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Laureatosi nel 1996 in Scienze Politiche presso l’Università di Trieste, il professor Marco Cucchini dal 2002 è passato dall’altra parte della cattedra. Docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Trieste e l’Università di Udine, offre le sue competenze come consulente elettorale ed esperto di politica; un’esperienza basata su un continuo studio della materia E sulla genuina passione che nutre per quest’ultima.

Offriamo ai lettori di Sconfinare un’intervista che nasce dalla volontà dell’autore di approfondire alcune tematiche su cui recentemente si sono accesi i riflettori della cronaca politica internazionale. I risultati delle elezioni in Svezia, che hanno visto l’ingresso nel parlamento di deputati appartenenti alla destra xenofoba, LA politica di Sarkozy nei confronti dei rom (che segue, temporalmente, quella attuata dal governo Berlusconi), L’emergere in sostanza di figure come quella dell’ormai defunto Jörg Haider in Austria, infine al discorso tenuto da Angela Merkel il 16/10/2010 sul fallimento dell’integrazione degli stranieri in Germania. Il problema di fondo è in sostanza quello del populismo e dell’appeal che hanno queste politiche.

Prof. Cucchini, cosa pensa del fatto che molti analisti in Francia paragonano Sarkozy a Berlusconi per l’uso dei mass media che sta facendo, per le campagne demagogiche e perfino populiste che conduce?

E’ indubbio che Francois Sarkozy abbia un approccio diverso da quello dei suoi predecessori, ma questo non deve stupire. E’ il primo presidente della V Repubblica a non aver iniziato a fare politica nella IV e a non avere seguito il tradizionale cursus honorum. Ma il paragone con Berlusconi non tiene perché il contesto politico francese non è paragonabile a quello italiano. Il sistema di check & balances non è totalmente saltato come da noi e non esiste una confusione tra pubblico e privato pari alla nostra. Sarkozy, poi, è un politico moderno ma democratico come formazione e cultura, non una persona avulsa totalmente dalle regole proprie del gioco democratico e del potere limitato, quale è Berlusconi.

Altri analisti francesi osservano che prima Royale e ora Aubry stia cercando di contrastare Sarkozy (e Le Pen) proprio appiattendosi sul terreno della demagogia e del populismo. A mio modo di vedere il segnale è preoccupante, alla buona politica si sta piano piano sostituendo la buona comunicazione. Il problema è che se il migliore comunicatore (che vince le elezioni) poi non fa buona politica, è il paese a pagarne le conseguenze. Tuttavia i segnali di un’avanzata del populismo e della demagogia non arrivano solo dalla Francia. Persino nella evolutissima Svezia la destra xenofoba registra un assai consistente aumento dei consensi. Ma lo stesso si può dire per quel che rimane del Belgio, così come per l’Olanda, l’Austria e la Svizzera, mentre in Italia il fenomeno è ormai cronico dall’inizio della seconda repubblica. A cosa attribuisce questa tendenza? Alla congiuntura economica o lo ritiene un fenomeno strutturale, legato alla comunicazione di massa? E quindi quali ritiene che siano le prospettive di sviluppo di questo fenomeno?

Non siamo più al tempo del dispotismo illuminato, quando un Federico di Prussia decideva e immediatamente partivano gli emissari a cavallo incaricati di comunicare ad ogni provincia la volontà del Principe. In democrazia, la legittimità delle scelte si collega con il consenso e le elezioni non le vince “chi ha ragione”, ma chi sa aggregare consenso attorno alle proprie proposte. Però, in società complesse come le nostre, bisogna specificare che la costruzione del consenso passa più attraverso le emozioni che le cognizioni e questo premia messaggi semplici, piani e di forte impatto emotivo, salvo poi che i problemi sono tutt’altro che semplici e piani. Le doti che portano a vincere le elezioni sono divergenti da quelle che servono per governare comunità politiche complesse. E quindi sì, direi che siamo di fronte a un problema strutturale: la politica ha abdicato alla funzione di “didattica democratica” ricoperto per molti anni e questo è avvenuto in concomitanza con il sorgere di fenomeni epocali che avrebbero avuto ancor più bisogno di una classe politica capace di tracciare e diffondere una chiave interpretativa evoluta della realtà in movimento.

Questo è un evidente limite della democrazia a suffragio universale. La provoco ricordandole che anche Hitler fu eletto grazie alla sua capacità di creare consenso intorno a un programma populista e soprattutto alla sua figura. Non pensa ci sia una soluzione a questo problema strutturale?

Premesso che Hitler non fu un leader “populista”, ma ben altro e ben di peggio, quello che lei ricorda è assolutamente vero. La democrazia non è solo “governo retto da consenso” (anche Mussolini nel 1937 o Stalin nel 1945 avevano “consenso”) ma anche diritto al dissenso. Diciamo che la democrazia è uno strumento pensato non solo per i 99 che applaudono ma anche, forse soprattutto, per tutelare le ragioni e la possibilità di espressione e azione di quel singolo che se ne sta in un angolo, imbronciato e con le braccia conserte mentre ovunque attorno a lui esplode l’entusiasmo per il leader. Potrei approfondire però, faccio il “professore” e rinvio a due letture che spesso suggerisco anche durante le lezioni. Innanzitutto a “Prefazione alla Teoria Democratica” di Robert Dahl, con la arguta tripartizione dell’ideale democratico in “madisoniano” (enfasi sulla separazione dei poteri e sui meccanismi di check & balances, ma scarsa o nulla attenzione alle dinamiche economiche e sociali che animano la comunità); “populista” (il principio maggioritario portato alle estreme conseguenze: conta solo il voto e se hai un voto in più diventi il padrone e fai quello che vuoi, salta ogni banco e rimane in campo solo la volontà del Capo in rapporto diretto con il “suo” popolo) e “poliarchico”, che è quella che fonde assieme separazione dei poteri, uguaglianza politica, vivacità dei corpi intermedi, partecipazione e articolazione plurale della società. La seconda lettura è “Il Crucifige e la Democrazia”, di Gustavo Zagrebelski, che rilegge il processo a Gesù e i meccanismi “democratici” che lo condussero alla croce, mettendo in luce i pericoli del populismo, della demagogia, della bassa autonomia delle istituzioni pubbliche (quelle romane in primis), smontando in fondo il principio che “il popolo ha sempre ragione”. Talvolta invece il popolo quando vota, vota male, come la “vittoria al ballottaggio” di Barabba su Cristo ha dimostrato… Ed è per questo che le istituzioni democratiche devono dimostrarsi aperte ma forti, più forti della mutevole volontà del popolo che è titolare della sovranità ma – come dice la parte finale del II comma dell’art. I della nostra Costituzione – la esercita “nelle forme e nei limiti” previsti dalla Costituzione. Insomma, neppure la volontà popolare potrebbe stravolgere alcuni principi cardine del nostro patto sociale, etico e istituzionale, con buona pace dei sostenitori di un “maggioritario delle caverne” che circolano un po’ ovunque tra i politici, le redazioni dei giornali e qualche aula universitaria.

Hegel insegna che lo sviluppo storico non è lineare, ma che segue un andamento dialettico e cioè che la storia delle libertà ha periodi espansivi seguiti da periodi restrittivi. Ciò detto, ritiene plausibile la degenerazione di alcune cosiddette “grandi democrazie” in democrazie plebiscitarie? La riforma costituzionale svizzera del 2000 per certi aspetti sembra muoversi in questa direzione. Mi riferisco soprattutto all’istituzione del referendum per un numero estesissimo di materie. Ma, rimanendo nei nostri confini, non le sembra che la volontà di trasformare la forma di governo da parlamentare a semi-presidenziale lasci intuire un’evoluzione (involuzione?) populistica della nostra democrazia? Secondo lei, l’Italia è assimilabile da questo punto di vista agli altri paesi europei o rappresenta un fenomeno a sé stante, legato alla singolarissima situazione dei media italiani?

Questa domanda ne nasconde almeno 3 o 4, comunque ci proviamo. E’ vero che esiste ormai una letteratura importante sull’involuzione democratica o sulla “illiberalizzazione” delle democrazie, anche perché il paradosso è che la democrazia è legata a istituzioni, processi e procedure di rango nazionale o locale, mentre molto di quanto ci accade è il prodotto di fenomeni transnazionali o sovranazionali e quindi non è solo la democrazia, ma anche lo stato nazione a essere sotto i riflettori… Ciò detto, non penso affatto che il passaggio al sistema semipresidenziale sia una involuzione democratica, purché avvenga in un quadro di condivisione dei valori di fondo, considerato che il problema non è istituzionale, ma sta nella ricostruzione di un senso di appartenenza comune, di un quadro di regole e valori condivisi che non c’è più e continuerà a non esserci fintanto che un giorno si spara contro l’eredità Romana, il giorno dopo contro il Risorgimento, il terzo contro la Resistenza e ogni giorno contro la Costituzione. Non mi pare che la semipresidenziale Francia si caratterizzi per la demolizione sistematica della storia e delle fondamenta nazionali… In quel felice Paese il 14 luglio lo celebrano anche i monarchici, che si limitano a riferirsi al 1790 e non al 1789 e nella storia, le date contano… Quindi un ipotesi di riforma in senso semipresidenziale delle nostre istituzioni (peraltro già prevista dalla commissione bicamerale sulle riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997-98) potrebbe tranquillamente essere presa in considerazione, a condizione che ad essa si accompagni un rafforzamento dei sistemi di check & balances e una effettiva separazione tra interessi pubblici e privati, che oggi non è affatto garantita. Aggiungo però che in Italia di tutto abbiamo bisogno, meno che di un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo e che comunque l’attuale maggioranza di governo non sembra nelle condizioni di poter intraprendere impegnative modifiche costituzionali. Il che è un bene, vista la totale e cronica assenza di cultura costituzionale e liberale che connota il centrodestra italiano.

Edoardo Da Ros

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Intervista con l’autore, Giovanni Fasanella

Sig. Fasanella, che cos’ha significato per lei scrivere questo libro? Qual è stato l’input e quale la difficoltà nel relazionarsi con lo studio dei movimenti di estrema destra?

L’input è stata la cronaca. Alcuni avvenimenti di violenza accaduti di recente hanno presentato elementi di analogia e mi è sembrato che si potessero riunire ad un filo conduttore: la violenza contro il diverso. La difficoltà è stata sicuramente andare a cercare informazioni riguardo a movimenti che esistono al di fuori della legge, la cui caratteristica principale è una mimetizzazione impressionante.

Come lei dice, la violenza è l’elemento caratterizzante di tali movimenti. Quali sono gli obiettivi di questa violenza?

Prese di mira sono le diversità, che si parli di etnia, religione o scelta sessuale. Sono azioni che nascono da una vera e propria cultura dell’odio (soprattutto xenofobo) e riemergono da un sottofondo, che è quello nazi – fascista. A capo di questa violenza vi è comunque una rete e un network organizzativi internazionali sorprendenti. In Italia sono organizzazioni, quelle in esame nel libro, che si rifanno a vecchie sigle della destra eversiva degli anni ’60, ’70 ed ’80. Basti pensare che è stato arrestato poco tempo fa un uomo che tentava di reinserire il Ku Klux Klan. Al giorno d’oggi, vi è anche una maggior radicalizzazione a seguito della svolta di Fiuggi, con la quale Alleanza Nazionale ha ripudiato alcuni elementi fondanti del proprio passato. In questo senso, Fini ed Alemanno sono considerati dei traditori, agli occhi dei neofascisti.

In questo senso, non crede che queste organizzazioni stiano lavorando alla base, facendo oggi quelle attività politiche e culturali che venivano portate avanti una volta nelle sezioni comuniste?

Questa destra è pericolosa e subdola: usa oggi effettivamente delle parole d’ordine rubate alla sinistra. La destra si occupa dei centri sociali e del territorio, crea una vera e propria cultura di estrema destra attraverso case editrici, musica e soprattutto internet. Non è solo azione, sono pensiero ed azione insieme.

Gli episodi di omofobia degli ultimi mesi sono da ricollegare a questi movimenti di estrema destra o sono più da vedere come una difficoltà da parte della società tutta ad accettare nuove realtà sociali?

Entrambe le cose. Non si può negare comunque che all’interno dei movimenti di estrema destra vi sia omofobia.

A mio parere, le sacche di estremismo si vengono a creare lì dove la politica, attraverso il governo, non riesce a dare risposte adeguate a macroproblematiche che possono creare tensioni sociali. Cosa ne pensa?

Vi sono dei fenomeni dilaganti qualora la politica non sa dare risposte a problemi sociali emergenti. L’esempio più emblematico della questione è il problema dell’ondata migratoria. Dopo il 1989 si sono aperte le frontiere ad Est ed è arrivata gente affamata. Molti vengono da esperienze di guerre civili (basti pensare ai Balcani). Stessa cosa vale per le genti del Sud, dall’Africa. L’impatto della nostra società con questo macro-fenomeno ha creato un problema con cui non si era fatto i conti. La sinistra ha sicuramente sottovalutato il problema mentre a destra, con Lega Nord e La Destra, si è saputo dare solamente risposte xenofobe. Politica di accoglienza e politica di sicurezza sono due cose diverse e bisognerebbe spiegarlo alla nostra classe dirigente politica. La Lega Nord non si può definire “estrema” ma si basa sulla xenofobia e al suo interno si sono infiltrati personaggi provenienti dall’estrema destra, come ad esempio Borghezio. Si parla di “entrismo” nella Lega.

L’esistenza di movimenti estremisti non è mai venuta meno, ma leggendo il suo libro appare una situazione molto più importante a livello di numeri e questo traspare anche dai risultati delle ultime elezioni regionali. Quali sono i fattori alla base di tale amplificazione oggi? Che differenza c’è con l’estremismo di destra degli anni di piombo?

I fattori di quella che lei chiama amplificazione sono due: immigrazione e crisi sociale. A questo quadro si aggiunge la costante dell’antisemitismo. Quella descritta è una destra identitaria, che si rifà ad antichi valori, alla tradizione e si identifica nel filoarabismo ed antiamericanismo. Rispetto alla destra degli anni di piombo, possiamo affermare che vi sono elementi di continuità – ideologici, politico-organizzativi e nelle persone – ma non bisogna dimenticare che nel mentre è caduto il muro di Berlino. Se prima quindi la lotta politica si faceva contro il comunismo, al giorno d’oggi è il diverso ad esser preso di mira.

Il recente film “Genitori & figli” rappresenta, tra l’altro, uno dei problemi attualmente esistenti presso i giovani: un rigurgito di forte razzismo e forme di bullismo nelle scuole. Dove hanno sbagliato la società, la scuola, la famiglia?

Si sbaglia quando di fronte al rinascere di culture, come il nazifascismo, non si mette sufficiente attenzione da parte della scuola e della società nel contrapporre una cultura diversa. Si rimuove la storia quando è dal nostro passato che dobbiamo imparare. E’ quindi fondamentale ristabilire una cultura della tolleranza opposta a quella dell’odio che al giorno d’oggi, anche se propagata da un’estremità politica, ha contagiato tutta la società. E’ sicuramente questo il più grande demerito che ha la Lega in Italia.

Per finire, come nei telegiornali, lo sport. Nel libro lei sottolinea come fabbriche dell’estremismo di destra siano diventati gli stadi. E’ impensabile sperare in una presa di posizione da parte delle società di calcio contro determinati fenomeni razzisti e neofascisti? Penso soprattutto alla futura costruzione di stadi privati per club che potrebbero diventare nuovi templi per la fede, calcistica e politica…

Una presa di posizione non risolverebbe comunque il problema e le società sono troppo divise tra aspetti commerciali e la necessità di avere una tifoseria forte. Andare contro i propri tifosi sarebbe dannoso e la linea politica scelta è quella della prudenza e del “benestare tacito”. Dall’altra parte, i movimenti politici hanno capito di poter far leva sulla fede calcistica e hanno trovato nelle curve un terreno dove ottenere consenso. Si tratta ancora di contrapporre una cultura ad un’altra. I mezzi di informazione e le società sportive hanno di sicuro avuto il torto di assecondare e tollerare troppo nel passato. Ciò nonostante la Legge Mancino comporta mezzi per reprimere idee razziste e xenofobe e la repressione è fondamentale e deve essere implacabile, quando necessaria. Basti vedere come in Gran Bretagna siano riusciti a limitare gli hooligans. Le leggi sono necessarie, così come servono iniziative politico culturali e di tolleranza. E nel campo di gioco, il messaggio principale dello sport, di unione e fratellanza, non deve mai essere dimenticato, soprattutto non da chi il gioco lo pratica.

Il libro: “L’orda nera” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, ed. BUR 2010, € 9,80

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Il peggio deve ancora venire

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Dal G8 al G20

 

C’era una volta il G8, esclusivo consesso in cui i leader degli otto paesi capitalisti più potenti del “mondo libero” (e capitalista) discutevano sull’andamento dell’economia mondiale, tralasciando molto spesso le considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente e il benessere degli altri paesi (capitalisti, neutrali o socialisti che fossero). Il G8 (“Gruppo degli otto” o “Grandi otto”) è nato nel 1975 per offrire una piattaforma di discussione non ufficiale ai capi degli otto paesi più industrializzati del mondo, che possedevano quote assai significative delle ricchezze economiche e delle capacità tecnologiche e militari mondiali. Una struttura di governo dell’economia mondiale come il G8, a quei tempi (e perlomeno fino al crollo dell’URSS), poteva essere considerata efficiente e sufficiente principalmente per 2 motivi: primo, raggruppava effettivamente i paesi più potenti del mondo e secondo, doveva confrontarsi con un sistema economico su cui gli stati avevano ancora un buon grado di controllo anche a livello internazionale. Non bisogna poi dimenticare che l’esistenza del “blocco comunista” faceva sì che un gran numero di paesi fossero di fatto fortemente limitati nella loro libertà di commercio, il che rendeva il sistema economico mondiale relativamente semplice e facilmente gestibile.

Il G8 in realtà non si è mai evoluto in qualcosa di diverso da forum informale di discussione, ma ha certamente avuto un ruolo rilevante dato il peso delle economie dei suoi paesi membri, peso che a livello internazionale si fa fortemtente sentire, specie in sede di organismi economici mondiali come il “Fondo monetario internazionale”, la “Banca mondiale” e la “Organizzazione mondiale per il commercio” (organizzazioni in cui la preminenza degli USA in particolare è schiacciante, basti pensare che nel ’91 il presidente americano Bush senior rifiutò di concedere il prestito domandato da Gorbaciov al FMI per evitare il collasso dell’URSS, cosa che puntualmente avvenne).

 

Nell’era della globalizzazione e del post-modernismo e di tanti altri mille velocissimi processi, ognuno con la sua brava etichetta, il G8 si è dimostrato uno strumento svuotato di gran parte del suo significato a causa della crescente incapacità degli Stati di controllare i flussi economici mondiali (soprattutto nelle loro conseguenze nefaste) e dell’ascesa politica, economica e anche militare, di quei paesi “quasi sviluppati” come Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa e altri ancora. Tutti paesi non occidentali, non tutti democrazie e non tutti capitalisti (perlomeno non secondo i dettami liberali).

Un tentativo di allargare in maniera graduale e relativamente indolore il G8 era venuta nel 2005 da Francia e Inghilterra, che avevano creato il G14 (G8 più Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa). L’importanza di questo gruppo è però assai più limitata perché le 6 “economie emergenti” non possono partecipare ai lavori preliminari degli incontri del G8, riservati ai soli membri del G8, ma solo alle discussioni seguenti e alla redazione delle dichiarazioni comuni. Questa formula, dal sapore vagamente neo-colonialista, è stata subito osteggiata da USA e Russia ed infatti è rimasta priva d’importanza, anche in occasione del recente vertice G8 a L’Aquila.

 

Il G20 nasce alla fine del 1999, dopo che la crisi delle borse asiatiche aveva scosso le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan e altri peasi del Sud-Est asiatico) e ne aveva temporaneamente rallentato la fortissima crescita economica. All’inizio era nato semplicemente come un forum di discussione dei governatori delle banche centrali e dei ministri dell’economia, ma si era rivelato ben presto troppo esteso e differenziato al suo interno per essere di reale utilità (ancora oggi è sempre molto difficile radunare tutti i partecipanti per la foto di gruppo di fine incontro!). D’altronde, l’elevata crescita economica a livello mondiale per tutto il decennio successivo aveva ben presto fatto dimenticare persino il significato del concetto stesso di “crisi economica” e quindi il G20 era rimasta solamente un’esperienza sporadica in cui declamare le bontà del capitalismo finanziario e della crescita infinita (e quindi di per sé non sostenibile).

Come tutti i cambiamenti profondi, anche questo passaggio dal G8 al G20 non è stato rapido e indolore; anzi, è stato fulmineo e doloroso! Le dimenticanze infatti possono essere molto pericolose e così, nel Settembre 2008, il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e il precipitare della crisi hanno ricordato a tutti gli economisti e i capi politici del mondo che non soltanto il concetto di crisi è inerente al sistema economico capitalista, ma anche che la globalizzazione finanziaria ha creato un sistema talmente complesso e interdipendente da rendere imperativa una soluzione mondiale della crisi. Questa urgenza di una soluzione condivisa al livello più ampio possibile ha fornito una spinta fortissima al G20, che si è rapidamente imposto come gruppo di riferimento per la discussione sulla gestione della crisi e sulla riforma e il controllo dell’economia mondiale (i suoi membri infatti detengono l’85% della ricchezza mondiale).

 

Dallo scoppio della crisi sono stati organizzati ben 3 incontri del G20, pieni di dichiarazioni retoriche e ad effetto, com’è inevitabile in questi casi, ma anche con risultati concreti e decisamente innovativi.

L’incontro del Novembre 2008 a Washington, vissuto ovviamente in uno stato d’animo a dir poco confuso, ha per prima cosa reso chiaro che la piattaforma di dialogo prediletta per affrontare la crisi economica sarebbe stata il G20. In generale i paesi membri si osno dati obiettivi di breve termine, entro il 31 Marzo ’09, in direzione soprattutto dell’aumento della trasparenza delle transazioni finanziarie (anche grazie ai nuovi poteri dati al Financial Stability Forum – FSF – o “Forum per la stabilità finanziaria”) e dell’imposizione di norme più rigide per l’azione dei managers delle banche e degli istituti finanziari. Si è data anche particolare rilevanza all’importanza della solvabilità delle banche, un problema che si è dimostrato particolarmente drammatico nel caso del fallimento di istituti di (troppo) grandi dimensioni.

 

Il 2 Aprile, in una Londra blindata fino all’inverosimile, si è avuto l’incontro più importante e significativo. Si è infatti stabilito il varo di un mastodontico pacchetto di stimolo sia all’interno dei paesi membri ($5 trilioni, cioè miliardi di miliardi) sia verso i paesi più poveri, principalemte sotto forma di maggiori riserve del FMI ($1,1 trilione): cifre così elevate da risultare difficilmente comprensibili… e stanziabili, come dimostrato dal fatto che gran parte dei fondi promessi non sono ancora stati versati (mentre sul piano interno alcuni paesi europei come Francia e Germania si sono dimostrati reticenti ad espandere in maniera eccessiva la spesa pubblica). Dal punto di vista delle istituzioni finanziarie mondiali, il FSF è stato sostituito dal Financial Stability Board, con sede a Basilea, che discuterà di molti aspetti riguardanti la gestione delle banche dai bonus dei managers alle quote di capitale minimo. Molto importante poi la riorganizzazione delle quote di capitale del FMI, che ha permesso di rendere – finalmente – più rappresentativa questa istituzione, aumentando la quota di Cina e India in particolare.

Ha sicuramente avuto successo l’offensiva contro i paradisi fiscali: molti stati hanno cambiato la loro regolamentazione in materia fiscale e/o hanno deciso di collaborare, mentre per quelli che ancora non hanno agito il termine ultimo per evitare sanzioni peggiori è stato fissato a Marzo 2010.

 

Dopo l’incontro di Londra molti commentatori, pur impressionati da un evento che rappresenta qualcosa di assolutamente unico fino ad oggi, hanno cominciato a esprimere dubbi sulla reale possibilità che un gruppo così vasto ed eterogeneo potesse andare al di là delle semplici parole e per questo l’incontro di Pittsburgh, il 24 e 25 Settembre, è stato seguito con grande attenzione. Anche se non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, si vedono i frutti di una collaborazione così vasta. È importante notare come gli ambiti trattati in questo incontro si siano estesi oltre la crisi economica e le necessità più contingenti, per abbracciare il tema di una riforma approfondita delle istituzioni finanziarie internazionali (sono state chiarite le modifiche alle quote del FMI e della “Banca mondiale”, a favore dei paesi in via di sviluppo, attualmente fortemente sottorappresentati) e delle regole bancarie (maggior capitale minimo e riduzione del rischio eccessivo) e per definire assieme una “cornice di riferimento per una crescita forte, sostenibile e bilanciata”, secondo le parole del presidente USA Barack Obama.

Una particolare attenzione è stata data all’esigenza di sganciarsi dai combustibili fossili il più in fretta possibile (con buona pace della Russia e soprattutto del Brasile, che ha recentemente scoperto e nazionalizzato vasti giacimenti di petrolio e gas naturale al di là delle sue coste… non devono comunque preoccuparsi più di tanto, dato che la dipendenza dai combustibili fossili continuerà comunque ancora per decenni!). Sono stati fatti anche passi in avanti molto importanti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel medio (2020) e lungo (2050) periodo: in particolare, Cina e India hanno ottenuto che i paesi occidentali prendano la responsabilità di tagliare per primi e più massicciamente le loro emissioni di CO2, viste le loro “responsabilità storiche” nella crescita dell’inquinamento ai livelli attuali.

 

Col vertice di Pittsburgh, il G20 si è trasformato in un forum permanente di confronto dei paesi membri sulle principali questioni economiche mondiali. Certo, in linea di principio può darsi che tutta questa imponente organizzazione che si è venuta formando crolli come un castello di carte non appena la crisi allenterà la sua morsa e quindi la necessità di cooperare per uscirne, ma la trasformazione in forum permanente, l’allargamento delle tematiche affrontate e la grande enfasi posta dai membri del G20 sulla conferenza ONU di Copenaghen sul cambiamento climatico, che si terrà a Dicembre, sembrerebbero indicare che ormai il G20 sia un protagonista centrale della vita internazionale, a livello economico e non solo. Un problema grave sarà garantirne l’efficacia anche in situazioni di “ordinaria amministrazione” dove i contrasti potrebbero essere tali da bloccare ogni decisione congiunta (e nell’UE ne sappiamo qualcosa al riguardo); essendo infatti un organismo basato sul consenso, non può avere la stessa efficacia e forza di una organizzazione nata da un trattato e dotata di strumenti coercitivi.

Nonostante i forti scontri tra manifestanti e polizia che si sono avuti durante tutti e tre gli incontri, è difficile che ci siano molti nostalgici del vecchio sistema, e anche se così fosse, il loro istinto di sopravvivenza politica gli suggerirà di evitare di tesserne le lodi davanti alle folle inferocite e impoverite dalla crisi. Quel che è certo è che i manifestanti si sono scagliati più che altro contro i simboli del capitalismo finanziario sfrenato degli ultimi 10 anni: non a caso gli scontri più violenti sono avvenuti a Londra, nel cuore di quella City che è stata centro simbolico e reale della finanza mondiale nell’ultimo decennio.

Quel che è certo è che a perderci più di tutti saremo noi Europei, specialmente finché ogni paese continuerà a tirare l’acqua al suo mulino e non riusciremo a definire una politica estera comune, forte e autorevole. Speriamo che il prezzo da pagare sia quello necessario per avere un futuro, uno qualunque… magari sostenibile!

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Mosca, Giorno della Vittoria. Una veterana riceve fiorni dal suo nipotino.

Madre di una religione, di una cultura, di un modo di pensare e di  agire diverso da quello di tutti gli altri, a mezza via tra il razionalismo tedesco e il fatalismo asiatico, tra le raffinatezze dei francesi e la barbarie degli unni. Il russo si sente diverso da tutti e nella maggior parte dei casi e’ fiero di esserlo, nel bene e nel male. Il 9/05 e’ la “Festa della Vittoria” della Grande Guerra Patriottica. Grandi manifestazioni di piazza, sfilate di carri armati, missili e aerei fanno gonfiare il petto dei russi, che per l’occasione indossano un nastrino nero-arancio, simbolo della loro vittoria sullo straniero oppressore. Ho osservato tutto cio’  con scetticismo e, lo confesso, con un po’ di puzza sotto il naso. Pensavo a quanto fosse eccessivo e trabordante un tale sciovinismo, quanto fosse imbottito di retorica, a come regimi diversi e distanti si servano degli stessi simboli allo stesso modo e per gli stessi fini. Ho capito che per noi italiani è difficilmente comprensibile un patriottismo di questo tipo, un patriottismo che autocelebra la propria diversità e superiorità: storicamente siamo a lungo stati alla mercè di eserciti stranieri, influenzati da culture, lingue, tradizioni diverse, per cui nessuno di noi ha mai avuto bisogno di celebrare la patria, di sentirsi più forte e superiore agli altri: non lo siamo e non ci interessa esserlo (e le guerre condotte dal fascismo lo dimostrano, lo stesso Mussolini disse che per mandarli a combattere, gli italiani bisogna prenderli a “calci nel culo”), convinti che nessuno in fondo sia superiore a nessun altro. Ma per arrivare a questo punto abbiamo dovuto vivere insieme per decine di secoli, tra invasioni, vittorie, sconfitte, saccheggi e via dicendo, arrivando alla conclusione che ciò che conta sotto tutti i punti di vista è la pace. Viceversa in Russia, da Vladivostok a San Pietroburgo, esiste un solo paese: forte, grande, unito, che non ha bisogno di nient’altro e di nessun altro. Quello che in sostanza divide i russi è l’età: chi non ha vissuto i tempi sovietici vive diversamente la grande festa da chi invece ha perso qualche parente stretto sul fronte (sono morti 26 milioni di russi…) e per questo la festa ha svolgimenti diversi a seconda che si svolga al Parco della Vittoria (dove I veterani sfilano come se fossero calciatori in Italia), al Gorkij Park, dove si svolge la festa “per i giovani” o alla Piazza Rossa, dove I giovani salutano I veterani, ricevendone idealmente il testimone, affinchè il vessilo bianco-blu-rosso sventoli ancora alto sui cieli d’Asia e d’Europa.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

Una forma alternativa di satanismo.

Lui si definisce “cittadino di serie zeta, un diverso che crede alla diversità come l’accesso al genio”. Dall’opinione pubblica è definito satanista, ribelle, folle, assassino anche se la giustizia non è riuscito finora ad incastrarlo. Sto parlando di Marco Dimitri, colui che nel 1982 ha fondato l’associazione culturale “Bambini di Satana” e che ha la sua base principale a Bologna. Non si tratta di una setta… è semplicemente un gruppo che il diavolo stesso ha generato: ciascuno infatti, a detta di Dimitri, è il male quando prende consapevolezza di sé stesso. L’essere umano è al centro di tutto: delle arti, della musica e della scienza, è fondamentalmente l’antagonista illuminista della chiusura medievale. Difatti, all’interno dell’associazione, si cerca sempre di evitare ogni superstizione e rituali “tipici” del Satanismo classico, considerato alla stregua di qualsiasi altra religione. E’ la Chiesa, in particolare quella cattolica, che fa terrorismo psicologico tra le genti, prefigurando un’eventuale possessione in caso di “mancato adempimento” dei precetti direttamente impartiti da Gesù Cristo; potenzialmente ogni uomo conterrebbe in sé Satana, che non è necessariamente male. Il male, come afferma Dimitri in un’intervista, infatti, è commesso dalle istituzioni e lo si riscontra nella negazione dei diritti, nella discriminazione ideologica: è “negare l’accesso alla partecipazione”. Da certe sue affermazioni in effetti “l’angelo ribelle” sembra peccare di “eccesso di democrazia”, sostenendo la libertà di stampa, di pensiero e in particolare di espressione: nessun gruppo dovrebbe esser messo a tacere, tantomeno i “Bambini di Satana”, che, a giudicare dal loro blog, sembrano essere molto… normali. C’è anche della cronaca al suo interno, dalla cui lettura non trapela alcunché: né l’orientamento politico, tantomeno quello “religioso”. Cronaca, punto. Quasi ad affermare a tutti i costi l’assoluta normalità del gruppo. Anche l’iniziazione avviene “legalmente” e “semplicemente”: si tratta di un’iscrizione, che può essere fatta anche online, e che non è vincolante a vita. Si può uscire dal gruppo in qualsiasi momento e senza conseguenze “fatali”… quello che invece accade nelle più diffuse sette sataniche.

Tuttavia, come ho detto poc’anzi, i problemi con la legge ci sono stati: accusati di pedofilia, possesso di hashish, messe nere e via discorrendo… Marco Dimitri è stato persino in carcere, anche se per poco tempo e, a detta sua, ingiustamente. Si è sentito perseguitato dalla società e dalla politica solo perché ha sempre fatto dell’informazione “corretta”. Talvolta si reputa anche un paladino della legge, denunciando mali e fratture italiane, e autoproclamandosi “pazzo di sé stesso” e “vincente” nella sua poesia “Impeto”. Un po’ megalomane, un po’ “superuomo”, Dimitri spesso è ospite nei più importati salotti televisivi e non, e su di lui ci sono fior fior di articoli ed interviste. Il gruppo fondamentalmente ha conosciuto un notevole successo grazie alla sua personalità, carismatica e ammaliante.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

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