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 (tra rospi e intrugli di streghe senza processo)

Anche la poesia oggi viene dimenticata. Produzioni poetiche odierne pubblicate e abbandonate. Così ridondanti, così facilmente accessibili. Nulla emoziona, niente è più vividamente descritto. Una poesia immobile, rattrappita. Noiosa ed annoiata. Trascurata perchè non rispondente all’attuale principio del concreto. Un mucchietto di parole, frasi scritte tutte a sinistra ammassate dagli enormi spazi bianchi di destra. A volte però si riscopre ancora lo stupore. A volte ancora permane l’insistenza di un bagliore. Ancora qualcuno ridona alla produzione poetica bellezza, calore, lo stato di sublime necessità. Umilmente la mano di quel qualcuno risponde all’istinto. Innocente cede il passo all’irrazionale. Quell’istinto è di nuovo poesia.

     Non servono grandi città, il gusto sofisticato della metropoli per riscoprire sentimenti universali; la meraviglia non necessita di slogan o di pressanti campagne pubblicitarie. Piano piano il verso nasce ad Andreis lucido, schietto, autentico. Il verso di Federico Tavan, poeta friulano delle valli. Così si incontra la sua poesia, umilmente essa si dona e subito si fa amare. Inizialmente Tavan scrive per disperazione, dice. Nel verso emerge una vita passata tra ospedali, ambulatori e centri di igiene mentale: posti che non fanno per lui, come egli stesso afferma, per i suoi comportamenti poco comprensibili, le ansie ricorrenti, i pensieri audaci. Nel suo vissuto  Federico Tavan arranca in uno stato precario, non cerca pietà, non ricorre all’autocommiserazione. Esprime se stesso, la sua sofferenza. Poi l’incontro col gruppo culturale Menocchio, immediatamente si scopre la forza della sua scrittura, di quei versi in friulano che suonano come un urlo disperato. Sui quaderni del Menocchio di nuovo quei versi tutti a sinistra ora riempiono il silenzio del bianco che li affianca. Nascono così le prime pubblicazioni e segue la mobilitazione di alcuni scrittori (tra cui l’amico Paolini) affinchè il poeta -nostra preziosa eresia-, com’è stato definito, possa beneficiare della legge Bachelli che concede un vitalizio a cittadini indigenti distintisi nel mondo dell’arte.

     Quella di Tavan è arte pura. Scrive per piacere. Fugge con i suoi canti la modernità mentre alla ricerca di sentimenti autentici, di relazioni sincere, della realtà delle parole fagiolo, cane, zucca, Tavan scrive e segna sul foglio il destino di un uomo. Un uomo comune, pifferaio di vite comuni vissute al limite. Ed è proprio l’esperienza del finito che rende pura la sua poesia. Custode di sentimenti che non fanno storia, di vissuti che guastano il paesaggio, il poeta si fa portatore del grido delle pantegane che infangano le mani. Si ribella alla propria condizione, canta il mondo dei non vincenti, ma senza rassegnazione. La sua poesia è un grido universale io muoio su una croce diversa/ mordendo i chiodi/ e spingendo i piedi/ verso il basso a sentire/ l’erba che cresce. La produzione di Tavan nasce in questo modo, tra letture e interpretazioni dei maudit e del caro maestro Pasolini di cui egli continua l’opera in friulano. Ama gli eremiti, gli emarginati, ama le contraddizioni per restare se stesso. Tavan mette in luce l’esistenza di chi è in ombra, porge spiragli di purezza.

     Come spesso accade però dopo le prime pubblicazioni la necessità cede il passo all’abitudine. Tavan allora non scrive più, rifugge l’attuale meccanismo dell’efficienza. Mentre le sue pagine conservano valori e valore nel tempo, egli smette quando entra nei meccanismi umani.

E ‘i son passatz tre dis … ‘I àn sfurcjat la puarta, ‘i àn parat jù i armarons e al comodin. Jo ju spetave, platat sot al liet. “AH, DIU! ‘I SON RIVATZ I UMANS”. 

Nicoletta Favaretto

Riceviamo e pubblichiamo una lettera arrivata in redazione, riservandoci di pubblicare le eventuali repliche. Scriveteci all’indirizzo email sconfinare@gmail.com. Speriamo così di poter creare un dialogo costruttivo tra studenti e istituzioni.

Spettabile Redazione del mensile “ Sconfinare”,

in qualità di studenti del secondo anno della Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche ci sentiamo in dovere di replicare alle dichiarazioni rilasciate  dal Prof. Gabassi nel corso dell’intervista allo stesso pubblicata sul vostro giornale nell’edizione di ottobre 2007. Siamo motivati a questo in ragione del fatto che, essendo noi ormai giunti a conclusione del nostro percorso di studi, possiamo far risaltare le incongruenze presenti nelle parole del Presidente del Corso di Laurea, in particolar modo,  quando questi si riferisce al più recente passato del S.I.D., un passato che ormai solo noi “anziani” conosciamo e che desideriamo non venga mistificato.

In primo luogo, vorremmo sottolineare che la Presidenza del Corso di Laurea, pur non potendo secondo gli ordinamenti vigenti esercitare nei confronti dei docenti un potere “coartante”, ha sempre svolto una peculiare funzione di persuasione grazie alla quale la coordinazione tra insegnanti e insegnamenti si è sempre svolta secondo i normali principi di organizzazione di un corpo complesso quale quello in cui ci troviamo ad operare. D’altra parte, non si comprende quale altra funzione questa carica possa svolgere: più volte alle nostre domande di intervenire di fronte a situazioni critiche ci siamo sentiti rispondere dal prof. Gabassi “io non ho potere: fate una raccolta firme” e non crediamo che questa risposta possa provenire da chi è stato posto a capo del S.I.D. Che compito dunque svolge il Presidente? Di mera rappresentanza?

Spiace altresì constatare come, alla domanda sul calo delle domande di ammissione presso il nostro Corso di Laurea, l’intervistato risponda con una sostanziale fuga rispetto al nocciolo della questione. Un Corso di Laurea vive dei suoi studenti, i quali dovrebbero essere posti in primo piano, e dunque la drastica diminuzione di coloro che tentano l’esame di ingresso va attentamente analizzata, diremmo sviscerata, senza nascondersi dietro un fragile dito costituito dall’affermazione “La quantità è calata, ma è aumentata la qualità” (concetto peraltro discutibile).

Di seguito, in relazione alla creazione del nuovo corso “internazionale” di Scienze Politiche a Trieste, il nostro Presidente dichiara di aver votato a favore di quest’ultimo in Consiglio di Facoltà pur riconoscendone la sua “distonia”. Ora, si presume che chi è a capo di un organismo abbia intenzione di preservarne l’esistenza e, qualora questa sia messa in dubbio, egli ha il dovere di motivare le scelte che possono apparire confliggenti agli occhi di colui che in quell’organismo agisce sia come docente sia come discente. Tali motivazioni non sono fornite dal nostro Presidente. Anzi, egli controreplica cambiando argomento e accusando gli intervistatori di averlo insultato relativamente alle sue presunte velleità di “indirizzare Gorizia alla specializzazione sul Negoziato”. Si smentisce di voler fare del S.I.D. un corso “negoziale”, affermando però che in fin dei conti il Negoziato da noi si è sempre fatto con Baldocci, Ferrarsi, Farinelli etc. Noi lo neghiamo. Le personalità citate dal prof. Gabassi non si riuducevano a questo,  ma le loro lezioni spaziavano su tematiche ben più vaste (ed interessanti) di carattere politologico ed internazionale.

Per il Presidente “è opinabile che l’offerta formativa in senso negoziale venisse fatta in modo diverso” rispetto alla caratterizzazione che egli vuole imprimere. Noi rispondiamo che è vero: era così radicalmente diversa da non essere affatto impostata in senso negoziale.
Se poi il Presidente intende percorrere nuove strade ci permetta di dire che queste non rappresentano il motivo per il quale noi ci siamo iscritti a questo corso di Laurea.

Per quanto concerne la cosiddetta “microdidattica” aspettiamo il consiglio dei docenti al quale parteciperà anche la rappresentanza studentesca; tuttavia ci sia consentito esprimere i nostri dubbi in merito alla rilevanza di questo: non sono certo le conferenze né tantomeno le lezioni di “Portoghese in 24 ore” ad aumentare l’offerta culturale dell’istituzione in oggetto.

In conclusione, quello che più ci sorprende nelle dichiarazioni rilasciate nell’intervista dal Prof. Gabassi nei riguardi del Corso di Laurea che egli dirige, è la totale assenza dell’idea di “prestigio” che per anni ha accompagnato Scienze Internazionali e Diplomatiche. Il prestigio, specialmente negli ultimi cinque anni, ha agito da calamita nei confronti degli studenti ben più che la presenza di nomi autorevoli quali docenti. Oxford rimane Oxford anche in assenza di rilevanti personalità che lavorano e operano al suo interno. Il SID, come è stato dimostrato recentemente, è rimasto un polo di attrazione per i giovani anche dopo che sono venuti meno i grandi nomi che vi avevano insegnato ( si pensi ad Andreotti, ad un Dominick Salvatore, Nobel per l’economia….) e tutto ciò grazie al prestigio accumulato nel tempo. Ora, nelle parole del Presidente non scorgiamo in alcun modo l’orgoglio di presiedere una realtà di tale rilievo e questo è ciò che ci duole di più. Sia ben chiaro che quanto qui scriviamo non è assolutamente finalizzato ad ottenere una contropartita consistente in favori o agevolazioni, ma si tratta di un nostro doveroso e giusto scatto di orgoglio. Si tratta anche di un profondo rispetto nei riguardi di un Bene che nel tempo ha distribuito ai suoi studenti non solo notevoli competenze nei settori più specifici e nello stesso tempo più vasti della politica, dell’economia e della diplomazia internazionali, ma anche un bagaglio di esperienze che i nostri ex-studenti non dimenticano.

Da tempo gli studenti si lamentano del livello a cui il S.I.D. è giunto e chi scrive ha sempre cercato di evidenziarne i suoi aspetti positivi, anche, e lo ripetiamo, per questioni di anzianità,  ma ora non possiamo permettere che sia la stessa dirigenza a metterne in crisi la sua esistenza.

Ringraziamo per l’attenzione e per la lettura.

Lettera firmata da 22 studenti del secondo anno del corso di laurea specialistica del SID.

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