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Laureatosi nel 1996 in Scienze Politiche presso l’Università di Trieste, il professor Marco Cucchini dal 2002 è passato dall’altra parte della cattedra. Docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Trieste e l’Università di Udine, offre le sue competenze come consulente elettorale ed esperto di politica; un’esperienza basata su un continuo studio della materia E sulla genuina passione che nutre per quest’ultima.

Offriamo ai lettori di Sconfinare un’intervista che nasce dalla volontà dell’autore di approfondire alcune tematiche su cui recentemente si sono accesi i riflettori della cronaca politica internazionale. I risultati delle elezioni in Svezia, che hanno visto l’ingresso nel parlamento di deputati appartenenti alla destra xenofoba, LA politica di Sarkozy nei confronti dei rom (che segue, temporalmente, quella attuata dal governo Berlusconi), L’emergere in sostanza di figure come quella dell’ormai defunto Jörg Haider in Austria, infine al discorso tenuto da Angela Merkel il 16/10/2010 sul fallimento dell’integrazione degli stranieri in Germania. Il problema di fondo è in sostanza quello del populismo e dell’appeal che hanno queste politiche.

Prof. Cucchini, cosa pensa del fatto che molti analisti in Francia paragonano Sarkozy a Berlusconi per l’uso dei mass media che sta facendo, per le campagne demagogiche e perfino populiste che conduce?

E’ indubbio che Francois Sarkozy abbia un approccio diverso da quello dei suoi predecessori, ma questo non deve stupire. E’ il primo presidente della V Repubblica a non aver iniziato a fare politica nella IV e a non avere seguito il tradizionale cursus honorum. Ma il paragone con Berlusconi non tiene perché il contesto politico francese non è paragonabile a quello italiano. Il sistema di check & balances non è totalmente saltato come da noi e non esiste una confusione tra pubblico e privato pari alla nostra. Sarkozy, poi, è un politico moderno ma democratico come formazione e cultura, non una persona avulsa totalmente dalle regole proprie del gioco democratico e del potere limitato, quale è Berlusconi.

Altri analisti francesi osservano che prima Royale e ora Aubry stia cercando di contrastare Sarkozy (e Le Pen) proprio appiattendosi sul terreno della demagogia e del populismo. A mio modo di vedere il segnale è preoccupante, alla buona politica si sta piano piano sostituendo la buona comunicazione. Il problema è che se il migliore comunicatore (che vince le elezioni) poi non fa buona politica, è il paese a pagarne le conseguenze. Tuttavia i segnali di un’avanzata del populismo e della demagogia non arrivano solo dalla Francia. Persino nella evolutissima Svezia la destra xenofoba registra un assai consistente aumento dei consensi. Ma lo stesso si può dire per quel che rimane del Belgio, così come per l’Olanda, l’Austria e la Svizzera, mentre in Italia il fenomeno è ormai cronico dall’inizio della seconda repubblica. A cosa attribuisce questa tendenza? Alla congiuntura economica o lo ritiene un fenomeno strutturale, legato alla comunicazione di massa? E quindi quali ritiene che siano le prospettive di sviluppo di questo fenomeno?

Non siamo più al tempo del dispotismo illuminato, quando un Federico di Prussia decideva e immediatamente partivano gli emissari a cavallo incaricati di comunicare ad ogni provincia la volontà del Principe. In democrazia, la legittimità delle scelte si collega con il consenso e le elezioni non le vince “chi ha ragione”, ma chi sa aggregare consenso attorno alle proprie proposte. Però, in società complesse come le nostre, bisogna specificare che la costruzione del consenso passa più attraverso le emozioni che le cognizioni e questo premia messaggi semplici, piani e di forte impatto emotivo, salvo poi che i problemi sono tutt’altro che semplici e piani. Le doti che portano a vincere le elezioni sono divergenti da quelle che servono per governare comunità politiche complesse. E quindi sì, direi che siamo di fronte a un problema strutturale: la politica ha abdicato alla funzione di “didattica democratica” ricoperto per molti anni e questo è avvenuto in concomitanza con il sorgere di fenomeni epocali che avrebbero avuto ancor più bisogno di una classe politica capace di tracciare e diffondere una chiave interpretativa evoluta della realtà in movimento.

Questo è un evidente limite della democrazia a suffragio universale. La provoco ricordandole che anche Hitler fu eletto grazie alla sua capacità di creare consenso intorno a un programma populista e soprattutto alla sua figura. Non pensa ci sia una soluzione a questo problema strutturale?

Premesso che Hitler non fu un leader “populista”, ma ben altro e ben di peggio, quello che lei ricorda è assolutamente vero. La democrazia non è solo “governo retto da consenso” (anche Mussolini nel 1937 o Stalin nel 1945 avevano “consenso”) ma anche diritto al dissenso. Diciamo che la democrazia è uno strumento pensato non solo per i 99 che applaudono ma anche, forse soprattutto, per tutelare le ragioni e la possibilità di espressione e azione di quel singolo che se ne sta in un angolo, imbronciato e con le braccia conserte mentre ovunque attorno a lui esplode l’entusiasmo per il leader. Potrei approfondire però, faccio il “professore” e rinvio a due letture che spesso suggerisco anche durante le lezioni. Innanzitutto a “Prefazione alla Teoria Democratica” di Robert Dahl, con la arguta tripartizione dell’ideale democratico in “madisoniano” (enfasi sulla separazione dei poteri e sui meccanismi di check & balances, ma scarsa o nulla attenzione alle dinamiche economiche e sociali che animano la comunità); “populista” (il principio maggioritario portato alle estreme conseguenze: conta solo il voto e se hai un voto in più diventi il padrone e fai quello che vuoi, salta ogni banco e rimane in campo solo la volontà del Capo in rapporto diretto con il “suo” popolo) e “poliarchico”, che è quella che fonde assieme separazione dei poteri, uguaglianza politica, vivacità dei corpi intermedi, partecipazione e articolazione plurale della società. La seconda lettura è “Il Crucifige e la Democrazia”, di Gustavo Zagrebelski, che rilegge il processo a Gesù e i meccanismi “democratici” che lo condussero alla croce, mettendo in luce i pericoli del populismo, della demagogia, della bassa autonomia delle istituzioni pubbliche (quelle romane in primis), smontando in fondo il principio che “il popolo ha sempre ragione”. Talvolta invece il popolo quando vota, vota male, come la “vittoria al ballottaggio” di Barabba su Cristo ha dimostrato… Ed è per questo che le istituzioni democratiche devono dimostrarsi aperte ma forti, più forti della mutevole volontà del popolo che è titolare della sovranità ma – come dice la parte finale del II comma dell’art. I della nostra Costituzione – la esercita “nelle forme e nei limiti” previsti dalla Costituzione. Insomma, neppure la volontà popolare potrebbe stravolgere alcuni principi cardine del nostro patto sociale, etico e istituzionale, con buona pace dei sostenitori di un “maggioritario delle caverne” che circolano un po’ ovunque tra i politici, le redazioni dei giornali e qualche aula universitaria.

Hegel insegna che lo sviluppo storico non è lineare, ma che segue un andamento dialettico e cioè che la storia delle libertà ha periodi espansivi seguiti da periodi restrittivi. Ciò detto, ritiene plausibile la degenerazione di alcune cosiddette “grandi democrazie” in democrazie plebiscitarie? La riforma costituzionale svizzera del 2000 per certi aspetti sembra muoversi in questa direzione. Mi riferisco soprattutto all’istituzione del referendum per un numero estesissimo di materie. Ma, rimanendo nei nostri confini, non le sembra che la volontà di trasformare la forma di governo da parlamentare a semi-presidenziale lasci intuire un’evoluzione (involuzione?) populistica della nostra democrazia? Secondo lei, l’Italia è assimilabile da questo punto di vista agli altri paesi europei o rappresenta un fenomeno a sé stante, legato alla singolarissima situazione dei media italiani?

Questa domanda ne nasconde almeno 3 o 4, comunque ci proviamo. E’ vero che esiste ormai una letteratura importante sull’involuzione democratica o sulla “illiberalizzazione” delle democrazie, anche perché il paradosso è che la democrazia è legata a istituzioni, processi e procedure di rango nazionale o locale, mentre molto di quanto ci accade è il prodotto di fenomeni transnazionali o sovranazionali e quindi non è solo la democrazia, ma anche lo stato nazione a essere sotto i riflettori… Ciò detto, non penso affatto che il passaggio al sistema semipresidenziale sia una involuzione democratica, purché avvenga in un quadro di condivisione dei valori di fondo, considerato che il problema non è istituzionale, ma sta nella ricostruzione di un senso di appartenenza comune, di un quadro di regole e valori condivisi che non c’è più e continuerà a non esserci fintanto che un giorno si spara contro l’eredità Romana, il giorno dopo contro il Risorgimento, il terzo contro la Resistenza e ogni giorno contro la Costituzione. Non mi pare che la semipresidenziale Francia si caratterizzi per la demolizione sistematica della storia e delle fondamenta nazionali… In quel felice Paese il 14 luglio lo celebrano anche i monarchici, che si limitano a riferirsi al 1790 e non al 1789 e nella storia, le date contano… Quindi un ipotesi di riforma in senso semipresidenziale delle nostre istituzioni (peraltro già prevista dalla commissione bicamerale sulle riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997-98) potrebbe tranquillamente essere presa in considerazione, a condizione che ad essa si accompagni un rafforzamento dei sistemi di check & balances e una effettiva separazione tra interessi pubblici e privati, che oggi non è affatto garantita. Aggiungo però che in Italia di tutto abbiamo bisogno, meno che di un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo e che comunque l’attuale maggioranza di governo non sembra nelle condizioni di poter intraprendere impegnative modifiche costituzionali. Il che è un bene, vista la totale e cronica assenza di cultura costituzionale e liberale che connota il centrodestra italiano.

Edoardo Da Ros

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A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Il peggio deve ancora venire

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Lo so, non è un discorso facile cui approcciarsi. Intanto, sgombriamo il campo dagli equivoci: non intendo fare un discorso tecnico, che è, per la gran parte degli studiosi, ormai chiuso. Difatti, già dal ’99 è in vigore una legge per il riconoscimento del Friulano come lingua (sottolineiamo, lingua) minoritaria, in applicazione del principio dell’art. 6 della Costituzione (‘La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche’). Non mi dilungherò di più sulle questioni giuridiche: fatto sta che il Friulano è stato riconosciuto come lingua dallo Stato italiano, e non voglio discuterne il merito.

Voglio, piuttosto, discutere l’uso che di questo riconoscimento se ne fa, e che ben possono intendere tutti coloro che hanno del Friuli un’idea da ‘esterno’, scevro da condizionamenti familiari e/o scolastici. Intendo dire che in Friuli esiste una sorta di ‘condizionamento ambientale’ per via del quale il Friulano è percepito come La lingua.

Ma partiamo da un po’ più lontano, e facciamoci una domanda. Quant’è importante la tradizione, oggi? E’ una questione cui ho già accennato, tra le righe, su questo giornale, e alla quale sono molto interessato. La risposta è sì, ovviamente; è, però, un sì molto condizionato.

E’ importante se non diventa prevaricazione nei confronti del vicino (vicinissimo) ‘compatriota’ –usiamolo pure, ma è un termine per me obsoleto-, quale potrebbe essere il triestino o il veneto.

E’ importante se non diventa arroccamento; un arrotolarsi su se stessi; una fuga dalla modernità; un rifiuto di ciò che rappresenta il ‘diverso’.

A differenza di quanto possa sembrare, io non sono nazionalista. Tutto l’opposto. Non è bello parlare di sé in un articolo, ma preciso soltanto che il mio orientamento è per un’unione federale europea, con poteri politici centralizzati e poteri amministrativi devoluti alle mille ‘piccole patrie’ europee (e quindi i Paesi Baschi, certo la Sardegna, e così via, sino a, se lo vorrà, il Friuli). Non mi si può quindi tacciare di conservatorismo e nazionalismo glotto-culturale. D’altro canto, stando così la situazione, con una pessima percentuale di italiani parlanti una seconda lingua (come Inglese o Francese), mi sembra una questione ridicola quella dell’insegnamento, per fare un esempio concreto, del Friulano nelle scuole. Si tratta, a mio avviso, non di una questione di merito: infatti ho già detto che in quella non voglio entrarci e che, anzi, la questione si sia più o meno risolta; bensì di una questione di principi, direi quasi filosofica se non fosse per la mia profonda insipienza in questo campo. L’idea che mi disturba è infatti l’arroccamento culturale. Finché si parla di protezione e rivitalizzazione del Friulano (come di tutti gli altri dialetti/lingue italiane; su questo punto ritornerò più avanti), sono del tutto d’accordo; come del resto sono contro l’abolizione del Greco persino nei licei classici, idea birichina che è sempre in agguato. Cosa può salvaguardare una cultura (quella greca come quella friulana), se non la sua propria lingua? Lo stesso valore di un termine, il numero dei suoi sinonimi, la sua presenza/assenza nel vocabolario, ogni sua lettera, vocali e consonanti, tutto può parlarci di un popolo, dei suoi costumi, delle sue tradizioni, dei suoi valori. E questo era il pensiero di un grande cultore della lingua friulana, Pierpaolo Pasolini, che da ottimo scrittore qual era amava perfino il suo suono, il suo ritmo.

Questi sono i motivi per cui una lingua, ma anche (forse soprattutto) un dialetto, andrebbero salvaguardati. Ma di questo si devono occupare i linguisti, gli studiosi di etnoantropologia, anche i sociologi. Comunque, gli studiosi. Non i politici.

E il guaio del Friulano è che i politici se ne sono occupati fin troppo, lo hanno strumentalizzato e lo hanno distorto; o, meglio, ne hanno distorto il significato. Così, torniamo al principio del nostro discorso. Quello che ho definito ‘condizionamento ambientale’, che porta chiunque sia stato educato in provincia di Udine a pensare al Friulano come La lingua, finalmente riconosciuta. La lingua, alla pari dell’italiano, del ladino e del sardo.

Ma qui si sbagliano. Sono lingue riconosciute anche l’Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo (che risulta parlato anche in Sicilia!), il Napoletano (detto anche Volgare pugliese), il Piemontese (riconosciuto lingua già dal 1981, ben prima del Friulano), il Siciliano…E così via.

Nulla di speciale, quindi.

La sua particolarità nasce da questo grande equivoco, di questa ritenuta unicità causata dalla politica locale, che ha spinto su questo aspetto (buono in partenza) così importante per la comunità, per operare una disgregazione campanilistica esasperata, e in buona sostanza anche assurda.

Prendiamo l’insegnamento delle scuole: perché il Friulano di Udine sì, e quello di qualunque altra comunità no? Che si fa, si insegna una lingua diversa in ogni paese? E ci sono abbastanza insegnanti per farlo? Si capisce che così si finisce nel caos.

Si ritorna al solito discorso dei cartelli in dialetto, sparsi per il Nord leghista: fuori da ogni ironia, il significato di quei cartelli mi fa tristezza. Il Friulano sbandierato come ‘Totem anti-altro’ mi fa tristezza. Non è un caso che questa del Friulano sia una questione tanto particolare, perché è stata indotta dall’esterno, da una politica furba e disgregatrice (il contrario della buona Politica, quindi). Un fattore così importante, cioè la lingua/dialetto (la differenza, sul piano politico, per me non esiste: abbiamo visto come anche parlate considerate ‘dialetti’ siano in realtà ‘lingue’), diventa semplice, ottuso e controproducente particolarismo. Ed è contro quest’ultimo che mi batto; ed ecco perché, provocatoriamente e al di fuori da qualunque discorso tecnico-glottologico, dico: ‘Il Friulano non è una lingua, ma un dialetto!’

Permettetemi una piccola postilla. Ho tralasciato volontariamente di parlare della ragione più comune (ma anche, scusatemi, la più stupida) che viene addotta per giustificare la definizione di ‘lingua’ per il Friulano: ‘Se mi metto a parlarla, tu non mi capiresti!’ Cosa, questa, che avviene in realtà per qualunque altro dialetto (ma questa obiezione solitamente viene zittita dalla faccia profondamente offesa dell’interlocutore friulano). Per rispondere a questa argomentazione, vorrei chiudere con una citazione in ligure, che molti ritengono dialetto, ma che in realtà è una lingua allo stesso modo del friulano. E allo stesso modo di quasi tutte le parlate d’Italia, che però non hanno subito la stessa strumentalizzazione del Friulano, e sono tutelate senza rumorosi e prepotenti strepiti di tromba.

 

E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi

finché u matin crescià da puéilu rechéugge

frè di ganeuffeni e dè figge

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä.’

(Fabrizio De Andrè, Creuza de mä)

 

Francesco Scatigna (francesco.scatigna@sconfinare.net)

Martedì 7 novembre, ore 15.00. Università degli Studi di Trieste.

Trovare parcheggio è anche più difficile di quanto non sia nei giorni comuni.

Un convulso movimento di persone, telecamere, forze dell’ordine e macchine d’ordinanza prelude all’inaugurazione dell’ottantatreesimo anno accademico.

Nell’accaldata Aula Magna al terzo piano di piazzale Europa, traboccante di persone come solo in speciali occasioni si vede, regna una trepidante attesa per l’arrivo del Magnifico Rettore e del Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive, l’onorevole Giovanna Melandri.

Inseguiti dalle irreprensibili hostess prendiamo posto: i più organizzati e puntuali, seduti; gli altri, e molti, in piedi.

Ci sono il coro dell’Università, il gruppo dei goliardi con il tradizionale cappello, rappresentanti degli studenti, del personale tecnico – amministrativo, senato accademico e professori. Le autorità, fra cui il sindaco di Trieste, Di Piazza e il presidente della regione, Illy, sono presenti numerose ed in prima fila.

Sfilano i Presidi di Facoltà ed i rappresentanti delle altre Università. Assente di rilievo, il rettore uscente, Domenico Romeo.

Alla speaker che annuncia “il Magnifico Rettore, prof. Francesco Peroni” segue un’inusuale standing ovation. “Una cosa mai vista ad una cerimonia di questo genere”, secondo le spettatrici più esperte. E l’ovazione si ripete, per ben due volte.

Sono gli studenti i più entusiasti. Gli stessi studenti che il neo – eletto rettore ringrazierà e ricorderà quali primi sostenitori della sua candidatura e quale risorsa preziosa, meritevole di particolare attenzione.

Così inizia un discorso che rivela da subito un deciso programma d’azione per i prossimi tre anni: riforma della didattica nel segno della professionalità e della razionalizzazione; collaborazione con gli enti locali al fine di migliorare i molteplici aspetti della vita universitaria; centralità degli studenti e valutazione dell’operato dell’ateneo da parte di soggetti esterni ad esso; sostegno alla ricerca, anche se in un periodo di evidenti difficoltà finanziarie.

Questi, alcuni dei principali aspetti di un discorso che unisce realismo politico a sani ideali di meritocrazia e collaborazione.

“Fate che”, dirà in conclusione del suo intervento il prof. Peroni, citando un discorso di Aldo Moro, “la vita pulsi dentro – l’università -, che la società con i suoi interrogativi vi si rifletta, che i problemi della difficile convivenza umana vi siano compresi ed affrontati.

Gli interventi a seguire, del rappresentante del personale tecnico – amministrativo, dott.ssa Giuliana Masci, e del presidente del Consiglio degli Studenti, dott.ssa Gisella De Rosa, manifestano fiducia e speranze nel nuovo dirigente.

Pur senza omettere le numerose necessità ed esigenze dei 23000 studenti dell’ateneo giuliano, la neo dottoressa De Rosa ribadisce l’appoggio dell’organo da essa rappresentato al rettore ed auspica un dialogo ed una collaborazione sempre più proficui con i vertici dell’Università.

“Il più giovane rettore d’Italia sostenuto dai giovani”. Questa, una delle prime considerazioni del Ministro Giovanna Melandri, che condivide con il rettore il medesimo primato, tra i ministri in carica, e che rimarca l’interesse del governo verso le nuove generazioni, riconoscendone il rilevante apporto alla comunità locale.

Un discorso lungo ed articolato, il suo, che, da una generale considerazione sull’impossibilità di colmare il ritardo storico accumulato con una sola finanziaria, giunge ad una presentazione più completa del programma economico in discussione in parlamento (sostegno al precariato, bonus fiscale di 2.600 € per gli studenti fuori sede, prestiti bancari agevolati e quant’altro).

Nel corso della cerimonia viene, in fine, conferita la laurea ad honorem in ingegneria ambientale e del territorio al prof. Adolfo Josè Melfi, Rettore Emerito dell’Università Statale di São Paulo (Brasile).

Resta di questa giornata la chiarezza d’intenti e l’attenzione del Rettore Peroni, come altresì dimostra la presenza di quest’ultimo il 17 novembre scorso all’inaugurazione del ciclo conferenziale presso il polo goriziano.

In questo “piccolo mondo nel quale completamente quello grande si riflette”, riprendendo il pensiero do Aldo Moro riportato dal prof. Peroni, speriamo davvero di poter “fare che questa piccola società sia un ponte verso la vita”.

Valentina Collazzo

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