che nei piani degli ideatori porterà qualcosa come tre milioni di turisti-giocatori in quel di Nova Gorica ogni anno.  È quindi giunto il momento per le due amministrazioni comunali, e soprattutto per quella italiana, di creare delle strategie pratiche di collaborazione tra i due territori affinché gli introiti derivanti da questa grande operazione vengano ridistribuiti in maniera corretta su entrambi.  Ciò significa che Gorizia dovrà essere in grado di sviluppare delle infrastrutture che esaltino le molte bellezze del territorio, affinché almeno una parte dei vari turisti si fermino anche al di qua del confine ed usufruiscano dei nostri servizi turistici e commerciali.
Incredibilmente, quasi fortunosamente oserei dire, la città di Gorizia si ritrova al centro di un’immensa operazione di sviluppo economico e di riqualificazione territoriale.  Ovviamente quanto detto fin qui non troverebbe alcuna conferma se, per esempio, la municipalità ed i suoi cittadini non si impegnassero fin da subito nel sviluppare strategie economiche sia di tipo turistico territoriale sia nei confronti dei vicini amici sloveni.  L’unico modo per non rimanere, per l’ennesima volta, periferici rispetto al mercato.

Marco Brandolin

Sarei curioso di scoprire quanti triestini saprebbero raccontare la storia del Narodni dom o del Processo di Basovizza.

Pochi, credo. Quasi nessuno, al di fuori della comunità slovena. Io per primo, fino a un paio di mesi fa, non avrei avuto alcuna idea. Sì, certo, dom vuole dire casa. Ma narodni? E Basovizza…

C’entreranno mica le foibe?

Il problema è che questi due avvenimenti occupano una posizione centrale nell’immaginario della minoranza. Sono due avvenimenti periodizzanti, due di quelli che hanno segnato indelebilmente chi ha vissuto negli anni giusti per ricordarli, e che continuano a marcare l’immaginario collettivo del gruppo. Un po’come l’arrivo dell’Italia per la comunità italiana, insomma, o le foibe, l’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia e così via. Con una differenza: se chiedessimo ad una persona della minoranza di parlare di questi avvenimenti, lo saprebbe fare perfettamente. Magari giungerebbe a conclusioni diverse, forse opposte, ma almeno non ci guarderebbe come se fossimo pazzi.

E allora il punto non può che essere questo: com’è possibile che, nella stessa città, una comunità viva nella più completa ignoranza della storia dei propri vicini? E con la cultura non credo che andremmo poi molto meglio. Pahor somiglia più al nome di un notaio, che a quello di un poeta. Ziga Zois? Buh, però aveva un nome simpatico. Forse con Preseren (mi scuso per l’ortografia…) saremmo più fortunati, ma solo forse. E sì che nella minoranza la cultura italiana è conosciuta tanto quanto quella slovena. Va bene, potrebbe obiettare qualcuno, ma loro vivono in Italia: è ovvio, anzi è giusto che abbiano un’idea di quello che, bene o male, è pur sempre il loro paese. Ed è sicuramente vero.

Però questo non giustifica una simile ignoranza da parte della comunità italiana. Perché la comunità slovena, per quanto minoritaria (nemmeno troppo, poi), ha contribuito allo sviluppo di Trieste allo steso modo della controparte italiana. E’radicata sul territorio da secoli, anzi da ben più di un millennio, ed ha gli stessi nostri diritti di rimanerci. Solo che è ignorata, quando non viene apertamente discriminata.

Lo strumento principale che permette di realizzare questa situazione, evidentemente, è la scuola: la cultura slovena, nella scuola di lingua italiana, non viene proprio concepita: è avvertita come una realtà estranea, o meglio straniera. Un po’come se la cultura austriaca fosse trascurata in Alto Adige, insomma. O quella francese in Val d’Aosta.

Certo, i sapientoni ci spiegheranno che il modello scolastico italiano segue l’esempio della Francia post-illuminista: l’obiettivo principale è quello di diffondere delle nozioni identiche in tutto il paese, senza considerare le possibili differenze fra luogo e luogo, in modo tale da creare dei cittadini standardizzati, omologati. Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani, insomma. Solo che, a Trieste questo disegno si è scontrato con l’esistenza di un’identità altrettanto radicata.

Succede così che un ragazzo della comunità italiana, di solito, cresce nella più completa ignoranza della cultura dei suoi stessi vicini di casa. A volte dei suoi amici, della sua ragazza. E’un po’da schizofrenici, no?

Trieste è una città malata. E continuerà ad esserlo finché una qualsiasi comunità pretenderà di imporre la propria egemonia. Perché questa situazione di ignoranza, di conflitto latente, di schizofrenia è funzionale agli interessi del gruppo dominante. Come potremmo discriminare uno sloveno, o quantomeno escluderlo così a cuor leggero, se riconoscessimo alle sue origini la nostra stessa dignità?

E sì che oggi la situazione è migliorata in modo incommensurabile. Le bombe di fronte alle scuole della minoranza non esplodono più dal ’74. L’ultimo corteo studentesco anti-slavo che abbia ottenuto un certo successo risale a prima del ’68. I muloni della curva passano sempre più raramente dalle parole alle vie di fatto. Al limite qualche pestaggio, e un bel po’ di s’ciavi de merda.

Solo che, se proviamo veramente a pensarci, ci accorgiamo che i ragazzi della minoranza rischiano di vivere in uno stato di effettiva segregazione. Nulla di imposto dalla legge, molto poco di violento, spesso anzi senza nessuna conseguenza. Però con un corollario inevitabile: se uno di questi ragazzi volesse provare ad inserirsi in determinati ambienti, incontrerebbe difficoltà sicuramente maggiori. Perché, giusto per fare un esempio, non ricordo nessun sindaco proveniente dalle file della comunità slovena? E sì che, nel comune di Trieste, gli Sloveni sono attestati storicamente fra il 10 e il 20%. Non è che non si notano, ecco.

Bisogna riconoscere che l’Italia ha fatto proprio un bel lavoretto: in epoca liberale e fascista li ha perseguitati apertamente, espropriandone i beni, chiudendo le scuole, costringendoli alla fuga. In epoca repubblicana, poi, si è spesso limitata ad insistere sull’aspetto della discriminazione culturale, in una cornice apparentemente più favorevole. Certo, non mancano casi di discriminazione ben più palesi. Secondo Piero Purini, negli anni ’50-60 era prassi comune che uno sloveno, per venir assunto nell’amministrazione pubblica, iscrivesse i propri figli alle scuole italiane. Sono molti altri gli esempi di una politica chiaramente indirizzata in tal senso, dalla costruzione dei borghi carsici alla discriminazione degli insegnanti delle scuole slovene. Per non parlare della tendenza a cancellare le responsabilità storiche dell’Italia nella regione.

Solo che non ce ne accorgiamo, perché non siamo mai stati abituati a pensarci.

Andrea Lucchetta

Al cinema Vittoria di Gorizia: “Terre contese, luoghi condivisi”.

Gorizia è una terra di confine per eccellenza e perciò diventa spesso teatro di manifestazioni; esse sono occasioni per riprendere e sviluppare un tema che richiede analisi approfondite ed è spesso influenzato dai differenti punti di vista delle parti che, volenti o nolenti, se ne trovano coinvolte. Riguardo a ciò, giovedì 9 e venerdì 10 maggio si è svolta a Gorizia l’iniziativa “Terre contese, luoghi condivisi” presso il cinema Vittoria e la sala proiezione del corso di laurea del DAMS e finanziato in parte dal fondo sociale europeo e dalla regione Friuli Venezia-Giulia. Si è trattato di una manifestazione volta alla riflessione attuale sul problema dei confini: esso è da sempre al centro dell’attenzione della politica internazionale e si ripercuote sulla vita delle persone che subiscono decisioni spesso arbitrarie. Naturalmente il confine non è solamente geografico e politico, ma a volte anche mentale;  è quindi ciò che conduce molte volte a pregiudizi ed intolleranze. Molti aspetti e molti ambiti geografici e culturali sono stati toccati nel corso della manifestazione Nel pomeriggio del giovedì il titolo del tema trattato è stato “Tensioni e complicità nelle regioni di frontiera” con la proiezione di frammenti di film aventi ovviamente una diretta connessione all’argomento, e l’intervento di alcuni esperti del settore. Molto interessante il documentario su Nora Gregor, goriziana di nascita:  in esso, oltre alla biografia dell’attrice, si evidenzia anche il trascorso carattere multiculturale di una città che oggi non pare o non vuole ricordarselo per varie ragioni. Altro film da vedere e presente nel programma, è “Stella Solitaria” di John Sayles, che racconta la storia di un villaggio a sud del Texas, in cui vi è la difficile convivenza tra cittadini statunitensi, messicani e neri. Durante la serata invece il tema proposto era “Muri reali, muri immaginari” con la proiezione di tre film a partire dalle 20.45 presso il cinema Vittoria. Nel cortometraggio “Dov’è la cortina di ferro?” (Slovenia 1961), girato sulla frontiera, si affrontava la difficile situazione dopo la creazione della cortina di ferro tra Italia e Jugoslavia; nel lungometraggio “ Di chi è questa canzone? “ (Bulgaria 2003, vincitore nello stesso anno del premio per il miglior documentario europeo), ambientato nel territorio dei Balcani, il tema fondamentale diventa invece l’assegnazione di una canzone tra vari popoli che la rivendicano come propria; infine “Il muro” (Belgio 1998), a mio parere il più interessante,  riprende il tema del  contrasto ormai storico tra Fiamminghi e Valloni:  immaginando ironicamente la costruzione  di un ipotetico muro che divida questi due “popoli” presenti all’interno del Belgio.  Venerdì 10 maggio, infine,  la manifestazione si è concentrata sul tema “Gorizia – Nova Gorica: politiche culturali liberi dal confine” con un’analisi abbastanza approfondita dello sviluppo storico e culturale dell’area in questione e della progressiva integrazione di un territorio situato sul diretto confine tra Italia e Slovenia.  Durante questa mattinata il dibattito è stato aperto e sono intervenuti il giornalista Klavdjia Figelj, il giornalista e scrittore Demetrio Volcic e il sociologo Moreno Zago, che hanno apportato un prezioso contributo alla discussione. Per chi fosse interessato agli atti del convegno e non avesse potuto prendervi parte, essi sono eventualmente disponibili sul sito http://www.kinoatelje.it. Nel complesso ritengo che la manifestazione sia stata molto interessante ed abbastanza ben organizzata, anche se sinceramente mi aspettavo forse una maggiore presenza e partecipazione da parte del pubblico. D’altra parte, a giustificazione di ciò, il tema trattato viene ribattuto durante l’anno a più riprese e comunque, a mio parere, la pubblicità della manifestazione forse non è stata sufficiente. Il confine resta in ogni caso un argomento molto importante e un oggetto di analisi e riflessione molto attuale. Esso è sempre in evoluzione e risulta essere un elemento condizionante, nonostante i numerosi progressi compiuti negli ultimi anni, della situazione quotidiana locale e globale. A volte infatti ci si ferma troppo presto per paura o per interesse: sarebbe importante valicare  il confine più spesso anche per approfondire la conoscenza e abbattere dei muri. Naturalmente non solo in senso metaforico.

Lisa Cuccato

Il forum G8-Unesco è un’occasione per pensare al futuro della città.

Per 3 giorni, dal 10 al 12 maggio, Trieste ha ospitato il forum G8- Unesco dedicato ai temi dell’educazione, della ricerca e dell’innovazione al servizio dello sviluppo sostenibile, riunendo i rappresentanti dei governi di 22 paesi del mondo, economisti e scienziati, tra cui (solo per citarne alcuni) i Premi Nobel Carlo Rubbia e Martin Perl. Lo scopo del forum non era elaborare dei progetti d’intervento specifici quanto quello di “promuovere la società globale dell’innovazione sviluppando e integrando gli elementi del triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione)”, come ha affermato il direttore generale dell’Unesco Koichiro Matsuura. Naturalmente, è facile trovare ottimi argomenti per criticare l’utilità, l’efficacia e la sincerità di simili iniziative, e i cortei di protesta ambientalisti non sono mancati, ma non è di questo che vorrei occuparmi. Uno dei risvolti salienti di questo forum è senza dubbio il ruolo di Trieste: la città è stata scelta per la sua consolidata tradizione scientifica, che l’ha portata ad essere un punto d’eccellenza nel settore in Italia e a livello internazionale. L’incontro ha fatto sorgere diversi interrogativi sul futuro del capoluogo giuliano, sia come polo scientifico sia come città in sè: sarà all’altezza della sfida di diventare un ponte per la diffusione delle tecnologie fra Nord e Sud del mondo e per la collaborazione con i paesi dell’Europa Orientale? Che vantaggi potrà trarre da questo ruolo? Al momento, basta guardarsi un po’ intorno per capire che la città ha i numeri per soddisfare queste aspettative: ospita istituti come il Centro di Fisica Teoretica Abdus Salam, il Sincrotrone, l’Area Science Park, il Consorzio per Scienza, Tecnologia e Innovazione per il Sud del mondo. Se non bastasse questo parziale ma già consistente elenco per rendere l’idea, è sufficiente considerare la densità di scienziati presenti sul territorio del Friuli Venezia Giulia: il rapporto fra ricercatori e popolazione è dell’8,8 per mille, il più alto d’Italia e di molte economie sviluppate. Ma perchè sia la città intera a beneficiare delle possibilità delineate, è necessario valorizzare la scienza fra i cittadini, sensibilizzare l’opinione pubblica per creare una comunità consapevole e interessata, e innescare un circolo virtuoso di conoscenza: ad ogni livello le istituzioni dovrebbero adoperarsi per favorire la compenetrazione fra comunità scientifica e cittadini, per istruire e stimolare i giovani, in modo che un domani alcuni di loro vadano ad alimentare le fila degli scienziati, portando una visione della tecnologia ancora più dinamica e consapevole dell’importanza della conoscenza scientifica al servizio concreto dell’umanità. In questo modo, la città sarebbe in grado di continuare ad attirare scienziati da tutto il mondo, e vedrebbe nascere anche molte opportunità di investimenti economici di vario genere. Un’informata, interessata ed aperta (sotto il profilo culturale in senso ampio) comunità sociale può essere quindi un importante fattore per alimentare una feconda comunità scientifica. E a sua volta la scienza ha molto da insegnare alla società civile in termini di razionalità, di cosmopolitismo e di apertura mentale: tutti elementi che, se valorizzati nel giusto modo, possono contribuire alla crescita della città e al suo “svecchiamento”, ad aprire prospettive nuove in tutti i campi culturali, non solo in quello scientifico. Un’importante risposta a questi temi è arrivata proprio in questi giorni con la prima Fiera dell’Editoria Scientifica di Trieste (FEST) conclusasi il 20 maggio: un entusiasmante esempio di ciò che la comunità scientifica è in grado di dare alla cittadinanza. Attraverso conferenze, tavole rotonde, mostre, science cafè, la fiera si è proposta di diffondere le più recenti scoperte scientifiche e i più innovativi modi di divulgare la conoscenza, ma anche i dilemmi e le sfide cui le scoperte inevitabilmente portano, richiamando migliaia di visitatori.
Per quanto riguarda il sostegno ai paesi in via di sviluppo, nel corso corso del forum G8-Unesco si è parlato del futuro di Trieste come modello di cooperazione attraverso la collaborazione con istituti scientifici collocati nei paesi che non hanno le risorse per lo sviluppo di tecnologie utili alla crescita economica. Così si potrebbe offrire aiuto in modo non paternalistico e più concreto, cioè fornendo i necessari strumenti ed infrastrutture per favorire uno sviluppo autonomo dell’economia e della società dei paesi in questione, piuttosto che riversando fiumi di denaro spesso senza controllo. In particolare, una strada importante da percorrere è quella delle tecnologie eco-sostenibili: la scienza dovrebbe mettere a punto tecnologie che permettano loro di proseguire nello sviluppo come hanno fatto le economie occidentali, ma limitando il proprio impatto ambientale. In questo modo, si otterrebbe un modello alternativo di sviluppo che sarebbe decisivo nella ridistribuzione delle risorse e nell’eliminazione delle disuguaglianze fra paesi compatibilmente con il rispetto dell’ambiente.
Per Trieste dunque si prospettano grandi sfide e possibilità, che avrebbero implicazioni sicuramente positive per la regione intera: l’ideale ora sarebbe continuare sulla strada aperta dal FEST in termini di scambio proficuo tra società e comunità scientifica, per fare diventare la città una vera capitale della scienza.

Athena Tomasini

Impressioni di alcuni giovani sloveni sui rapporti con gli italiani

All’indomani dell’adozione dell’euro della Slovenia, alla vigilia del suo ingresso nell’area Schengen (che significa, anche, libera circolazione delle persone) sarebbe normale pensare che le relazioni quotidiane tra sloveni ed italiani siano sempre più fitte. Ma è veramente così? Lo abbiamo chiesto ad alcuni nostri coetanei di Nova Gorica, sottoponendogli alcune domande. Ecco la prima:
Cosa ne pensi del processo d’integrazione europea? E in particolare dell’abbattimento del confine tra Italia e Slovenia?
Anja (18 anni) si dichiara “Favorevole”. Come lei, Eva (25 anni), che attenta ai costi del confine, spiega: “Il processo d’integrazione permette di risparmiare tempo e denaro”. Analogamente Benjamin (27 anni) ritiene: “E’ una cosa buona”. Sulla stessa linea d’onda Mojca (30 anni), Sara (17 anni) e Maja (28 anni): “Siamo entrambe favorevoli”.
Il consenso è unanime: tutti per l’Europa. Ma se si approfondisce il discorso sull’andamento dei rapporti transfrontalieri con l’Italia, l’entusiasmo cala vistosamente. Questo il secondo quesito:
Dopo l’adozione dell’euro, vieni più spesso a Gorizia?
Anja: “Non è cambiato nulla, è rimasto tutto come prima”. Dello stesso parere Jasna la quale afferma: “Vengo a Gorizia per lo più per fare shopping, ma con la stessa frequenza di prima”. Lo shopping attira nella cittadina isontina anche Mojca e Maja, ma anche per loro la routine è rimasta tale e quale. Per Sara alle compere si aggiunge il divertimento: “Vengo spesso al Comix e al Fly”. Non escono dal coro Benjamin ed Eva; quest’ultima racconta: “Studiando ad Udine attraverso il confine quasi tutti i giorni, ma per ora nulla è cambiato”.
Sembra che la moneta comune non abbia modificato sostanzialmente le abitudini degli intervistati: la frequenza e le motivazioni che li spingono oltre confine, sono rimasti gli stessi. Il venir meno delle difficoltà connesse al cambio, non ha costituito un incentivo decisivo all’intensificazione dei rapporti. Con il tallero o con l’euro, poco cambia. Ma al di fuori delle relazioni economiche? Ecco allora il terzo quesito:
Come sono i tuoi rapporti con i coetanei italiani?
Eva e Sara sono un’eccezione: conoscono entrambi parecchi italiani e hanno rapporti con gli sloveni della minoranza. Gli altri, invece, poco o nulla. Benjamin afferma: “Non conosco nessun italiano”. Come lui Mojca e Maja: “Non abbiamo amici oltre confine”. Jasna infine ha come punto di riferimento delle assocciazioni culturali: “Conosco delle persone italiane, grazie a delle associazioni slovene che operano in Italia, ad esempio il Kulturni Dom”.
Insomma sia le relazioni economiche che quelle personali non sono state influenzate in maniera consistente dall’ingresso della Slovenia nell’euro.
Nonostante tutti i limiti della nostra indagine, come provare a valutare le relazioni tra sloveni e italiani? Stando agli intervistati nulla o poco è cambiato negli ultimi anni: i rapporti proseguono come in uno stato d’inerzia. Anzi, stando alle parole di Benjamin, con il quale abbiamo approfondito il tema, si può ipotizzare che in futuro, questi vadano peggiorando. Basti pensare ai beni di consumo: “Mentre una volta era necessario venire in Italia per comprare determinati prodotti che non c’erano da noi, -spiega Benjamin- oggi possiamo trovare tutto negli scaffali dei nostri supermercati”.
Più ancora che i rapporti economici, sono quelli personali (e se si vuole culturali) a sembrar destinati a diminuire, o comunque, a non aumentare. Una sua argomentazione appare illuminante a riguardo: “La maggior parte dei ragazzi sotto i 20 anni, a differenza dei più grandi, non sa parlare la lingua italiana, o lo fa con difficoltà. Questo perché, una volta, la presenza delle reti della televisione italiana era parte integrante della nostra vita. Molti di noi, da bambini, imparavano l’italiano con i vostri cartoni animati”. Dopo la creazione nel 1992 della repubblica Slovena e con il libero sviluppo della propria identità culturale, le cose sono cambiate: “Oggi, invece, la qualità della televisione nazionale è molto più alta e quando si guardano televisioni straniere generalmente si preferiscono le reti tedesche e anglosassoni”. Sembra quindi esserci un problema di comunicabilità di fondo: da una parte restano pochi gli italiani che parlano e s’interessano alla lingua slovena, dall’altra sta venendo meno, tra i giovani sloveni, la necessità dell’italiano. Un punto d’incontro si potrebbe trovare, come nel caso di Jansa, nelle associazioni culturali (come appunto il Kulturni Dom che ha da poco festeggiato il suo 25esimo compleanno) e nei progetti transfrontalieri europei. Uno di questi, denominato “GO & GO Centro audiovisivi. Servizi interculturali e transfrontalieri” e finanziato dall’Interreg IIIA, ha permesso, attraverso l’associazione Kinoatelje, di riprodurre pellicole di cultura video-cinematografica slovena e, più in generale, dei paesi dell’Europa centro-orientale; un appuntamento col cinema d’autore, che si rinnova ogni giovedì sera al Palazzo del Cinema di Piazza Vittoria.
Un’altra ipotesi d’incontro, per risolvere i problemi di comunicazione tra le due comunità, sarebbe quello della lingua inglese. Ma, qui appare ancora con più evidenza la disparità tra i giovani italiani e quelli sloveni. “Il problema è che voi italiani, l’inglese non lo sapete parlare” dice sarcastica Eva. E Benjamin conclude: “Comunicare tra italiani e sloveni in inglese? Perché no? Ma tutto dipende da voi…”. E’ mica arrivata l’ora dei cartoni animati in inglese? Sarà ma, per i nostalgici, sarà buffa l’idea di un grande Puffo che “puffa” in inglese.

Davide Lessi
Emmanuel Dalle Mulle

 

 

S tolarjem ali evrom malo je razlike
Vtisi mladih Slovencev o odnosih z Italijani

Potem ko so v Sloveniji uvedli evro, se približuje tudi vstop te države v Šengensko cono, kar pomeni prost premik ljudi med državami članicami. Prav zaradi tega bi bilo čisto logično sklepati, da so se odnosi med Slovenci in Italijani utrdili. Vprašati pa se je treba ali je res tako? Na to in na druga vprašanja so nam odgovorili naši sovrstniki iz Nove Gorice. Prvo iz med teh se je glasilo: Katero je tvoje mnenje glede na proces evropske integracije, in sicer o ukinitvi meje med Slovenijo in Italijo?

Anja (18 let) meni, da je proces pozitiven in da ona je za to. Kot Anja tudi Eva (25 let), ki je posebno pazljiva na stroške, tako nam obrazloži: “Integracijski proces omogoči manjšo izgubo časa in denarja”. Podobno tudi Benjamin (27 let), ki trdi, da je proces nekaj dobrega in istega mnenja so tudi Mojca (30 let), Sara (17 let) in Maja (28 let).

V bistvu vsi so odgovorili, da se strinjajo z evropsko integracijo. Ko pa se podrobneje analizira vsebino medmejnih odnosov z Italijo, pozitivno vzdušje nekako mine.

Tako pridemo do drugega vprašanja: Ali greš pogosteje v Gorico po uvedbi Evra?

Anja: “Nič se ni spremenilo, vse je ostalo kot prej”. Istega menenja je Jasna, katera izjavi: “Grem v Gorico samo po nakupe, ampak nič več kot prej”. Na isti način nakupovanje v soškem mestu privlačuje Mojco in Majo, a tudi za njiju navada je ostala nespremenjena. Sara ob nakupih doda tudi zabavo: “Večkrat grem v Comix in v Fly”. Vse to potrdita Benjamin in Eva: “S tem, da študiram v Vidmu, moram prekoračiti mejo skoraj vsak dan, a do sedaj je vse ostalo enako.”

Zgleda, da evro ni spremenil navade intervjuvanih: pogostnost in motivacije, ki jih pripeljejo v Italijo so iste kot prej. Čeprav težave zaradi menjave denarja so olajšane, to ni pripeljalo do tesnejših odnosov. Z evrom ali s tolarjem je malo razlike. Kaj pa izven ekonomskih odnosov? Evo tretje vprašanje:

Kakšni so tvoji odnosi z italijanskimi sovrstniki?

Eva in Sara sta izjemi, ker obe poznata mnogo Italijanov in se družita tudi s pripadniki slovenske manjšine. Drugi pa malo ali celo nič. Benjamin nam pove, da ne pozna nobenega Italijana. Enako kot on tudi Mojca in Maja, ki nimata nobenega prijatelja na drugi strani meje. Jasna pa podčrtuje vlogo kulturnih društev v izpostavitvi odnosov med Italijani in Slovenci. “S pomočjo kulturnih društev, ki delujejo v Italiji, kot npr. Kulturni Dom, sem imela možnost spoznati mnogo Italijanov.”

Vse to nas pripelje do zaključka, da vstop Slovenije v cono evra, ni vplival ne na ekonomske in ne na osebne odnose.

Čeprav je naša raziskava omejena, treba je sedaj razčleniti rezultate. Iz naših intervjujev se lahko zaključi, da v zadnjih letih so se odnosi malo ali pa celo nič spremenili. Benjamin predvideva, da se bodo ti celo poslabšali. Pomislimo samo na nakupe: “Medtem ko enkrat smo bili primorani iti v Italijo, če smo si hoteli kupiti določene stvari, ki jih nismo našli pri nas, dandanes lahko dobimo vse kar hočemo na deskah naših trgovin.”

Več kot ekonomski odnosi, zgleda da bodo upadli osebni (oziroma kulturni) odnosi, ali vsaj se ne bodo utesnili. “Večina mladih izpod 20ih let, z razliko večjih, ne pozna italijanščine, ali pa govori tale jezik s težavo. Razlog tega je, da nekoč vsi so gledali oddaje italijanske televizije. Veliko otrok se je naučilo italijanskega jezika s tem, da so gledali risanke v tem jeziku. Po neodvisnosti Slovenije leta 1992 in z razvojem kulturne identitete, stvari so se spremenile. Danes se je kvaliteta nacionalne televizije povišala in izbira tujih televizij gre na nemške ali angleške oddaje.” Obstaja torej komunikacijski zid, kajti malo je Italijanov, ki govori in se zanima na slovenščino, ter upada število Slovencev, ki pozna italijanski jezik. Možna rešitev bi lahko bila, kot v primeru Jasne, kulturna društva (npr. Kulturni Dom, ki je prav pred kratkim slavil svoj 25ti rojstni dan) ali čezmejni projekti evropske skupnosti. Eden izmed teh se imenuje “GO & GO Centro audiovisivi. Servizi interculturali e transfrontalieri” . S sodelovanjem društva Kinoatelje prireja vsak četrtek zvečer ogled slovenskih filmov in iz drugih držav vzhodne Evrope.

Druga možnost rešitve komunikacijskega problema, bi lahko bila angleščina. «Vi Italijani ne poznate dobro angleščine», sarhastično opominja Eva. Benjamin pa zaključi «Komunicirati v angleščini? Zakaj pa ne? A to je odvisno od vas.»

 

A pochi giorni dalle elezioni amministrative per il comune di Gorizia, una città inesorabilmente sempre più vecchia, con sempre meno idee e quasi completamente disinteressata alla vicende europee, sta per regalare il governo cittadino ad una coalizione formata dalle più improbabili persone, tra le quali anche chi vorrebbe riportare la Città indietro di cinquant’anni al periodo dell’odio profondo verso gli “slavi”.

Neanche farlo apposta per superare questo momento così complesso il movimento sportivo locale ci viene in aiuto proponendo tre eventi di assoluto prestigio internazionale e tutti caratterizzati da un profondo sentimento europeo: Il Torneo Internazionale Città di Gradisca, il trofeo Go&Go di tennis e il Campionato Europeo di Basket Under 20.

Proprio tra qualche giorno, il 24 Aprile, partirà a Gradisca d’Isonzo la ventiduesima edizione dell’ormai famoso Trofeo Calcistico Internazionale Città di Gradisca, organizzato da U.S. Itala San Marco, importante realtà calcistica che milita nel campionato interregionale. In verità la manifestazione da tre anni si divide in due differenti tornei: il Trofeo Rocco per Club ed il Trofeo Europa Unita per rappresentative nazionali. Al trofeo Rocco partecipano 24 squadre under 17 tra le quali le migliori italiane (Milan, Juventus, Roma, Inter) e tutte le migliori europee e sud americane, come l’imbattibile Atletico Mineiro detentore del titolo. Ma la vera particolarità risiede all’interno del Torneo Europa Unita, qui si affrontano sette nazionali under 16 (Italia, Slovenia, Croazia, Georgia, Romania, Lituania e Serbia) più la rappresentativa Go&Go. Quest’ultima è composta dai migliori giovani giocatori della Provincia di Gorizia e dai loro pari età del territorio di Nova Gorica. Anche se le prestazioni calcistiche non sono mai state brillanti va comunque sottolineato l’importante sforzo di chi anche attraverso lo sport vuole superare le ancor presenti barriere tra le due città. Va anche detto che le partite del Torneo, pur con base a Gradisca, verranno giocate in molti campi della regione, ma anche in Slovenia, Austria e Veneto.

 Per chi fosse interessato al tennis, immancabile anche quest’anno nelle città di Gorizia e Nova Gorica il Torneo femminile Go&Go. A Giugno nelle due Gorizie verranno giocati i due differenti tornei di doppio e singolare, grazie ad un  alto montepremi di 25000 $, il trofeo fa parte del circuito ITF. Le partite di questo torneo verranno giocate sia su campi italiani che sui campi del Teniski Club di Nova Gorica. Un occasione in più per vedere del buon tennis e per avvicinarsi al mondo sloveno.

Ma l’evento sportivo carico di maggiori attese per il 2007 è sicuramente il Campionato Europeo di Basket Under 20. Va subito detto che la Federazione Europea Basket ha scelto la Slovenia (e non l’Italia) come nazione organizzatrice, la quale a sua volta a scelto Nova Gorica e Gorizia come sedi dell’evento. Questa scelta della Federazione slovena non può che far ben sperare per i futuri scenari d’integrazione. In Luglio le due città assisteranno ad un vero e proprio spettacolo in quanto questa rassegna, che ospita le 16 migliori squadre europee, è seconda come impatto mediatico solo ai campionati mondiali di basket.

Proprio in quel Pala Bigot che pochi giorni fa ha ospitato il “povero” derby cestistico tra Trieste e Gorizia, militanti nel campionato di B2, tra tre mesi si affronteranno le migliori selezioni europee. Proprio in quei luoghi che dieci anni fa erano il cuore pulsante di un movimento sportivo che ha saputo far crescere campioni del calibro di Mian e Pecile, che ha saputo dare grandi soddisfazioni ad una piccola città come Gorizia grazie agli anni d’oro della Pallacanestro Gorizia, proprio l,i almeno per qualche giorno potremo rivivere l’ebbrezza del grande basket; questa volta non grazie ai Riva o i Mian, ma grazie alla scelta degli amici sloveni, che qualche vecchio vede ancora come dei nemici da combattere.

Marco Brandolin

Impressioni di alcuni giovani sloveni sui rapporti con gli italiani.

All’indomani dell’adozione dell’euro della Slovenia, alla vigilia del suo ingresso nell’area Schengen (che significa, anche, libera circolazione delle persone) sarebbe normale pensare che le relazioni quotidiane tra sloveni ed italiani siano sempre più fitte. Ma è veramente così? Lo abbiamo chiesto ad alcuni nostri coetanei di Nova Gorica, sottoponendogli alcune domande. Ecco la prima:
Cosa ne pensi del processo d’integrazione europea? E in particolare dell’abbattimento del confine tra Italia e Slovenia?
Anja (18 anni) si dichiara “Favorevole”. Come lei, Eva (25 anni), che attenta ai costi del confine, spiega: “Il processo d’integrazione permette di risparmiare tempo e denaro”. Analogamente Benjamin (27 anni) ritiene: “E’ una cosa buona”. Sulla stessa linea d’onda Mojca (30 anni), Sara (17 anni) e Maja (28 anni): “Siamo entrambe favorevoli”.
Il consenso è unanime: tutti per l’Europa. Ma se si approfondisce il discorso sull’andamento dei rapporti transfrontalieri con l’Italia, l’entusiasmo cala vistosamente. Questo il secondo quesito:
Dopo l’adozione dell’euro, vieni più spesso a Gorizia?
Anja: “Non è cambiato nulla, è rimasto tutto come prima”. Dello stesso parere Jasna la quale afferma: “Vengo a Gorizia per lo più per fare shopping, ma con la stessa frequenza di prima”. Lo shopping attira nella cittadina isontina anche Mojca e Maja, ma anche per loro la routine è rimasta tale e quale. Per Sara alle compere si aggiunge il divertimento: “Vengo spesso al Comix e al Fly”. Non escono dal coro Benjamin ed Eva; quest’ultima racconta: “Studiando ad Udine attraverso il confine quasi tutti i giorni, ma per ora nulla è cambiato”.
Sembra che la moneta comune non abbia modificato sostanzialmente le abitudini degli intervistati: la frequenza e le motivazioni che li spingono oltre confine, sono rimasti gli stessi. Il venir meno delle difficoltà connesse al cambio, non ha costituito un incentivo decisivo all’intensificazione dei rapporti. Con il tallero o con l’euro, poco cambia. Ma al di fuori delle relazioni economiche? Ecco allora il terzo quesito:
Come sono i tuoi rapporti con i coetanei italiani?
Eva e Sara sono un’eccezione: conoscono entrambi parecchi italiani e hanno rapporti con gli sloveni della minoranza. Gli altri, invece, poco o nulla. Benjamin afferma: “Non conosco nessun italiano”. Come lui Mojca e Maja: “Non abbiamo amici oltre confine”. Jasna infine ha come punto di riferimento delle assocciazioni culturali: “Conosco delle persone italiane, grazie a delle associazioni slovene che operano in Italia, ad esempio il Kulturni Dom”.
Insomma sia le relazioni economiche che quelle personali non sono state influenzate in maniera consistente dall’ingresso della Slovenia nell’euro.
Nonostante tutti i limiti della nostra indagine, come provare a valutare le relazioni tra sloveni e italiani? Stando agli intervistati nulla o poco è cambiato negli ultimi anni: i rapporti proseguono come in uno stato d’inerzia. Anzi, stando alle parole di Benjamin, con il quale abbiamo approfondito il tema, si può ipotizzare che in futuro, questi vadano peggiorando. Basti pensare ai beni di consumo: “Mentre una volta era necessario venire in Italia per comprare determinati prodotti che non c’erano da noi, -spiega Benjamin- oggi possiamo trovare tutto negli scaffali dei nostri supermercati”.
Più ancora che i rapporti economici, sono quelli personali (e se si vuole culturali) a sembrar destinati a diminuire, o comunque, a non aumentare. Una sua argomentazione appare illuminante a riguardo: “La maggior parte dei ragazzi sotto i 20 anni, a differenza dei più grandi, non sa parlare la lingua italiana, o lo fa con difficoltà. Questo perché, una volta, la presenza delle reti della televisione italiana era parte integrante della nostra vita. Molti di noi, da bambini, imparavano l’italiano con i vostri cartoni animati”. Dopo la creazione nel 1992 della repubblica Slovena e con il libero sviluppo della propria identità culturale, le cose sono cambiate: “Oggi, invece, la qualità della televisione nazionale è molto più alta e quando si guardano televisioni straniere generalmente si preferiscono le reti tedesche e anglosassoni”. Sembra quindi esserci un problema di comunicabilità di fondo: da una parte restano pochi gli italiani che parlano e s’interessano alla lingua slovena, dall’altra sta venendo meno, tra i giovani sloveni, la necessità dell’italiano. Un punto d’incontro si potrebbe trovare, come nel caso di Jansa, nelle associazioni culturali (come appunto il Kulturni Dom che ha da poco festeggiato il suo 25esimo compleanno) e nei progetti transfrontalieri europei.  Uno di questi, denominato “GO & GO Centro audiovisivi. Servizi interculturali e transfrontalieri” e finanziato dall’Interreg IIIA, ha permesso, attraverso l’associazione Kinoatelje, di riprodurre pellicole di cultura video-cinematografica slovena e, più in generale, dei paesi dell’Europa centro-orientale; un appuntamento col cinema d’autore, che si rinnova ogni giovedì sera al Palazzo del Cinema di Piazza Vittoria.
Un’altra ipotesi d’incontro, per risolvere i problemi di comunicazione tra le due comunità, sarebbe quello della lingua inglese. Ma, qui appare ancora con più evidenza la disparità tra i giovani italiani e quelli sloveni. “Il problema è che voi italiani, l’inglese non lo sapete parlare” dice sarcastica Eva. E Benjamin conclude: “Comunicare tra italiani e sloveni in inglese? Perché no? Ma tutto dipende da voi…”. E’ mica arrivata l’ora dei cartoni animati in inglese? Sarà ma, per i nostalgici, sarà buffa l’idea di un grande Puffo che “puffa” in inglese.

Davide Lessi
Emmanuel Dalle Mulle

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