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Riceviamo e pubblichiamo una lettera arrivata in redazione, riservandoci di pubblicare le eventuali repliche. Scriveteci all’indirizzo email sconfinare@gmail.com. Speriamo così di poter creare un dialogo costruttivo tra studenti e istituzioni.

Spettabile Redazione del mensile “ Sconfinare”,

in qualità di studenti del secondo anno della Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche ci sentiamo in dovere di replicare alle dichiarazioni rilasciate  dal Prof. Gabassi nel corso dell’intervista allo stesso pubblicata sul vostro giornale nell’edizione di ottobre 2007. Siamo motivati a questo in ragione del fatto che, essendo noi ormai giunti a conclusione del nostro percorso di studi, possiamo far risaltare le incongruenze presenti nelle parole del Presidente del Corso di Laurea, in particolar modo,  quando questi si riferisce al più recente passato del S.I.D., un passato che ormai solo noi “anziani” conosciamo e che desideriamo non venga mistificato.

In primo luogo, vorremmo sottolineare che la Presidenza del Corso di Laurea, pur non potendo secondo gli ordinamenti vigenti esercitare nei confronti dei docenti un potere “coartante”, ha sempre svolto una peculiare funzione di persuasione grazie alla quale la coordinazione tra insegnanti e insegnamenti si è sempre svolta secondo i normali principi di organizzazione di un corpo complesso quale quello in cui ci troviamo ad operare. D’altra parte, non si comprende quale altra funzione questa carica possa svolgere: più volte alle nostre domande di intervenire di fronte a situazioni critiche ci siamo sentiti rispondere dal prof. Gabassi “io non ho potere: fate una raccolta firme” e non crediamo che questa risposta possa provenire da chi è stato posto a capo del S.I.D. Che compito dunque svolge il Presidente? Di mera rappresentanza?

Spiace altresì constatare come, alla domanda sul calo delle domande di ammissione presso il nostro Corso di Laurea, l’intervistato risponda con una sostanziale fuga rispetto al nocciolo della questione. Un Corso di Laurea vive dei suoi studenti, i quali dovrebbero essere posti in primo piano, e dunque la drastica diminuzione di coloro che tentano l’esame di ingresso va attentamente analizzata, diremmo sviscerata, senza nascondersi dietro un fragile dito costituito dall’affermazione “La quantità è calata, ma è aumentata la qualità” (concetto peraltro discutibile).

Di seguito, in relazione alla creazione del nuovo corso “internazionale” di Scienze Politiche a Trieste, il nostro Presidente dichiara di aver votato a favore di quest’ultimo in Consiglio di Facoltà pur riconoscendone la sua “distonia”. Ora, si presume che chi è a capo di un organismo abbia intenzione di preservarne l’esistenza e, qualora questa sia messa in dubbio, egli ha il dovere di motivare le scelte che possono apparire confliggenti agli occhi di colui che in quell’organismo agisce sia come docente sia come discente. Tali motivazioni non sono fornite dal nostro Presidente. Anzi, egli controreplica cambiando argomento e accusando gli intervistatori di averlo insultato relativamente alle sue presunte velleità di “indirizzare Gorizia alla specializzazione sul Negoziato”. Si smentisce di voler fare del S.I.D. un corso “negoziale”, affermando però che in fin dei conti il Negoziato da noi si è sempre fatto con Baldocci, Ferrarsi, Farinelli etc. Noi lo neghiamo. Le personalità citate dal prof. Gabassi non si riuducevano a questo,  ma le loro lezioni spaziavano su tematiche ben più vaste (ed interessanti) di carattere politologico ed internazionale.

Per il Presidente “è opinabile che l’offerta formativa in senso negoziale venisse fatta in modo diverso” rispetto alla caratterizzazione che egli vuole imprimere. Noi rispondiamo che è vero: era così radicalmente diversa da non essere affatto impostata in senso negoziale.
Se poi il Presidente intende percorrere nuove strade ci permetta di dire che queste non rappresentano il motivo per il quale noi ci siamo iscritti a questo corso di Laurea.

Per quanto concerne la cosiddetta “microdidattica” aspettiamo il consiglio dei docenti al quale parteciperà anche la rappresentanza studentesca; tuttavia ci sia consentito esprimere i nostri dubbi in merito alla rilevanza di questo: non sono certo le conferenze né tantomeno le lezioni di “Portoghese in 24 ore” ad aumentare l’offerta culturale dell’istituzione in oggetto.

In conclusione, quello che più ci sorprende nelle dichiarazioni rilasciate nell’intervista dal Prof. Gabassi nei riguardi del Corso di Laurea che egli dirige, è la totale assenza dell’idea di “prestigio” che per anni ha accompagnato Scienze Internazionali e Diplomatiche. Il prestigio, specialmente negli ultimi cinque anni, ha agito da calamita nei confronti degli studenti ben più che la presenza di nomi autorevoli quali docenti. Oxford rimane Oxford anche in assenza di rilevanti personalità che lavorano e operano al suo interno. Il SID, come è stato dimostrato recentemente, è rimasto un polo di attrazione per i giovani anche dopo che sono venuti meno i grandi nomi che vi avevano insegnato ( si pensi ad Andreotti, ad un Dominick Salvatore, Nobel per l’economia….) e tutto ciò grazie al prestigio accumulato nel tempo. Ora, nelle parole del Presidente non scorgiamo in alcun modo l’orgoglio di presiedere una realtà di tale rilievo e questo è ciò che ci duole di più. Sia ben chiaro che quanto qui scriviamo non è assolutamente finalizzato ad ottenere una contropartita consistente in favori o agevolazioni, ma si tratta di un nostro doveroso e giusto scatto di orgoglio. Si tratta anche di un profondo rispetto nei riguardi di un Bene che nel tempo ha distribuito ai suoi studenti non solo notevoli competenze nei settori più specifici e nello stesso tempo più vasti della politica, dell’economia e della diplomazia internazionali, ma anche un bagaglio di esperienze che i nostri ex-studenti non dimenticano.

Da tempo gli studenti si lamentano del livello a cui il S.I.D. è giunto e chi scrive ha sempre cercato di evidenziarne i suoi aspetti positivi, anche, e lo ripetiamo, per questioni di anzianità,  ma ora non possiamo permettere che sia la stessa dirigenza a metterne in crisi la sua esistenza.

Ringraziamo per l’attenzione e per la lettura.

Lettera firmata da 22 studenti del secondo anno del corso di laurea specialistica del SID.

Il porto sepolto

Vi arriva il poeta
E poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

G. Ungaretti

Poesia. Una parola intrigante, carica di significato, dolcemente riempita di emozioni, di aggettivi che la qualificano. Cos’è la poesia? Cosa la rende tale da essere considerata un magico punto d’incontro tra gli uomini? Questa la domanda centrale della conferenza svoltasi a Trieste il primo dicembre presso la Scuola Superiore di lingue moderne per Interpreti e Traduttori. Questa la domanda a cui ha risposto poeticamente Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, noto soprattutto per il suo impegno contro il razzismo. Tutto è stato meravigliosamente facile: ascoltare l’autore parlare di poesia, immergersi in quella dimensione, comprenderla. È stato tutto così piacevolmente normale senza quell’inquietudine iniziale che assale chiunque si cimenti con essa.

Poesia è magia, incanto. È amore e violenza nel medesimo istante. Essa è testimonianza, è secondo la definizione utilizzata da Pavese, l’espressione della condizione umana. La si ritrova in quel grido disperato perfettamente riconoscibile della sofferenza. Nel grido dei poeti francesi della Resistenza, come René Char ” J’ai difficulté de me rencontrer dans le fil de l’évidence”. Essa rappresenta l’uscita dall’isolamento, dall’emarginazione. Dov’è la poesia? Al di là del visibile. Impalpabile, ma c’è. Se ne sta in disparte con aria fintamente distaccata ma sempre pronta a catturare ognuno e a portarlo nel mondo del poeta sofferente, del poeta allegro, del poeta malinconico. Quel mondo così stranamente somigliante a quello reale perché la poesia si configura come una traccia, come un passaggio che regge il pesante emblema del mondo universale. Ben Jelloun mette in evidenza l’importanza di questa dimensione. La necessità di staccarsi da un’ottica che presuppone il limite dell’identità e delle diverse culture e civilizzazioni, sottolineato con notevole insistenza dal mondo occidentale. Il dovere di non interpretare in modo erroneo la condizione umana, di evitare la definizione e la catalogazione per sfuggire ad una generalizzazione e caricatura delle stesse culture. La poesia non delimita. La poesia è soltanto un’umile rivelazione dell’umano. Essa è mezzo di comunicazione universale. Non sopporta la debolezza ed è per questo che si annuncia con vitalità, con vigore. Non si serve di mezzi termini, perché odia l’ipocrisia. Il poeta non ha ispirazione. O scrive o non scrive. Esprime i suoi disagi, le sue gioie viscerali e ugualmente diventa portavoce del pathos dell’umanità.

Chi è il poeta? Ruolo difficile da definire. Non è un saggio. Non fa parte della schiera dei “sani”. Ma è colui che aggiunge alla propria vita un po’ di eccentrica follia, sperimenta il proprio io, sfida insistendo il mondo irreale della parola a cui non sa resistere…

L’autore accompagna il pubblico in questo mondo, lo fa citando poeti, riportando testi e afferma con forza l’elemento distintivo della dimensione poetica: “l’endourance”. La poesia resiste al tempo; al tempo incalzante, incurante della pausa, della riflessione, della tranquillità. La poesia si oppone al nuovo valore del mercato economico; non è distrutta dalla diffidenza e dall’indifferenza dell’editore. L’imperativo categorico di Ben Jelloun è “la poesia deve continuare”. Ed essa silenziosamente continua. Continua nelle note dei cantautori, nelle notti di due cari amici che timidamente leggono Prévert. Continua nella volontà dei traduttori di rendere accessibile il testo poetico a tutti. Permane nel sogno di molti, nell’anima di alcuni, nella penna di altri. Resta scritta violentemente in una pagina di appunti strappata che scivola delicatamente da un quaderno…cade a terra, viene raccolta, letta e portata via dall’io bisognoso che da lungo tempo cercava l’espressione delle sue parole incompiute.

 

Il liceo femminile “Santa Caterina da Siena” ha organizzato una festa. È la scuola di T ed E, e non mi è difficile procurarmi un ingresso. Mentre mi reco al bar del parco che ospita la festa rifletto divertito su come solo una scuola femminile possa organizzare la propria festa annuale la sera della prima partita della Nazionale. Arrivato sul posto presento il mio invito ai due culturisti di guardia, e l’organizzatrice mi consegna un buono consumazione. Si chiama S, e ha l’aria tesa di un regista esordiente la sera della prima. I suoi occhi scuri sono gentili, e la sua scollatura sta per esplodere. Interessante. Sorrido a lei e alle sue amiche, ma prima di poter intavolare una conversazione vengo investito da T. Ha un bel vestito nuovo senza spalline, e sta aspettando che arrivi il suo ragazzo. Il suo nuovo ragazzo, G. L’ho incontrato un paio di volte, e per quanto non sia esattamente nelle mie corde è certamente meglio di L. T mi presenta due amiche: I è bassa, paffuta e olivastra, mentre M è alta e atletica, con un viso dai tratti decisi. Carina. Il vestito nero le dona molto. Scambiamo qualche parola, poi muovo verso il vivo del party. Vengo deluso: E non si vede, e la festa sembra avere difficoltà a decollare. Tutti i maschi sono in disparte, a guardare la partita su un maxischermo, mentre le ragazze ciarlano a gruppetti. In un angolo un DJ pastrocchia pessima musica. Di colpo mi rendo conto di aver fatto un grottesco errore di valutazione: non ho calcolato che T ha due anni meno di me, e che è stata bocciata due volte. L’età media di questa festa è sedici anni. Di colpo mi sento vecchio. La prima ora passa senza sussulti, mentre sorseggio la mia Pepsi e violo continuamente la regola dei tre secondi*. L’evento più rilevante della successiva mezz’ora è costituito da L che si presenta alla porta in piena crisi di gelosia da ex possessivo. I muscolosi non lo fanno entrare, ma T diventa dolorosamente consapevole dell’enorme ritardo di G. A quel punto il DJ inizia a mettere sul piatto canzoni sopportabili, e lentamente si inizia a ballare. Gestisco male la cosa, ovviamente. Mai stato un buon ballerino, e le sottigliezze del rimorchio su pista da ballo mi sono aliene. Dopo aver ballonzolato senza scopo per una decina di minuti decido che è ora di una sigaretta. Esco dal bar e trovo T in lacrime. Non c’è che dire, ha un vero dono per trovare il ragazzo sbagliato. La consolo al meglio delle mie possibilità, le offro un tiro, e in quel momento parte “Hot Stuff”. Mercuriale come sempre, T si illumina in volto e schizza sulla pista. La inseguo, per accertarmi che non faccia sciocchezze e per riprendermi la sigaretta. La pista è più popolata, ora, e T inizia a flirtare con quattro ragazzi insieme. Ballo con lei, la maggior parte del tempo. So che il suo è solo un gioco, per prendersi una piccola rivincita sul suo ragazzo ritardatario, ma non voglio correre rischi. Da come balla, pochi capirebbero che sta giocando. Cerco anche di ballare con qualche ragazza, ma non sembro riuscire a stabilire un contatto. Dopo qualche minuto mi rendo conto che sto venendo evitato: le ragazze fuggono da me. Ho vent’anni, i peli sul petto, gli occhi affamati. Logico che le spavento. Due bimbette alte si e no un metro e quarantacinque mi si avvicinano, una delle due trascina l’altra. La vittima mi chiede quanti anni ho. Rispondo la verità, e le vedo fuggire un istante dopo. Mi fanno tenerezza, e mi sento ancora più vecchio. Aspetto la fine della canzone e poi siedo a riposare le mie vecchie ossa. Sono accanto ad M e I, e le ascolto parlare. M parla delle poesie macabre che scriveva alle medie e della voglia che ha di picchiare qualcuno. Sembra che abbia un delizioso lato oscuro, non troppo profondo, ma coltivato con cura sufficiente da rendere interessante una ragazza che fa venticinque ore a settimana di danza. Vorrei conoscerla meglio, ma non stasera, non dopo essere stato rifuggito da ogni ragazza presente. Ci sono cose più importanti del mio non battere chiodo: T è in crisi nera. È uscita di nuovo nel cortile, e sta piangendo. Io ed M la abbracciamo e le diciamo di non preoccuparsi. Mezz’ora dopo la partita è finita e G. si degna di arrivare. Osservo sconsolato il teatrino dell’incomunicabilità che ne segue e mi accendo un’altra sigaretta. T si fa venire a prendere da sua madre, io approfitto del passaggio e poco prima di arrivare a casa scopro che M, che contavo di rivedere, è una quindicenne. Serata persa, senza speranza.

*una volta stabilito contatto visivo con una ragazza, bisogna andare a parlarci entro tre secondi, per non perdere il coraggio e non passare per un maniaco.

Luca Nicolai

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