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Piccolo tour nell’affascinante musica del Paese del sol levante

Un uomo solo, in piedi, guarda dall’ampia finestra la città di Tokyo che imbrunisce con il cielo. La pioggia riga il vetro, e confonde così le sue lacrime. Pensa chissà a cosa…

È stata questa l’immagine che per tanto tempo mi si è presentata alla mente ogni volta che ho ascoltato il pezzo che compare sotto il titolo di “Merry Chistmas Mr. Lawrence” nell’album “1996” di Ryuichi Sakamoto. Forse perché in quei suoni, così acuti e di difficile esecuzione (soprattutto per un duo di violino e pianoforte), mi appariva una melodia che sembrava mettere a nudo l’animo e invitare alla riflessione.

Non sapevo che, in realtà, questa musica era parte della colonna sonora di un film omonimo del 1983 ambientato in un campo di concentramento nipponico durante la seconda guerra mondiale. Non immaginavo neppure lontanamente che quelle note, a cui da sempre ho associato il Giappone, nascevano dalle ultime parole del film, che si ponevano non solo fra due uomini, ma anche fra due differenti culture.

Sakamoto, musicista giapponese nato a Nakano nel 1952, ha avuto il suo momento d’oro negli anni ’80, soprattutto grazie a “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ma la sua musica è ben più varia e scorrendo i suoi album si possono trovare gli stili più disparati: dal techno-rock dei primi anni, in cui era tastierista della Yellow Magic Orchestra, al pop elettronico; dal jazz orchestrale e le suites minimaliste dell’album “Illustrated Musical Enciclopedia” (1984), in cui si fa chiaro il suo obiettivo di fondere musica occidentale e sensibilità orientale, fino all’esplorazione dell’elettronica contemporanea degli ultimi anni.

Mi piace però ricordarlo soprattutto per le sue bellissime colonne sonore: oltre alla già citata “Merry Christmas Mr. Lawrence”, ci sono anche i film di Bertolucci, come “Il Piccolo Buddha” o “L’ultimo Imperatore” che, tra l’altro, gli valse l’Oscar. E infine le collaborazioni con importanti artisti come David Sylvian, Iggy Pop, David Bowie e David Byrne, solo per citare quelli a noi più noti.

Non so se si possa definire multiculturale o sperimentalista; quello che so di per certo è che la musica di Sakamoto riesce a tracciare, nella mente di chi la ascolta, delle immagini che cambiano e si susseguono come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Se non amate rinchiudervi in un unico stile ma vi piace spaziare, forse troverete nelle sue composizioni ciò che fa per voi.

Isabella Ius

“In testa ho una specie di mappa culturale, che mi permette di trovare analogie tra mondi diversi”

1954: la televisione arriva in Italia.

2006: la televisione muore in Italia.

Mi chiedo a volte se tutte quelle parole di libertà, di partecipazione, di conoscenza, di sviluppo siano state svuotate del loro significato intrinseco o se per caso siano solamente i nomi con cui vengono identificati i fili attraverso cui qualcuno ci muove dall’alto.

Mi chiedo se dal lontanissimo alto ci considerino degli emeriti cretini, se il grande popolo italiano, terra dei grandi artisti (novità di Bramante, di Stilnovo e Dante come recita un passo di Notre Dame de Paris) della cultura, della civiltà abbia ancora una volta la volontà di farsi trasportare da quell’alta onda di una marea chiamata sistema, invisibile, silenziosa ma che nel suo lento scorrere travolge tutto e porta la gente ignara, stanca a fare affidamento ad un salvagente, l’unico disponibile chiamato televisione italiana. E i sopravvissuti vedono il mondo da questo piccolo salvagente, l’unica loro ancora quella che gli permette di galleggiare in uno stadio di apatia senza mai andare a fondo nelle cose, sospesi in una dimensione tra cielo e terra senza mai conoscere né l’uno né l’altro.

Quant’è bello galleggiare! Quant’è bello non faticare per raggiungere la riva, ma farsi trasportare da quest’onda, in verità nemica ma tuttavia quella che ci offre il nostro mondo…

Questa è la nostra televisione, quell’unico salvagente offerto, disponibile per tutti che esteriormente si abbellisce sempre più…la qualità di trasmissione dell’immagine è sempre più alta, la qualità del contenuto è ridicolamente scarsa. L’alta marea ci culla tranquillamente tra reality proiettati ogni giorno a ritmo pesante cha appiattiscono il pensiero, che azzerano la volontà di iniziativa e che offrono un’immagine ormai distorta di quello che ci circonda. Così avvinghiati, stretti stretti alla nostra ciambella non impariamo a nuotare, a conoscere il mare in cui viviamo, ad esplorare nuove spiagge ma vaghiamo incerti chiedendoci forse se tutto quello che ci viene offerto dal piccolo schermo sia la vera realtà o un mondo fittizio di cui purtroppo non riusciamo a fare a meno.

È triste, deprimente sapere che uno dei mezzi che ha favorito la conoscenza rapida, accessibile a tutti, mattone solido del villaggio globale, in Italia si stia disgregando a poco a poco portando non solo vergogna al bel Paese ma facendolo crollare anche dal punto di vista intellettuale, culturale scosso continuamente “dai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo vero. Io dico addio”. Io dico addio come recita la famosa canzone di Guccini. Addio ai continui litigi televisivi, a quella gente considerata ormai come modelli di vita (tu chiamala vita!) che dietro una mal celata ipocrisia continua ad urlare, ad offendere, a mostrare la propria incapacità di discutere, la propria mancanza di umiltà, ergendosi a difensori della ormai abusata parola “valori”. Dico addio a quella falsa alternativa di programmi televisivi offerti dalla tv a pagamento che favoriscono la divisione della conoscenza in una conoscenza di serie A e serie B (uccidendo l’uguaglianza guadagnata a fatica a partire dalla rivoluzione francese e americana) . Dico addio allo stesso pubblico statico e legittimante che viaggia nel salvagente della servitù volontaria. Addio alla mia imposta posizione di spettatrice, sentendomi raggirata, non sentendomi parte di quel mondo così tetro, così freddamente triste e lontano. Dico addio alla classe politica attuale che continua a proporre leggi agendo con la logica del “domani è un altro giorno”.

Pur vedendo nella scienza politica la possibilità di risolvere tale problema; mi alzo, spengo il televisore e inizio a nuotare.

Nicoletta Favaretto

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità, ma fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un ragazzo americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto della moderna cultura degli psicofarmaci, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo sul lavoro. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un due impiegati durante un invasione di zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms, Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro.

Luca Nicolai

 

 

 

 

 

 

Le due Gorizie saranno sede di una rassegna d’arte contemporanea che diviene sempre più trasfrontaliera ed europea.

 

Un semplice muretto con una rete. Un’apparenza modesta per quello che è stato uno dei confini caldi dello scorso secolo, la divisione tra est ed ovest, tra comunismo e capitalismo, tra Gorizia e Nova Goriza. Questo confine però sta subendo un processo di cambiamento inesorabile che ha avuto inizio ben prima della fine della guerra fredda, grazie alla volontà di cooperazione fra le due parti di quella che era stata un’unica realtà isontina.

Arcipelago 06 è la seconda edizione del Festival d’arte contemporanea trasfrontaliero e si terrà dall’1 all’8 luglio principalmente lungo la linea del confine che porta dal valico di San Gabriele a quello di Salcano oltre che ovviamente in piazza transalpina, il punto nevralgico ed emblematico del nostro confine. Questa piazza infatti è un po’ la porta di Brandeburgo goriziana, uno dei punti importanti di quando la città era unita ed ora invece è una piazza divisa fra le due realtà.

Eppure, come può aver senso una piazza che è per definizione punto d’incontro di vie e genti, nel momento in cui diventa confine?

La mostra Arcipelago riconsegna alla piazza la sua valenza unificatrice e di scambio, le sue opere d’arte, sparse e diverse, sono come isole, appunto, di un arcipelago, separate dal mare di un confine di burocrazie e leggi ma unite dalla loro forma, la loro essenza artistica che supera senza difficoltà ogni confine.

Questa rassegna diventa anche occasione di numerose altre attività culturali, dalla performance alla poesia, prosa, teatro, film, animazione e concerti musicali.

Le opere d’arte che sono presentate quest’anno sono emblematiche del successo di questa iniziativa: in una anno il numero egli artisti è più che raddoppiato ed ora sono presenti nomi dalla Bosnia Erzegovina, Croazia, Germania, Italia, Olanda, Serbia, Scozia e Slovenia. Nell’arco di due edizioni la rassegna si apre immediatamente al resto d’Europa dimostrando quanto è importante e sentito il tema del confine e della ricerca del suo superamento, oltre che ricordarci che questo è un confine europeo e rappresenta quelle barriere che dai Pirenei all’Egeo stiamo lentamente cercando di togliere.

Le opere d’arte che saranno esposte saranno molto all’avanguardia, utilizzando mezzi spesso inusuali per comunicare al visitatore e giungendo ad effetti più o meno apprezzabili a dipendere dei propri gusti ( ed alla bravura dell’artista); il mio consiglio è quello di osservare queste opere, più che esclusivamente come singoli pezzi, come un tutt’uno, un “arcipelago” che unisce e poi magari prendere spunto per riflessioni sul confine, per sconfinare con la mente.

Sconfinare. Sì è proprio questa la cosa secondo noi più importante, il pensiero che deve dominare non solo l’osservatore di questa mostra ma ognuno che vive e visita questa cittadina di “confine”. Siamo giunti, noi studenti, infatti a Gorizia con il sogno di andare oltre le barriere, di andare oltreconfine per l’abbattimento del confine stesso, per sconfinare.

Appoggiamo quindi pienamente lo splendido lavoro che stanno facendo per questa mostra la PROLOGO di Gorizia e KREA e LIMB di Nova Goriza e ci auguriamo che quando ognuno di noi osserverà le varie opere d’arte ,butterà l’occhio dall’altra parte per vedere quello che vi si trova, focalizzandolo fino a far scomparire il reticolato bianco dalla sua vista.

 

Cudicio Allan-Francesco

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

Scambio culturale finanziato dall’Unione Europea

Treno Venezia S. Lucia – Trieste Centrale. Destinazione Gorizia. Il tempo sembra essersi fermato. Guardo fuori dal finestrino e mi perdo col pensiero… appena tornati da un lungo viaggio si rimane sempre un po’ assopiti, passano davanti agli occhi mille immagini che la mente tenta inutilmente di afferrare, i ricordi sono aggrovigliati. Piano, piano quasi cullati dal lento scorrere del tempo si riprende il filo conduttore di un entusiasmante viaggio in Colombia.

La pellicola è finita, riavvolta, pronta per essere proiettata a chi aspetta con ansia di sapere com’è andata.

Un giorno arriva improvvisamente la proposta: viaggio in Colombia. Senza sapere come, dove, quando e perché; accompagnata da un entusiasmo irrefrenabile, accetto. Nei giorni successivi sarà tutto più chiaro. Si chiama Programma Gioventù. Programma della Commissione Europea (2000 – 2006) relativo all’educazione informale dei giovani nell’ambito europeo. Un incentivo alla partecipazione attiva e alla cooperazione tra i giovani. Il progetto consta di 5 azioni: la Gioventù con l’Europa, il Servizio Volontario Europeo, Iniziative Giovanili, Azioni Congiunte e Mezzi di Appoggio.

Quella a cui avrei partecipato, la prima, prevede uno scambio multilaterale finanziato per il 70% dall’Unione europea tra gli Stati membri e paesi terzi a cui possono partecipare giovani dai 15 ai 25 anni. Finalità dello scambio sono lo sviluppo di una conoscenza e comprensione migliore della diversità culturale, l’incremento dell’uguaglianza di opportunità e l’approfondimento di problematiche legate al mondo giovanile.

Il mio scambio dal titolo ” Diversidad cultural en la globalisación juvenil” si sarebbe svolto a Baranquilla a Nord della Colombia assieme a spagnoli, greci, salvadoregni e colombiani appunto. Conoscenza della lingua: zero. Voglia di conoscere un mondo totalmente diverso dal mio: molta.

Dieci giorni accompagnati dal colore giallo. Questo è il colore che predomina. La gente è solare. La gente è comunicativa. La gente balla. Tutta la giornata è accompagnata dal ritmo giallo della musica, dal movimento

inarrestabile del corpo. Si balla nei bar, si balla a casa, si balla per strada e ballando con loro faccio il mio primo incontro con la Colombia.

Grazie a conferenze, incontri formali con il gruppo dirigente della regione ma soprattutto attraverso le mille chiacchierate con gli amici colombiani e i due indigeni che partecipavano allo scambio con noi, ho imparato a conoscere questo Paese. Una terra che ospita mille culture, oltre ai colombiani vi sono 90 comunità di gruppi indigeni, una terra della mitologia kogui, fortemente influenzata dallo spirito europeo, terra di conquiste, della globalizzazione, della contraddizione. Il binomio capitalismo – povertà regna indisturbato nel Paese e il suo apparato burocratico amministra il territorio attraverso la corruzione, lo sfruttamento minorile, la guerriglia che ha perso ormai tutta la sua connotazione politica e segue anch’essa le curve di domanda e offerta nel mercato del narcotraffico.

Di tutto questo si parla in uno scambio, dei problemi che affliggono i giovani. Ci si rende conto di quanto sia importante integrarsi in un gruppo, e di quanto si possa imparare vivendo con persone che affrontano realtà diverse dalla propria. In un clima di condivisione si viene a far parte di un’unica trama. Il progetto coglie tutte le esigenze, le aspettative del mondo giovanile e alla fine gli obiettivi dello scambio sono perfettamente raggiunti…

La Colombia si impegna però a nascondere quello che è il vero problema a chi arriva e visita il Paese, parlarne si, ma non troppo. E se proprio questa è l’immagine che si vuole dare allo straniero, il mosaico non ha mai i suoi tasselli al proprio posto. Ce n’è sempre uno nero che spicca tra tutti gli altri. Una vecchia donna che rovista tra i rifiuti per cercare del cibo rimasto da un pranzo al sacco. Quel tassello così importante vale più di qualsiasi discorso. Il suo colore nero è pronto a testimoniare che oltre il bene vi è anche il male. Entrambi esistono all’interno e all’esterno di ogni individuo come gli Aruahki ci hanno saggiamente ricordato.

Nicoletta Favaretto

 

Ormai siamo agli sgoccioli, tra 37 giorni il mio periodo Erasmus sarà finito, quindi devo approfittarne per fare tutto il possibile nel poco tempo che mi rimane…

Facendo un bilancio. devo dire che l’esperienza è stata indubbiamente positiva, ho imparato a conoscere meglio una realtà che, seppur così vicina all’Italia, se ne differenzia.

Prima di tutto, parliamo della gente: non è facile stringere dei rapporti con i cittadini austriaci e sono loro i primi ad ammetterlo; una spiegazione fornitami da un indigeno descrive tra le cause la difficoltà che si ha nell’affrontare lo straniero con una lingua che non è la propria,ovvero il tedesco…eh, già, perché qui in Austria si parla austriaco con l’uso di parole spesso completamente diverse e molte espressioni tipiche; e così i classici Kartoffel e Tomate diventano Erdapfel e Paradeiser. E ce se ne rende conto già quando si arriva, la gente si rivolge a te lungo la strada e tu non capisci niente, nonostante 5 anni di tedesco e tanta buona volontà.

Anche l’organizzazione universitaria cambia: somma pagata per l’iscrizione e tasse uguali per tutti indipendentemente dalla facoltà, numero aperto e 5-6 tipi diversi di corsi:dalla classica lezione frontale al seminario, passando per esercitazioni, proseminari e chi più ne ha più ne metta…con tanto di tamburellare con le nocche sul banco alla fine della lezione in segno di approvazione (?!?) . E dimenticatevi le lunghe file ad aspettare l’arrivo del prof per l’esame orale: ognuno sa a che ora si deve presentare perché si va per appuntamento. Tutto organizzato, dunque, forse troppo.

Vienna appare nelle sue molteplici forme, con i suoi palazzi beige e bianchi e tanta storia da raccontare. Con la cultura dei teatri ogni giorno pieni e delle Cafehaus, ma anche con la vita notturna piena di sorprese. Con la sua rete di mezzi pubblici attiva sempre, vista la presenza di autobus notturni nel periodo non coperto dal servizio normale. Con i piatti unici delle osterie e la birra che costa meno del caffè. Con la “festa” nazionale il 26 ottobre, una parata militare priva di entusiasmo e grida ma con un chiaro “no” alla guerra. Con le riunioni dell’Onu nei palazzi di vetro e cemento della cittadella e con il suo ruolo di “Centro dell’Europa” dopo l’allargamento a 10 nuovi Stati.

Insomma,una città da vivere e da scoprire: mi sono trovata benissimo qui, merito anche delle persone che ho incontrato lungo il cammino e delle esperienze fatte….ma porca miseria, almeno al bidet e alle tapparelle potevano pensarci,o no? Aufwiedersehen!

Lisa Cuccato

La creazione di una rubrica riguardante il “Gusto”, inteso come insieme di sapori, profumi, sensazioni, non deve indurre il lettore a farsi facili opinioni sulla serietà con cui gli argomenti di questa rubrica verranno trattati, sul rischio che molte parole possano essere utilizzate per discussioni inutili, a fronte di argomenti molto più intellettualmente rilevanti che riempiono le pagine di “Sconfinare”.
Il lettore non deve infatti perdere di vista ciò che per un Paese come l’Italia è qualcosa di più di una semplice necessità naturale.
L’Italia è una terra che fa della sua diversità culturale il suo punto di forza, quell’elemento che affascina molti turisti stranieri in visita nel Belpaese. Non esiste lembo d’Italia che non sia caratterizzato da sue specificità storiche e culturali in tutti i campi: dialetti e lingue, abbigliamento, feste, proverbi, credenze, modi di fare. Ma uno degli elementitipici di una cultura locale, volutamente lasciato a parte,  è senza ombra di dubbio l’enogastronomia.
I prodotti tipici di una terra sono in grado di raccontare cose che le parole non possonodescrivere. Il contatto con la propria natura, con la quella terra che oggi viene trattata troppo spesso come fonte di guadagno o come semplice fonte di risoluzione di un bisogno primario.
Ci sono piatti la cui fragranza riporta ai profumi della storia che quel piatto racconta. Ci sono sapori che meritano di essere riscoperti o – purtroppo – per molte persone scoperti per la prima volta.
Ci sono vini – e chi scrive non può in questo momento non pensare al Collio goriziano, alla zona Doc Gorizia-Isonzo, ai Colli orientali del Friuli – la cui degustazione è un viaggio nelle sofferenze e nelle gioie di chi da secoli li produce nelle colline attorno Gorizia. Vini non semplicemente da bere, che tutti sono in grado di produrre grazie alle moderne tecnologie, ma da pensare; cioè quei vini che non passano e che lasciano un ricordo indelebile in chi ha la fortunadi poterli gustare.
L’enogastronomia è dunque per noi una parte preponderante della cultura di un luogo, un elemento culturale che tutti dovrebbero imparare a conoscere, per calarsi appieno nella realtà in cui vivono o in cui – per esempio per studio – si trovano a vivere. Ma per poterlo fare è necessaria una guida che aiuti in quest’opera di conoscimento di un territorio. Ecco qual è l’obbiettivo che la redazione della rubrica gusto di propone, fungere da input per un approfondimento della realtà enogastronomica della zona e,nel contempo, fornire gli elementi necessari a rendere questo approfondimento più consapevole e “culturale” possibile.
Per questo primo numero abbiamo preparato una scheda su un piatto tipico della zona e un vino in abbinamento. Questo sarà uno dei tratti tipici della nostra rubrica,che in futuro consiglierà anche veri e propri itinerari enogastronomicidella zona, in modo da fornire ai lettori anche un suggerimento su come impegnare una giornata dedicata allo svago e al riposo, e soprattutto come farlo in modosalutare e piacevole.
La nostra rubrica – che parla del gusto, ma non è fatta “per gusto”! – è naturalmente aperta a tutti coloro che vogliano contribuire al nostro progetto inviandoci suggerimenti o richieste su quali elementi approfondire.
Buonappetito!!!!

La redazione di “Gusto”

Massimo Pieretti maxpierry@libero.it
Andrea Bonetti abonez85@libero.it
Rodolfo Toè rodozero@yahoo.it

“Sconfinare” significa andare oltre il confine. Che confine? Il confine di cui parliamo è, come avrete capito, il confine fisico che divide Gorizia da Nova Gorica. Ma non è il solo…dietro quel confine ce ne sono molti altri, meno concreti: istituzionali, mentali, culturali…
In questi anni d’integrazione europea si fa un gran parlare di collaborazione transfrontaliera. Le autorità per prime riconoscono la necessità (o, per qualche maligno, l’utilità) di agire in tal senso. A nostro modesto parere proprio questa esigenza è la prova più evidente di una distanza perpetratasi negli anni alla quale ora si cerca di rimediare, magari solo per un’inerzia europeista. Questo nuovo spirito collaborativo sembra più finalizzato ad esorcizzare una chiusura mentale che si vuole allontanare, ma tutt’ora esistente, piuttosto che l’espressione di una genuina volontà di conoscere l’altro.
Se per cultura s’intende l’espressione presente e l’affermazione storica della mentalità propria di un popolo, allora questo confine diventa anche culturale. Qual è, soprattutto nella nostra epoca mediatica, il veicolo privilegiato di espressione di una cultura se non la lingua?! Il nostro progetto parte proprio da questa constatazione: dal considerare la lingua il veicolo della cultura, la lettura uno strumento di conoscenza, lo scrivere una via d’espressione, un giornale uno spazio comune di dibattito.
Ad un progetto probabilmente ambizioso corrisponde in realtà un’idea semplice, cominciare a comunicare con la traduzione degli articoli considerati più vicini a quella che secondo noi è la sensibilità della comunità slovena e dei suoi giovani. Questo è il primo passo. Ci auguriamo che poi il nostro cammino incontri un’entusiastica risposta e si arricchisca della diretta partecipazione di chi, vivendolo in prima persona, può raccontarci cosa c’è veramente al di là del confine.

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