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Un nuovo rimedio contro la crisi

(in caso di controindicazioni, consultare un medico)

C’è chi ingrassa con la disoccupazione, e a farne le spese siamo noi. E’ già abbastanza difficile così: bisogna inventarsene un sacco, per cercare di sopravvivere a questa nostra epoca. L’ottica di pieno impiego, nella teoria liberista, si fonda sul postulato fondamentale che, in ultima istanza, ogni maschio può sempre arruolarsi ed ogni donna prostituirsi. Ultimamente anche la politica va per la maggiore e non è da escludere che in futuro siano molti i senza occupazione che decideranno di tentare una carriera in qualche partito. Perché no? Non ve l’hanno mai detto, ma con un po’ di flessibilità è abbastanza comprensibile.

Bisogna sapere cosa fare e cosa non fare ed ogni buon consiglio è bene accetto, di questi tempi. Da parte mia, credo proprio che possa essere un argomento utile da affrontare il ruolo che tra Gorizia e Trieste (in un’ottica nazionale ammetto di non saperne nulla) ricoprono le agenzie di lavoro interinale.

Una polemica, recentemente portata avanti dal sito Bora.la e dal blog di una giornalista del Piccolo, Elisa Russo, verte proprio sul ruolo delle agenzie interinali (per intenderci: Metis, Menpower, Umana, etc.), ruolo che definirei quantomeno ambiguo.

La mia esperienza personale, a questo proposito, è stata abbastanza esemplare. Per un paio di mesi, a cavallo tra novembre e gennaio, mi sono messo alla ricerca di un lavoro. Qualcosa giusto per tirare avanti, mica niente di difficile o di qualificato. Mi sarei accontentato di tutto, dal netturbino all’operaio, sono di poche aspirazioni io e, come ben si sa, i soldi non hanno odore (altro grande postulato fondamentale del capitalismo).

Sprezzando il mio impegno, tutti mi dicevano che a Gorizia non c’era lavoro – e questo nonostante il fatto, che avrete notato sicuramente, che gli annunci delle agenzie rimangono appesi per mesi interi in vetrina. A me, che intendevo solamente mantenermi, anche un posto come addetto allo scodellamento in una mensa scolastica sarebbe andato benissimo. Ho ventiquattro anni, una buona istruzione, sono mediamente stupido, mediamente di bella presenza (ho dieci dita, due occhi e una bocca), godo di buona salute: le vie del mondo mi dovrebbero essere (quasi) tutte aperte.

E invece no. Strano a dirsi ma, per quanto fossi diventato un habitué di tutte le agenzie di Gorizia, non c’era apparentemente incarico che potessi ricoprire. Anche quando mi offrivo di fare il pelapatate, mi sentivo rispondere che il mio profilo non era quello giusto, che non ero adatto a quel lavoro, che avevano già assunto qualcuno proprio stamattina (che caso!). E questo non soltanto a me. Insomma, mi pareva proprio che non volessero darmelo, il lavoro, nemmeno quando insistevo per avere un periodo di prova. Mi facevano compilare i loro assurdi ed interminabili curricula, i loro formulari, e mi rispedivano a casa. Non mi hanno mai richiamato.

La piccola polemica nata ultimamente mi ha permesso di fare un po’ di luce sulla faccenda, di vederci un po’ meglio e di mettervi in guardia contro questi giocatori delle tre carte. Le agenzie interinali non vi daranno lavoro, per cui è meglio che ve ne stiate alla larga. Quello che a loro interessa è avere quante più persone possibile iscritte nelle loro liste, in modo da ricevere fondi pubblici (regionali, ma soprattutto europei) che vengono commisurati, a quanto ho avuto modo di capire, in base al numero di disoccupati che esse dovrebbero teoricamente “impiegare”. Invece, se ne fregano bellamente. Stanno lì, a mangiarsi i nostri contributi, e non fanno nulla per migliorare la situazione. Tutto quello che fanno è prendere i vostri dati, inserirli nei loro tabulati in modo da intascare ancora più soldi. Per il resto, chi ne sa nulla. Intanto, loro se ne possono stare a posto e fingere di essere utili alla causa. Mi sembra importante condividere questa esperienza perché quante più persone ne saranno a conoscenza tanto meno loro potranno continuare a fare questo gioco. Siete ancora in tempo per starne a debita distanza. E se proprio ci foste cascati, come il sottoscritto, potete sempre andare lì e togliervi la soddisfazione di chiedere che il vostro curriculum sia cancellato. Contandogliene quattro, possibilmente.

La meta in questione è Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi. Udine, la città della Gladio. Neglie docet.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane. Lui lavora e deve lavorare, quando ha finito può finalmente andare in osteria e ordinare un “tai”. Ben che vada, tornerà a casa e urlerà alla moglie “Femine! Dulà isal di mangjà?!”. Dico “Ben che vada” perché non è detto che riuscirà a pronunciare queste parole senza mangiarsele. Sapete com’è, il vino è nemico dell’uomo e chi scappa davanti al nemico è un codardo. Questo un friulano lo sa bene.

Immediato il parallelo Udine-Gorizia. Ora, sappiamo che il FVG è un bacino particolarmente piovoso: il cosiddetto “pisc*atoio d’Italia”, se non mi fossi spiegato a dovere. Ma anche un udinese dovrà riconoscere che Gorizia è più grigia e piovosa di Udine. Già lo noti quando parti da Udine alle 8 del mattino con tanto di occhiali da sole ed a metà tragitto ti chiedi se il sole a Udine ci fosse davvero. Praticamente arrivi verso Cormons (quello che per i non-friulani è Còrmons) e ti sembra di tornare nei film degli anni ’50. Tutto in bianco e nero.

Arrivi e chi incontri? I Goriziani! Che, poi, li capisco: passare 5 mesi all’anno (sì dai, da ottobre a marzo) in queste condizioni climatiche non è facile. Poco fortunati però: se vanno a Udine sono Bisiachi o Slavi (non Sloveni, Slavi!), se vanno a Trieste sono “furlani”. E tutto il resto d’Italia non sa se risiedono in Italia o in Slovenia.

Poi ci sono i Pordenonesi che per un friulano vero, quello che abita a Udine o nella campagna circostante, è un veneto. Parlano un dialetto diverso, qualcosa di poco udinese e soprattutto non lo chiamano “tai” ma “ombra”. E a Udine l’ombra è quella che proiettano gli oggetti esposti al sole. Quando c’è.

Soprattutto il loro è un dialetto, non una lingua come il Friulano. Provaci, tu, a dire a un Friulano che la sua lingua non è una lingua. Ma in fin dei conti c’ha pure ragione, il Friulano è una lingua così come il Ligure, il Lombardo o il Sardo, come da tutela delle minoranze espressamente citata dalla nostra Costituzione.

Ma l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

I Triestini!!! Come dimenticarsi della guerra archetipica tra Udine e Trieste!? I motivi storici li conosciamo, i libri ce li illustrano a dovere. Ma anche i bambini oramai vengono cresciuti a pane, salame&odio_per_i_Triestini, dalle cui bocche spesso esce un certo melodioso grido “Un solo grido, un solo allarme, Trieste in fiamme, Trieste in fiamme”. Cosa dicano dall’altra parte non voglio saperlo.

Tanto per intenderci, se un bambino Friulano, e quindi di Udine&dintorni, fosse chiamato durante la lezione di geografia di seconda elementare a collocare Trieste sulla piantina geografica, lui chiederebbe spazio su quella slovena. Sia chiaro.

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per questa casta però non vi sono particolari differenze rispetto a quelle delle altre città. Ma per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno.

Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente.

Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

Altri nemici dell’udinese sono poi il friulano della bassa e quello carnico.

Per attribuire le appropriate definizioni di ciascuno è importante eleggere il soggetto di riferimento. Un po’ come la Veritas di Hobbes secondo Schmitt.

Se partiamo da quello della bassa la situazione è semplice. Il mare è Grado, non Lignano. A Lignano ci sono le discoteche, ci si va solo per la festa di Maturità, finito il liceo. Per chi ci va, al liceo, spesso i genitori della zona preferiscono per i loro figli un bell’istituto professionale: perdersi sui libri fa male e ti rovina gli occhi. Per il resto c’è Grado, servita dalle corriere della campagna a sud di Udine. A nord c’è Udine, la gente nobile, oltre ci sono la montagna, i montanari e l’ignoto. Sono quelli che puoi effettivamente definire “contadini”.

Il carnico invece è una specie a sé stante. Non puoi condividere esperienze con lui se non abiti almeno a 30 km a nord di Udine. Il carnico, finchè non gliel’ hanno fatto capire a colpi di no, voleva staccarsi dal FVG e creare una regione a sé, con capitale Tolmezzo. Si alza alle 8, spacca un po’ di legna, la mette nel camino e passa 12 ore in osteria con gli amici (quattro, gli amici sono quattro, non di più) a bere damigiane di rosso che, per dissimulare, versa ripetutamente in bicchierini piccoli, così può berne tanti, perché “tanto sono piccoli”. Il vero carnico, quello vero che abita nei paesini, ti saluta sempre. Solitamente vede 5 o 6 anime nel corso della giornata: se tu lo incontri nei suoi vialetti, ti osserverà per circa 3 o 4 minuti ma ti saluterà, quasi con entusiasmo. A Udine sono “Citadins”, da Udine in giù sono “Terons!”

Grande diatriba udinese-carnico: l’udinese è solito definire “carnici” quelli di Tarvisio. ALT! Tarvisio è in Val Canale, non in Carnia. Non offenderlo! (soprattutto, non offendere i Tarvisiani!! Quelli bevono ancora di più!).

Ma il friulano non finisce qui! Da ottobre a marzo, è sempre tempo di “Brovade muset”! Il piatto dovrebbe essere consumato a capodanno, la tradizione lo impone e il friulano la rispetta. Anzi. La “brovada” è una rapa bianca grattugiata dopo averla macerata nella vinaccia per 40 giorni, da mangiare anche cruda. Ma guai a te se confondi il comune cotechino con l’autoctono musetto: il musetto si chiama così perché vengono adoperate parti del muso del maiale. Musetto non è cotechino e se vieni in Friuli devi saperlo.

Il friulano, non l’udinese, che si rispetti vive in camicia di flanella e pantalone di velluto. Lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. Quello col vocione più forte va alla pesca di beneficenza (3 biglietti 6 euro, ma è conveniente!!) e romperà i…timpani per tutta la sera. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

A settembre il gran finale: dai paesi si parte in massa e si va in città, si può finalmente assaggiare un po’ d’aria della metropoli, UDINE. Signore e signori, vi accorrono da ogni dove: è tempo di FRIULI DOC! Mai festa migliore: incitati e autorizzati e bere per 3 giorni, fino a dimenticarsi l’alfabeto.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Ci sono libri che raccontano una storia, e stop. E ci sono libri che contengono un intero mondo. Ci sono libri che, dal loro privilegiato punto di vista, analizzano e interpretano l’epoca in cui si trovano ad essere scritti. Ora, a guardare bene, si notano due caratteristiche che i migliori tra questi libri hanno in comune. Prima di tutto, essi sono romanzi, in genere. Non saggi, si noti bene, ma romanzi. Credo che ciò sia dovuto al fatto che un buon romanzo, limitandosi a narrare, può rappresentare anche il non detto, l’irrazionale, che è sempre presente in qualche misura in tutti gli eventi umani. Invece, un saggio tende per sua natura a razionalizzare gli eventi. Ecco quindi che un saggio perde quella parte di realtà che non può ridurre a schemi razionali ma che è fondamentale per capire il senso generale di un’epoca. Quindi, risulta incompleto.

Il secondo aspetto è che i romanzi che raccontano un’epoca il più delle volte sono scritti quando essa volge già al tramonto. Credo sia un po’ la stessa cosa che succede con le persone anziane: quando sei vecchio, se ti volti indietro riesci a vedere tutta la tua vita chiara, dritta dietro di te; ne capisci finalmente il senso complessivo, che ti era ignoto mentre percorrevi il tragitto.

Un esempio di questo è senza dubbio “La marcia di Radetzky”, romanzo di Joseph Roth del 1932. L’epoca in questione è la fine dell’Impero Austro-Ungarico, che Roth ha vissuto in prima persona: nato in Galizia, alla frontiera orientale dell’Impero, nel 1894, combattente nella prima guerra mondiale e poi esule prima in Germania e poi in Francia, morto alcolizzato e disilluso nel suo appartamento di Parigi poco prima dell’occupazione nazista, Roth ha sempre portato su di sé le stimmate del crollo di un mondo. E la sua vita, come spesso accade, si rispecchia in qualche modo nella sua opera: La marcia di Radetzky racconta la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni, da quando Joseph, piccolo sergente di origine contadina, riceve il titolo nobiliare per aver salvato la vita all’Imperatore Francesco Giuseppe durante la battaglia di Solferino. Da questo momento, la vita della famiglia Trotta si lega a doppio filo a quella dell’Imperatore e, di conseguenza, a quella di tutto l’Impero: ogni evento della loro vita sarà simbolo di un cambiamento più grande nella vita del loro Paese. La microstoria è Macrostoria. Roth si concentra in particolare su Franz Trotta, figlio del sergente, commissario distrettuale e fedele servitore dello Stato, e su suo figlio, Carl Joseph, sottotenente suo malgrado nell’esercito austriaco. La differenza e il contrasto tra i due ci mostra il forte cambiamento di valori, il passaggio tra 800 e 900: come Franz Trotta è un fervido credente nell’Impero e nei riti e valori dell’aristocrazia austriaca, il figlio è turbato, disilluso; vorrebbe credere ma non ci riesce. Come il padre vive ancora nel mondo solido dell’800, gonfio di certezze e rituali che si ripetono sempre uguali a sé stessi da secoli, così il figlio è già un cittadino a pieno titolo del ‘900: cupo, insicuro, sente attorno a sé il mondo sbriciolarsi e diventare liquido. Anche il suo fare parte dell’esercito diventa, per Carl Joseph, solo una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare alcun senso; cerca sempre nuove vie di fuga, nel gioco, nell’alcool, nell’amore, ma alla fine i suoi spettri rimangono, la mancanza di un senso si accresce sempre di più. E’ quindi un personaggio modernissimo, molto più moderno del tempo in cui si trova a vivere: l’Impero Austroungarico, sembra dirci Roth, non si è estinto a causa della Guerra mondiale. Essa ha solo velocizzato un processo che era già ben avviato e inarrestabile, perché nelle menti della gente più che nei rivolgimenti storici. I vecchi miti dell’aristocrazia asburgica ci appaiono già in decadenza, sono già dei fantasmi che camminano. A loro si sostituiscono nuove idee, come il nazionalismo, il nichilismo, la democrazia; ma in generale si afferma un nuovo uomo, incompatibile con quello vecchio: lo stesso imperatore ammette ripetutamente, nel corso del romanzo, di sapere che l’Impero non gli sopravvivrà . E non solo l’Impero: tutto un mondo, tutta l’Europa, sta lasciando il passo a qualcos’altro che spinge per entrare. La famiglia Trotta, e tutto l’Impero, sono sconfitti dalla storia stessa; se Carl Joseph sente su di sé il peso di questo fatto, ma non lo sa ancora riconoscere, il padre rimane cieco fino all’ultimo, per poi cadere più rovinosamente quando la guerra distruggerà la sua famiglia, il suo Impero e il suo mondo. Nel libro non c’è speranza; il sentimento unico è quello della perdita, della rassegnazione. Roth vede il suo mondo andare in frantumi, lucidamente, e non sa resistere in nessun modo, se non attraverso l’autodistruzione. Come Carl Joseph, Roth è uno sconfitto, un reduce; un uomo fuori posto nel mondo in cui si trova a vivere. Ma la sua situazione personale, com’è proprio di tutti i grandi artisti, non si limita all’Impero Asburgico: diventa simbolo di ogni uomo moderno. Che ha perso l’innocenza e la certezza di un senso, non avendo in cambio altro che sé stesso.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

Siamo alla dodicesima giornata del campionato di calcio italiano di Serie A. L’Inter e’ sola in testa al comando con 29 punti, seguono Juve e Milan rispettivamente a 5 e 7 punti di distacco. Fiorentina e Samp occupano la quarta e quinta posizione a pari punti (21), con i Viola in vantaggio per differenza reti. Cos’ha detto di nuovo questo campionato? Innanzitutto la dipartita delle due grandi stelle del campionato, Ibrahimovic e Kaka’, e’ stata indolore. Cio’ che stupisce e’ la capacita’ del Milan di riaffermarsi a livelli abbastanza alti (anche se non bisogna dimenticare le scoppole prese dalla banda Mourinho) nonostante l’assenza dell’asso brasiliano e a cui si aggiunge un mercato che di positivo ha portato solamente il non ancora perfetto Thiago Silva. In verita’ cio’ stupisce solamente chi non segue il campionato da qualche anno, perche’ di recente nelle competizioni nazionali Kaka’ ha raramente mostrato i numeri che facevano impazzire mezza Europa. Vien da pensare che la cosiddetta “mentalita’ europea” del Diavolo e del brasiliano derivasse semplicemente dal modo diverso di affrontare gli avversari in Europa e in Italia, dove nella prima il calciatore, grazie al gioco eminentemente offensivo praticato, gode di maggiori spazi e dove quindi Kaka’ poteva dilagare grazie alla sue progressioni, mentre le squadre italiane, specie le “piccole”, tendono a chiudersi nella loro meta’ campo impedendo le accelerazioni palla al piede. Perdita indolore in campionato per il Milan dunque. Per l’Inter sembrerebbe difficile poter dire altrettanto, dato che Ibra l’anno scorso e’ stato capocannoniere e uomo assist piu’ che mai. Tuttavia la societa’ ha fatto un mercato molto accorto e di prospettiva, capace di non far rimpiangere affatto l’assenza dello svedese, con un unico appunto che si potrebbe fare a Moratti e Branca, cioe’ quello relativo all’integrita’ fisica di alcuni nuovi elementi (Milito e Motta, ma anche Sneijder), ma era sinceramente difficile trovare di meglio sul mercato per i prezzi a cui sono stati acquistati. La Juventus per ora e’ la sorpresa in negativo, anche se per valutazioni piu’ oggettive sarebbe meglio aspettare di vederla con tutti gli infortunati di lunga data in campo. La squadra bianconera viene da un mercato dove sono stati spesi circa cinquanta milioni di euro per comprare due ottimi giocatori, Diego e Melo, a cui si aggiunge il ritorno di Cannavaro. Tuttavia a Torino sono mancate le adeguate considerazioni sulla continuita’ e l’adattabilita’ del primo e sulla maturita’ tattica del secondo. Diego, dopo un inizio spumeggiante in cui ha fatto vedere cio’ di cui e’ capace, complici anche alcuni fastidiosi infortuni muscolari, sembra essersi un po’ perso; la colpa sembra ascrivibile in parte al necessario periodo di ambientamento al nostro calcio privo di spazi, in parte a Ferrara che col suo compatto 442 non lo metteva nelle condizioni di rendere al meglio (col 4231 le cose sembrano andare meglio), in parte della sua fisiologica discontinuita’: chi lo segue dai tempi del Werder giura che essa fa parte del suo DNA.

Altra conferma di quest’anno arriva dalla Sampdoria che per ora ha confermato quanto di buono visto l’anno scorso dall’arrivo di Pazzini in poi, anche se ultimamente sembra vivere una battuta d’arresto. Anche la Fiorentina si sta confermando ad alti livelli, grazie innanzitutto alla rinuncia al 433 e un impiego del 442 che le permette di avere la migliore difesa in campionato e grazie anche a uno Jovetic spettacolare, soprattutto nella primissima parte della stagione. Il montenegrino ha fatto splendidamente le veci di Mutu fintanto che questo e’ rimasto ai box per vari problemi (fisici ed economici).

Le stupende sorprese di quest’anno sono per ora Parma e Bari, due neopromosse costruite con giudizio e soprattutto intorno a giovani affamati: Paloschi, Lanzafame e Biabiany compongono il trio di ragazzi terribili del Parma, mentre in Puglia si godono la difesa composta dai giovani centrali Ranocchia e Bonucci, che dopo quella Viola, e’ la migliore del campionato. In negativo hanno finora sorpreso le romane, (Roma a 15 punti e Lazio a 11),  a causa della mancanza, per la prima, di un vero progetto tecnico (Spalletti si e’ dimesso dopo due giornate) e per la seconda di… non si sa cosa, dato che e’ una squadra ottima sulla carta da tutti i punti di vista. Il Napoli sembra avere il vento in poppa dopo l’arrivo di Mazzarri, chissa’ se riuscira’ a recuperare il terreno perduto nelle prime giornate?

Dando uno sguardo ai numeri e ai risultati cio’ che emerge abbastanza chiaramente e’ che i nerazzurri sembrano al momento distanti per tutti: al Milan manca l’intensita’ necessaria ad affrontare squadre molto chiuse e dotate di buona corsa, alla Juve manca un po’ di personalita’ in campo e soprattutto la capacita’ tecnica di nascondere la palla all’avversario quando viene il momento di abbassare i ritmi e addormentare la partita poiche’ soddisfatti del risultato. L’Inter di quest’anno sembra in effetti riuscire a conciliare questi due aspetti sempre piu’ importanti nel calcio moderno e per questo, anche quest’anno in Italia, sara’ la squadra da battere.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

21092009251Ci sarebbero molte cose da scrivere, parlando di un Erasmus. Anche se esso è iniziato da appena tre settimane un mese; ma si sa, il periodo iniziale è sempre quello più ricco di impressioni e emozioni. Potrei fare i soliti panegirici sull’università estera, sulla sua organizzazione, e ad esempio sugli ottimi mezzi pubblici; ma sarebbe un po’ ripetitivo, e non avrebbe molta utilità per nessuno. Ma come si presenta, invece, Vienna ad uno studente straniero? E soprattutto, è una scelta che rifarei?

La risposta alla seconda domanda è abbastanza semplice: sì. Giorno dopo giorno, sono sempre più convinto che questa sia la città che rispecchia di più il mio carattere. Ho trovato una città che si muove al mio stesso ritmo, e questo è importantissimo. Per dire, scordatevi il traffico caotico di Roma, ma anche la metropoli tentacolare londinese, o le infinite banlieues francesi: a Vienna tutto si muove al ritmo di un grande villaggio, piuttosto che di una città, senza che per questo risulti noiosa o provinciale. Anzi, è molto vivace, se si sa dove andare a cercare. In più, Vienna è priva di periferie in senso classico; le zone “suburbane” sono dei villaggi a sé stanti, autonomi e con una propria identità, in cui la delinquenza e il degrado quasi non esistono. Ogni quartiere ha la propria storia, ed è orgoglioso di essa. Tutto è umano, e la persona ha il palco d’onore. Ad esempio, il parco di Schoenbrunn è percorso per la maggior parte da persone che fanno jogging e da famiglie con i passeggini. Come tutti gli altri moltissimi parchi della città: qui è molto viva la cultura degli spazi aperti, e vedere nei pomeriggi di sole centinaia di persone camminare, correre o giocare al Prater o sulla Donauinsel contribuisce a creare un’atmosfera rilassata che non vedevo da un pezzo.

10102009356Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta si lega a quanto detto fino ad ora: Vienna è una continua sorpresa. E’ una sorpresa quando la burocrazia di iscrizione si rivela molto rapida, e in poco tempo ti ritrovi immatricolato all’università di Vienna, la più antica del mondo tedesco (cosa che, lo ammetto, da’ una certa soddisfazione; anche perché vendono le felpe dell’università!). E’ una sorpresa quando gli impiegati dell’ufficio Erasmus, della segreteria studenti e persino delle banche sono gentilissimi e disponibilissimi ad ogni esigenza, nonostante ciò che ti avevano detto prima della partenza. Ma è una sorpresa anche che ad ogni suo angolo, in ogni suo scorcio ai grandi monumenti si affiancano momenti di vita quotidiana che rivelano una molteplicità che non ti aspetti. Si tratta di una grande capitale europea, a pieno titolo; abbondano i ristoranti etnici, e l’inglese è parlato correntemente. Anche troppo: a miei ripetuti tentativi di parlare tedesco, il mio interlocutore mi risponde regolarmente in inglese. Perfetto, per carità. Però non aiuta molto la mia autostima.

Vienna è una grande capitale anche per l’offerta di attività. Le scelte sono moltissime, e (quasi) tutte di altissimo livello. 08102009353E quello che colpisce di più, è che si respira un rapporto con la cultura diverso da quello a cui siamo abituati noi: essa è viva, moderna, affrontata senza timori reverenziali. Un esempio su tutti: il primo sabato di ottobre si è tenuta la Lunga Notte dei Musei, un evento in cui tutti i musei della città rimangono aperti fino all’una di notte, e sono tutti visitabili con un unico biglietto da 11 euro. A parte l’enorme massa di gente che vi ha partecipato, la cosa che mi ha colpito è il fatto che i musei siano considerati dei luoghi di ritrovo: ci sono bar, discoteche e locali, cosicchè la cultura non è qualcosa di morto, ma diventa parte dell’identità del popolo. Identità che si riconosce in un passato glorioso, in cui a Vienna si decidevano i destini del mondo, e che ora si sente soffocata come capitale di un piccolo Stato alpino in cui, in fondo, non si riconosce. Ogni angolo di strada richiama gli Asburgo, e si respira un certo senso di nostalgia per l’epoca d’oro perduta. Ma questo, appunto, non porta Vienna a piegarsi su sé stessa e addormentarsi, ma al contrario, la spinge ad aprirsi al mondo, per riacquistare quella grandezza. Vienna è una vera capitale europea, più ancora di Parigi o Londra: esse lo sono per forza di cose, ma in ogni caso la loro identità è prima inglese o francese, e poi europea. Invece, Vienna compie il salto; vive e si muove prima di tutto a livello europeo, perché solo a quel livello si sente a proprio agio. Così, la nostalgia, da punto di debolezza e rimpianto per il passato, è diventata punto di forza e di spinta verso il futuro.Il valzer, inno di Vienna, risuona di alcuni accordi blues. E la melodia che ne esce è da applausi.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

http://www.bora.la: è on-line il nuovo quotidiano euroregionale

Questo articolo è una marchetta. Lo dico subito, così ci togliamo il pensiero: andate a leggere http://www.bora.la. E però, se avrete la pazienza di arrivare fino in fondo, forse concorderete che questa marchetta un minimo di senso ce l’ha, perlomeno qui e ora.

Bora.la era un blog, che il genialmente paranoico Enrico Maria Milic e la sempre adorabile Annalisa Turel- tuttora direttrice di Sconfinare- hanno pensato bene di trasformare in quotidiano. Non prima, però, di aver unito le forze con Gorizia Oggi.

L’obiettivo, ambizioso quanto si vuole, è quello di creare il primo giornale on-line dedicato a queste terre. Ecco, quali terre? Non è una differenza da poco, visto che se qua da noi qualcuno dice doberdan anziché buongiorno, immediatamente si attribuisce alla scelta un valore politico. Allora Gorizia sì e Nova Gorica no? Invece ci sono sia Gorizia che Nova Gorica. E poi Lubiana (Lublijana! taljani fassisti!), Udine, Koper (iiihhh! Capodistria!), Monfalcone, Rijeka, Klagenfurt, Trieste e tutto quello che ci sta in mezzo. E, quando ci gira, facciamo pure un salto in Macedonia o in Baviera. Saremo mica comunisti? Saremo mica titini? E le foibe, eh, cosa ne pensiamo delle foibe? Perché si sa che, qui, i Quaranta Giorni sono il metro di tutto. S’ciavi contro taljani, fassisti e comunisti, pasta vs cevapcici. I campioni del mondo siamo noi, poporopopo.

Ecco, cordialmente, vaffanculo. Potremmo dire che la nostra linea editoriale si riassume in questa meravigliosa parola: vaf-fan-cu-lo. Le quattro sillabe della felicità. Il nostro direttore si chiama Enrico, come l’eroico Toti. E però di cognome fa Milic, che non rimanda proprio al dolce stil novo. Cos’è, italiano o sloveno? Chissenefrega. Sono astrusità, elucubrazioni, insicurezze esistenziali.

L’idea di fondo del sito è quella di concepire tutte queste terre come un insieme in relazione, giusto per non essere retorici. Il confine è solo una linea tracciata su una cartina, e grazie a dio adesso li stanno tirando giù. Restano, eccome se restano, delle frontiere mentali ben incancrenite. E’ essenzialmente contro di loro che si rivolge il nostro lavoro.

Poi, detto questo, devo pure aggiungere che il secondo assioma, tanto importante quanto il primo, è la massima libertà: sia per gli autori degli articoli che pubblichiamo, sia per i lettori che scelgono di commentarli. Non c’è nessuna forma di censura, se non per i messaggi apertamente violenti. Ecco, è capitato che qualcuno proponesse di bombardare Lubiana per convincere il governo sloveno della bontà del rigassificatore. Il Gandhi in questione non è stato pubblicato, ma rappresenta un’eccezione.

Cosmopolitismo e massima libertà, insomma. E anche, con un po’ di presunzione, la voglia di approfondire temi su cui, spesso, i media locali passano un po’ troppo in fretta. Ci piacerebbe svolgere delle inchieste, andare in giro, fare domande, rompere le balle. E poi pigliare per i fondelli chi si prende troppo sul serio. Parlare delle attività culturali. Dare spazio agli scrittori, ai musicisti, agli attori, a chiunque senta di avere qualcosa da dire. Creare un contenitore dinamico e caotico.

Ci piacerebbe, non è detto che ci riusciremo. Siamo all’inizio, bisogna avere un po’tutti pazienza. I problemi non mancano, a cominciare dalla cassa che piange come un bimbo di due mesi, o dall’organico necessariamente limitato. Noi ci proviamo. Que sera sera e speriamo che, alla fine, ne sarà valsa la pena.

Come nota a margine, e per dare un po’ di senso a tutta la marchetta, lasciatemi ricordare il legame strettissimo che esiste fra Bora.la (il “la” sta per Laos, giuro che non è uno scherzo) e Sconfinare. Le due realtà editoriali sono nate praticamente in contemporanea, su impulso di persone che nemmeno si conoscevano, pur condividendo molti degli obiettivi di partenza. Era naturale che la collaborazione si intensificasse. Di Annalisa s’è detto. Davide Lessi, uno dei tre fancazzisti che hanno concepito questo giornale, oggi è una delle anime della redazione triestina di Bora.la. Rodolfo Toè, satrapo della musica e recordman per numero di articoli pubblicati su Sconfinare, non fa mai mancare il suo pezzo on-line settimanale. E poi contribuiscono a vario titolo Emmanuel Dalle Mulle, Michela Francescutto, Davide Goruppi, Luca Gambardella, Francesco La Pia. Tutti sconfinati della prima redazione ora sparsi per l’Europa. Piccoli rompiballe crescono.

Un’ultima cosa: non cerchiamo solo lettori, ma anche autori, fotografi, disegnatori e idee: chiunque fosse interessato, batta un colpo a redazione.trieste@bora.la o redazione.gorizia@bora.la. Grazie. Mandi mandi.

Andrea Luchetta

Ti parrà strano, però questo disco non l’ho ascoltato per nulla. Ultimamente non piove poi così spesso e voglio aspettare, tante volte un’idea è più importante del lavoro in cui s’esprime. Le cose sgretolano, si rovinano, passano. Con un po’ di pazienza invece l’idea può restare. Ti parrà strano Dean, scrivere di un disco che non ho mai ascoltato. Però io già me ne sono innamorato, perché sono molto naif e senza troppe pretese lo capisco. Capisco come ci si deve sentire se il tuo migliore amico si schianta da qualche parte a metà strada tra gli anni sessanta e l’eternità, proprio un attimo prima della festa che finisce; non era il momento Dean, ma chi avrebbe detto che avremmo dovuto appendere le tavole da surf al chiodo e vendere i nostri dischi dei Beach Boys, tagliarci i capelli e finircene in Vietnam senza mai avere avuto un mercoledì da leoni? E allora Jan, che fino a quel momento ha tenuto le redini del gruppo ben salde finisce fuori strada, ok, è paralizzato su un letto d’ospedale ed è in coma, ok, e non suonerà mai più. Mai più feste, pianti, risate, ragazze e chitarre, litigi e sogni, è l’estate, un altro bicchiere di vino e poi basta, la corsa ha superato il corridore; è stato tutto così improvviso Dean, ora che altro ti resta?, e tu pensi alla pioggia perché altrimenti non riusciresti a rispondere. Ti rinchiudi nel tuo studio casalingo e registri un disco di cover, e tutte parlano della pioggia, soltanto della pioggia.

Ti dirò, Dean, io il tuo disco non l’ho mica ascoltato ancora. Ce l’ho qui, davanti a me, ancora bello chiuso e impacchettato, perché ora non piove e seguo il tuo consiglio, preferisco aspettare e tenerlo da parte. Un giorno che pioverà potrei averne bisogno. E sai perché ne parlo adesso? Soltanto per la pioggia, Dean, perché appena ho letto il titolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stato un qualche pomeriggio da bambino alla fine di agosto, chissà quando molto tempo fa, le prime gocce piovono dal cielo e lavano via dalla pelle la polvere ed il sole, e tu sai che l’estate volge al termine e ha un buon profumo mentre svanisce. L’ho perfino ordinato il tuo disco, Dean, l’ho fatto venire apposta qui perché in giro non lo si trova, e l’ho fatto solo per quel motivo. Perché per un attimo m’è parso di vederti, non come sei veramente o com’eri a vent’anni mentre lo registravi, no; ti vedo a cinque o sei anni con una bella chioma bionda ordinata che tua madre ogni mattina con cura ti pettina, ti vedo in un giorno d’estate ma non giochi mai, non sei in riva alla spiaggia o per strada, ma disteso sul tuo letto ed osservi le finestre rigarsi di pioggia. Perché l’estate non dura per sempre e soprattutto non torna, ci saranno altri anni, però è un peccato, Dean, è un vero peccato.

Il tuo disco non l’ho ancora ascoltato e non posso dir altro, è lì ad un lato della scrivania ed aspetta che arrivi il suo giorno di pioggia. Non c’è fretta, capita prima o poi ed allora sai che in qualche modo devi rimetterti in spalla la vita e pensarci da solo; lo fanno tutti e puoi solo sperare di dimenticare in fretta l’estate e vuoi saperla una cosa? – Dean,

spero di non trovarci nessun arcobaleno.

Rodolfo Toè

E’ successo davvero! Il 9 marzo! Giuro! Fatevelo raccontare! In piena assemblea! Il capitano ha detto che se qui non ci piace siamo liberi di andarcene! E lasciare la barca! Bella forza! Ma non sapeva che qui è pieno di Iceberg! Evidentemente no! Da qualcosa avremmo potuto capirlo però! E’ stato troppo facile salirci! E non tutti erano convinti! Gli ufficiali più furbi se n’erano già andati da un pezzo! Per non parlare dei ricchi! Quelli si sono presi le scialuppe più veloci! Verso qualche nuova città all’estero! E i topi! I topi sono sempre i più svegli quando si tratta di andare a picco! Capiscono subito da che parte tira l’aria! Sissignore! Ma noi no! Noi siamo rimasti! Noi abbiamo avuto fiducia! Vorremmo solo che il Titanic a New York ora ci arrivasse! Non siamo capaci di saltare! E l’acqua è gelata! Non ci sono alternative! Ma il capitano non può virare! No! Però il capitano ha detto che siamo liberi di andarcene se così ci fa piacere! Grazie tante! Ma io ho pagato per arrivare fino a New York!

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“La domenica delle salme non si udirono fucilate: il gas esilarante presidiava le strade. La domenica delle salme si sentiva cantare: quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”. Così cantava Fabrizio De Andrè, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ne La Domenica delle Salme, la sua canzone civile più famosa. Nei giorni scorsi, i giorni dell’attacco israeliano a Gaza, questa canzone mi è tornata improvvisamente in mente. Il fatto è che guardi alcuni telegiornali italiani nei momenti di apice della crisi nella Striscia, e scopri che tutti hanno ben altre priorità nelle notizie. Si parla del gelo (?), della neve a Milano, dei saldi maistaticosìsaldi, del Grande Fratello 9 che finalmente ricomincia, e chi più ne ha più ne metta. Ma di ciò che succede in Medio Oriente, per fare un esempio, neanche un cenno. E quando un cenno c’è, non ti aiuta a capire, ma si tratta solo di una dichiarazione di tifo per una delle due parti in lotta, come se si trattasse di una partita di calcio. Allora, mi sono reso conto di quanto De Andrè avesse ragione: la nostra è una società del disimpegno, del divertimento ad ogni costo. Siamo anestetizzati da un continuo brusio di fondo; ci sentiamo informati su tutto, e in realtà non siamo informati su niente. In questa situazione, è importante che ognuno di noi faccia il possibile per mantenere vivo un dibattito costruttivo. E’ un’operazione difficile, che costa tempo e fatica, senza dubbio. Nessuno nega che sia molto più facile lasciarsi trascinare dal flusso, prendendo ciò che ci viene offerto in abbondanza, senza farsi troppe domande. Ma è un atteggiamento che, per noi di Sconfinare, sarebbe poco dignitoso. Ecco perché cerchiamo di fare “opposizione costruttiva”: nel nostro piccolo, cerchiamo di sollevarci dal cicaleccio continuo che ci circonda, per parlare con voce chiara. Non è detto che ce la faremo, ma intanto ci proviamo, e cerchiamo di migliorarci numero dopo numero. In questo nostro ambizioso tentativo, voi lettori siete imprescindibili; se riusciremo a fare qualcosa di buono, sarà soprattutto grazie a voi che ci seguite con attenzione e interesse. Buona lettura!

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Partiamo dai fatti: lo scorso 5 Dicembre a Roma la CEI per voce di monsignor Bruno Stenco, direttore dell’ufficio nazionale della conferenza stessa per l’educazione, la scuola e l’università, ha tuonato indignata contro i 130 milioni di euro di tagli previsti per le scuole paritarie nella finanziaria 2009, e ha minacciato di portare in piazza le federazioni delle scuole cattoliche se i tagli fossero stati effettivi.

Nel giro di qualche ora (!), con un emendamento al ddl Bilancio,120 milioni di euro sono stati ripristinati, ha fatto sapere il sottosegretario all’economia Giuseppe Vegas; sarà il ministro dell’istruzione, di concerto con il ministro degli affari regionali e il ministro dell’economia a decretare i criteri per la distribuzione di questi fondi entro 30 giorni dall’entrata in vigore della finanziaria. Dopo il ripristino dei fondi il portavoce della CEI Domenico Pompili ha alleggerito i toni, dichiarando che i vescovi, preoccupati per le scuole cattoliche confidano comunque negli impegni presi dal governo. Ora vi propongo un indovinello: quanti parlamentari hanno protestato? Se avete detto 0 complimenti, avete indovinato! Di fatti pare proprio che l’unico a contestare immediatamente la decisione del governo sia stato Paolo Ferrero, segretario del PRC (e se non lo facevano loro!), che da alcuni mesi a questa parte è un partito extraparlamentare. Ferrero ha polemizzato dicendo che mentre il governo ha ignorato le manifestazioni a cui hanno preso parte migliaia di studenti e docenti, rifiutando di cambiare i provvedimenti sulla scuola pubblica e l’università, è bastata una semplice minaccia di mobilitazione da parte dei vescovi e delle scuole cattoliche private per far cambiare idea alla maggioranza. Più della marcia indietro sui tagli, comunque equivoca e quantomeno contraddittoria per un paese che vuole definirsi laico, è stata “sorprendente” la reazione del parlamento: nessuno ha protestato, anzi membri dell’opposizione come Maria Pia Garavaglia ed Antonio Rusconi del PD hanno lamentato, dopo il ripristino dei fondi, che mancavano all’appello altri 14 milioni di euro per le scuole paritarie. Questo fatto dimostra una volta di più quanto in Italia sia labile e confuso il confine fra stato e chiesa nonostante siano passati ormai quasi 140 anni dal 20 Settembre e quanto ancora oggi lo stato sia condizionato nell’attività legislativa dalla chiesa. In un paese veramente laico il retrofront del governo avrebbe suscitato per lo meno la protesta di una parte del parlamento, quella dei laici di destra e sinistra, se non manifestazioni di piazza; da noi nulla di tutto questo sarebbe accaduto, anzi stava per succedere il contrario. In un paese veramente laico e sovrano, dove i politici non hanno paura di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni, la maggioranza di governo non ritirerebbe di certo i propri emendamenti alla prima minaccia di proteste della CEI, o di qualsiasi altra associazione o gruppo,ed invece a Roma questa è la regola da sempre, se il gruppo che protesta è forte ed influente. Alla luce dei fatti se si è tornati indietro su questi 120 milioni, la scontata conclusione a cui si giunge è che una decina di vescovi conta nei palazzi romani più delle centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza contro i tagli del decreto Gelmini. E’ vero che la somma che si è deciso di ridare alle scuole cattoliche è ben poca cosa rispetto alle decine di miliardi di euro che ogni anno vengono stanziati per la scuola pubblica, che è la maggioranza che deve governare anche infischiandosene dell’opposizione e delle proteste, ma anche così la decisione è ingiusta per principio, a priori, se prima il ministro dell’istruzione afferma che è finita l’era dei privilegi e degli sprechi, che si cercherà di riformare in senso meritocratico la scuola, e poi nella realtà dei fatti una parte del sistema scolastico (quella più numerosa e con meno risorse) vede i suoi fondi diminuire e l’altra, molto meno numerosa e più ricca li vede inalterati. Perché si attuano provvedimenti duri di contenimento dei costi verso quelle che sono le scuole DELLO stato e al contrario, verso quelle che sono a tutti gli effetti delle scuole private NON statali (anche se qualcuno ha pensato bene di chiamarle paritarie) si adopera un trattamento di favore? Dopo quello che sta accadendo, pare proprio che il primo presidente del consiglio italiano a raccontare barzellette non sia stato Berlusconi, bensì l’indimenticato Conte di Cavour quando diceva “Libera chiesa in libero stato”. E’ la storia a dircelo.

Luci e ombre del decreto anticrisi

Il 28 Novembre è stato varato il decreto legge n. 185/2008, meglio noto come “decreto anticrisi”, che ha acceso una vivace discussione all’interno del Parlamento. Le misure adottate muovono circa 80 miliardi di € nel corso dei prossimi 2-3 anni, con l’obiettivo immediato di ristabilire la fiducia, come ha detto il ministro Tremonti.

Il ddl è composto di 36 articoli, divisi in 5 titoli, e le misure più importanti sono quelle a sostegno delle famiglie più bisognose – bonus da 200€ a 1000€, compensazione per l’acquisto di gas naturale – e in generale a tutti i cittadini (ammortizzatori sociali dotati di 1,2 mld circa di € in più per il triennio 2009-2011), oltre ad altre misure di varia natura (tra cui sostegno alle Ferrovie, misura per contrastare la fuga di cervelli e di sostegno ai precari).

Il punto su cui però il dibattito è stato più intenso è la pesante riduzione delle risorse disponibili per gli sgravi fiscali a sostegno dell’efficienza energetica, che in pratica permettono a chi vuole migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione di pagare solamente il 45% del costo degli interventi necessari. Con la modifica introdotta all’articolo 29, infatti, il limite di spesa per questi interventi è “pari a 82,7 milioni di euro per l’anno 2009, a 185,9 milioni di euro per l’anno 2010, e 314,8 milioni di euro per l’anno 2011” (art. 29 comma 7). Per rendere l’idea di quanto sia ridicolmente bassa questa cifra, basti sapere che nel solo 2007 ci sono state richieste di sgravi fiscali per 825 milioni di €.

Inoltre, il procedimento per accedere a questi già scarsi fondi si è complicato, prevedendo l’invio di una “apposita istanza per consentire il monitoraggio della spesa e la verifica del rispetto dei limiti di spesa complessivi” di cui sopra: vale la regola del “silenzio dissenso”, cioè, se non si riceve entro 30 giorni la risposta dall’Agenzia delle Entrate, il contributo si intende non concesso.

Inizialmente il ddl rendeva questa norma addirittura retroattiva a partire dal 31 dicembre 2007 (riferito alle opere in corso a quella data): in pratica tutti coloro che avevano ottenuto degli sgravi fiscali da quella data in poi non ne avrebbero più beneficiato. Tuttavia, il 3 Dicembre ’08 il governo ha fatto marcia indietro eliminando la retroattività, quindi chi ha già ottenuto gli sgravi fiscali nel corso del 2008 dovrebbe stare tranquillo (il condizionale è d’obbligo!).

Evidentemente il disaccordo è forte anche all’interno della maggioranza, se Tremonti ha subito ventilato l’ipotesi di porre la fiducia sul decreto. E per restare nell’ambito regionale, la Lega Nord del Friuli Venezia-Giulia ha duramente condannato questi tagli.

La motivazione ufficiale di questi tagli sarebbe evitare che i crediti d’imposta vengano “usati come dei bancomat”, cioè per finanziare spese per le quali non c’è la copertura necessaria da parte dei privati. Proposito ovviamente condivisibile, che però non può certo giustificare le dimensioni di questo taglio che di fatto blocca la diffusione degli interventi di risparmio energetico e dà anche un durissimo colpo alla giovane e attiva industria delle energie rinnovabili, una delle poche in buona salute anche in questo periodo di crisi.

Nel frattempo, in Europa e negli USA, si è ormai affermata una strategia di uscita dalla crisi economica che non solo non danneggi l’ambiente, ma anzi faccia dell’industria delle energie rinnovabili e del risparmio energetico due pilastri fondamentali per rilanciare l’economia. Su questo tema, che giustamente ha inserito fra le priorità del suo mandato, Obama è atteso al varco (il primo è la firma all’accordo di Kyoto). In Europa, invece, già da tempo ci sono paesi che investono nelle energie rinnovabili e che ne stanno traendo i benefici. Tanto per evitare di essere accusato di faziosità politica, faccio notare che è stato proprio il conservatore Sarkozy a difendere a spada tratta il pacchetto europeo contro il cambiamento climatico.

Ma si deve andare al di là dei benefici puramente economici ricavabili sul medio e lungo periodo dallo sviluppo delle energie rinnovabili. Non si tratta solamente di freddi calcoli economici,  non è una questione né di destra né di sinistra: la difesa dell’ambiente è una questione che tocca tutti, indistintamente, non perché tutti debbano amarla, ma semplicemente perché le conseguenze peseranno sulle spalle di tutti noi. Anzi, non peseranno sulle spalle di chi ora ha 60 o 70 anni e sta al governo o all’opposizione, ma soprattutto su quelle di noi giovani.

Vorrei abbandonarmi a un elogio lirico sull’amore per la Natura, ma so che non avrebbe molta presa (e non ne sarei capace!). Quindi preferisco tenere una linea “leggermente” più brusca: non possiamo permetterci di attendere troppo, è già tardi per evitare danni ma non è troppo tardi per evitare il peggio. Questa crisi è l’occasione di staccarci da un modello di sviluppo distorto che considera i danni ambientali una variabile quasi irrilevante: spero che si comprenda la mostruosità di questo errore senza doverlo provarlo sulla nostra pelle e senza che il nostro futuro venga compromesso. Abbiamo il diritto di non pagare le colpe altrui: rendiamocene conto e cominciamo noi stessi a cambiare le cose.

Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

Qui, su Sconfinare non sono mai mancate le denunce agli sprechi, alle ingiuste sottrazioni di corsi che andavano e tutt’ora vanno a minare le peculiarità di un Corso di laurea come quello in Scienze Internazionali e Diplomatiche.
Nella quasi totalità dei casi Professori ed Istituzioni universitarie hanno sempre motivato tali scelte al ribasso, non come scelte di tipo “politico” ma bensì come conseguenza di problematiche di tipo prettamente economico che non permettevano la presenza di particolari Professori a contratto o di particolari corsi complementari. Se poi ritorniamo con il pensiero nella nostra realtà locale, spesso si è detto che una regione piccola come il Friuli Venezia Giulia ed al suo interno un’Università come quella di Trieste, non si possono assolutamente permettere doppioni, non si possono assolutamente permettere corsi dove partecipano non più di cinque ragazzi. Se a quanto fin qui detto aggiungiamo le varie, e spesso incomprensibili, riforme del mondo universitario allora il gioco è fatto.
Allora, o te ne fai una ragione, e ti dici “ bhè bisogna tirar la cinghia”; e allora anche se un po’ incavolato vai avanti e cerchi di tirare fuori il meglio da quello che resta, oppure prendi e vai da un’altra parte.
Ma nel caso fossi rimasto qui, ti può capitare di tutto. Ti può anche capitare (come è successo a me) di leggere per caso “Il Piccolo” e scoprire con grandissimo stupore che: “L’università della terza età attiva corsi di lingua cinese”.
Come… Corsi di cinese??
Il cinese, lingua strana, qui al S.I.D. l’hanno tolto dal piano di studio circa due anni fa, a causa dei soliti problemi di bilancio e delle solite normative ministeriali, che obbligano a riformare i curricula. E chissenefrega se il cienese lo parlano più di un miliardo di persone, e chissenefrega se secondo molti sarà una delle lingue fondamentali per il futuro. La realtà è che noi qui oggi non possiamo studiarlo perché non rientra più nel nostro piano di studio.
Detto ciò mi chiedo: ma com’è possibile che a Gorizia possa partire un corso di lingua cinese, con tanto di lettrice, per i frequentanti dell’università della terza età?
Vabbè che qui i vecchi ed i pensionati pullulano, ma di questi quanti andranno a frequentare un corso di lingua cinese?? Più o meno di cinque…
Ma soprattutto a che scopo? Cultura personale? Tempo libero? Hobby? Oppure si stanno preparando per sbarcare in massa a Pechino per le Olimpiadi 20008?
Sia ben chiaro, le università della terza età hanno tutto il diritto di fornire nozioni anche a chi, magari, a vent’anni era costretto a lavorare, però questo non giustifica ciò che è accaduto: da un lato noi non possiamo studiare il cinese, mentre dall’altro i pensionati lo possono fare.
Sembra una riproposizione al contrario di certe tematiche legate al ’68. Penso prima di tutto al diritto allo studio. Infatti in quegli anni i giovani chiedevano, ai loro padri e ai loro “vecchi” garanzie e diritti nei loro confronti; mentre oggi sembrano essere i “vecchi” (quelli che nel ’68 avevano circa vent’ani) a chiedere ulteriori diritti, però sempre nei loro confronti. Il problema è che questa continua richiesta di diritti e garanzie, al giorno d’oggi no fa altro che penalizzare i loro stessi figli, cioè noi!
E’ evidente e chiaro, che nel caso specifico, non c’è alcun legame diretto tra la nostra Università e l’Università della terza età di Gorizia; però se pensiamo che in ogni provincia d’Italia è presente un università per anziani, i soldi spesi e gli investimenti fatti cominciano ad essere tanti.
Sembra una situazione assurda e paradossale, ma purtroppo è la mera realtà di un Paese “allo sbando” che pensando sempre a sindacati e pensioni non ha le ben che minima idea di che cosa fare dei suoi giovani, cioè del suo futuro!

Marco Brandolin

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