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Intervista con l’autore, Giovanni Fasanella

Sig. Fasanella, che cos’ha significato per lei scrivere questo libro? Qual è stato l’input e quale la difficoltà nel relazionarsi con lo studio dei movimenti di estrema destra?

L’input è stata la cronaca. Alcuni avvenimenti di violenza accaduti di recente hanno presentato elementi di analogia e mi è sembrato che si potessero riunire ad un filo conduttore: la violenza contro il diverso. La difficoltà è stata sicuramente andare a cercare informazioni riguardo a movimenti che esistono al di fuori della legge, la cui caratteristica principale è una mimetizzazione impressionante.

Come lei dice, la violenza è l’elemento caratterizzante di tali movimenti. Quali sono gli obiettivi di questa violenza?

Prese di mira sono le diversità, che si parli di etnia, religione o scelta sessuale. Sono azioni che nascono da una vera e propria cultura dell’odio (soprattutto xenofobo) e riemergono da un sottofondo, che è quello nazi – fascista. A capo di questa violenza vi è comunque una rete e un network organizzativi internazionali sorprendenti. In Italia sono organizzazioni, quelle in esame nel libro, che si rifanno a vecchie sigle della destra eversiva degli anni ’60, ’70 ed ’80. Basti pensare che è stato arrestato poco tempo fa un uomo che tentava di reinserire il Ku Klux Klan. Al giorno d’oggi, vi è anche una maggior radicalizzazione a seguito della svolta di Fiuggi, con la quale Alleanza Nazionale ha ripudiato alcuni elementi fondanti del proprio passato. In questo senso, Fini ed Alemanno sono considerati dei traditori, agli occhi dei neofascisti.

In questo senso, non crede che queste organizzazioni stiano lavorando alla base, facendo oggi quelle attività politiche e culturali che venivano portate avanti una volta nelle sezioni comuniste?

Questa destra è pericolosa e subdola: usa oggi effettivamente delle parole d’ordine rubate alla sinistra. La destra si occupa dei centri sociali e del territorio, crea una vera e propria cultura di estrema destra attraverso case editrici, musica e soprattutto internet. Non è solo azione, sono pensiero ed azione insieme.

Gli episodi di omofobia degli ultimi mesi sono da ricollegare a questi movimenti di estrema destra o sono più da vedere come una difficoltà da parte della società tutta ad accettare nuove realtà sociali?

Entrambe le cose. Non si può negare comunque che all’interno dei movimenti di estrema destra vi sia omofobia.

A mio parere, le sacche di estremismo si vengono a creare lì dove la politica, attraverso il governo, non riesce a dare risposte adeguate a macroproblematiche che possono creare tensioni sociali. Cosa ne pensa?

Vi sono dei fenomeni dilaganti qualora la politica non sa dare risposte a problemi sociali emergenti. L’esempio più emblematico della questione è il problema dell’ondata migratoria. Dopo il 1989 si sono aperte le frontiere ad Est ed è arrivata gente affamata. Molti vengono da esperienze di guerre civili (basti pensare ai Balcani). Stessa cosa vale per le genti del Sud, dall’Africa. L’impatto della nostra società con questo macro-fenomeno ha creato un problema con cui non si era fatto i conti. La sinistra ha sicuramente sottovalutato il problema mentre a destra, con Lega Nord e La Destra, si è saputo dare solamente risposte xenofobe. Politica di accoglienza e politica di sicurezza sono due cose diverse e bisognerebbe spiegarlo alla nostra classe dirigente politica. La Lega Nord non si può definire “estrema” ma si basa sulla xenofobia e al suo interno si sono infiltrati personaggi provenienti dall’estrema destra, come ad esempio Borghezio. Si parla di “entrismo” nella Lega.

L’esistenza di movimenti estremisti non è mai venuta meno, ma leggendo il suo libro appare una situazione molto più importante a livello di numeri e questo traspare anche dai risultati delle ultime elezioni regionali. Quali sono i fattori alla base di tale amplificazione oggi? Che differenza c’è con l’estremismo di destra degli anni di piombo?

I fattori di quella che lei chiama amplificazione sono due: immigrazione e crisi sociale. A questo quadro si aggiunge la costante dell’antisemitismo. Quella descritta è una destra identitaria, che si rifà ad antichi valori, alla tradizione e si identifica nel filoarabismo ed antiamericanismo. Rispetto alla destra degli anni di piombo, possiamo affermare che vi sono elementi di continuità – ideologici, politico-organizzativi e nelle persone – ma non bisogna dimenticare che nel mentre è caduto il muro di Berlino. Se prima quindi la lotta politica si faceva contro il comunismo, al giorno d’oggi è il diverso ad esser preso di mira.

Il recente film “Genitori & figli” rappresenta, tra l’altro, uno dei problemi attualmente esistenti presso i giovani: un rigurgito di forte razzismo e forme di bullismo nelle scuole. Dove hanno sbagliato la società, la scuola, la famiglia?

Si sbaglia quando di fronte al rinascere di culture, come il nazifascismo, non si mette sufficiente attenzione da parte della scuola e della società nel contrapporre una cultura diversa. Si rimuove la storia quando è dal nostro passato che dobbiamo imparare. E’ quindi fondamentale ristabilire una cultura della tolleranza opposta a quella dell’odio che al giorno d’oggi, anche se propagata da un’estremità politica, ha contagiato tutta la società. E’ sicuramente questo il più grande demerito che ha la Lega in Italia.

Per finire, come nei telegiornali, lo sport. Nel libro lei sottolinea come fabbriche dell’estremismo di destra siano diventati gli stadi. E’ impensabile sperare in una presa di posizione da parte delle società di calcio contro determinati fenomeni razzisti e neofascisti? Penso soprattutto alla futura costruzione di stadi privati per club che potrebbero diventare nuovi templi per la fede, calcistica e politica…

Una presa di posizione non risolverebbe comunque il problema e le società sono troppo divise tra aspetti commerciali e la necessità di avere una tifoseria forte. Andare contro i propri tifosi sarebbe dannoso e la linea politica scelta è quella della prudenza e del “benestare tacito”. Dall’altra parte, i movimenti politici hanno capito di poter far leva sulla fede calcistica e hanno trovato nelle curve un terreno dove ottenere consenso. Si tratta ancora di contrapporre una cultura ad un’altra. I mezzi di informazione e le società sportive hanno di sicuro avuto il torto di assecondare e tollerare troppo nel passato. Ciò nonostante la Legge Mancino comporta mezzi per reprimere idee razziste e xenofobe e la repressione è fondamentale e deve essere implacabile, quando necessaria. Basti vedere come in Gran Bretagna siano riusciti a limitare gli hooligans. Le leggi sono necessarie, così come servono iniziative politico culturali e di tolleranza. E nel campo di gioco, il messaggio principale dello sport, di unione e fratellanza, non deve mai essere dimenticato, soprattutto non da chi il gioco lo pratica.

Il libro: “L’orda nera” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, ed. BUR 2010, € 9,80

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

Amico fragile, in Volume VIII. 1975

 
“Evaporato in una nuvola rossa in una delle molte feritoie della notte con un bisogno d’attenzione e d’amore troppo, “Se mi vuoi bene piangi “, per essere corrisposti…”

 
E’ l’unica canzone autobiografica di De Andrè, scritta da solo, in una notte, con molto alcol tra le vene. Da qui bisogna partire per capire, o almeno parlare seriamente di Fabrizio De Andrè. Poi pian piano, aggiungere altri tasselli. Le musiche oniriche di Amico fragile accompagnano tutto quello che De Andrè ha scritto e cantato nella sua vita, i temi ricorrenti e quello che sembrava essergli più urgente: svelare l’ipocrisia, la speranza in una nuova umanità e dunque il bisogno di cantare e dar voce agli ultimi della terra, una visione del cristianesimo depurato dalle sovrastrutture della chiesa, l’amore e la politica. Tutto questo era Fabrizio De Andrè, morto dieci anni fa lasciando un tangibile vuoto.

Oggi la nostra Italia – dalla memoria corta, culturalmente lenta e conservatrice – ha dedicato 88 luoghi, tra piazze, scuole e teatri al genovese, che credo se la rida quando pensa che la sua musica è una di quelle poche cose che tiene assieme noi italiani: fine curiosa per un anarchico.

La sua vita musicale è stata influenzata da elementi diversi. Ha contribuito Genova, il mare e le mulattiere che lì vi arrivano(creuza de ma), l’amore per le donne, e ovviamente il caso. A sei esami dalla laurea in legge abbandona una possibile carriera da avvocato, quando trova il successo musicale grazie all’interpretazione di “Marinella” di Mina, dirà: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Inizia a scrivere e comporre, collabora con Piovani, De Gregori, Bentivoglio e Cohen, traduce Dylan e Brassens, mette in musica “l’antologia di Spoon River”, arrivata in Italia grazie alla traduzione della Pivano. Partecipa alla contestazione del 1968, segue il maggio francese, nel 1973 esce “storia di un impiegato”, irride l’ipocrisia borghese e condanna le degenerazioni dei violenti.

Fa ridere leggere oggi le inchieste dei servizi segreti italiani di quegli anni che lo volevano vicino al terrorismo di sinistra, arrivando a sospettare che la tenuta acquistata in Sardegna sarebbe servita come base per una comune. Era il 1973 ed erano altri tempi, oggi questa storiella non può che unirsi alla schiera di barzellette sulle forze dell’ordine. Lui in Sardegna c’era andato per cercare ragioni profonde dell’essere e, neanche i 117 giorni di sequestro faranno diminuire il suo amore per quella terra: dei sardi dirà che come i pellerossa sono un popolo orgoglioso, fiero delle tradizioni e vittima della “civiltà”.

Qualche sera fa, su Rai3 Fabio Fazio ha presentato un programma(di 3 ore,3!) dedicato al cantautore genovese-dovrà pur servire a qualcosa pagare il canone Rai!-, era presente anche la seconda moglie di De Andrè, Dori Ghezzi. Sorrideva, ringraziava e canticchiava ma, non ha ceduto ad un’emozione, una qualunque manifestazione non controllata, difficile in una serata nella quale tutti avevano gli occhi lucidi. Non credo fosse triste per la perdita del compagno, sembrava semplicemente assente, distante da quanto le accadeva intorno. De Andrè prima di tutto non è un rito collettivo, è qualcosa di più profondo che ognuno segue col proprio pensiero, credo Dori Ghezzi volesse significare questo l’altra sera.

Non dobbiamo cadere nell’errore di volerne fare un’icona, cercando di santificarlo, almeno per amore di verità, era estremamente umano, sapeva godersi la vita, era piuttosto pigro e per nulla al mondo avrebbe perso una partita del Genoa calcio. Era un uomo dalla smisurata sensibilità , ascoltandolo ci si può riavvicinare all’umanità, alla parte più profonda di essa, sfiorare la verità e ignorare la meschinità del quotidiano. Questo era Fabrizio De Andrè, grande poeta che oscilla tra umano e sublime.

Federico Nastasi

Un’esperienza di condivisione aperta a tutti

Taizé è una comunità cristiana ecumenica fondata nel 1944 da un prete svizzero, Frère Roger. Immagino che a questo punto, per il 75% dei lettori, l’interesse verso quanto sto per raccontare sia già drasticamente diminuito: se tuttavia ve la sentite di continuare, spero di potervi dimostrare che ancora una volta le apparenza ingannano.

Lo spirito che ha sempre animato il fondatore della comunità di Taizé, ucciso da una squilibrata il 16 Agosto 2005, è stato quello della condivisione e della comunione, innanzitutto fra le varie confessioni cristiane: proprio l’ecumenismo è la caratteristica principale di questa comunità, ciò che la rende diversa da tutte le altre comunità cristiane. Nel minuscolo paesino di Taizé, dove ha sede la comunità, per tutto l’anno migliaia di giovani da tutto il mondo si ritrovano per meditare e pregare: infatti l’altra caratteristica peculiare di questa comunità è il forte legame con i giovani, interlocutori privilegiati della logica ecumenica, che dà molto più peso agli elementi di unione che non a quelli di divisione. È ovvio quindi che una visione simile sia più vicina a noi giovani, specie europei.

Proprio ai giovani europei si rivolge l’Incontro europeo dei giovani di Taizé, che si svolge ogni anno, dal 28 Dicembre al 1 Gennaio, in una grande città europea. Quest’anno si è svolto nella capitale d’Europa, Bruxelles, che ha accolto tutti i 40000 partecipanti con temperature oscillanti tra -8° e 0° e un tasso di umidità del 90% (!!!), ma anche con generosità ed efficienza. Prima di continuare, è meglio ribadire un dato fondamentale: partecipare agli Incontri Europei comporta la rinuncia al Capodanno con i soliti amici. So che a molti questo potrebbe sembrare una perdita intollerabile, un sacrificio di enormi proporzioni, ma personalmente, dopo 7 incontri consecutivi, posso dire tranquillamente di non essermene mai pentito.

Il costo totale è sempre inferiore ai 200€ (viaggio, vitto e alloggio per 5 giorni) e solitamente il viaggio si fa in corriera ed è quindi estremamente lungo e scomodo. Una volta arrivati, si viene smistati nelle varie parrocchie che hanno dato la loro disponibilità a trovare gli alloggi per i “pellegrini di fiducia”: la maggior parte delle volte si è ospitati dalle famiglie, oppure nelle palestre e nelle scuole (quando la città si presta a una visita turistica a bassissimo costo e quindi attira orde di persone non del tutto in linea con lo spirito dell’incontro). L’accoglienza nelle famiglie forse limita la possibilità di fare festa senza limiti, ma è la maniera migliore di conoscere la vita e i popoli degli altri paesi e può rivelarsi un’esperienza bellissima, e comunque sempre sorprendente.

La giornata-tipo dell’incontro prevede la colazione in famiglia o nella scuola/palestra, la preghiera del mattino nella parrocchia e gli incontri in piccoli gruppi con gli altri giovani della propria parrocchia. In questi incontri è richiesto di meditare sulla “Lettera” dell’incontro (scritta dal capo della comunità, Frère Alois) ma ovviamente la discussione è libera: è un’ottima occasione per esercitare il proprio inglese e conoscere ragazzi di altre nazionalità.

Finiti gli incontri, ci si dirige alla Fiera della città, allestita per accogliere le preghiere e i pasti: pranzo e cena, consumati seduti per terra nei padiglioni della Fiera, sono seguiti dalle preghiere sullo stile di Taizé, i momenti centrali del “pellegrinaggio di fiducia”. La preghiera di Taizé è molto particolare e consiste in canti di ogni confessione cristiana, ognuno ripetuto a lungo, una meditazione dei Frères e 10-15 minuti di silenzio: è un momento molto bello, anche per chi, come me, nella vita di tutti i giorni dedica ben poco tempo alla preghiera e alla meditazione. Non capita tutti i giorni di stare a cantare e a fare silenzio (quasi perfetto) assieme ad altri 10000 ragazzi, e sono momenti preziosi per pensare a tutto ciò che durante l’anno si trascura o si nasconde dietro altre preoccupazioni.

L’Incontro di Taizé è un’esperienza che potrebbe non piacere a tutti, ma è sicuramente unica e originale.

Permette di scoprire da un punto di vista assolutamente inusuale la vita di altri popoli, di stringere relazioni che sono spesso di una intensità e autenticità sorprendenti, anche quando non vanno avanti dopo l’incontro.

Aiuta a vivere in maniera diversa per qualche giorno, lasciandosi temporaneamente alle spalle i pesi della vita quotidiana per potersi concentrare meglio su se stessi e sulle persone intorno a sé.

Ricorda l’importanza della condivisione e dell’apertura verso gli altri, perché le barriere culturali cadono fin troppo facilmente quando si condividono ogni giorno le stesse cose e lo stesso spirito.

Ma soprattutto, ogni volta si ritorna a casa esausti e felici, con tutti i ricordi di amicizie, incontri, abbracci e canti ancora freschi, e con un atteggiamento positivo e prepositivo, che aiuta a rendere meno traumatico il ritorno al lavoro e allo studio!

Informazioni pratiche: l’iscrizione passa attraverso i gruppi locali che organizzano gli incontri di preparazione e hanno i contatti con la Comunità; nel caso del Friuli Venezia Giulia il gruppo di riferimento è il “Gruppo ’89” di San Giovanni al Natisone (http://www.gruppo89.org/); siccome hanno anche i contatti degli altri gruppi italiani, potete provare a chiederli a loro.

Altre informazioni sul sito internet della comunità: www.taizé.fr

Federico Faleschini

Flickr Photos

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