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Da tempo volevo rispondere al “viaggio in Italia” fatto dal mio amico Francesco in Lombardia. Se lui ha scritto, sarcasticamente, del varesotto, zona che conosco discretamente per averci passato diversi mesi nelle mie estati fino ai dodici anni e di cui ho una diversa considerazione, io preferirei parlarvi della citta’ che e’ sinonimo di Lombardia.

Sono nato ventitre anni fa a Milano, ho vissuto i primi vent’anni in diverse zone (prima Washington-Foppa, adesso Navigli). Viverne lontano mi ha dato la possibilita’ di vederne con maggiore nitidezza i difetti, ma anche i pregi (direbbe W.V.). Quello che passa attraverso le parole di chi l’ha vissuta poco e’ una visione limitata e poco accurata di cio’ che Milano e’ veramente. Milano e’ una citta’ orso: tra fine autunno e inizio inverno va in letargo; chi la descrive come una citta’ grigia, nebbiosa e soporifera deve averla vista in questa stagione. A onor del vero, questa e’ l’impressione che da’ non solo ai forestieri, ma anche agli stessi milanesi, che perdono la voglia di uscire a passeggiare o a bere qualcosa. A Marzo, perturbazioni permettendo, la primavera arriva presto, prima della fine ufficiale dell’inverno. Le ultime giornate di freddo marzolino, accompagnate da cielo terso e sole abbagliante, farebbero pensare a Puškin: “moroz i solntse, den’ chudesnyj” (“gelo e sole, giornata stupenda”). In queste mattinate, lungo via Washington, quando la tramontana spazza la cappa di smog che avvolge perpetuamente la citta’, e’ possibile vedere le alpi ancora innevate. In questi momenti torna il sereno anche nell’animo di molti meneghini, sempre di fretta e dietro i loro affari.

Cio’ che pero’ piu’ amo e’ la vera e propria primavera di Milano, qualcosa che, ancora dopo tre anni di “esilio” in Friuli, continua a mancarmi fortemente. Tra fine marzo e inizio aprile, le temperature si alzano e la bella stagione combatte col freddo per un paio di settimane, lasciando i poveri cittadini o molto sudati o molto infreddoliti quando tornano a casa la sera, a causa del dilemma vestiario. “Cappotto e maglione o solo maglione?” questo il pensiero di qualche milione di persone ogni mattina in questo periodo. La scelta e’ difficile e il risultato della puntata e’ assolutamente aleatorio, quasi quanto quello di una giocata sul pari o dispari alla roulette. Finite le schermaglie climatiche tra inverno e primavera, ha finalmente inizio lo spettacolo floristico. Alberi spogli che per mesi hanno silenziosamente accompagnato il traffico a capo chino, umili come prigionieri di guerra che assistono alla marcia trionfale del nemico, urlano, scoppiettando boccioli e foglioline, la loro gioia per aver superato un altro inverno e per la ritrovata liberta’: e’ la rivincita del verde sul grigio, del movimento sull’immobilita’, della vita sul silenzio, di Chaikovskij su Brahms, della natura sul cemento e l’asfalto. Milano assiste al “green pride”. L’orgoglio verde si manifesta in ogni angolo della citta’ e contagia tutto. Il naviglio sembra meno sporco, la citta’ meno inquinata e la vita piu’ piacevole. Tra un gelato in via Marghera, una grigliata al Bosco in citta’, una partita di calcio al parco di Trenno, una pedalata lungo il Naviglio Pavese, una mezz’ora di riposo sulle panchine di Piazza Fontana dopo la passeggiata in centro e le serate alle colonne di San Lorenzo, questo mese e mezzo passa cosi’ velocemente da far fatica a stargli dietro. Lo smog, il rumore del traffico, la frenesia della gente, la tremenda e fastidiosissima parlata di milano-sud… tutto diventa tollerabile in queste settimane. In altre parole, se siete rimasti delusi da Milano, il mio consiglio e’ di tornarci in questi giorni di aprile-maggio, quando la temperatura consente passeggiate e le giornate sono sempre piu’ lunghe. Un aperitivo sul Naviglio grande o una bella mostra a Palazzo Reale potranno riconciliarvi con quella che nonostante i suoi difetti, non posso far altro che considerare la mia citta’.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Da buon studente di relazioni internazionali, durante il mese in Russia non ho saputo resistere alla tentazione di discutere delle vicende che affliggono la Russia: della “guerra e pace” con la Georgia, del rapporto UE-Russia ma soprattutto della questione democratica. È stato un dialogo molto interessante, sia perché privo delle distorsioni e semplificazioni a cui i mass media ci hanno ormai abituato, sia perché la maggior parte dei ragazzi russi che abbiamo conosciuto avevano già fatto numerosi viaggi in Europa e conoscevano la realtà delle democrazie occidentali (e conoscevano quindi anche ciò che i media “ufficiali” russi tacciono o distorcono).
Storicamente la Russia non ha mai conosciuto una vera democrazia, perché è passata dall’assolutismo degli Zar al totalitarismo del regime comunista. Quello che accomuna queste due realtà apparentemente così diverse è l’idea imperiale, un’idea da sempre parte integrante della cultura russa: idea d’altra parte evidentemente inconciliabile con una cultura democratica.
Se vogliamo considerare quello di Putin un governo autoritario, allora bisogna concludere che la Russia ha vissuto solo 10 anni di democrazia, durante gli anni ’90. Bene, per la Russia e soprattutto per i russi gli anni ’90 sono stati gli anni peggiori negli ultimi 2 secoli: molti hanno conosciuto la fame, anche fra i genitori dei nostri amici russi, e la Russia ha perso ogni influenza a livello internazionale. È certamente una semplificazione eccessiva dire che la colpa di tutto ciò sia da attribuire alla democrazia (nominale) di quegli anni, però certamente questa è l’impressione più diffusa in Russia.
Parlando con i ragazzi russi, la sensazione che ho avuto è che il popolo russo abbia una scala di valori molto diversa da quella occidentale: il valore e fine ultimo non è la libertà, ma piuttosto la stabilità. Tutti i russi sono coscienti che il loro paese è estremamente fragile e che un potere centrale forte è necessario per evitare che l’unità statale crolli come un castello di carte; questa convinzione è parte integrante della cultura russa ed ha origine fin dal XVI secolo, con Pietro il Grande, non è certamente un invenzione di Putin per accrescere il proprio consenso. Questo punto è spesso omesso in Occidente: si ha infatti l’impressione che la popolazione russa sia totalmente asservita, che non osi esprimere il proprio dissenso solo per paura. In verità, c’è molto di più dietro il larghissimo consenso di cui gode Putin: non solo ignoranza e paura, ma anche tradizioni culturali e sentimenti diverse dalle nostre. Anche questo è multiculturalismo, fuori dai soliti cliché.
Federico Faleschini
federico.faleschini@sconfinare.net

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