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Lo ammetto fin da subito: forse non è proprio il momento migliore per tirare fuori dal cappello nuove problematiche, annose, in un momento in cui ci si batte per tenere in piedi l’economia, quella delle industrie, la piccola e media impresa, le banche, le Istituzioni e un po’, in fondo a tutto, la scuola. Non siamo ancora arrivati alla frutta ma certo che con gli stipendi attuali forse non si arriva nemmeno più alla frutta a fine pasto.

Ciò nonostante credo sia compito di uno società porre interrogativi su qualsiasi tematica di attualità, a maggior ragione se in un periodo di tagli generalizzati questa tematica implica, in un settore in particolare, un notevole sperpero di denaro. I segnali sono stati forti durante questo anno: l’Italia non parla e non fa più molto – e comunque non più di prima – per la propria politica dello sport.

Perché ora più di prima? Abbiamo scoperto solo oggi che i professori di educazione fisica preferiscono delegare il proprio lavoro a un pallone, da calcio o da pallavolo che sia? Quest’anno perché la crisi del mondo del calcio italiano, quello della nazionale s’intende, è stato l’apice e allo stesso tempo la punta dell’iceberg di un mondo sportivo che va male ma che in fondo non può distrarre l’opinione pubblica da questioni più spinose.

Partiamo dal Sud Africa. Se ne sono dette di cotte e di crude, credo che tutti convengano sulla prestazione di scarso rilievo di una nazionale che al petto portava l’ultima Coppa del Mondo vinta. A prescindere dai torti – tanti – o dai meriti – pochi – dell’allenatore, nessuno ha pensato di far saltare qualche sedia all’interno della FIGC. In Francia, l’allenatore e la Federazione sono stati chiamati a relazionare davanti il Parlamento per quanto accaduto. E non per semplici motivi di tifo o di disappunto sportivo, ma perché tutto ciò ha avuto un costo (o meglio chiamarlo investimento). Chi all’interno della Federazione ha voluto buttare fuori Donadoni – che personalmente non stimo, ma che ha fatto un dignitoso Europeo 2008 – per riprendere un allenatore oramai dichiaratosi in pensione, convincendolo a suon di quattrini? Quali pressioni ci sono state per portare sulla panchina un allenatore che ha rapporti dichiarati con la Juventus, di modo da poter portare 7 giocatori dalla società di Torino? Infine, quali interessi di marketing e branding hanno portato Buffon in porta per metà della prima partita o altri giocatori a esser convocati? Di fronte a quesiti di questo genere, sono contento di come sia andata a finire.

Ma usciamo dal mondo del calcio che ammazza tutti gli altri sport, relegati in ultimissima pagina di qualsiasi giornale sportivo. Non credo di sbagliare nell’affermare che molti settori sportivi siano in crisi di risultati. Nel mondo degli sport d’inverno, dopo aver accolto una Olimpiade, siamo andati a Vancouver con una squadra modesta numericamente e tornati con una sola medaglia d’oro, 5 medaglie in totale, sedicesimi nel medagliere. Negli europei di nuoto di Budapest 2010 ci hanno parzialmente salvato le medaglie del fondo, ma in vasca i nostri atleti sono andati mediamente male. Possiamo continuare così parlando di una pallavolo che va bene, ma a livello mondiale non riesce più a spiccare (e nell’europeo dello scorso anno l’Italia si è piazzata decima). Il basket aiuto. Pallamano non esistiamo. L’atletica non si sa perché non fa per noi (e pace all’anima di Livio Berruti). Possiamo fare la lista invece di chi ci salva sempre a livello internazionale, come la scherma. Ma tanto ce ne ricordiamo solo ogni quattro anni.

Questa lista potrebbe continuare, ma potrebbe anche essere contestata. Bisogna però rendersi conto di quanto sia necessaria una politica dello sport, attraverso le scuole e nelle piccole società locali. Bisogna educare allo sport a prescindere dal facile guadagno di cui puzza il calcio e al di fuori di qualsiasi ideologia politica o nazionalista, che rovina ancora oggi il piacere di essere sportivi e spettatori.

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C’erano una volta due Italie. Una al Sud, una al Nord. Una governata dal Borbone, una dal Savoia.

Ci hanno insegnato che una era quella ‘giusta’, l’altra quella ‘sbagliata’.

C’erano una volte due Italie, nel 1859.

Una delle due, nel 1856, viene premiata a Parigi come paese più industrializzato d’Italia. Viene messa in atto, nello stesso periodo, la prima campagna italiana di profilassi antitubercolare. Vengono assegnate le prime case popolari. E’ totalmente integrata, al contrario dell’altra metà, con il mercato nordeuropeo. I suoi prodotti sono pregiatissimi. Nessuno emigra. La sua flotta commerciale è la seconda più consistente del mondo, dopo quella britannica. La sua flotta militare, la terza. Conosce, certo, ritardi seri nelle infrastrutture, ma è perché punta tutto sul trasporto via mare. Di tutta l’Italia messa insieme, il valore della sua moneta circolante è di due terzi: più di 443 milioni di lire-oro (circa duecento miliardi di euro) su 664.

L’altra, più sfortunata, divisa in diversi territori, è in parte sull’orlo della bancarotta, in parte descritta dagli stranieri come terra di ‘etnicamente inferiori’, che nonostante l’assistenzialismo rimangono di capacità produttive ridotte.

Ci hanno insegnato. E ci hanno insegnato male. La prima Italia era il Regno delle Due Sicilie. La seconda, l’eterogenea Italia del Nord (e la descrizione è autentica, Vienna che parla della Lombardia).

‘Terroni’, di Pino Aprile, edizioni Piemme, 303 pagine e 17,50 Euro, è un pugno nello stomaco. Per chi è terrone, e per chi non lo è.

Questa è una recensione che diventa riflessione, che si trasforma in sfogo ma non in volontà di secessione. Lo dice lo stesso Aprile: noi meridionali non vogliamo secedere, anzi; quest’Unità ci è costata sangue e lacrime, e ce la teniamo stretta.

E’difficile spiegare cosa viene descritto nel libro: l’epopea garibaldina, così fulgida e senza macchia nei nostri libri di storia, diviene un susseguirsi di stragi senza ragione, superiori per portata a Marzabotto, Fosse Ardeatine e simili; ma gli esecutori sono ancora onorati in monumenti sparsi per l’Italia; interi paesi dati alle fiamme. Scuole distrutte, infrastrutture decimate, aziende prese di peso e portate in un Nord che all’epoca contava poche eccellenze; tesori rubati (persino le posate vengono portate via dai piemontesi). E poi, in seguito all’Unità: tasse superiori al Sud; ricavati di quelle tasse portati di peso al Nord, nella loro quasi totalità; distruzione delle eccellenze industriali (due esempi per tutti: una delle più grandi  ferriere del mondo, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in Calabria, premiate nello stesso 1861 per i migliori acciai del mondo e nel 1862 come produzione generale  all’Esposizione internazionale di Londra, sono chiuse dal governo; il motivo non si conosce: vengono fatte nascere dal nulla nuove aziende a Lumezzane, Brescia, e a Terni. Secondo esempio: i cantieri navali napoletani sono tra i più grandi al mondo, finchè il governo di Torino non decide di togliere loro tutte le commesse per trasferirle a Genova: chiaro che i cantieri napoletani, strozzati, finiscano per chiudere).

E, più sconcertante di tutto: per anni il Ministero degli Esteri italiano cerca di comprare una landa desolata, tipo la Patagonia, dove deportare i meridionali. Per intanto, vengono allestiti in Piemonte e in Lombardia dei campi di concentramento per i ribelli.

Un’offensiva che lascia a bocca aperta, e che spinge persino al dubbio: ma sarà vero? Com’è possibile non essere a conoscenza di fatti talmente gravi?

Mi sento in dovere di precisare. Il mio articolo e la mia firma (meridionale) sono ospiti di un giornale di Gorizia, dunque del Nord, addirittura Nord-Est. Per quanto io mi senta parte di quel luogo come e più di altri autoctoni, posso capire la diffidenza che queste accuse possono ingenerare nella mente del Settentrionale che, ignaro, le legge. Ciò che tengo a precisare è che, anche se tutti questi fatti sono veri, è l’uomo, non il Settentrionale, il vero colpevole. L’essere umano sa essere perfido e senza scrupoli (‘la pietà sarà considerata tradimento’, dicevano gli ordini di servizio dei soldati piemontesi incaricati di bruciare i paesi della Puglia brigantesca). La Storia ha deciso, per questo giro, che siano i Piemontesi, e il Nord in generale, a far la parte del cattivo.

Non credetemi, se volete. Ma il libro è ben documentato, e io stesso non volevo credervi, nel leggerlo. Pino Aprile riporta la storia documentata di come il Sud sia stato svilito, derubato, angariato e, col passare del tempo e l’oblio connesso, sia stato insultato per le sue mancanze.

Verrebbe da ribattermi, e mi ribatto da solo, stai difendendo il Sud? Stai dicendo che è solo colpa del Nord? Non lo direi mai. Sarebbe un modo per evitare il problema. Direi che è ‘anche’ colpa del Nord. Ora, certo, tocca ai meridionali cercare di ripartire. Ma come?

Il libro lo illustra bene; è difficile ripartire dopo tutto quello che è stato fatto perché il Sud rimanesse minorato. Un mercato che non produce; un enorme bacino elettorale, ad uso e consumo della politica, privato dall’emigrazione (prima dell’Unità inesistente) delle sue migliori teste e forze. Come ripartire, senza infrastrutture? E come si può accusare il Sud, quando tutte (e ripeto, tutte) le tasse pagate da tutti i cittadini italiani sono state investite per le autostrade del Nord? Quando le migliori industrie del Sud, dopo essere state smembrate, sono state messe in condizione di non ripartire o di ripartire con l’’handicap’ di anni di ritardo e della mancanza di collegamenti? Pino Aprile ci mostra, con tanta rabbia ma anche con tanta lucidità, le prove di una scelta ponderata e a lungo termine: quella della minorità del Sud.

E’ colpa dei terroni? Certo, com’è vero che è sempre un po’ colpa dell’ingenuo che si fa mettere sotto dal prepotente. Ma si vuole forse negare la colpa del prepotente?

Tra poco sarà l’anniversario dell’Unità d’Italia. Il Sud, che dell’Italia da sempre sente soltanto parlare, sembra l’unico a volerla festeggiare davvero. Il problema è che non ci si chiede mai il perché. Perché i meridionali faticano a sentirsi comunità? Perché l’Italia non ha mai risolto la divisione Nord-Sud (mentre i tedeschi hanno risolto la loro in un lustro scarso)?

Perché l’Italia non fa mai i conti col suo passato? Centocinquanta anni dopo, ancora silenzio. Ancora nessuna scusa. Mi viene da pensare che per molti il Sud sia Italia solamente d’estate.

P.s.Per esperienza, ve lo dico subito. Discutiamone. Per il Friulano mi è stato dato del fascista, ora non vorrei prendermi del secessionista. Non rivoglio i Borbone, voglio solo che si riparli, finalmente, di questa storia. Della nostra storia dimenticata: eravamo italiani prima del 1860, lo siamo anche dopo. Lo si impara anche con lo scontro.

Il lettore saprà già se Dilma Rousseff, candidata del PT (Partito dei Lavoratori) alle presidenziali brasiliane, sarà la prima donna al timone del gigante sudamericano. Pur restando favorita, Dilma non ce l’ha fatta a conquistare la presidenza al primo turno, nonostante sia stata consacrata propria erede dal “politico più popolare al mondo”, come lo ha definito Barack Obama. Un presidente che esce di scena dopo due mandati consecutivi con ancora l’80 % dei consensi è un record senza pari.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex operaio, ex sindacalista, eletto nel 2003 con qualche titubanza (la paura di posizioni troppo “socialiste” determinarono, in un primo momento, una fuga di capitali) è stato capace, in otto anni di governo, di cambiare l’immagine di un paese dal brillante futuro che non arriva mai in quella di modello per tutto il mondo in via di sviluppo, e non solo.

Innegabile la clamorosa crescita economica avuta in Brasile, con un tasso di crescita medio del PIL del 4,2 % tra il 2003 e il 2009. Un’economia stabile (merito che affonda le radici anche nelle riforme avviate negli anni ’90), la conduzione di politiche economiche responsabili e la solidità del settore bancario hanno permesso al gigante sudamericano di affrontare la crisi finanziaria con relativa calma, senza perdere di vista gli obiettivi di politica sociale e ribadendo con fiducia l’essenziale ruolo dello stato nell’economia. Particolarmente rilevante il PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), massiccio progetto di intervento statale nel mercato annunciato da Lula nel 2007 (anno in cui la crescita del PIL ha raggiunto il picco massimo) con l’obiettivo di favorire una crescita economica per mezzo di investimenti infrastrutturali e nel settore energetico.

Lula ha conquistato ben presto anche l’appoggio degli imprenditori: dopo aver realizzato, negli anni novanta, uno dei principali programmi di privatizzazione al mondo (l’allora ministro delle finanze brasiliano affermava che “la miglior politica industriale è non avere politica industriale”), il Brasile di Lula ha attuato, sotto questo frangente, una politica esplicita e pronunciata: il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social) ha investito ingenti somme di denaro pubblico nei settori più dinamici, e ha aumentato il credito pubblico al settore privato delle piccole e medie imprese.

I campi in cui Lula ha però ottenuto il successo per cui sarà ricordato sono altri: la politica sociale è stata il vero fiore all’occhiello di questi 8 anni di presidenza. La disuguaglianza dei redditi rappresentava uno dei tristi record brasiliani, e uno dei principali risultati del governo è stato proprio la sua riduzione: l’indice di Gini, misurante l’ineguaglianza della distribuzione nei vari paesi, è passato dal 0,593 del 2001 al 0,56 del 2005 al 0,49 del 2007, con 0 che indica una perfetta uguaglianza e 1 la perfetta disparità (in Italia, per intenderci, è al 0,36). La vera riforma è stata lanciata nel 2003, con l’avvio del programma Bolsa Familia: Vennero integrate ed accorpate le cinque misure di sostegno al reddito già esistenti in un unico trasferimento, sotto la gestione di un unico ministero, e i beneficiari aumentarono dai poco meno di cinque milioni di famiglie nel 2001 alle 12 milioni nel 2009 (più o meno il 26 % della popolazione del Brasile). In presenza di bambini nel nucleo familiare il sussidio è condizionato alla frequenza scolastica e all’effettuazione di visite mediche regolari. Le scelte istituzionali e amministrative che hanno contribuito al successo del programma brasiliano sono state prese a modello anche da Paesi come il nostro, nell’affrontare la frammentarietà e l’ineguaglianza che ancora caratterizza le nostre politiche di sostegno al reddito.

I successi raggiunti in casa hanno sicuramente portato conseguenze benefiche anche sul piano degli affari esteri: il Brasile di Lula si è ritagliato un ruolo di primo piano nell’agenda internazionale, arrivando a chiedere con insistenza un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La visione squisitamente multilaterale, a partire da un buon livello di integrazione con i vicini sudamericani, ha visto il paese stringere solidi rapporti con Cina (principale socio in termini di esportazioni), Paesi Arabi (gli scambi si sono quadruplicati negli ultimi sette anni) e scommettere in un’intensa cooperazione sud-sud. E’ dunque a buon titolo che il Brasile si assume l’impegno di protezione e promozione degli interessi degli stati in via di sviluppo nei consessi internazionali.

Gli indubbi successi ottenuti da Lula non risolvono tutti i problemi che ancora affliggono il Brasile, un sistema d’istruzione carente e una riforma agraria ancora in sospeso in primis. Ma di questi tempi, con stati sull’orlo del fallimento e finanziarie da lacrime e sangue, l’idea che un ex metalmeccanico lasci in eredità un Paese più ricco e più giusto non può lasciare indifferenti.

Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Giovanni Collot

Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

Alla fine di questo Aprile in Irlanda si ricordano gli avvenimenti della “Easter Rising”, o “sollevazione di Pasqua”, insurrezione antibritannica messa in atto nel 1916 da pochi volontari delusi dall’indipendentismo parlamentare. Capeggiati dal letterato Patrick Pearse(volgarizzazione di Pádraic Anraí Mac Piarais), questi coraggiosi condussero un’azione di occupazione dei punti cardine della città di Dublino; il loro esiguo numero non permise che una debole resistenza alla repressione dell’esercito di Sua Maestà, destinando inevitabilmente i capi al patibolo. Tuttavia, il valore simbolico superò di gran lunga l’utilità pratica immediata, ridando forza e convinzione alle forze indipendentiste irlandesi (più o meno organizzate, dai volontari in azioni violente ai nazionalisti del Sinn Féin) e precipitando gli eventi verso la guerra del 1919-21, terminata con la nascita dello Stato Libero d’Irlanda. Nei versi della sua poesia “Easter 1916” William Butler Yeats dipinge con dura schiettezza il ritratto degli insorti, ma anche la terribile bellezza dell’idea di libertà (Now and in time to be,//Wherever green is worn,//Are changed, changed utterly://A terrible beauty is born.)

Oggi però non è solo questa idea di passato glorioso che riporta alla nostra mente i verdi prati e le indomite genti d’Irlanda. Fitte ombre si sono stagliate sulle cronache che ci arrivano dal Nord, specialmente per quanto riguarda i casi di pedofilia all’interno del clero cattolico. Si tratta del “Rapporto Murphy”, l’indagine condotta dal governo irlandese e necessariamente finita sotto gli occhi dello stesso Benedetto XVI, il quale si è trovato davanti a una lunga torbida storia di abusi-dal 1975 al 2004- a carico di 46 sacerdoti della diocesi di Dublino. Storia ancora più grave a causa di insabbiamenti e coperture forniti dalle gerarchie locali e (almeno secondo i meno maliziosi) mai trapelate fino a Roma. Il Papa ha scritto una lettera, divulgata il 20 Marzo scorso, diretta alla Chiesa d’Irlanda: il cardinale Sean Brady, primate di questa comunità, l’ha letta durante una messa nella cattedrale di San Patrizio a Dublino, esprimendo il suo sostegno alle parole di Benedetto XVI ma senza fare riferimento alla possibilità di dare le dimissioni per il ruolo che lui stesso ebbe nel non denunciare alla polizia gli abusi sessuali commessi da un noto prete pedofilo negli anni ‘ 70. Inoltre, la formula “fermezza sul peccato ma indulgenza con i peccatori” non è piaciuta ai parenti delle vittime, riuniti in associazioni che ora premono sull’opinione pubblica per ottenere verità e richiamare la Chiesa alle proprie responsabilità. In aggiunta a tutto ciò, e se vogliamo anche come naturale conseguenza, si è riacutizzato negli ambiti dell’informazione di massa (ma si tratta di una tematica non completamente avulsa a correnti interne alla stessa Chiesa) il dibattito sul celibato sacerdotale. Il rapporto di questa prassi dalle origini travagliate(a partire dal IV secolo d.C.) e finalmente vincolante dal Concilio di Trento(1545-1563 d.C.) con le cause alla base di condotte devianti tenute all’interno delle mura di chiese, canoniche e oratori fa discutere gli esperti ed i filosofi “laici” con religiosi che si interessano di rito, storia, tradizioni e diritto della Chiesa. Parlare ancora della nascita e dell’opportunità del celibato è, per una Chiesa che con Benedetto XVI torna a puntare fortemente sulla propria identità, una fastidiosa battuta d’arresto: questo è infatti un argomento scomodo, specialmente quando a interessarsi di ciò sono i giovani, ovvero la linfa di cui la Chiesa di oggi ha bisogno per rinnovarsi e continuare a vivere. È scomodo anche quando se ne parla in un Paese che conosce molto bene, per trascorsi infinitamente dolorosi e travagliati, la realtà dei preti sposati (i pastori protestanti della Chiesa anglicana), e non ha timore a guardare in faccia la realtà, a fare confronti ed a porsi domande.

Così, la storia e la cronaca si intrecciano in questa primavera “calda” oggi così come lo era stata quasi un secolo fa, sui diversi versanti della politica e della società, che non sono mai separati e sempre si influenzano vicendevolmente, anche senza una volontà diretta. Alla stessa maniera, ciò che sembra attenere a un ambito meramente nazionale e quindi regionale o locale rivela poi capacità di influenza che trascendono questi limiti che gli si cuciono indebitamente addosso: l’indipendenza dell’Irlanda non fu solo una sconfitta dell’esercito inglese, ma una crepa significativa in un sistema che non ha potuto imporsi laddove (in tutto il mondo) erano forti le radici etniche, culturali e sociali, al di la del mero sfruttamento economico; parimenti, questo scandalo “irlandese” esplode sull’isola ma coinvolge persone e storie sparse su tutto il globo e richiama la coscienza (e, chissà, magari anche qualche intervento concreto) sui sistemi di potere e di informazione all’interno della Chiesa cattolica nella sua totalità internazionale. Due ferite bruciano sul corpo e nella mente dell’Irlanda, una terra che vive fieramente di storia, che ha ancora sulle mani la creta fresca con la quale si è plasmata eppure in testa un progetto d’identità antico e autorevole, come il profilo smussato ma forte dei suoi antichissimi rilievi. Il dolore di ieri non fa meno male solo perché è cessato, così come quello di oggi deve essere considerato, capito e curato per alleviarlo, ma non per dimenticare.

Davide Caregari

Piove eppure i ragazzi sono tanti, il Venerdì arrivano i primi, ci sono le testimonianze di alcuni tra i tanti parenti delle vittime di mafia, il giorno dopo, 150.000 persone in corteo sfilano la mattina, e riempiono le aule che accolgono i seminari il pomeriggio.

E’ questo il programma della “XV Giornata nazionale dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie” organizzata da Libera eccezionalmente per il 20 Marzo e tenutasi quest’anno a Milano.

L’associazione combatte quotidianamente perché si abbracci la cultura della legalità, del rispetto e della pratica delle leggi. Il 21 Marzo, inizio della primavera, è una data simbolica. Ogni anno rinasce l’idea che si possa rimanere in piedi di fronte alla mafia, intesa non solo come associazione ma come atteggiamento, come allontanamento dalla corresponsabilità.

Grazie alla raccolta di un milione di firme nel 1996, Libera vede approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni in virtù della quale viene prevista l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

La Lombardia segue Sicilia, Campania, Calabria, Puglia ed occupa il quinto posto della classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati. In tutto il Nord 1000 sono i beni sottratti alle mani della criminalità organizzata. Di questi, 650 sono quelli individuati in Lombardia. A questo dato (come a quelli relativi al sequestro di cocaina ed alle operazioni antidroga per cui la regione è al primo posto nel Paese) va ad aggiungersi quello relativo all’illegalità ambientale che vede la Lombardia configurarsi come terra di grandi opportunità per i trafficanti di rifiuti tossici e gli organizzatori dello smaltimento di immondizia; caso emblematico è quello documentato nel reportage “Mammasantissima a Milano” realizzato da Mario Sanna per Rai News 24 riguardo ai 65mila metri quadrati di terreni agricoli situati tra Desio, Seregno e Briosco (comuni alle porte della città) ed adibiti a discarica abusiva.

Il perché la scelta di Libera sia ricaduta su Milano per la ricorrenza del 21 Marzo si ricollega ad ognuna di queste problematiche, all’avvicinarsi dell’Expo 2015 con i suoi appetitosi appalti e, soprattutto, all’intenzione di parlare di Milano come esempio della presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, dove appunto, anche la torta dell’Expo potrebbe finire per essere spartita tra quelle famiglie che dagli anni settanta si sono inserite nel tessuto politico ed economico di Milano.

Sono stati anni di paura quelli tra il 1969 ed il 1998 per la Lombardia. La regione si è trovata al primo posto in Italia per il numero di sequestri di persona: 158 contro i 128 della seconda classificata Calabria. A farne le spese sono i bei nomi dell’imprenditoria milanese ed il jet set locale. Oggi, secondo la Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia «Milano e la Lombardia, rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia». A ribadirlo é lo stesso Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, autore della relazione, che definisce Milano come «la vera capitale italiana della ‘ndrangheta».

Della mafia a Milano, il 20 Marzo, ne ha parlato Giulio Cavalli, coraggioso attore di teatro che ha scelto di testimoniare contro questa presenza invisibile. Cavalli ha scelto di impegnarsi nel teatro civile, nel dare spazio alla denuncia del peso che le mafie hanno in un Nord dalla realtà economica dinamica, fluida ed adattabile. Dal 2008, anno dello spettacolo Do ut des su riti e conviti mafiosi,
vive sotto scorta. In replica anche nel prossimo Aprile, Cavalli continuerà a portare in scena un secondo spettacolo, A cento passi dal Duomo, centrato sul radicamento di cellule dei clan al Nord e sull’assordante silenzio di una regione che ancora fatica a riconoscere i nuovi mafiosi in giacca e cravatta.

Durante i seminari pomeridiani trovano spazio anche testimonianze d’oltreoceano, racconti legati alla corruzione, ad un’assenza di legalità che va oltre quella delle associazioni a delinquere di casa nostra.

Partecipo ad un seminario sul narcotraffico che si rivela una carrellata di testimonianze. Non si parla del narcotraffico in sé ma di idee per fronteggiarlo; si parla di America Latina e ne parla chi lotta contro una realtà corrotta che Libera insieme a Terra del Fuoco decide di denunciare. L’idea è quella di informare e stimolare la partecipazione ad idee e progetti, perché la solitudine legata al sentirsi portatori di un dolore che gli altri non conoscono possa venire lenita.

Tra le diverse testimonianze vi è quella di un avvocato colombiano impegnato nella difesa dei diritti umani. Racconta la storia dei “falsi positivi”, vittime del narcoparamilitarismo, di esecuzioni extragiudiziali sulle cui vicende uomini come lui si impegnano a fare luce. L’avvocato chiede che dall’Italia, scuole e singoli decidano di “adottare” un falso positivo e di sostenere le spese per le indagini su queste trame rimaste insabbiate. Non è questo l’unico progetto per cui si spera in un aiuto ed un appoggio in una giornata di cui Libera chiede l’istituzionalizzazione.

Il cammino sociale di cui Don Ciotti (fondatore dell’associazione) parla, trovi nel 21 Marzo una giornata in cui venga suggellata la promessa di impegno e grazie alle quale l’attenzione si mantenga viva, affinché davvero le loro idee camminino sulle nostre gambe.

Elena Mazza

 

 

 

 

 

“A Lignano? Ad un’ora di macchina da qua?” quando io,schermitore da quattro soldi, ho scoperto che una prova della Coppa del Mondo giovanile di scherma si svolgeva così vicino, e per il terzo anno di fila, ho avuto questa reazione. La cittadina friulana, morta in inverno,è stata meta di delegazioni porvenienti da quattro continenti per un totale di quasi 600 ragazze e ragazzi divisi in tre armi (fioretto,spada,sciabola).

Nel palazzetto del villaggio GeTur per quattro giorni (dal 4 al 7 dicembre) le promesse della scherma mondiale si sono sfidate fino all’ultima stoccata. Si è così vista l’anima di uno sport non ancora inquinato dal professionismo (nel 2007 il campione europeo di sciabola è stato un giovane ingeniere madrileno) e dalle grandi sponsorizzazioni (uno degli sponsor della coppa del mondo era la farmacia Lopriore di Lignano!).L’aria che si respirava nel palazzetto era più da festa che non da grande competizione con arbitri,maestri e atleti che si scambiavano saluti o si offrivano caffè,per altro piuttosto cari.

La federazione scherma ha messo a disposizione una ventina di volontari (fra cui io) per svolgere mansioni di bassa manovalanza ( sposatare sedie,controlli antidoping, raccogliere spazzatura…).  Abbiamo però potuto vedere da vicino una scherma di alto livello che fra l’altro vede nell’Italia una delle massime espressioni, soprattutto nel campo maschile.

In ottima luce si è messo infatti Lorenzo Bruttini,spadista, con due primi posti (individuale e a squadre) che fanno credere che già da Londra 2012 potremmo sentire parlare di lui o di qualche suo coetaneo come i fratelli Garozzo,Curtaroli o Sbragia (solo alcuni degli atleti andati a podio fra i maschi).

Più difficile sembra trovare le eredi della Trillini e della Vezzali:nonstante i podi nelle gare a squadre ci si aspettava qualcosa di più dalle nostre atlete. Tuttavia le speranze di arrivare alle prossime Olimpiadi con atlete di alto livello fra le nuove leve sono tutt’altro che spente.

Infine è giusto ricordare come la scherma che porta sempre ottimi risultati all’Italia sia un sport che in Italia a ha scuole di eccellenza e che è più praticato di quanto si pensi ( a Gorizia gli iscritti alla sezione scherma dell’UGG sono 50!). Solo in Friuli ci sono una decina di società alcune delle quali in posti insospettabili come Cividale (rinomata in tutta Italia) o San Daniele!

Ludovico Pismataro

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.
Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.
La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).
La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.
Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

  • istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;
  • istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);
  • attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);
  • modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;
  • passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);
  • nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

Lisbona mon amour… infine!

Con la ratifica della Repubblica Ceca cade anche l’ultimo ostacolo all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona

Finalmente! Pochi ci avrebbero scommesso, ma il contorsionismo legislativo dell’Unione Europea ce l’ha fatta anche questa volta. Il 3 Novembre infatti il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus ha ratificato il Trattato di Lisbona, dopo che la Corte costituzionale ceca ne aveva stabilito per la seconda volta la costituzionalità.

Klaus, al suo secondo mandato presidenziale, non ha mai nascosto la sua opposizione al Trattato di Lisbona (e a qualunque misura che potesse allargare i poteri dell’UE). Il problema principale riguardava l’allargamento delle competenze della Corte di Giustizia europea: questa modifica, infatti, avrebbe permesso agli eredi dei 2,5 milioni di tedeschi emigrati/esiliati dalla Cecoslovacchia dopo la II guerra mondiale di avanzare pretese sui beni confiscati a quel tempo, presentandosi direttamente davanti alla Corte di Giustizia europea e scavalcando così le corti ceche. Il 30 Ottobre l’europarlamento ha però approvato una modifica al Trattato che prevede un’eccezione (opt-out) per la Repubblica Ceca, risolvendo la controversia.

La Repubblica Ceca era l’ultimo paese a dover ratificare il Trattato, che dunque entrerà in vigore a Dicembre (giusto in tempo per la conferenza ONU di Copenhagen sul cambiamento climatico, prevista dal 7 al 18 Dicembre). Precedentemente, le opposizioni più forti erano venute da paesi tradizionalmente euroscettici come Gran Bretagna (opt-out su diritti civili e diritto del lavoro), Polonia (opt-out su questioni familiari e morali) e Irlanda (che ha ratificato il Trattato, mediante referendum, solamente il 2 Ottobre 2009).

La storia del Trattato di Lisbona, come da tradizione UE, è lunga e dolorosa. Nasce come figliastro della sfortunata Costituzione Europea, la cui ratifica, partita in pompa magna, era stata poi fermata dal netto “no” dei referendum francese e olandese del 2005. I richiami alla bandiera e all’inno europeo spaventavano i custodi della sovranità statale, non solo in paesi fondatori dell’UE come Francia e Olanda, ma anche e soprattutto nei giovani stati dell’Est Europa.

Da qui la necessità di un rifacimento della Costituzione Europea, da autentica Carta costituzionale a trattato tecnico, senza cambiare davvero la sostanza delle inevitabili riforme. Questo rifacimento viene annunciato con la “Dichiarazione di Berlino” del 22 Marzo 2007, in occasione del 50° anniversario dei Trattati di Roma: le parole sono più caute, l’ardita “Costituzione” viene rimpiazzata dal vago obiettivo di “porre l’UE su rinnovate basi comuni”… ma sono modifiche solo estetiche. Lo si può notare facilmente esaminando il testo del Trattato di Lisbona, che prevede tutte le modifiche più importanti già contenute nella Costituzione:

istituzione del Presidente del Consiglio Europeo;

istituzione dell’Alto rappresentante per la politica estera (che ha praticamente gli stessi poteri del “Ministro degli Esteri” previsto dalla Costituzione);

attribuzione della personalità giuridica all’UE (che può così firmare trattati internazionali);

modifica delle quote di rappresentanza all’interno del Parlamento Europeo;

passaggio alla votazione a maggioranza (invece che all’unanimità) in numerose materie (ma solo a partire dal 2014);

nuove materie di competenza dell’UE.

L’entrata in vigore del Trattato segna certamente un punto di non ritorno, in particolare per la proiezione internazionale dell’UE. Litigi e contrasti tra Stati membri non scompariranno certo né oggi né in futuro (anche perché ogni Stato potrà continuare a condurre una sua propria politica estera), ma l’esistenza di un rappresentante unico darà all’UE maggior peso e credibilità in campo internazionale… e mai come oggi è importante che l’UE abbia un ruolo internazionale forte, sia perché la crisi in questo momento non può essere governata efficacemente dagli USA sia perché la Cina non è ancora pronta a sostituirli nel ruolo di superpotenza mondiale.

Però, al di là di queste fredde (e fondamentali) considerazioni geopolitiche, una questione è forse più importante per noi cittadini: potrà questo Trattato (e di conseguenza il rinnovato ruolo internazionale dell’UE) colmare il pesante deficit democratico di cui soffre l’UE? Forse per noi studenti di relazioni internazionali sì, data la nostra deformazione professionale! Ma per quanto possa ferire il nostro orgoglio, è molto difficile che un processo politico talmente vasto come lo sviluppo dell’integrazione europea possa poggiare su poche migliaia di studenti universitari.

La vera partita riguardo al senso di appartenenza a una comune casa europea, a mio parere, si gioca su due campi: il rinnovamento della classe politica (a livello nazionale ed europeo) da un lato e, dall’altro, l’efficacia delle politiche europee. È infatti evidente che fra i giovani il senso di cittadinanza europea è già diffuso e fortemente sentito, perché essi hanno goduto in misura maggiore dei benefici e delle opportunità immense che l’Europa unita offre; per il resto della popolazione, il senso di cittadinanza europea è soprattutto proporzionale all’utilità percepita dell’UE e delle sue istituzioni. Anche se il Trattato migliorerà decisamente la situazione a livello di efficienza delle istituzioni europee (grazie all’estensione della votazione a maggioranza in molte altre materie), può fare ben poco per il rinnovamento della classe politica. Questa infatti è ancora una questione di competenza esclusivamente nazionale, più precisamente di competenza dell’elettorato… e l’intelligenza dell’elettorato determinerà quali paesi usciranno vincenti o perdenti da questa nuova sfida che l’Europa unita sta per affrontare. E, purtroppo, è probabile che ci vorrà molto tempo per recuperare in caso di errori… sempre che il recupero sia ancora possibile. E non ditemi che non vi avevo avvisato!

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

nachmache-berliner-mauer[1]BERLINO – Alla fine non ho resistito. Le mie riflessioni sul muro, sulla DDR, sul blocco sovietico e sulla Guerra Fredda in generale, innescate alla fine del 2006 da quel pezzo di muro lasciato in piedi per i turisti a Potsdamer Platz, ad un certo punto hanno avuto bisogno di un riscontro reale. Ecco perché sono venuto a Berlino, ex capitale della DDR, baluardo di sovietismo puro nel cuore dell’Europa odierna. L’idea di mancare a un appuntamento epocale come il ventesimo anniversario della caduta del Muro mi lasciava molto rammaricato, deluso, “scoperto” da un punto di vista umano e, per così dire, anche professionale. Volevo vivere sulla mia pelle la reazione di questa bellissima città d’Europa carica, oltre che di storia e tragedie, anche di energia, positività e tanto entusiasmo.

La nebbia bassa mista a pioggia che incombe sulla città dal mattino presto non scoraggia i tanti turisti che hanno raggiunto Berlino nei giorni scorsi, da tutta Europa e non solo. Abbondano i tour organizzati dalle tante agenzie che a Berlino si occupano del muro, partendo da Bornholmer Straße fino alla Nordbahnhof per finire alla celebre Porta di Brandeburgo, simbolo della divisione di Berlino fino al 1989 e dell’unità tedesca dal 1990. Durante l’interessante giro si respira l’aria di Berlino Est, che nelle zone fuori dal centro negli ultimi vent’anni non è cambiata molto. Il tempo inclemente rende l’atmosfera cupa, tutto appare triste, scoraggiato, spento. Il ricordo della mancanza di libertà, delle sofferenze e delle privazioni è vivo nella mente di coloro che vent’anni fa c’erano; prende forma in Bernauer Straße, centro della rievocazione della divisione, dove è presente l’unico tratto originale di muro (e annessa frontiera) con tanto di “zona di nessuno”, recinti elettrici e torri di controllo. Si ricordano le 5075 fughe portate a termine durante i 28 anni di esistenza del Muro (di cui 574 effettuate da soldati dell’esercito della RDT) ma una sincera preghiera va alle 265 vittime del “Muro della Vergogna”, definito nel 1963 da J.F.Kennedy come “la manifestazione più abominevole e più forte del fallimento del sistema comunista”. Nel pomeriggio, la passeggiata simbolica della cancelliera Merkel, accompagnata dall’ex Segretario del PCUS Mikhail Gorbaciov e dal sindacalista per antonomasia Lech Wałęsa, colora la giornata sul Bösebrücke, la prima grenzübergang (frontiera pedonale) aperta da Est verso Ovest ai berlinesi, intorno alle 23.15 di giovedì 9 novembre 1989. La commozione di Frau Angie, come la chiamano affettuosamente i suoi sostenitori, e le parole di due simboli viventi del crollo del comunismo come Gorbaciov e Wałęsa (vederli dal vivo mi ha dato una scossa fortissima, tra l’ammirazione e la riverenza) scatenano lunghi applausi.

Con il passare delle ore la folla poliglotta comincia a scaldarsi, nonostante la pioggia incessante e piuttosto insistente; le emozioni dei 250.000 turisti presenti cominciano ad emergere, tra i boccali di birra e l’odore delle bratwürste mit senf , che rendono l’atmosfera inconfondibilmente tedesca. In effetti, questa enorme festa popolare (tale è stato l’obiettivo perseguito dai responsabili dell’organizzazione dell’evento, senza parate militari né simboli dello Stato-nazione) assomiglia molto a una sagra di paese, seppur di oltre tre milioni di persone. Tutti, i bambini con più entusiasmo e gli adulti con più consapevolezza, si assiepano ad ammirare le 1000 tessere (dipinte da 15.000 volontari da tutto il mondo) del tanto atteso domino, che in questo ventennale ripercorre simbolicamente il percorso del muro per circa due km, da Potsdamer Platz fino alla porta di Brandeburgo. Nel piazzale ad essa antistante i bei discorsi di Sarkozy, Medvedev, Brown e Clinton, oltre che della Merkel e del sindaco di Berlino Wowereit, creano una sensazione di gioia, libertà, responsabilità, unità, vittoria direi. Il passato diviso si confonde con il presente, indeciso su un futuro comune. Ma proprio su un futuro comune, necessaria matrice della nuova Europa, sembra innestarsi la spontanea “ola” internazionale e multietnica che accompagna, tassello per tassello, il crollo del coloratissimo muro. Applausi scroscianti, sorrisi ricambiati, urla entusiaste e migliaia di flash regalano questa notte l’impressione (almeno l’impressione, è già qualcosa) che l’Europa esiste ed è forte, compatta, unita. Nel giorno per lei (e per l’intera Germania unita) più importante Berlino non si è smentita, ha dato prova di una enorme solidità fisica e morale, si è fatta apprezzare dai suoi abitanti come dai suoi turisti, ha dimostrato di essere il prodotto (quasi) finito di tanti anni di travagli e sofferenze che l’hanno portata a costituire un esempio irrinunciabile di libertà per tutti noi Europei. Se, per caso, quell’impressione di forza, compattezza e unità dovesse un giorno trasformarsi in realtà, stiamo certi che Berlino sarebbe, a buon diritto e con risultati degni dell’infallibile efficienza crucca, la capitale della nostra nuova Europa (con buona pace di Parigi). E il Muro, c’è da esserne certi, continuerà a rappresentare gli abitanti, la storia, i valori e la vita stessa di questa indomita città.

Andrea Filippo Romani

Dopo “Vicky Cristina Barcelona” – che onestamente non ci ha affatto convinto – Woody Allen sembra essere tornato in sé con la sua ultima uscita: “Basta che Funzioni” (titolo originale “Whatever Works”). Un film che, per fortuna, ci mostra che il nostro vecchio Woody è quello di sempre: paranoico, fissato con l’altrui antisemitismo, logorroico ed infinitamente acuto. Lo schema del film in realtà non è nulla di innovativo come non lo sono gli espedienti cinematografici usati: il protagonista che si rivolge al pubblico (già visto in “Io e Annie”), le battute balbettate e le grandi conversazioni sui massimi sistemi al bar, ma la pellicola in generale scorre frizzante e piacevole.basta-che-funzioni-loc-2[1]

Questa vicenda è – prevedibilmente – ambientata a New York, ed i personaggi intrecciano le loro vicende in maniera lineare ma brillante. Una giovane ragazzina di campagna, interpretata nella sua ingenuità da una graziosissima Evan Rachel Wood, si perde a New York ed incappa per caso in un vecchio, pessimista, scorbutico, ebreo genio della fisica – Larry David – con il quale comincia una bizzarra convivenza. A poco a poco il professore, che può vantare solo di “essere stato preso in considerazione” per la nomination al nobel, si lascia intenerire dalla bellezza della ragazzina e nonostante la consideri allo stesso livello intellettivo di un “vermetto” finisce per sposarla. La vita di coppia dei due procede in un fragile equilibrio in cui il professore è il pigmalione della giovane e lei la fair lady innamorata dell’arguzia del vecchio marito. In questo quadretto bislacco interviene la madre della ragazza, una donna dell’alta società conservatrice che detesta il genero e fa di tutto per rompere l’unione tra lui e la figlia. Ma la tremenda morale materna sembra non essere immune al fascino devastante della capitale e in breve la donna scopre la propria vena artistica e si trasforma da casalinga stereotipata in fotografa alternativa e provocante. Il tutto condito con triangoli amorosi, foto scandalose, il ritorno del marito fedifrago che scopre di essere gay…

Insomma, un’altra piccola gioia di Woody Allen, che gioca con la psicologia dei personaggi e mette in luce l’influenza rivelatrice di New York: la città che ha il magico potere di trasformare la potenza in atto, di far emergere e sbocciare le qualità dei singoli, la città che permette la piena realizzazione di un io che fuori dal mondo urbano è represso e soffocato nell’attaccamento alla tradizione. Tutti i personaggi sembrano passare per questo processo metamorfico: la giovane trovando finalmente la capacità di formulare opinioni personali ed indipendenti dal marito, la madre dedicandosi all’arte e ai menage, il padre con il nuovo compagno. L’unico che sembra essere immune alla forza di New York è prorio Larry David, che dall’alto della propria ipertrofica autostima si rifiuta di evolversi in una versione migliore di se stesso. E dal momento che è evidente che l’attore è l’alter ego di Allen, ci si può forse leggere un po’ di autocritica da parte del regista: l’uomo che si riconosce nella sua genialità ma che sa di essere pieno di piccoli difetti e manie ridicole. Probabilmente non il maggior capolavoro del regista ma sicuramente un film che ne riflette profondamente la poetica e lo stile. L’unica pecca: Allen avrebbe dovuto recitarvi.

Francesco Gallio

Francesco.gallio@sconfinare.net

Dal 25 luglio al 10 agosto, ho avuto l’entusiasmante opportunità di partecipare all’International Institute for Political & Economic Studies (IIPES), in Grecia. L’istituto, frutto della collaborazione tra il TFAS (The Fund for the American Studies), la GAAEC (the Greek Association for Atlantic & European Cooperation) e l’università americana di Georgetown, di Washington D.C., è un esperimento avviato e giunto ormai alla sua 14 edizione, riscuotendo sempre maggiore successo agli occhi degli organizzatori.

I partecipanti, una ottantina di ragazzi provenienti da ventuno paesi (Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Cipro, Egitto, Repubblica di Macedonia, Grecia, Israele, Italia, Giordania, Kosovo, Libano, Montenegro, Palestina, Romania, Arabia Saudita, Serbia, Siria, Turchia e Stati Uniti), hanno trascorso due settimane vivendo un’esperienza unica che difficilmente potranno dimenticare. Ospiti del MAICh, un campus di agraria europeo incredibilmente all’avanguardia, con campi sportivi, dormitori, numerose aree di svago e aule attrezzate per iniziative conferenziali, è stato a nostra disposizione durante le attivitá di questa summer school, alle porte della seconda cittá cretese di Chania.

Sorprendentemente coinvolgenti le lezioni cui abbiamo preso parte, che hanno toccato quattro discipline: Intellectual History (la storia interpretata dagli scritti e le idee di alcuni grandi personaggi), The
Good
Society (filosofia con l’analisi di testi dei grandi pensatori da Platone a Tocqueville), Political Economy e Conflict Management. Ovviamente tenute in inglese, sono rimasto positivamente colpito dai professori, tutti americani: il metodo di insegnamento trascinante e l’alta partecipazione richiesta durante le lectures hanno cancellato l’iniziale paura di affrontare per la prima volta lezioni universitarie in lingua straniera: specialmente quelle di economia, verso le quali nutrivo profonde preoccupazioni non avendo mai affrontato un corso di inglese economico (le mie conoscenze si fermavano a demand e supply), sono state tra le più seguite e le più interessanti: il giovane professore Rotthoff ha, in una settimana, affrontato le basi della macro economia che avevo precedentemente trattato in un anno di corso a Gorizia: la chiarezza delle spiegazioni, la passione e la disponibilità del professore ci hanno permesso non solo di capire con facilità argomenti per alcuni ostici, ma ci hanno spronato a “divorare” i readings consigliatici e spronare il professore a tenere una lezione aggiuntiva unicamente rivolta alla crisi finanziaria.

La disponibilità dei professori si è tradotta, in molti casi, in veri e propri rapporti di stima e amicizia: non è raro, aggirandosi per il MAICh, notare i professori seduti a cena con gli studenti, discutere insieme davanti ad una birra o, perché no, chiacchierare in spiaggia o sfidarsi in estenuanti partite a tennis. Tutto questo ha contribuito a rendere l’apprendimento (che, per quel che mi riguarda, è stato profondo e inaspettato) piacevole e attraente.

L’interesse non è mai mancato, e molto è stato fatto per il coinvolgimento di noi studenti: intere ore di lezione erano dedicate a discussioni fra noi, e l’intreccio di culture e storie differenti ha reso il confronto con i miei coetanei di una rarità e straordinarietà unica. Sedere nella stessa aula con israeliani e palestinesi, serbi e kosovari, mi ha fatto sentire veramente “cittadino del mondo”, e ho potuto toccare con mano storie, conflitti, racconti con i quali ero abituato a confrontarmi nei giornali o nei libri. Durante il corso di Conflict
Management ci siamo divisi in gruppi per analizzare, in un esercizio di simulazione, le possibili conseguenze che un Pashtunistan indipendente (comprendente l’area di etnia Pashtun, tra Afghanistan e Pakistan) avrebbe portato all’equilibrio geopolitico mondiale. E’ facile immaginare la tenacia e la passione con cui abbiamo, internet sottomano, difeso il nostro punto di vista nell’arena finale.

Come ogni serio programma di studi che si rispetti, al termine delle due settimane abbiamo affrontato degli esami sul lavoro svolto nelle quattro discipline. Il risultato dei test (tutti a domande aperte) può fornire crediti elargiti direttamente dalla università di Georgetown, oltre che il più facile accesso agli altri progetti gestiti dal TFAS. Le domande di ammissione per questo e per gli altri programmi organizzati dalla fondazione sono, infatti, abbastanza impegnative, e nel mio caso comprendevano oltre a curriculum, lettera di motivazione e certificato attestante la buona conoscenza della lingua inglese, un commento ad un articolo economico ed un colloquio telefonico di 5 minuti.

La particolarità che fanno di questo programma il punto di forza e l’eccezionalità è, certamente, la variegata provenienza dei partecipanti e il multiculturalismo. Unico rappresentante italiano (e dell’ovest europa), ho assistito e partecipato ad incredibili (e pacifiche) discussioni tra ragazzi israeliani e palestinesi, pur non mancando momenti di attrito. In particolare, mi preme ricordare un avvenimento che difficilmente scorderò: il litigio tra una ragazza kosovara, Fjolla, e un ragazzo di Belgrado, Vojimir, iniziato tra i banchi durante la lezione e proseguito furiosamente nella hall del campus. Sotto gli occhi sbigottiti dei ragazzi americani, che gettavano occhiate di palese incomprensione notando “quanto incasinato fosse il vecchio continente”, i due ragazzi si davano battaglia riguardo la legittimità o meno dell’indipendenza kosovara. Il momento più emozionante è però stato, ai miei occhi, l’immagine del ragazzo serbo visibilmente sconvolto tirato in parte e consolato niente di meno che dall’amico croato, seppellendo così odi antichi di guerre passate.

I momenti di apprendimento non si sono limitati alle lezioni in programma: abbiamo ricevuto importanti ospiti che ci hanno intrattenuto con interessanti conferenze, a partire dal portavoce del governo greco, la speaker della camera ellenica del principale partito d’opposizione, l’ambasciatore serbo a Parigi e una giovane dipendente delle pubbliche relazioni della NATO slovacca.

Merita una parola anche l’ambiente che ha ospitato l’esperienza: oltre alla cittadina di Chania, a ridosso della quale alloggiavamo, (seconda città di Creta che mi ha colpito per la vivacità e la bellezza, meta dei nostri svaghi notturni), i week end li abbiamo trascorsi a scoprire le meraviglie dell’isola greca, a partire da Heraklion e il sito archeologico di Cnosso, fino alla favolosa spiaggia di Elafonisis, con un viaggio di due ore interamente organizzato da noi studenti ripagato con gli interessi dalla sabbia dorata e il mare caldo e cristallino di una delle migliori località balneari di tutta la Grecia.

L’esperienza ovviamente non termina allo scadere delle due settimane: oltre al bagaglio di conoscenze che indubbiamente ha portato, i numerosi contatti di amici da ogni dove sono senza dubbio tra gli aspetti più entusiasmanti del programma. Si entra, inoltre, nella grande famiglia degli alumni, con l’obiettivo di mantenere una vasta rete di contatti tra partecipanti e organizzatori.

Probabilmente non sono riuscito a descrivere in queste righe cosa l’IIPES sia realmente e cosa abbia significato emotivamente per il sottoscritto. Credo che per chiunque voglia cimentarsi in un esperienza formativa e multiculturale, resti una sfida verso cui lanciarsi senza timori.

 

Matteo Lucatello

Matteo.lucatello@sconfinare.net

www.matteolucatello.it

 

Dal G8 al G20

 

C’era una volta il G8, esclusivo consesso in cui i leader degli otto paesi capitalisti più potenti del “mondo libero” (e capitalista) discutevano sull’andamento dell’economia mondiale, tralasciando molto spesso le considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente e il benessere degli altri paesi (capitalisti, neutrali o socialisti che fossero). Il G8 (“Gruppo degli otto” o “Grandi otto”) è nato nel 1975 per offrire una piattaforma di discussione non ufficiale ai capi degli otto paesi più industrializzati del mondo, che possedevano quote assai significative delle ricchezze economiche e delle capacità tecnologiche e militari mondiali. Una struttura di governo dell’economia mondiale come il G8, a quei tempi (e perlomeno fino al crollo dell’URSS), poteva essere considerata efficiente e sufficiente principalmente per 2 motivi: primo, raggruppava effettivamente i paesi più potenti del mondo e secondo, doveva confrontarsi con un sistema economico su cui gli stati avevano ancora un buon grado di controllo anche a livello internazionale. Non bisogna poi dimenticare che l’esistenza del “blocco comunista” faceva sì che un gran numero di paesi fossero di fatto fortemente limitati nella loro libertà di commercio, il che rendeva il sistema economico mondiale relativamente semplice e facilmente gestibile.

Il G8 in realtà non si è mai evoluto in qualcosa di diverso da forum informale di discussione, ma ha certamente avuto un ruolo rilevante dato il peso delle economie dei suoi paesi membri, peso che a livello internazionale si fa fortemtente sentire, specie in sede di organismi economici mondiali come il “Fondo monetario internazionale”, la “Banca mondiale” e la “Organizzazione mondiale per il commercio” (organizzazioni in cui la preminenza degli USA in particolare è schiacciante, basti pensare che nel ’91 il presidente americano Bush senior rifiutò di concedere il prestito domandato da Gorbaciov al FMI per evitare il collasso dell’URSS, cosa che puntualmente avvenne).

 

Nell’era della globalizzazione e del post-modernismo e di tanti altri mille velocissimi processi, ognuno con la sua brava etichetta, il G8 si è dimostrato uno strumento svuotato di gran parte del suo significato a causa della crescente incapacità degli Stati di controllare i flussi economici mondiali (soprattutto nelle loro conseguenze nefaste) e dell’ascesa politica, economica e anche militare, di quei paesi “quasi sviluppati” come Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa e altri ancora. Tutti paesi non occidentali, non tutti democrazie e non tutti capitalisti (perlomeno non secondo i dettami liberali).

Un tentativo di allargare in maniera graduale e relativamente indolore il G8 era venuta nel 2005 da Francia e Inghilterra, che avevano creato il G14 (G8 più Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa). L’importanza di questo gruppo è però assai più limitata perché le 6 “economie emergenti” non possono partecipare ai lavori preliminari degli incontri del G8, riservati ai soli membri del G8, ma solo alle discussioni seguenti e alla redazione delle dichiarazioni comuni. Questa formula, dal sapore vagamente neo-colonialista, è stata subito osteggiata da USA e Russia ed infatti è rimasta priva d’importanza, anche in occasione del recente vertice G8 a L’Aquila.

 

Il G20 nasce alla fine del 1999, dopo che la crisi delle borse asiatiche aveva scosso le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan e altri peasi del Sud-Est asiatico) e ne aveva temporaneamente rallentato la fortissima crescita economica. All’inizio era nato semplicemente come un forum di discussione dei governatori delle banche centrali e dei ministri dell’economia, ma si era rivelato ben presto troppo esteso e differenziato al suo interno per essere di reale utilità (ancora oggi è sempre molto difficile radunare tutti i partecipanti per la foto di gruppo di fine incontro!). D’altronde, l’elevata crescita economica a livello mondiale per tutto il decennio successivo aveva ben presto fatto dimenticare persino il significato del concetto stesso di “crisi economica” e quindi il G20 era rimasta solamente un’esperienza sporadica in cui declamare le bontà del capitalismo finanziario e della crescita infinita (e quindi di per sé non sostenibile).

Come tutti i cambiamenti profondi, anche questo passaggio dal G8 al G20 non è stato rapido e indolore; anzi, è stato fulmineo e doloroso! Le dimenticanze infatti possono essere molto pericolose e così, nel Settembre 2008, il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e il precipitare della crisi hanno ricordato a tutti gli economisti e i capi politici del mondo che non soltanto il concetto di crisi è inerente al sistema economico capitalista, ma anche che la globalizzazione finanziaria ha creato un sistema talmente complesso e interdipendente da rendere imperativa una soluzione mondiale della crisi. Questa urgenza di una soluzione condivisa al livello più ampio possibile ha fornito una spinta fortissima al G20, che si è rapidamente imposto come gruppo di riferimento per la discussione sulla gestione della crisi e sulla riforma e il controllo dell’economia mondiale (i suoi membri infatti detengono l’85% della ricchezza mondiale).

 

Dallo scoppio della crisi sono stati organizzati ben 3 incontri del G20, pieni di dichiarazioni retoriche e ad effetto, com’è inevitabile in questi casi, ma anche con risultati concreti e decisamente innovativi.

L’incontro del Novembre 2008 a Washington, vissuto ovviamente in uno stato d’animo a dir poco confuso, ha per prima cosa reso chiaro che la piattaforma di dialogo prediletta per affrontare la crisi economica sarebbe stata il G20. In generale i paesi membri si osno dati obiettivi di breve termine, entro il 31 Marzo ’09, in direzione soprattutto dell’aumento della trasparenza delle transazioni finanziarie (anche grazie ai nuovi poteri dati al Financial Stability Forum – FSF – o “Forum per la stabilità finanziaria”) e dell’imposizione di norme più rigide per l’azione dei managers delle banche e degli istituti finanziari. Si è data anche particolare rilevanza all’importanza della solvabilità delle banche, un problema che si è dimostrato particolarmente drammatico nel caso del fallimento di istituti di (troppo) grandi dimensioni.

 

Il 2 Aprile, in una Londra blindata fino all’inverosimile, si è avuto l’incontro più importante e significativo. Si è infatti stabilito il varo di un mastodontico pacchetto di stimolo sia all’interno dei paesi membri ($5 trilioni, cioè miliardi di miliardi) sia verso i paesi più poveri, principalemte sotto forma di maggiori riserve del FMI ($1,1 trilione): cifre così elevate da risultare difficilmente comprensibili… e stanziabili, come dimostrato dal fatto che gran parte dei fondi promessi non sono ancora stati versati (mentre sul piano interno alcuni paesi europei come Francia e Germania si sono dimostrati reticenti ad espandere in maniera eccessiva la spesa pubblica). Dal punto di vista delle istituzioni finanziarie mondiali, il FSF è stato sostituito dal Financial Stability Board, con sede a Basilea, che discuterà di molti aspetti riguardanti la gestione delle banche dai bonus dei managers alle quote di capitale minimo. Molto importante poi la riorganizzazione delle quote di capitale del FMI, che ha permesso di rendere – finalmente – più rappresentativa questa istituzione, aumentando la quota di Cina e India in particolare.

Ha sicuramente avuto successo l’offensiva contro i paradisi fiscali: molti stati hanno cambiato la loro regolamentazione in materia fiscale e/o hanno deciso di collaborare, mentre per quelli che ancora non hanno agito il termine ultimo per evitare sanzioni peggiori è stato fissato a Marzo 2010.

 

Dopo l’incontro di Londra molti commentatori, pur impressionati da un evento che rappresenta qualcosa di assolutamente unico fino ad oggi, hanno cominciato a esprimere dubbi sulla reale possibilità che un gruppo così vasto ed eterogeneo potesse andare al di là delle semplici parole e per questo l’incontro di Pittsburgh, il 24 e 25 Settembre, è stato seguito con grande attenzione. Anche se non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, si vedono i frutti di una collaborazione così vasta. È importante notare come gli ambiti trattati in questo incontro si siano estesi oltre la crisi economica e le necessità più contingenti, per abbracciare il tema di una riforma approfondita delle istituzioni finanziarie internazionali (sono state chiarite le modifiche alle quote del FMI e della “Banca mondiale”, a favore dei paesi in via di sviluppo, attualmente fortemente sottorappresentati) e delle regole bancarie (maggior capitale minimo e riduzione del rischio eccessivo) e per definire assieme una “cornice di riferimento per una crescita forte, sostenibile e bilanciata”, secondo le parole del presidente USA Barack Obama.

Una particolare attenzione è stata data all’esigenza di sganciarsi dai combustibili fossili il più in fretta possibile (con buona pace della Russia e soprattutto del Brasile, che ha recentemente scoperto e nazionalizzato vasti giacimenti di petrolio e gas naturale al di là delle sue coste… non devono comunque preoccuparsi più di tanto, dato che la dipendenza dai combustibili fossili continuerà comunque ancora per decenni!). Sono stati fatti anche passi in avanti molto importanti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel medio (2020) e lungo (2050) periodo: in particolare, Cina e India hanno ottenuto che i paesi occidentali prendano la responsabilità di tagliare per primi e più massicciamente le loro emissioni di CO2, viste le loro “responsabilità storiche” nella crescita dell’inquinamento ai livelli attuali.

 

Col vertice di Pittsburgh, il G20 si è trasformato in un forum permanente di confronto dei paesi membri sulle principali questioni economiche mondiali. Certo, in linea di principio può darsi che tutta questa imponente organizzazione che si è venuta formando crolli come un castello di carte non appena la crisi allenterà la sua morsa e quindi la necessità di cooperare per uscirne, ma la trasformazione in forum permanente, l’allargamento delle tematiche affrontate e la grande enfasi posta dai membri del G20 sulla conferenza ONU di Copenaghen sul cambiamento climatico, che si terrà a Dicembre, sembrerebbero indicare che ormai il G20 sia un protagonista centrale della vita internazionale, a livello economico e non solo. Un problema grave sarà garantirne l’efficacia anche in situazioni di “ordinaria amministrazione” dove i contrasti potrebbero essere tali da bloccare ogni decisione congiunta (e nell’UE ne sappiamo qualcosa al riguardo); essendo infatti un organismo basato sul consenso, non può avere la stessa efficacia e forza di una organizzazione nata da un trattato e dotata di strumenti coercitivi.

Nonostante i forti scontri tra manifestanti e polizia che si sono avuti durante tutti e tre gli incontri, è difficile che ci siano molti nostalgici del vecchio sistema, e anche se così fosse, il loro istinto di sopravvivenza politica gli suggerirà di evitare di tesserne le lodi davanti alle folle inferocite e impoverite dalla crisi. Quel che è certo è che i manifestanti si sono scagliati più che altro contro i simboli del capitalismo finanziario sfrenato degli ultimi 10 anni: non a caso gli scontri più violenti sono avvenuti a Londra, nel cuore di quella City che è stata centro simbolico e reale della finanza mondiale nell’ultimo decennio.

Quel che è certo è che a perderci più di tutti saremo noi Europei, specialmente finché ogni paese continuerà a tirare l’acqua al suo mulino e non riusciremo a definire una politica estera comune, forte e autorevole. Speriamo che il prezzo da pagare sia quello necessario per avere un futuro, uno qualunque… magari sostenibile!

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Eliminati i curriculum della specialistica! A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su http://www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista
attilio.dibattista@sconfinare.net
Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

Tutto da rifare: cambiati di nuovo i requisiti minimi del MIUR

Eliminati i curriculum della specialistica!

A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare on-line su www.sconfinare.net la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

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