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https://sconfinare.files.wordpress.com/2010/04/fornello-smaltato-73246811.jpg?attachment_id=2266È un’altra volta primavera e gli ormoni sono animalescamente alle stelle. La vostra stoica coinquilina si è trovata una nuova fiamma che bivacca sistematicamente
a casa vostra. Ormai il drudo che s’intrude si è impadronito anche del bagno: non si cambia mai il maglioncino radical chic a collo alto, ma si fa sempre la doccia da voi. Cosa fate? “Domani sera viene a cena… puoi cucinare qualcosa di buono tu che sei tanto bravo?” vi chiede lei con gli occhioni dolci. Come agire? Questa volta vi attrezzate a puntino e gli preparate un bello scherzo!

ATTO I: Ars bibendi

Ore 19.00: il vostro parassita plautino si è installato sul divano. Mentre lei è ancora in bagno ad imbellettarsi con la sua puntualità da Trenitalia, preparate un drink all’ospite. Martini bianco, vodka, gin, schweppes, anche grappa se n’avete e tanto, tanto tabasco. Finché il tutto non diventa rosso. Lo servite all’ospite che strabuzzerà gli occhi al primo sorso. “Certo con questo non ho vinto lo shaker d’oro! Ma è buono no?”. “Oh, sì…” accondiscenderà lui “Ma come si chiama?”. “Attila. Perché dove passa lui, non cresce più l’erba”.

ATTO II: Rimedi casalinghi

“Ma lo sai che più ti guardo più mi convinco che la mia coinquilina abbia buon gusto? Sei proprio bello…”. Nell’imbarazzo creato potrete versargliene un altro. “Ma che c’è dentro oltre la dinamite?”. “Un po’ di tutto! Bevi, bevi!”. Ubriacarlo sarà la vostra prima mossa vincente. Quando con la coda dell’occhio vedrete la ragazza sgattaiolare dal bagno in camera per agghindarsi (20 minuti), preparate l’affondo. Mettetegli nella tasca dei pantaloni una scatola di pastiglie per la gola per bambini spiegandogli che è metanodina, per il sistema nervoso. “Sai, è contraria a certe delusioni…” “Di che tipo?” “Oh, d’ogni tipo! Ora è normale, ma se succede, due o tre pillole di quelle e smette subito di piangere! Devi solo essere un razzo a dargliele, prima che allaghi la casa”. Mossa cattiva sì, ma la vostra pazienza l’avete già cucinata da tempo.

ATTO III: Suggestioni

Lasciato solo l’ospite con la sua morosa, finalmente preparate la cena: il vero e proprio colpo di grazia. Non c’è tempo per forni e grandi cose. Petto di pollo. Infarinatelo e mettetelo in padella con un po’ di burro e qualche spicchio d’arancia. Sale, pepe e un po’ di curry. Semplicissimo. Una volta cotto mettetelo sul piatto con altre due o tre fettine d’arancia di guarnizione e servitelo a tavola con del vino rosso. “Et voilà! Anatra, all’arancia!”. Lui è cotto e non coglie la differenza, lei non è certo un’intenditrice. “Un piatto speciale, per una coppietta speciale! Vi avverto che ci ho messo un po’ di piticarmo. Una spezia afrodisiaca potentissima, originaria della Polinesia. Ho dovuto girare mezza Gorizia per trovarla! Assaggiate, assaggiate!”. Dopo qualche boccone i vostri piccioncini saranno travolti dall’effetto placebo, perché il piticarmo non l’avete mica messo. Lei inizierà ad accusare vampate di calore e lui la seguirà a ruota. In un turbine di passione inizieranno a baciarsi fino a cadere dalle loro sedie. Dicendo “Si sente, eh sì che si sente!”. Li avviserete che ne avete messo pochissimo. Continueranno dicendo “Eh ma si sente lo stesso!” ancora convinti. “Guardate che di piticarmo non ne ho messo neanche un po’!” li avvisate dopo qualche minuto. “Ma te guarda la suggestione!” dice lei e si rialza mettendosi nuovamente a tavola con la nonchalance degna di una diplomatica, ma vergognandosi come una ladra per la figura da anatra, seppur all’arancia. Lui, però, sarà fuori combattimento, steso a terra sonnecchiante per la sbronza e in preda all’imbarazzo dell’orgoglio ferito, nei suoi sogni.

Ultima mossa: a fine cena lasciate sparecchiare a lei, così le darete l’opportunità di scaricare il fidanzatino e vi risparmierete una fatica. Poi anche dalla vostra camera sentirete lo stesso la scenata ad alto volume che vi aiuterà a digerire con un sorriso il ricordo del dis-drudo.

Su! cosa aspettate? Correte ai fornelli!

Daniele Cozzi

Il mondo deve sapere che in un cucchiaino di Nutella non ci sono solo nocciole.

Dopo anni e anni in cui inesorabilmente uno sguardo, una parola, un accenno innocente cadevano sempre sul medesimo soggetto, dopo mesi e mesi in cui inevitabilmente loschi figuri millantavano la conoscenza di informazioni inconfutabili al riguardo, ho finalmente deciso di fare chiarezza sulle verità del Signor Michele Ferrero.

La storia della più grande azienda italiana per fatturato comincia nel lontano 1942. Sono anni di guerra e privazioni, però ad Alba esiste una risorsa che costa poco e si trova ovunque: la nocciole. Pietro Ferrero inventa l’embrione della Nutella: una pasta di nocciole che viene confezionata nella carta stagnola e venduta per pochi soldi. È l’inizio della dipendenza. L’insaziabilità piemontese crea un giro d’affari che in soli otto anni porta un modesto laboratorio per dolci a diventare azienda e l’azienda ad aprire già nel 1956 un primo stabilimento in Germania. La Ferrero diventa così la prima attività italiana del dopoguerra ad avere sedi operative all’estero.

A questo punto la prima generazione di Ferrero (il fratello di Pietro, Giovanni, si occupava del settore vendite) finisce e l’industria passa nelle mani del famigerato Michele. A voi non è mai capitato di considerarlo un’entità metafisica? Beh salutate il vostro idillio immaginifico perché ho intenzione di pubblicare una sua foto, nessuna idealizzazione può rendergli giustizia. Il suo apporto alla dea delle perdizioni – l’ottava meraviglia o l’ottavo vizio per chi preferisse mantenersi nei limiti della morale – è stato fondamentale: nel 1964 ne cambia formula, densità e nome (come gli sia venuto in mente di chiamarla Nutella lui solo lo sa, comunque non poteva giungere a nulla di più onomatopeico). La Ferrero spicca il volo verso il mondo intero e Michele, nonostante possa ormai ben dire di essersi meritato la conduzione dell’azienda di famiglia (vorrei sapere se qualcuno gli ha mai dato del figlio di papà), si fionda su prodotti nuovi e tutti incredibilmente apprezzati: Mon Chéri, Pocket Coffee, Ferrero Rocher, Raffaello, Tronky, Kinder Bueno, Kinder sorpresa, Kinder Cioccolato, Kinder Délice, Kinder Brioss, Fiesta, Kinder Pinguì, Kinder Fetta al Latte e Kinder Paradiso, Tic Tac, Estathè e Gran Soleil. Considerando l’offerta di altre multinazionali dolciarie forse questa lista di prodotti potrà sembrare limitata, ma fate l’esperimento di chiedervi se effettivamente ce ne sia uno solo che non avete assaggiato nemmeno una volta o uno solo che non vi sia piaciuto quando l’avete addentato. Se la risposta è la stessa che darebbe la maggioranza dei consumatori mondiali, avrete in mano la chiave per capire come sia possibile che un’azienda tuttora posseduta al 100% dalla medesima famiglia (siamo alla terza generazione) possa avere uno dei fatturati più elevati della Terra.

Attualmente il gruppo Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie del mondo, dopo Nestlé, Kraft Foods e Mars. Il fatturato consolidato del gruppo nell’esercizio 2007/2008 è stato di circa 6,2 miliardi di euro, in crescita del 8,2% rispetto all’anno precedente. Nel mondo sono occupati oltre 21.600 dipendenti, con 38 compagnie operative per la vendita e 14 stabilimenti per la produzione. Sette di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti. Nella lista dei “World’s Billionaires 2009” redatta da Forbes, Michele Ferrero & family compaiono al 40° posto – tanto per dare un’idea, Silvio Berlusconi & family stanno al 70°. Infine un’indagine del Reputation Insitute (un istituto privato di consulenza e ricerca, specializzato in corporate reputation management), condotta lo scorso maggio 2009 intervistando più di 60.000 persone in 32 Paesi diversi, ha portato alla scoperta che il marchio Ferrero è considerato il più affidabile a livello globale – la medaglia d’argento va niente di meno che al colosso Ikea. Il motto dell’azienda non poteva che essere: “le buone idee conquistano il mondo”.

P.S. i miei ringraziamenti vanno a Giovanni, che mi ha fortemente spronata a non scrivere qualcos’altro sulle donne.

La lectio magistralis del Ministro Frattini a Trieste

Trieste. La nostra generazione è davvero indifferente alla politica? Rassegnati o semplicemente disinformati? L’8 marzo il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha tenuto una lezione all’Università di Trieste sul tema “Dai Balcani all’Afghanistan quali lezioni per la comunità internazionale?”.

Segno positivo: aula magna piena. Il Rettore Francesco Peroni ha accolto il titolare della Farnesina con un certo compiacimento “perché – ha dichiarato il Magnifico – la
missione dell’Università è creare una coscienza civile”. Obiettivo: esercizio del dialogo.

Inizia la conferenza. “Negli anni ’90 – ha dichiarato il ministro – la guerra nei Balcani segnò il fallimento della comunità internazionale e la necessità di guardare avanti. Dopo la fine del bipolarismo – ha proseguito Frattini – l’unico metodo di azione è il multilateralismo, nell’ottica di una nuova governance globale”.
Filo rosso di tutta la conferenza la questione dei Balcani Occidentali. “Per la stabilizzazione dell’area – ha detto l’Onorevole – l’ingresso nell’UE è prioritario”. Frattini ha lanciato due messaggi politici importanti alla Bosnia Erzegovina, a rischio ghetto e frammentazione dopo gli accordi di Dayton (1995) che hanno spaccato il paese in due entità: “presentarsi in maniera unitaria all’Ue e liberalizzazione del regime dei visti in area Schengen”. Secondo il ministro inoltre, la Croazia entro l’anno potrà firmare i negoziati per diventare membro effettivo nel 2011.

A parte un vago riconoscimento alla vocazione europea del Kosovo, si glissa elegantemente sulla spinosa questione.

Ciò che conta è che l’Europa sia la guida politica nella partita dei Balcani. E il titolare della Farnesina sembra puntare particolarmente su un successo: il vertice dell’Unione Europea sui Balcani – un’iniziativa italiana – che si terrà a giugno a Sarajevo. Al summit si intende invitare anche Russia e Stati Uniti. L’Italia insomma vuole giocare un ruolo di primo piano nella partita. La conferenza a Sarajevo, indetta dai ministri degli esteri UE, sembra l’unica piattaforma legittimata per discutere i destini dei Balcani Occidentali.
Si sa, un Ministro è pieno di impegni, una vita sempre di corsa. Dopo la lectio magistralis c’è spazio solo per poche domande. Ma la percezione è di una vaga disabitudine da parte dei giovani a far sentire la propria voce. Certo, difficile appassionarsi di politica in
Italia. Pigri o sfiduciati? Forse è solo colpa del poco esercizio.

Lorenza Masè

Malpagati e contenti

«Sorvegliante, sorvegliante, portinaio, attacchino, sorvegliante, spazzino, spazzino…». Ogni mattina, sulla scalinata del palazzo del Comune, un impiegato magrolino distribuisce alla fila di disoccupati le cedole con le offerte di lavoro. Accadeva nella Roma anni ‘50 di “Ladri di biciclette”, ma una scena simile me la sono immaginata spesso girando per le strade di Mosca.

La Russia è una grande agenzia di collocamento. La filosofia sovietica in materia di occupazione, “un poco a ciascuno”, sembra tutt’altro che tramontata. Ognuno riceve di che vivere in cambio di un lavoretto semplice e ripetitivo.

Davanti all’ingresso dell’MGIMO, i figli d’oligarca fumano sorridenti; tra le gambe e i tacchi a spillo delle ragazze zigzaga impacciato ma preciso un piccolo spazzino a raccogliere le cicche ancora fumanti. Poco più in là, nel parcheggio, un ometto tagiko dipinge di bianco chilometri di cordoli dei marciapiedi con un pennellino.  A ogni ingresso (centrale, studentato, sport-center, parcheggi) uno o due portinai passano la giornata in attesa di un “buongiorno”.

Appena la neve si è sciolta, squadre di giardinieri hanno piantato migliaia di tulipani lungo i viali della città. Un esercito – di trattorini, motozappe, innaffiatoi e, soprattutto, uomini – aiuta la primavera a sbocciare.

Le stazioni della metro sono percorse in lungo e in largo da spazzini che, piegati su una scopetta di 80 centimetri e senza manico, raccolgono le cartacce. Alla fine di ogni scala mobile lunga, una signora osserva attraverso uno schermo i gradini scorrere, ondeggiare, rabbuiarsi e si appisola in uno sbadiglio.

Tutti hanno un’occupazione, ognuno è incasellato in un sistema sperimentato di ordine apparente. Mosca è pulita, rinnovata dopo il lungo letargo invernale, quanto mai sorvegliata. Ma che prezzo ha la noia?
Umori ecologici

L’ambiente plasma chi lo abita. Come sono i russi?

«Vi piace? Questo è il quartiere ecologico di Mosca», ci ha spiegato un’amica russa. Abbiamo fatto fatica a credere alle nostre orecchie, coi polmoni intasati dalle marmitte sovietiche delle Lada incolonnate nel traffico; lo scioglimento della neve ha lasciato fango nero nei giardini. All’improvviso, però i tronchi argentati delle betulle hanno smesso di mimetizzarsi nel grigiore dei palazzoni: in tre giorni il verde ha inondato la zona. Dopo il lungo letargo invernale, sboccia inaspettata una primaverestate breve e iperattiva. Così sono i russi: compiono grandi imprese in poco tempo; guerre, rivoluzioni, opere pubbliche, coppa del mondo di hockey sul ghiaccio. Dirompenti, ma solo all’ultimo momento.

La temperatura delle case russe durante l’inverno e quella dell’acqua che scorre dai rubinetti, le decide il Cremlino. Pochi russi capivano il nostro stupore di fronte ai grossi termosifoni in ghisa senza valvola di regolazione, saldati direttamente all’impianto. Un unico mitico rubinetto di quartiere accende la caldaia in autunno e la spegne definitivamente in primavera dopo una settimana di minima notturna di 8°C.

Con gli sprechi prodotti da questo sistema centralizzato, la Russia potrebbe soddisfare il fabbisogno di gas della Germania per un anno intero; ma nessuno pare preoccuparsene, anche in tempi in cui gli storici giacimenti sovietici stanno esaurendosi. I russi cercano stabilità e amano sentire la mano forte dello Stato che li protegge.

Francesco Marchesano

Il volo Lufthansa. Pro: hostess cordiali e arrivo in anticipo. Contro: il panino al burro e un bambino indisciplinato. Ogni volta che mi addormento mi viene a svegliare. L’arrivo in aeroporto. Pro: il controllo del passaporto, se sei cittadino europeo. Contro: il controllo del passaporto, se sei Moldavo. Passiamo mezz’ora a guardare il passaporto fermo sul tavolo. Le strade di Mosca. Pro: sono pulite e hanno piantato i tulipani. Contro: non ne è ancora sbocciato uno e soffochiamo dallo smog. In macchina per Mosca. Pro: viaggi con l’amica di Britney Spears. Contro: la guida è quella di Fast and furious. Speriamo di arrivare interi a destinazione. Le strisce pedonali. Pro: si chiamano zebra come da noi. Contro: aiutano l´automobilista ad individuare meglio il pedone bersaglio. La temperatura. Pro: non fa freddo. Contro: moriamo di caldo. Impossibile chiudere il riscaldamento centralizzato di quartiere. Lo studentato. Pro: dopo un mese il guardiano ci riconosce. Contro: dopo un mese il prezzo per un ospite a cena è di 200 rubli. Li intasca la guardia all’ingresso. Per i corridoi dell’università. Pro: hanno scritto il nome delle vie e l’indicazione dell’uscita. C’è qualche speranza di non perdersi nel labirinto. Contro: i gradini si rimpiccioliscono man mano che scendi le scale. Meglio non farle ad occhi chiusi. La metro di Mosca. Pro: bella e potente. Contro: se rimani chiuso in mezzo alle porte. Non c’è possibilità di uscirne. La vodka russa. Pro: è profumata e aiuta a socializzare. Contro: non fa effetto dopo 2 etti di pasta scotta. Le giornate di Mosca. Pro: il sole non tramonta mai. Contro: la città non dorme mai. Un mese a Mosca. Pro: ti innamori lentamente. Contro: le contraddizioni ti hanno ammaliato. Ci dovrai ritornare.

Margherita Gianessi
margherita.gianessi@sconfinare.net

No, non doveva dirle niente… non poteva!

Come avrebbe potuto sopportare di dirle che, dall’oggi al domani, la loro vita era completamente distrutta?

Bianca era sì una donna forte, ma ne aveva passate veramente troppe perché potesse sopportare anche questa.

All’età di 12 anni, si era ritrovata orfana di padre e costretta a vivere da sola con sua madre che, malgrado l’avesse messa al mondo, era la persona che la comprendeva meno di chiunque altro.

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Il passaggio dall’ingresso alla platea, dopo la lunga attesa sotto la tettoia sgocciolante del teatro Verdi, è stato un viaggio ultrarapido dalla piovosa Pordenone al Sudafrica postcoloniale; un viaggio guidato da parole e gesti di una signora ottantaquattrenne, africana di madre inglese e padre lettone, che ha vissuto e raccontato il suo Paese con l’occhio della scrittrice, attenta agli «aneddoti non inclusi nel libro di storia da imparare a memoria».

Nadine Gordimer esce dalle quinte del Dedica Festival e si avvia a piccoli passi verso il leggio, inizia a sfogliare le prime pagine del suo nuovo libro, Beethoven era per un sedicesimo nero, legge in inglese il primo racconto. È la storia di  un professore di Biologia che, dal Sudafrica di oggi, cerca di ripercorrere la storia della sua famiglia a partire dal suo cognome (bianco) ereditato dal bisnonno partito molti anni prima dall’Inghilterra; quel suo avo – ritratto nella sua gioventù virile in una vecchia fotografia – gli aveva trasmesso una goccia di sangue nero, unendosi, lontano dalla moglie e dalla patria, con una serva della miniera. È forse per questo che il prof, da ragazzo, disegnava e affiggeva per le strade manifesti contro i signori del regime dell’apartheid; per questo, oggi, non è guardato con troppa diffidenza dai suoi connazionali con  la pelle scura: «Una volta c’erano neri, che, poveracci, volevano rivendicare il loro essere bianchi. Adesso c’è un bianco che, poveraccio, vuole rivendicare il suo essere nero. Il segreto è sempre lo stesso.»

In platea il pubblico (tanti sono gli africani) è in delirio quando una figura, alzatasi dalla prima fila in penombra, sale sul palco e si riempie di luce: Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, «non ha resistito» a venire a salutare una vecchia amica. «Un bravo cittadino del mondo è chi riesce ad esserlo a partire dal suo villaggio. Nadine ha servito il suo Paese con le parole, che possono influenzare gli amici o i politici. Da segretario ho tenuto presente quanto mi ha insegnato questa signora, ho cercato di farmi tramite di parole di speranza perché arrivassero anche in Paesi dove si può morire per aver scritto una pagina di giornale». Annan racconta dei suoi incontri con la scrittrice, i due si sono spesso incrociati in giro per il mondo cogliendo l’occasione per scambiare qualche considerazione sulla loro Africa.

La stessa Gordimer racconta delle loro preoccupazioni e speranze per Kenia e Zimbabwe; risponde paziente alle domande un po’cattedratiche di una docente universitaria, spiega come nascono i suoi racconti e parla di Sudafrica. Il suo Paese è uscito nel 1991 da quarantatré anni di apartheid; ha rischiato la guerra civile, ma nel 1994 ha festeggiato, con le prime elezioni a suffragio universale, la vittoria del African National Congress di Nelson Mandela. «La gente è scesa per le strade, si brindava, l’euforia era incontenibile: ma è arrivato il giorno dopo, quello dell’impegno per costruire il futuro. Oggi stiamo vivendo quel “giorno dopo”.»

Due imprevisti rendono tuttora difficile la vita al popolo sudafricano: la piaga dell’AIDS e le forti ondate  di immigrazione; tre milioni di persone sono già fuggite verso Sud da Zimbabwe, Somalia, Kenia, provocando sempre più risentimento nella popolazione.

«Siamo liberi solo da mezza generazione, l’Occidente sappia pazientare, ci dia un’occasione: stiamo facendo molti passi avanti e io sono una “realista ottimista”, come mi ha insegnato Mandela.»

La sala tace e sospira quando Kofi e Nadine, due artigiani della parola, si stringono un forte abbraccio.

Conservo il ricordo di una vecchina piena di energie che non smetterà di combattere con la sua penna, la stessa penna che quella sera ha graffiato paziente decine di autografi per i fans di Pordenone.

Francesco Marchesano

Ero entrato a far parte della Komuna da pochi giorni, quando una bella sera con alcuni amici siamo andati alla ricerca dell’Hot Clube; rinomato Jazzclub in Praca da Alegria, dove è solita l’esibizione di spettacolari jam-session non solo dei musicisti locali, ma anche delle stelle del Jazz, le quali, dopo concerti in sale e stadi affollate dalle masse si rifugiano benvolentieri in postacci con pareti scure, tavoli rotondi ed il solito barista scortese fumatore incallito, per prolungare la notte fino al mattino. Ebbene, qui inizia la storia.
Quella sera stavo assistendo ad una jam spettacolare, come ne ho sentite poche, segno che i musicisti fra di loro si conoscevano come le proprie tasche. Il perchè l’ho capito subito dopo, durante l’intervallo, quando mi sono stati presentati i coinquillini mancanti all’appello.
La Komuna è una casa storica in una zona storica, sopra la downtown lisboeta, di fronte alla casa di Camoes. Ci hanno vissuto in tanti; jazzisti tedeschi, fadisti giapponesi, artisti di ogni genere, studenti erasmus azoriani, lavoratori del sociale asociali. In quattro anni ci hanno vissuto circa un centinaio di persone provenienti da tutte le parti del mondo, distribuite tra i due piani che formano la Komuna. Quante persone vi siano passate per un cafesinho, per una festa oppure per provare l’ultima sambinha prima del concerto, è un dato incerto. Tutti però hanno lasciato una loro traccia, che sia una frase su una parete o una goccia di vino sul vecchio pavimento in legno.
Attualmente la casa si trova in uno stato di continuo degrado fisico; piogge monsoniche in più stanze e invasioni di insetti in cerca del Lebensraum ideale, per non parlare della constante minaccia del crollo di un palazzo vicino. Il proprietario è un mistero e risulto tra i pochi fortunati che sono riusciti a vederne l’ombra. L’affitto passa attraverso il classico fruttivendolo sotto casa che funge anche da fonte di informazioni del quartiere, ma questa è un’altra storia.
Per quanto riguarda regolamenti vari e turni di pulizie, nella Komuna non esistono; tutto è basato sul senso di responsabilità ed il rispetto verso gli altri, di ogni singolo Komunard. Questioni aperte vengono discusse tra un bicchiere e l’altro nelle riunioni, festosamente annunciate sulla bacheca nel corridoio accanto a depliant di Yoga misto con Flamenco e fusioni di Tablas indiani e Appenzeller Hackbrett.
In questo periodo la Komuna è abitata da 14 persone provenienti da 17 nazioni diverse, distribuite sulla Komuna de baixo e la Komuna de cima. Lo spirito di ospitalità portoghese induce però sempre a tenere un ospite in casa, che sia il senzatetto che passa per farsi la barba o il viaggiatore cronico non ancora pronto per tornare alle proprie radici, la porta è constantemente aperta.
Bene, visto che il tempo sta migliorando e oggi è domenica, mi recherò in spiaggia ad aspettare l’onda giusta. Buon proseguimento a tutti.

Stefan Festini Cucco

 

Il liceo femminile “Santa Caterina da Siena” ha organizzato una festa. È la scuola di T ed E, e non mi è difficile procurarmi un ingresso. Mentre mi reco al bar del parco che ospita la festa rifletto divertito su come solo una scuola femminile possa organizzare la propria festa annuale la sera della prima partita della Nazionale. Arrivato sul posto presento il mio invito ai due culturisti di guardia, e l’organizzatrice mi consegna un buono consumazione. Si chiama S, e ha l’aria tesa di un regista esordiente la sera della prima. I suoi occhi scuri sono gentili, e la sua scollatura sta per esplodere. Interessante. Sorrido a lei e alle sue amiche, ma prima di poter intavolare una conversazione vengo investito da T. Ha un bel vestito nuovo senza spalline, e sta aspettando che arrivi il suo ragazzo. Il suo nuovo ragazzo, G. L’ho incontrato un paio di volte, e per quanto non sia esattamente nelle mie corde è certamente meglio di L. T mi presenta due amiche: I è bassa, paffuta e olivastra, mentre M è alta e atletica, con un viso dai tratti decisi. Carina. Il vestito nero le dona molto. Scambiamo qualche parola, poi muovo verso il vivo del party. Vengo deluso: E non si vede, e la festa sembra avere difficoltà a decollare. Tutti i maschi sono in disparte, a guardare la partita su un maxischermo, mentre le ragazze ciarlano a gruppetti. In un angolo un DJ pastrocchia pessima musica. Di colpo mi rendo conto di aver fatto un grottesco errore di valutazione: non ho calcolato che T ha due anni meno di me, e che è stata bocciata due volte. L’età media di questa festa è sedici anni. Di colpo mi sento vecchio. La prima ora passa senza sussulti, mentre sorseggio la mia Pepsi e violo continuamente la regola dei tre secondi*. L’evento più rilevante della successiva mezz’ora è costituito da L che si presenta alla porta in piena crisi di gelosia da ex possessivo. I muscolosi non lo fanno entrare, ma T diventa dolorosamente consapevole dell’enorme ritardo di G. A quel punto il DJ inizia a mettere sul piatto canzoni sopportabili, e lentamente si inizia a ballare. Gestisco male la cosa, ovviamente. Mai stato un buon ballerino, e le sottigliezze del rimorchio su pista da ballo mi sono aliene. Dopo aver ballonzolato senza scopo per una decina di minuti decido che è ora di una sigaretta. Esco dal bar e trovo T in lacrime. Non c’è che dire, ha un vero dono per trovare il ragazzo sbagliato. La consolo al meglio delle mie possibilità, le offro un tiro, e in quel momento parte “Hot Stuff”. Mercuriale come sempre, T si illumina in volto e schizza sulla pista. La inseguo, per accertarmi che non faccia sciocchezze e per riprendermi la sigaretta. La pista è più popolata, ora, e T inizia a flirtare con quattro ragazzi insieme. Ballo con lei, la maggior parte del tempo. So che il suo è solo un gioco, per prendersi una piccola rivincita sul suo ragazzo ritardatario, ma non voglio correre rischi. Da come balla, pochi capirebbero che sta giocando. Cerco anche di ballare con qualche ragazza, ma non sembro riuscire a stabilire un contatto. Dopo qualche minuto mi rendo conto che sto venendo evitato: le ragazze fuggono da me. Ho vent’anni, i peli sul petto, gli occhi affamati. Logico che le spavento. Due bimbette alte si e no un metro e quarantacinque mi si avvicinano, una delle due trascina l’altra. La vittima mi chiede quanti anni ho. Rispondo la verità, e le vedo fuggire un istante dopo. Mi fanno tenerezza, e mi sento ancora più vecchio. Aspetto la fine della canzone e poi siedo a riposare le mie vecchie ossa. Sono accanto ad M e I, e le ascolto parlare. M parla delle poesie macabre che scriveva alle medie e della voglia che ha di picchiare qualcuno. Sembra che abbia un delizioso lato oscuro, non troppo profondo, ma coltivato con cura sufficiente da rendere interessante una ragazza che fa venticinque ore a settimana di danza. Vorrei conoscerla meglio, ma non stasera, non dopo essere stato rifuggito da ogni ragazza presente. Ci sono cose più importanti del mio non battere chiodo: T è in crisi nera. È uscita di nuovo nel cortile, e sta piangendo. Io ed M la abbracciamo e le diciamo di non preoccuparsi. Mezz’ora dopo la partita è finita e G. si degna di arrivare. Osservo sconsolato il teatrino dell’incomunicabilità che ne segue e mi accendo un’altra sigaretta. T si fa venire a prendere da sua madre, io approfitto del passaggio e poco prima di arrivare a casa scopro che M, che contavo di rivedere, è una quindicenne. Serata persa, senza speranza.

*una volta stabilito contatto visivo con una ragazza, bisogna andare a parlarci entro tre secondi, per non perdere il coraggio e non passare per un maniaco.

Luca Nicolai

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