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Il professore Giovanni Curatola, docente dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Udine, esperto di arte islamica e profondo conoscitore dell’Iran, si è recato proprio in questo Paese dal 23 aprile al 7 maggio 2006, visitando le città più importanti dello Stato. Dato l’interesse sollevato dalle recenti dichiarazioni del primo ministro iraniano Ahmadinejad, e dal contrasto sorto in particolare con gli Stati Uniti sul tema della costruzione di centrali nucleari e centri di ricerca che potrebbero portare, in futuro, alla produzione della bomba atomica, il professore farà un po’ di luce su questo Paese, poco conosciuto, che desta così tante perplessità.
Cominciamo con il presentare la figura dell’attuale primo ministro iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Dopo aver ricoperto la carica di sindaco della capitale Teheran nel 2003, dove si è distinto per una buona amministrazione, è stato eletto nel 2005 dopo un’accesa campagna elettorale in contrapposizione al partito riformista, precedentemente al potere. Per la sua vittoria è risultato determinante l’appoggio dell’ayatollah Ali Khamenei, leader spirituale del Paese e figura di grande carisma. Egli quindi non è uno sprovveduto,ha governato la capitale del Paese che conta 8 milioni di abitanti e,come in molti altri Stati accade, è giunto fino alla guida dell’intero Iran.

A un anno dalla sua elezione, come viene giudicato il suo operato in patria?

Ahmadinejad aveva incentrato la sua candidatura sulla promessa di riforme sociali, sentite come assolutamente necessarie dalla popolazione, ma che al giorno d’oggi risultano ancora inattuate. In particolare la lotta alla disoccupazione, l’adeguamento dei salari al costo della vita e la risoluzione del delicato problema riguardante l’indennità ai veterani della guerra contro l’Iraq negli anni ’80, i punti principali del suo programma di governo, sono ancora lontani dal trovare una soluzione stabile e duratura. La via verso il risanamento è ancora molto lunga. Da ciò la necessità del leader dell’Iran di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, concentrandola sulla fantomatica minaccia da parte di un nemico esterno.

Come giudica le sue recenti dichiarazioni di stampo anti-occidentale ed antisemita che hanno destato tanto scalpore in ambito internazionale?

Tutto nasce dalla necessità di nuove risorse energetiche per sostenere il forte incremento demografico; la risposta di Ahmadinejad risiede nell’impiego dell’energia nucleare, potendo l’Iran vantare di abbondanti giacimenti di uranio. L’eventualità di una corsa al nucleare in Iran ha suscitato opposizioni all’interno della comunità internazionale e in particolare degli Stati Uniti. Il loro tentativo di dissuadere l’Iran dall’approfondire le sue ricerche sul nucleare ha dato la possibilità al premier di organizzare una crociata contro l’occidente, accusato di voler interferire negli affari di politica interna iraniana. Da qui le pesanti esternazioni e minacce indirizzate a Israele e agli Stati Uniti, che hanno scatenato una crisi diplomatica fra questi stati. A mio parere non c’è da preoccuparsi sulla reale portata delle dichiarazioni di Ahmadinejad. Esse fungono da collante tra i diversi strati sociali al fine di risolvere i problemi di politica interna prima denunciati.

Quali possono essere i possibili risvolti di questa crisi?
All’interno della comunità internazionale tre sembrano essere le vie di risoluzione della crisi iraniana: quella più probabile ed auspicabile è la via del negoziato, con l’obiettivo di raggiungere un compromesso tra le ambizioni nucleari iraniane, considerate legittime e necessarie dal premier Ahmadinejad e i timori più o meno fondati degli stati occidentali. Le altre due vie prese in considerazione sono l’attacco armato preventivo, misura adottata nel vicino Iraq, e in alternativa un bombardamento mirato dei centri di ricerca nucleare in territorio iraniano. Entrambe risultano impraticabili rispettivamente a causa dell’estensione del Paese e della disposizione sotterranea dei principali siti di ricerca e sperimentazione.

Leonetta Pajer e Davide Goruppi

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GORIZIA. Jean Lapeyre è il consigliere per gli affari sociali dell’ambasciata francese a Roma. Gli abbiamo posto alcune domande sulla questione del CPE.

Alla luce del passo indietro compiuto dal Governo e delle modifiche introdotte al CPE, ritiene che la Francia sia un paese difficile da riformare?
La Francia è da sempre un Paese difficile da riformare senza concertazione. Non è quindi disposta ad accettare riforme imposte brutalmente dal Governo. E’ quindi necessario un coinvolgimento attivo di tutti gli attori sociali attraverso il dialogo. In realtà, considerando la
storia francese possiamo dire che i più grandi cambiamenti si sono verificati in seguito alle rivoluzioni. Il dietrofront del Governo costituisce senza dubbio un indebolimento della sua capacità di avanzare delle proposte. Non è stato comunque il primo esempio di ritiro di una proposta di legge in seguito a contestazioni popolari: la legge anti fumo ne è un valido esempio.

Che strategia politica si nasconde dietro la proposta del CPE, in considerazione della possibile candidatura del primo ministro De Villepin alle presidenziali del 2007?
Non c’è una vera e propria strategia, se non la volontà di ottenere risultati in tempo brevi riguardo al problema della disoccupazione giovanile. Naturalmente con uno sguardo verso le prossime elezioni, sapendo che un probabile risultato positivo potrebbe aiutarlo a vincere la concorrenza nella corsa all’Eliseo.
E la posizione di Sarkozy, suo probabile rivale per la presidenza?
Non si può affermare che egli sia in disaccordo con il suo primo ministro, poiché in tal caso sarebbe costretto alle dimissioni. Il ministro dell’interno, infatti, condivide globalmente la politica del Governo: si sta dimostrando solidale con De Villepin, pur facendo sentire un’altra musica. Finora Sarkozy non si è posto in aperto contrasto, ha semplicemente indicato un’altra via. Il fallimento del
CPE non ha indebolito la posizione del ministro dell’interno, al contrario: una larga maggioranza dei Francesi ripone la propria fiducia in lui per la risoluzione della crisi. Man mano che le elezioni si avvicinano, le tensioni saranno sempre più forti, a destra come a sinistra. Sarebbe davvero interessante sapere in che momento Sarkozy deciderà di uscire dal Governo…

Possiamo ipotizzare un parallelo tra il CPE e la legge Biagi, varata in Italia nel 2003?

Mi sembra del tutto azzardato: la legge Biagi aveva la ben più grande ambizione di realizzare una riforma organica dell’intero mercato del lavoro. Il CPE invece s’indirizza unicamente alla risoluzione del problema della disoccupazione giovanile.

Qual è stato l’atteggiamento dei giovani delle banlieues rispetto alla contestazione degli studenti?

La situazione delle banlieues era ed è tuttora critica. Il CPE, a differenza del nuovo provvedimento varato in sua sostituzione, non andava a risolvere i problemi dei “banlieusards”, i quali, privi di qualsiasi speranza, manifestano la propria rabbia con la violenza. Non si può sperare di risolvere la questione delle banlieues nel giro di pochi mesi, e neppure di qualche anno. In questo caso,si manifesta in tutta la sua evidenza il fallimento delle politiche di integrazione della seconda e della
terza generazione di immigrati.

La generazione del ’68 è stata colpevole di non avere assicurato il futuro della generazione seguente?

Premetto che non sono molto obiettivo perché anch’io ho faccio parte di quella generazione. I sessantottini hanno perso la capacità d’indignarsi, integrandosi nella società
borghese. Ci sono delle grandi differenze tra i due movimenti di protesta: le ideologie sono scomparse a vantaggio degli ideali. I contestatori di oggi mirano a risultati concreti e materiali, mentre quelli del ’68 volevano cambiare il mondo. Il coinvolgimento in associazioni con finalità umanitarie e ambientalistiche rende l’impegno dei ragazzi di oggi più pragmatico

E’ possibile un avvicinamento di Francia, Italia, Spagna e Germania al modello scandinavo, che sta dando ottimi risultati nella lotta alla disoccupazione giovanile?
Sarebbe disonesto indicare il sistema di “flex securité” scandinavo come la risposta ideale in contesti così differenti. Il sistema dei Paesi nordici si regge su una diversa organizzazione della società e su una pressione fiscale forte, che permette allo stato di offrire maggiori garanzie di reinserimento all’interno del sistema lavorativo. Elementi che non si possono inserire nei Paesi sovracitati.

Agbe Komi
Davide Goruppi
Andrea Luchetta

Consideri il lettore lo sbarco di un extraterrestre sul suolo italico. Consideri che esso coincida con l’infuriare sul nostro suolo della tristemente famosa campagna elettorale del 2006. Si valuti anche l’assoluta estraneità del nostro ospite a vicende di partiti, partitini, partitoni, giochi, alleanze e tradimenti. Poco informato su coalizioni, programmi, sondaggi, trame e botteghe oscure. Si consideri che non abbia mai guardato Porta a Porta. Consideri il lettore, dunque, il suo arrivo e la sua reazione di fronte allo scempio di quell’evento. Ché se si vuole solo tentare di capire fino a che punto il bel Paese si sia trascinato, forse può essere utile levare i paraocchi del “tanto è sempre stato così”. Uscire per un attimo dai panni impolverati dell’italiano disilluso per ritrovarsi in quelli nuovi, vergini, di chi ancora non ha avuto tempo per disaffezionarsi. Il nostro amico iperspaziale che voglia mettersi al corrente si troverebbe davanti a fenomeni strani, “cose dell’altro mondo” penserebbe. Gli avevano detto che la politica è composizione d’interessi. O almeno un tentativo in tal senso. Gli avevano detto che lo scopo del gioco dovrebbe essere comune a tutti, il bene dello stato, più o meno. Gli avevano detto anche che per campagna elettorale s’intende la presentazione di un disegno politico e di un ideale, associata ad un’opera di convincimento della gente a sottoscriverli. Nessuno gli aveva parlato di astuzie, mezzucci e insulti. Due minuti in Italia e l’extraterrestre si rende conto che gli sono state dette falsità. Due giorni e comincia ad appassionarsi alla conditissima telenovela dei due schieramenti. Due settimane e si è bell’e dimenticato di ciò che gli avevano spiegato. Politica ha ormai il ben più accattivante significato di conflitto e la campagna elettorale non è che l’epico, necessario campo di battaglia della fatal contesa. Ne rimarrà soltanto uno. Cambio di prospettiva non da poco, così ben assimilato che nemmeno l’extraterrestre ricorda di averne mai avuta un’altra. Figuriamoci chi extraterrestre non lo è…Ordinaria è ormai la denigrazione dell’avversario e del suo programma piuttosto che l’esaltazione del proprio; allo stesso modo scontata è la fin troppo semplice arte manipolativa che muta episodi da prima pagina in sassolini da far pesare sulla bilancia dell’opinione pubblica. Tuttavia l’uso d’insulti riferiti non solo ad una fazione politica ma estesi all’intero elettorato che a quella fazione fa riferimento, dovrebbe almeno far arricciare il naso. Metà Italia. E invece tutto scivola
perché è il sangue che si vuole, gli elettori ne hanno piene le scatole di confronti tv alla camomilla. Non è certo un fenomeno nuovo; anche le
elezioni del 96 e la campagna elettorale che le precedette furono al vetriolo. Stesso verdetto politico, stessi protagonisti, stesse tattiche, stessi toni da curva nord, spesso stessi insulti. Stessa ambizione di conquistare un riconoscimento d’eccezionale rilevanza solo perché si è
meno peggio degli altri. Esistere in quanto opposto all’altro, il nemico da rifuggere. Dunque via a maccartismi reinventati e ad anacronistiche cacce alle streghe. Poco importa se non credete in noi, basta che votiate contro di loro. Tutto ciò vissuto come il caffè al mattino e il campionato la La Campagna Elettorale 2006 vista a posteriori. Cronache marziane sul voto italiano domenica: la più scontata delle normalità. Polpettone già visto: due eserciti in campo, un unico vincitore, evitabile qualsiasi composizione degli interessi, lotta dura senza paura, il riconoscimento del vincitore è un’eventualità da non considerare. Mai. Il conflitto cresce d’intensità, i civili si stringono attorno al loro esercito. Dagli al nemico….Il vero problema è che in Italia se il nemico non è l’altro, sono io.

Davide Goruppi

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