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Dall’analisi delle richieste presentate dalle liste spuntano altre irregolarità

Sebbene siano passati ormai più di quattro mesi dall’assegnazione annuale dei fondi del Consiglio degli Studenti (CdS) a liste, associazioni e gruppi studenteschi per le attività culturali e sociali 2010, è sicuramente doveroso dare seguito ed approfondire quanto già scritto da Rodolfo Toè nello scorso numero di Sconfinare. L’assegnazione fondi 2010 ha del resto creato non pochi mugugni tra le associazioni (non solo goriziane), e qualche divisione anche all’interno della stessa commissione del CdS. Analizzando più da vicino il verbale di suddetta commissione e le singole richieste di finanziamento, emergono in effetti un’inequivocabile irregolarità e scelte politiche che, per quanto legali, favoriscono palesemente le liste a scapito di gruppi ed associazioni. Ma procediamo con ordine, riassumendo brevemente gli antefatti.

Come ogni anno il 31 ottobre è scaduto il termine per la presentazione delle richieste di finanziamento di attività culturali e sociali studentesche da parte di liste, associazioni e gruppi. Tale finanziamento è regolato dall’apposito “Regolamento per le attività culturali e sociali degli studenti”, che prescrive la formazione di una commissione in seno al CdS, formata dai rappresentanti eletti presso il Consiglio d’Amministrazione d’Ateneo (CdA) e dal Presidente del CdS (con diritto di voto) e da tre membri aggiuntivi del CdS con funzioni unicamente di controllo e di relazione al Consiglio.

Il regolamento prevede agli art. 5 e 6 le modalità precise di finanziamento delle varie richieste presentate (anche attraverso delle semplici formule matematiche), creando però una certa confusione tra liste, associazioni e gruppi, e lasciando così ampio spazio all’interpretazione. I fondi vengono comunque erogati esclusivamente per attività ben determinate, che il regolamento elenca chiaramente all’art. 2, comma 2: “Sono ammissibili al finanziamento le seguenti attività: a) attività editoriali, quali la pubblicazione di giornali universitari e la realizzazione di siti internet, che abbiano come destinatari gli studenti dell’Università di Trieste; b) conferenze o seminari; c) realizzazione di momenti di incontro tra gli studenti; d) mostre od esposizioni artistiche, storiche, scientifiche e tecnologiche; e) esibizioni teatrali, corali o musicali”. Dunque i finanziamenti non sono volti a finanziare le spese ordinarie degli enti richiedenti: cancelleria, spese di trasporto, telefono e simili.

Proprio su queste due questioni, la quantità di fondi erogati per i diversi gruppi, liste o associazioni e la qualità delle iniziative accettate per il finanziamento, si sono però avute le maggiori irregolarità da parte della commissione.

Come già sottolineato da Rodolfo, la commissione ha scelto quest’anno di adottare due modalità diverse di assegnazione dei fondi: una per le liste, ed una per gruppi ed associazioni. Fermo restando per tutti, almeno teoricamente, l’obbligo di presentare dettagliati progetti per le iniziative da svolgere, la commissione ha deciso di seguire alla lettera il regolamento (in particolare l’art. 6) per l’attribuzione a gruppi ed associazioni, ma di decidere liberamente (ed arbitrariamente) per quanto concerne le liste. Si deve aggiungere che essa è stata supportata in questa decisione dall’Ufficio Staff Organi Accademici Collegiali d’Ateneo, che ha avvallato la linea interpretativa della commissione. Tutto è stato dunque formalmente regolare.

Anche nella regolarità, è però lecito chiedersi quanto peso la “politica” abbia avuto nelle scelte adottate all’interno degli spazi di discrezionalità lasciati aperti dal regolamento. È infatti importante sottolineare che se era regolare adottare due metodi di assegnazione diversi, il caso (?) ha voluto che proprio le liste alla fine fossero finanziate mediamente molto più dei gruppi e delle associazioni. Di certo le iniziative proposte da questi ultimi non erano meno meritevoli di finanziamento, né presentavano delle irregolarità; semplicemente si è scelto di finanziare i gruppi e le associazioni in base alla “valutazione delle iniziative proposte” (come da verbale CdA 18-12-2009), mentre si è assegnata alle liste una quota in proporzione al numero di seggi in CdS, ponderati per la percentuale di presenza dei singoli consiglieri.

Da un punto di vista del diritto ci si può anche domandare quanto questo criterio, che pur riempie un vuoto normativo del regolamento, sia effettivamente conforme con i principi ispiratori dello stesso. Vale a dire che se si tratta di fondi assegnati per “Attività Culturali e Sociali” sembra piuttosto scontato dedurre che l’entità dei finanziamenti dovrebbe essere consequenziale alla qualità e quantità dei progetti presentati. Detto in parole povere, il regolamento finanzia le attività delle liste, e non le liste in quanto tali! Una lista minoritaria potrebbe presentare progetti maggiormente formativi per il corpo studentesco, e per questo meriterebbe maggiori finanziamenti.

La commissione ha però deciso di seguire una logica diversa, a mio avviso in pieno contrasto con lo ratio del Regolamento. Sicuramente è anche un caso (?) che tale decisione sia stata presa proprio nell’anno delle elezioni studentesche, in cui evidentemente le liste avranno bisogno di più soldi per la campagna elettorale! Ed infatti ecco i numeri. Se in media le associazioni hanno ricevuto 1896 euro a testa, ed i gruppi 1170 euro, per le liste la media è di 2554 euro a testa (con una punta di 2754 euro per Oltre-Student Office).

Va anche detto per onestà intellettuale, che dai lavori della commissione risulta che il Presidente del CdS Baracetti abbia espresso delle riserve circa l’opportunità di tale differenziazione, chiedendo lui stesso che venisse interpellato l’Ufficio Staff Organi Accademici e Collegiali.

Ma se sin qui si tratta “solamente” di scelte politiche attuate nell’interpretazione di un regolamento effettivamente in alcuni tratti ambiguo, va aggiunto che sono state ammesse al finanziamento iniziative (o meglio non-iniziative) palesemente ed inequivocabilmente in contrasto con l’art. 2 del Regolamento. Spulciando una ad una le richieste di tutte le liste, i gruppi e le associazioni, non sono mancate le sorprese.

In particolare desta quantomeno curiosità la richiesta della lista Oltre-Student Office, che ha visto accordarsi un finanziamento di 200 euro per “Cancelleria ordinaria” e 360 euro per “GO/TS – Attacchiamo le distaccate”. È evidentemente superfluo dilungarsi sull’irregolarità del finanziamento alla cancelleria ordinaria, che non rientra in alcun modo tra le “attività culturali e sociali degli studenti” di cui all’art. 2.

È invece interessante soffermarci sulla volontà di Oltre-Student Office di attaccare le distaccate! A tale scopo ottiene 80 euro per acquistare biglietti del treno TS-GO a/r e 280 euro per effettuare volantinaggio a Gorizia (anche il volantinaggio fine a se stesso è attività culturale e sociale?). Nulla in più viene specificato, né le date in cui i biglietti saranno acquistati, né le iniziative per le quali i volantini saranno necessari. Anche volendo tralasciare il fatto che difficilmente il volantinaggio ed il “trasporto materiali” (come detto testualmente nella richiesta) possa rientrare nelle attività previste dall’art. 2, resta il fatto che qualora 10 membri di Oltre-Student Office vogliano venire a Gorizia per fare una puntatina al casinò in Slovenia e tornare a Trieste, saranno liberissimi di farlo senza che nessuno fattivamente possa esercitare alcuna forma di controllo! Saranno altrettanto liberi di stampare le loro tesi di laurea presso qualche tipografia “compiacente” e far rientrare tali fatture tra le spese di volantinaggio a Gorizia (280 euro) o tra la propria cancelleria ordinaria (300 euro).

È anche da notare che la commissione è stata molto scrupolosa nel valutare una ad una le iniziative delle associazioni e eventualmente rifiutare di finanziare anche singole voci di spesa. Ad esempio è stata rigettata in toto dalla richiesta di AEGEE l’iniziativa “Agorà”, mentre di “Network Meeting” si è ritenuto di poter finanziare solo la singola voce di spesa relativa alla pubblicizzazione dell’evento. Una scrupolosità senza dubbio lodevole, che il caso (?) ha voluto che mancasse durante l’analisi della richiesta di Oltre-Student Office!

Sull’intera vicenda sarebbe probabilmente necessario un pronunciamento del CdS e del CdA, affinché si faccia almeno chiarezza su quanto avvenuto. È importante evitare che simili casi allontanino l’Università degli Studi di Trieste ed un organo di rappresentanza studentesca come il Consiglio di Studenti dalla trasparenza nella quale dovrebbero sempre operare.

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Ti svegli alle 9 del mattino, controlli la posta, stampi i moduli dell’assicurazione sanitaria per la Russia per te e i tuoi colleghi. Hai scoperto meno di  2 giorni prima che essi sono necessari per ottenere il visto, scopo della tua visita al consolato, ma sei riuscito a spargere la parola in maniera sufficientemente efficiente (ente… ente… ente…). Esci di casa alle 10.30: sei ancora davvero rincoglionito: prendi la metro o la 91 per arrivare in via Sant’Aquilino? Opti per la seconda per una questione di velocita’ o semplicemente perche’ e’ meno faticoso. Scendi in piazzale Zavattari e prosegui a piedi. Arrivi al consolato: decine di signore e signorine russe (capelli piu’ biondi del grano, occhi piu’ azzurri del Volga) in attesa di rinnovare il passaporto. Ascolti le loro conversazioni con grande curiosita’ e ti rendi conto che un corso da autodidatta teoricamente da 70 ore (in pratica da almeno 200) non ti e’ servito a un emerito par di balle, se non a cogliere qualche pacemu, shto e sivodnja. Il panico passa col tempo, col tuo raffinato orecchio cominci a comprendere qualcosa di piu’, ma capisci perfettamente anche che la tua vita in Russia sara’ esclusivamente nelle mani della tua collega moldava che il russo lo parla per davvero.

La paurogena coda e’ gestita da un esperto usciere napoletano sui trentacinque/quaranta che tra un “kak della’?” (non depurato da una simpatica inflessione meridionale) e un “vsjo-f-parjadkje?” smista noi avventori della burocrazia russa controllando all’ingresso ogni borsa, ogni tasca, ogni piega dei cappotti per assicurarsi che nessuno di noi sia un qualche tipo di terrorista, perdendo molto piu’ tempo con le avvenenti figliole che gli si presentano che con noi ragazzi italiani, ma in tutta sincerita’ non ti senti di fargliene una colpa. Entri in un ufficio in cui ci sono 2 sportelli aperti su 4 (di cui uno riservato ai visti), tanta gente, poca aria. Il destino quella mattina ti ha messo davanti in coda 3 operatori turistici, ciascuno col suo malloppo di passaporti, fototessere, richieste di visto e certificati assicurativi: tu ne hai 5, loro ne hanno almeno 50 a testa. Oltre a loro, un ragazzo sui 25/30 che parla davvero poco. Scopri 5 minuti dopo, quando ti rivolge domande sulla compilazione di alcuni moduli con un improbabile accento inglese, che e’ irlandese. Interdetto dall’accento, inabilitato dalle poche ore di sonno, stordito dalle continue imprecazioni in russo di una baffuta donnona che sta sputando sul vetro che la separa dall’operatrice consolare, non trovi migliore risposta di un “je ne sais pas” che in una circostanza normale avrebbe suonato come fiele ai tuoi orecchi e che invece scivola leggero e melodioso sulla tua lingua come le unghie di Edward mani di forbice su una lavagna. Ripresoti dallo shock, gli rispondi in un confuso inglese che li’ deve scrivere il periodo e il motivo del suo soggiorno in Russia. Terminata la discussione col timido irlandese, osservi la fauna che popola l’ufficio: da un lato le solite russe che parlano mischiando italiano e il loro idioma, riservando alla nostra lingua in particolare gli accidenti alla burocrazia, dall’altro compatrioti che imprecano con perfetto e gustoso accento milanese riguardo le inefficienze dell’operatrice che ha dimenticato di farsi pagare (35 euro) un visto: questo simpatico contrattempo le fara’ perdere almeno 25 minuti: 25 minuti che le saranno sicuramente fatali un giorno o l’altro dato il numero di maledizioni che gli astanti le hanno riservato concentrandosi sulle sue rotule. Passata un’ora buona in coda, noti che gli operatori turistici si salutano tutti piuttosto calorosamente e che soprattutto si danno del tu con gli operatori “Ciao Olga (che assomiglia terribilmente all’insopportabile bidella delle medie), ci vediamo quando sistemate il Telex”. Ma soprattutto evinci da questa frase che il consolato ha dei problemi di comunicazione con il Ministero degli affari esteri russo, il temibilissimo MID, una sorta di leviatano del viaggio in Russia. Tu a differenza di Mourinho sei un pirla e non presti troppa attenzione a tutto cio’. Arriva il tuo turno, sei pronto: “dobryi din’” e sorriso d’ordinanza (lo esige la tua dimestichezza con gli affari diplomatici che hai assunto per osmosi vivendo a Gorizia), passi i documenti dei tuoi colleghi sotto il vetro che ti separa dall’ormai condannata Olga. Non risponde al sorriso, forse sa di essere ormai destinata a una brutta fine? No. Ti guarda come se avesse gia’ capito che non sei come Mourinho e ti dice con un italiano dolce e rotondo come una zolletta di soda caustica: “voi ripassate! Oggi telex non funziona, non posso vedere vostro invito”; rispondi poco convinto “allora ripasso domani?” e lei, adorabile come sempre, “come vi piace, domani, fatemi lavorare”, permettendoti di capire che quantomeno ha la parola “lavorare” nel suo personalissimo dizionario Olga-Clientechelestasullepalle, ma, nonostante questo, i due sentimenti che si accavallano sul tuo intestino sono entrambi molto forti e soprattutto entrambi rivolti alle sue lunghe ed esili gambe: uno ha a che fare con dei chiodi e l’altro con un diapason da 50kg. Abbandoni l’ufficio, convinto che il giorno dopo il Telex funzionera’.

Edoardo Da Ros

edoardo.daros@gmail.com

 
Falluja (Iraq), novembre 2004. L’esercito americano si appresta a lanciare un’offensiva contro una roccaforte degli insorti iracheni, in quella che sarà ricordata come una delle più sanguinose battaglie del conflitto. A metà strada tra Baghdad e la Giordania, proprio nel mezzo del triangolo sunnita –zona più ostile all’occupazione – la città di Falluja è oggetto di un pesante bombardamento, le cui caratteristiche riveleranno una triste pagina sulle modalità di esportazione della democrazia in quella che era (sic!) la “città delle moschee e della scienza” irachena.

Un’inchiesta tutta italiana (realizzata da Sigfrido Ranucci di Rainews 24) ha gettato luce sull’inquietante utilizzo, pesante e indiscriminato, di armi chimiche nel corso della battaglia da parte delle truppe USA. La sostanza in questione è il fosforo bianco, “Willy Pete” in gergo militare. Le strazianti immagini dei corpi letteralmente fusi dei caduti (civili e insorti), consumati fino all’osso, attestano l’impiego massiccio di quest’arma, che sarà confermato da testimonianze e dalle indagini della stampa di mezzo mondo, fino alla totale ammissione del suo utilizzo per tramite del ministero della difesa inglese. Ma cos’è il fosforo bianco?

Questo solido molecolare, non appena entra a contatto con l’ossigeno presente nell’aria, produce anidride fosforica generando un intenso calore (con picchi di temperatura di qualche migliaio di gradi) e una violenta luce bianca. Un vero e proprio incendio inestinguibile, in quanto la combustione continua fino all’esaurimento anche se immerso nell’acqua. L’impiego corretto (e lecito) di tale sostanza in operazioni militari impone il suo utilizzo in campo aperto, con funzione di illuminazione (è lo stesso principio utilizzato per i “traccianti” o i candelotti illuminanti, in virtù della forte luce che emana) o di copertura, con la creazione di uno schermo di fumo. Al contrario, se le proprietà tossiche e incendiarie del fosforo vengono utilizzate come ordigno diretto contro obiettivi, siamo di fronte ad una vera e propria “arma chimica”, i cui effetti (in una città densamente abitata come Falluja, ma non solo) possono essere devastanti. La dispersione nell’ambiente di “gocce incandescenti” provocate dall’esplosione di un ordigno lanciato dall’alto bruciano letteralmente ogni corpo comburente con cui entrano in contatto (provocando ustioni di terzo grado) fino a molti metri di distanza.

Le immagini della pioggia di fuoco scatenata a Falluja qualche anno fa dagli elicotteri americani sono enormemente simili alle foto analizzate dagli esperti del Times di pochi giorni fa, che ritraggono l’aviazione israeliana lanciare particolari ordigni con una familiare caduta “a tentacolo”, caratteristica del fosforo bianco, su Gaza City (una delle zone più densamente abitate del pianeta).

Le testimonianze di medici costretti a trattare “ustioni molto insolite, difficili da curare, molto profonde” e la foto di un militare intento a maneggiare un presunto proiettile di fosforo bianco – di colore azzurro chiaro, contrassegnato dalla sigla M825A1 – sembrerebbero avvalorare la pesante accusa. Del resto l’esercito israeliano ha ammesso l’utilizzo delle bombe al fosforo “contro obiettivi militari in campo aperto” durante la campagna libanese del 2006, sconfessando precedenti dichiarazioni, secondo le quali l’agente chimico era stato utilizzato solamente per gli scopi “permessi” (illuminazione degli obiettivi).

La Convenzione di Ginevra del 1980 sulla messa al bando delle armi chimiche definisce con dovizia di particolari cosa possa essere considerato “chemical weapon”, e quindi bandito. Non lo è il fosforo bianco, essendo però chiaro come il confine tra lecito e illecito per l’utilizzo di questo agente sia particolarmente labile, e dipenda dall’uso che se ne fa: le armi caricate al fosforo, se utilizzate massicciamente per scopi diversi dall’originaria “illuminazione del campo di battaglia o protezione fumogena delle truppe amiche” (e soprattutto se impiegate in spazi popolati ) possono essere considerate a tutti gli effetti come ordigni proibiti. “La Convenzione – spiega P. Kaiser, portavoce dell’agenzia dell’Onu sul divieto di uso, produzione e stoccaggio di armi chimiche – è strutturata in modo che ogni elemento chimico che venga usato contro l’uomo o gli animali provocando danni o la morte a causa delle proprietà tossiche è considerato un’arma chimica. Quindi non importa di quale sostanza si parli, ma se lo scopo è quello di causare danni con le proprietà tossiche, allora è un comportamento proibito”. E C. Heyman, esperto militare ed ex maggiore dell’esercito britannico, ha dichiarato: “Se il fosforo bianco è stato fatto esplodere laddove si trovava una folla di civili, qualcuno dovrà prima o poi risponderne alla Corte dell’Aia. Il fosforo bianco è anche un’arma terroristica”. Detto da un militare, non fa una piega.

 
Matteo Lucatello

Il porto sepolto

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

G. Ungaretti

Poesia. Una parola intrigante, carica di significato, dolcemente riempita di emozioni, di aggettivi che la qualificano. Cos’è la poesia? Cosa la rende tale da essere considerata un magico punto d’incontro tra gli uomini? Questa la domanda centrale della conferenza svoltasi a Trieste il primo dicembre presso la Scuola Superiore di lingue moderne per Interpreti e Traduttori. Questa la domanda a cui ha risposto poeticamente Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, noto soprattutto per il suo impegno contro il razzismo. Tutto è stato meravigliosamente facile: ascoltare l’autore parlare di poesia, immergersi in quella dimensione, comprenderla. È stato tutto così piacevolmente normale senza quell’inquietudine iniziale che assale chiunque si cimenti con essa.

Poesia è magia, incanto. È amore e violenza nel medesimo istante. Essa è testimonianza, è secondo la definizione utilizzata da Pavese, l’espressione della condizione umana. La si ritrova in quel grido disperato perfettamente riconoscibile della sofferenza. Nel grido dei poeti francesi della Resistenza, come René Char ” J’ai difficulté de me rencontrer dans le fil de l’évidence”. Essa rappresenta l’uscita dall’isolamento, dall’emarginazione. Dov’è la poesia? Al di là del visibile. Impalpabile, ma c’è. Se ne sta in disparte con aria fintamente distaccata ma sempre pronta a catturare ognuno e a portarlo nel mondo del poeta sofferente, del poeta allegro, del poeta malinconico. Quel mondo così stranamente somigliante a quello reale perché la poesia si configura come una traccia, come un passaggio che regge il pesante emblema del mondo universale. Ben Jelloun mette in evidenza l’importanza di questa dimensione. La necessità di staccarsi da un’ottica che presuppone il limite dell’identità e delle diverse culture e civilizzazioni, sottolineato con notevole insistenza dal mondo occidentale. Il dovere di non interpretare in modo erroneo la condizione umana, di evitare la definizione e la catalogazione per sfuggire ad una generalizzazione e caricatura delle stesse culture. La poesia non delimita. La poesia è soltanto un’umile rivelazione dell’umano. Essa è mezzo di comunicazione universale. Non sopporta la debolezza ed è per questo che si annuncia con vitalità, con vigore. Non si serve di mezzi termini, perché odia l’ipocrisia. Il poeta non ha ispirazione. O scrive o non scrive. Esprime i suoi disagi, le sue gioie viscerali e ugualmente diventa portavoce del pathos dell’umanità.

Chi è il poeta? Ruolo difficile da definire. Non è un saggio. Non fa parte della schiera dei “sani”. Ma è colui che aggiunge alla propria vita un po’ di eccentrica follia, sperimenta il proprio io, sfida insistendo il mondo irreale della parola a cui non sa resistere…

L’autore accompagna il pubblico in questo mondo, lo fa citando poeti, riportando testi e afferma con forza l’elemento distintivo della dimensione poetica: “l’endourance”. La poesia resiste al tempo; al tempo incalzante, incurante della pausa, della riflessione, della tranquillità. La poesia si oppone al nuovo valore del mercato economico; non è distrutta dalla diffidenza e dall’indifferenza dell’editore. L’imperativo categorico di Ben Jelloun è “la poesia deve continuare”. Ed essa silenziosamente continua. Continua nelle note dei cantautori, nelle notti di due cari amici che timidamente leggono Prévert. Continua nella volontà dei traduttori di rendere accessibile il testo poetico a tutti. Permane nel sogno di molti, nell’anima di alcuni, nella penna di altri. Resta scritta violentemente in una pagina di appunti strappata che scivola delicatamente da un quaderno…cade a terra, viene raccolta, letta e portata via dall’io bisognoso che da lungo tempo cercava l’espressione delle sue parole incompiute.

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