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Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.

Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.

Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.

Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.

Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.

“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.

E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.

A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.

Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.

E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.

Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.

Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.

Rodolfo Toè

Rodolfo.toe@sconfinare.net

Per presentarvi Ramin Bahrami vi direi che è un pianista iraniano. Ma lui dice che non gli piace il pianoforte e che non è iraniano. Preferisce piuttosto definirsi un musicista cosmopolita. Suo padre era per metà iraniano e per metà tedesco, la madre turco-russa. Ramin Bahrami fa parte di quella generazione di Iraniani raccontata da Marjane Satrapi in Persepolis, quella che nasce sotto la monarchia dello Scià Reza Pahlavi, che vive la rivoluzione islamica di Khomeini, che cresce durante la guerra contro Saddam, e che si trova poi di fronte alla difficile scelta di lasciare il proprio paese per poter vedere realizzati i propri sogni. Ho incontrato Bahrami nei camerini del Teatro Verdi di Gorizia, dove ha suonato il 23 ottobre con l’Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia diretta da Andres Mustonen. Il programma prevedeva il pezzo Oriente Occidente del compositore contemporaneo estone Arvo Pärt, la Sinfonia n. 2 di L. van Beethoven, e il Concerto n. 20 in re min. KV 466 per pianoforte e orchestra di W.A. Mozart, con al pianoforte R. Bahrami.

Bahrami nasce a Teheran nel 1976 e all’età di 11 anni lascia l’Iran per l’Italia accompagnato dalla madre, dopo che il padre Paviz, ingegnere sotto lo Scià, viene arrestato con l’accusa di essere un oppositore del regime. Paviz morirà in carcere nel 1991 e il referto ufficiale dirà per infarto, causa di morte diffusa tra i detenuti politici. Bahrami nel frattempo può studiare al Conservatorio G.Verdi di Milano con Piero Rattalino grazie ad una borsa di studio donatagli dalla Italimpianti. Dopo tre anni la borsa di studio viene però interrotta e seguono anni di difficoltà economiche per lui e la madre. Bahrami riesce comunque a diplomarsi nel 1997 e a proseguire i suoi studi, e comincia ad imporsi all’attenzione delle maggiori istituzioni musicali italiane e tedesche grazie alle sue interpretazioni di Bach, compositore per il quale nutre una profonda venerazione. Nel 1998 ottiene la cittadinanza onoraria in seguito al debutto al Teatro Bellini di Catania, e nel 2004 corona infine il suo sogno di gioventù registrando per la casa editrice musicale Decca le Variazioni Goldberg di Bach. Ora sta lavorando ad un progetto con la Gewandhausorchester di Lipsia, patria di. Bach, per eseguire nella stagione 2008/09 tutta l’opera di Bach per pianoforte e orchestra sotto la guida del Maestro Riccardo Chailly.

Quando lo incontro, Bahrami è contento di rispondere alle mie domande. Sono curiosa di sapere come sia nata la sua passione per la musica. Inizia a raccontarmi che già a Teheran amava ascoltare il grande violinista ebreo Jascha Heifetz e che, guidato da un vinile di Beethoven, dirigeva un’orchestra immaginaria dall’alto del tavolino del salotto. Dopo la rivoluzione, la musica divenne per lui un rifugio dal dolore della realtà esterna. Negli anni della guerra contro Saddam, egli avvertiva i bombardamenti prima ancora che ne venisse dato l’allarme e, a volte, invece di correre ai rifugi sotterranei, preferiva rimanere in casa ad ascoltare musica classica o a suonare il piano mentre fuori cadevano le bombe. Ricorda in particolare di quando Teheran era bianca sotto la neve e, mentre suonava, aveva visto dalla finestra una casa colpita da una bomba incendiarsi. La musica riusciva così a lenire il dolore e la paura dei momenti più duri. Sempre a Teheran iniziò l’amore di Bahrami per la musica di Bach. Lo scoprì a casa di una amica iraniana dove sentì un disco interpretato da Glenn Gould, celebre interprete bachiano canadese. Lo stesso padre Paviz, in una delle sue ultime lettere dal carcere, lo aveva incoraggiato allo studio di Bach, perché la sua musica lo avrebbe potuto aiutare molto. E Bahrami rivolge un invito ai giovani ad ascoltare più musica classica, e soprattutto Bach, per l’universalità della sua musica, valida in ogni tempo.

Gli chiedo se fece fatica ad adattarsi in Italia. Mi dice che no, che fin da subito ha potuto immergersi nella realtà italiana studiando in scuole italiane e circondato da bambini italiani. Proprio per questa sua esperienza è contrario al progetto del governo di creare nelle scuole apposite classi per stranieri, e crede invece che sia molto importante favorire la “polifonia” culturale, che in linguaggio musicale non significa altro che l’incontro armonico di voci diverse. Ramin Bahrami non ha più rivisto il suo paese da quando lo ha lasciato. Vorrebbe ritornare in un Iran democratico pur avendo nostalgia dei tempi della monarchia e dello Scià, a sua detta spesso ingiustamente frainteso in Occidente. Prima di salutarlo voglio ancora sapere se, per la sua storia e il suo vissuto, si considera un musicista politico. Mi risponde che si sente sì un musicista politico, ma solo in quanto portatore di un messaggio universale di pace. Peccato che giovedì 23, al Teatro Verdi di Gorizia, solo in pochi sono venuti ad ascoltare il suo messaggio.

Margherita Gianessi

Margherita.gianessi@sconfinare.net

 

“Bello il romanzo che hai scritto”.

Ragazzini salutano Saviano dopo la sua visita a Casal di Principe nel settembre 2007

 

“Saviano è un simbolo, ma non ‘il’ simbolo della lotta alla camorra. La lotta alla criminalità, però, la fanno polizia, magistratura, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine dei giornali. Spero che resti, con la sua immagine contribuisce alla lotta alla camorra, ma il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed indagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Napoli (Campania), 17/10/2008

“Su Saviano sono stato frainteso. Ho voluto fargli un favore. Non è un bene per lui caricargli addosso tutte queste responsabilità, perchè non lo fanno vivere bene, non può essere lui da solo a farsi carico nell’immaginario collettivo della lotta alla criminalità”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Saint-Vincent (Valle d’Aosta), 18/10/2008

 

La mafia, la camorra, prima di uccidere discredita. Prima di spargere sangue, getta fango sul suo nemico.

Saviano ha dimostrato quanto forte sia il potere della parola perché con Gomorra ha acceso grossi fari sugli affari che la camorra cerca di tenere nel buio più pesto.

Anche i Casalesi conoscono il potere della parola.

La usano per dialogare con il loro territorio, con il popolo omertoso e spaventato, per togliere stima e rispetto a chi non ha che un libro per combattere. Per questo, quando l’anno scorso nel 2007 Saviano è tornato nella sua Casal di Principe dopo la pubblicazione di Gomorra, ha trovato saracinesche abbassate e ragazzini strafottenti: «Hai scritto un bel romanzo», tutta fantasia, qui nessuno ti prende sul serio e ti appoggia.

 

Con gesti e parole, poi, la mafia dialoga con i poteri forti, e spesso ottiene risposta.

Anche se sicuramente non sono solo merito di Saviano i risultati ottenuti dallo Stato contro la criminalità organizzata in Campania ma pure di poliziotti, carabinieri, magistrati, imprenditori; anche volendo considerare lo scrittore come un parolaio, portabandiera di una lotta idealista alla mafia; comunque le parole del Ministro dell’Interno non sono solo solidarietà alle sue forze dell’ordine; non sono precisazioni utili a proseguire con strumenti migliori la lotta alla criminalità; non sono semplici “puntini sulle i” messi per amor di precisione; né tantomeno hanno l’obiettivo di ridurre il clamore mediatico attorno a un caso delicato che avrebbe bisogno (avrebbe bisogno?) di maggiore silenzio.

Sono una presa di distanza grave. Speriamo che i Casalesi non abbiano sentito perché potrebbero interpretare male; potrebbero intuire che per lo Stato perdere “un” simbolo della lotta alla camorra non sarebbe poi così grave, e agire di conseguenza. Speriamo che non abbiano sentito le parole pronunciate dal Ministro a Napoli, perché sicuramente la smentita, sussurrata dalla Valle d’Aosta, non è arrivata alle loro orecchie.

Mentre scriviamo la raccolta firme di solidarietà a Saviano promossa da Repubbica, che ha visto l’adesione di sei Nobel, ha superato le 200 mila adesioni. I teatri, le scuole e i cinema italiani sono diventati luoghi di lettura ad alta voce di Gomorra, il presidente Fini ha accettato di invitare lo scrittore alla Camera. Pare che l’Italia dunque non sia un paese insensibile verso chi rischia la vita per denunciare la corruzione diffusa tra cittadini comuni ed élites del potere.

 

Gomorra, si è detto, non è una scoperta dell’autore, molti dei testi si devono ai colleghi di Saviano(raccolti sul sito Nazione Indiana). Lui li ha sintetizzati e ha avuto la fortuna di incontrare la stupida industria culturale che cercando il fenomeno mediatico è stata fregata e ha permesso di mettere in pubblica piazza i nomi di Schiavone e di tutti i casalesi.

Evidentemente questo non toglie nulla al valore del libro, e sopratutto al sacrificio che fa un ragazzo di trent’anni, non vivere la sua età. La lotta alla criminalità è in primo luogo schierarsi, è una guerra di trincea, si sta da una parte o dall’altra, e chi sta con gli altri, che si chiami sistema(sistema, cioè ordine e non degenerazione!) o mafia o ‘ndrangheta.

E adesso? E adesso è sempre la stessa storia, ognuno deve fare la sua: lo Stato batta un colpo, dichiari la sua esistenza, le imprese continuino a denunciare il pizzo e investire in affari puliti, i maestri insegnino il senso dello stato e i genitori educhino al rispetto. Noi faremo la nostra, le rivelazioni di Saviano sono l’urlo di una generazione, è bene che la nostra non dimentichi, quando ci troveremo negli alti posti riservatici da una laurea al SID, da dove veniamo. In questo momento bisogna stare vicini a Roberto Saviano, il suo desiderio di andarsene è offensivo verso un paese europeo, sarebbe vergognoso se questo dovesse accadere: tutti abbiamo visto la faccia di Sandokan, o ci siamo indignati davanti all’intervista a Francesco Schiavone, ma facciamo emigrare l’autore perché non riusciamo a difenderlo, è lo Stato (non solo il Ministero dell’Interno, ma tutti noi nel più profondo senso collettivo) che si arrende.

Franderico Naschesano

Franderico.naschesano@sconfinare.net

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Ventitrè maggio millenovecentonovantadue.

Diciannove luglio millenovecentonovantadue.

In cinquantasette giorni, la mafia riuscì a colpire lo Stato, nelle persone di Giovanni Falcone, nominato da appena un giorno nuovo Superprocuratore antimafia a Roma, e di Paolo Borsellino, Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.

Da quei giorni sono passati sedici anni e poco più, e quindi qualcuno si potrebbe chiedere come proceda la lotta alla mafia, della quale Falcone e Borsellino sono stati protagonisti ma non certo iniziatori, e soprattutto, purtroppo, non le ultime vittime.

Un modo originale di rispondere a questa domanda è volgersi in tutt’altra direzione. Il nostro Parlamento, si sa, non brilla per alacrità, ma riesce comunque a produrre una certa quantità di leggi e decreti, il cui impatto, quand’anche sembri dimesso, spesso si rivela travolgente.

Ed eccoci, al Senato, al nove ottobre duemilaotto. E’ al voto un decreto legge che ha come obiettivo l’aumento di retribuzione per i magistrati in sedi disagiate. Ma, come spesso succede, il decreto è infarcito di paroline e di articolini che c’entrano come i cavoli a merenda. La norma che ci interessa recita: ‘L’articolo 36 del decreto legislativo 5 aprile 2006 n.160, come modificato dall’articolo 2 comma 8 della legge 30 luglio 2007 n.111, è abrogato.’ Semplice, no? Mica tanto: significa, sempre che il decreto in questione passi anche alla Camera -il che non è scontato- che la norma varata dal governo Prodi, che vietava ai magistrati inquisiti ma poi assolti –e a cui quindi era concessa una ‘ricostruzione di carriera’- di poter occupare comuque posti di vertice oltre i 75 anni di età, è abrogata; significa cioè l’esatto opposto: che quella categoria di magistrati può ora occupare posizioni di vertice; e non ce ne sono tanti, in questa situazione: soprattutto, ce n’è uno solo che si è imposto all’attenzione dei –pochi- media che se ne sono interessati. Questo personaggio si chiama Corrado Carnevale.

Ora, bisognerà sottolineare l’importanza di questo nome ai fini della nostra vecchia domanda: in che stato è la situazione dell’antimafia, sedici anni dopo Falcone e Borsellino?

E Carnevale è molto, molto importante. Chi è, dunque, e perché si cerca di porlo in pole position per il ruolo di Presidente della Corte Suprema di Cassazione, con una norma ad hoc? Il ruolo è ora occupato da Carbone, che andrà comunque in pensione nel 2010, cosicchè rimarrà per Carnevale una finestra di tre anni (lui, in virtù di questa ‘ricostruzione di carriera’, andrà in pensione nel 2013, a 83 anni), che potrà sfruttare agilmente per essere eletto presidente: è praticamente certo, perché è il primo per anzianità.

Ma ancor più interessante non è tanto la norma, ma il personaggio in questione. Il suo soprannome era, ai tempi di Falcone e Borsellino, ‘l’ammazzasentenze’. Cosa faceva? In qualità di presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, non faceva altro che essere molto pignolo: nel corso del tempo, ha cassato decine di processi a carico di mafiosi –ma non solo: persino uno contro la Banda della Magliana naufragò per sua decisione-, per via di difetti nella documentazione, come un timbro mancante, una virgola da spostare, una data imprecisa, e così via. Era inoltre nemico dichiarato del pool antimafia: sosteneva che quei magistrati fossero ‘sceriffi’, ‘armi rivolte contro i nemici politici della sinistra di matrice comunista’, e in particolare nutriva un odio profondo nei confronti di Falcone e Borsellino: li definiva ‘due incapaci’, e per lui Falcone era ‘faccia da caciocavallo’; il culmine lo raggiunse dopo la loro morte, quando esclamò: ‘Io i morti li rispetto, ma certi morti no.’ Giudizi confermati poi anche in tribunale.

Sì, perché Carnevale, che alcuni ben vedrebbero al vertice della Suprema Corte, il massimo organo della Magistratura, ha scavalcato la sbarra, passando da giudice ad imputato. Il processo a suo carico, iniziato nel marzo 1993, concluse una sua prima parte con la condanna (giugno 2001) della Corte di Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena: sei anni di reclusione, oltre all’interdizione dai pubblici uffici). La Cassazione lo ha poi assolto nell’ottobre 2002 con formula piena, ma tra le polemiche per la dubbia esclusione di alcune testimonianze chiave, inficiate solo dal fatto che erano scaturite da fatti avvenuti in camera di consiglio; fatti che sono generalmente considerati coperti da segreto, ma non così quando al suo interno si consumano dei reati: in tali casi, secondo molti, la loro segretezza dovrebbe venir meno.

Questo non è, com’è evidente, il pensiero della Cassazione, che, venute meno tali prove (alcune altre testimonianze, provenienti dall’esterno della camera di consiglio, sono state inspiegabilmente coinvolte nell’annullamento generale), ha assolto Carnevale, liberandolo da ogni accusa.

Ora, bisogna distinguere tra legalità e opportunità: legalmente, Carnevale è da considerarsi innocente; ma è forse opportuno non tanto lasciarlo lavorare, cosa che non gli si può negare, ma addirittura adoperarsi positivamente per spingerlo ad occupare il vertice massimo della Magistratura?

Ecco chi è Carnevale. A che punto è, dunque, la lotta alla mafia in Italia? E’ pretestuoso accostare quello che sta accadendo in favore dell’ormai ottantenne ‘ammazzasentenze’ ad un giudizio sullo stato attuale dell’Antimafia?

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Capita a volte di vergognarsi moltissimo, per una gaffe, per un errore, per l’atteggiamento di un’altra persona. Io mi sono vergognata moltissimo la prima volta che ho letto il testo della legge 19 febbraio 2004 n.40 “in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Il 12 e 13 giugno 2005, Radicali, Ds, Sdi, Rifondazione comunista e Associazione Coscioni sono riusciti ad indire un referendum, appoggiato da esponenti della stessa maggioranza come l’on. Fini, che verteva sull’abrogazione di quattro punti cardine della suddetta legge:
     – lo stop della ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali
Secondo le direttive della 40/04 è vietata la produzione di embrioni per scopi scientifici, è vietato l’utilizzo degli oltre 25.000 embrioni congelati e destinati per decorso naturale a deperire in 5 anni dal congelamento (si tratta di embrioni soprannumerari, ovvero prodotti e conservati prima del 2004 per un eventuale secondo impianto). E’ vietata, inoltre, la clonazione terapeutica, ovvero la possibilità di creare cellule geneticamente identiche a quelle di un individuo con il solo scopo di curarne eventuali patologie (come diabete, infarto, fibrosi cistica, autismo, sclerosi multipla, morbo di Parkinson, alcune forme di cancro, osteoporosi, lesioni del midollo spinale, ictus, sclerosi laterale amiotrofica, Alzheimer). Le stime parlano di 10 milioni di persone curabili con le staminali. L’ipocrisia sta nel fatto che la ricerca condotta su embrioni importati da paesi esteri è perfettamente legale.
     – norme sui limiti all’accesso alla procreazione medicalmente assistita
Per sottoporsi alle tecniche di fecondazione assistita i medici devono aver scoperto con certezza le cause della sterilità (in caso contrario si rimane sterili e senza aiuto medico) e le coppie devono aver seguito qualsiasi altro possibile metodo di guarigione. Le coppie non sterili ma portatrici di handicap genetici non possono accedere alla PMA. Inoltre possono essere fecondati solo 3 ovociti e tutti e 3 devono essere impiantati. Nel caso di fallimento la donna deve sottoporsi a una nuova stimolazione (per produrre altri ovociti che avrebbero potuto esserle estratti durante il primo ciclo) e ad un nuovo impianto triplice. Le cellule, una volta fecondate, devono essere impiantate anche se portatrici di malattie genetiche. Alla donna viene lasciata la possibilità di abortire (una, due o tre volte nello stesso ciclo di impianto) nel caso non voglia portare a termine la gravidanza di un feto malformato.
      – le norme su finalità, diritti, soggetti coinvolti
Secondo le direttive legislative l’embrione, già all’inizio del suo sviluppo (zigote, ovvero cellula singola), gode degli stessi diritti della persona. Il diritto alla salute della madre, dunque, viene subordinato al diritto all’integrità fisica dell’embrione. Questo provvedimento è tutt’ora in contrasto con il diritto all’aborto, con il ricorso alla pillola del giorno dopo e con il codice civile italiano che riconosce la titolarità di diritti e doveri solo al momento della nascita.
       – il divieto di fecondazione eterologa
E’ vietato ricorrere a gameti provenienti da individui esterni alla coppia. La legge, pertanto, impedisce di avere un figlio alle coppie in cui uno dei due o entrambi i membri siano sterili. Gli esclusi potrebbero essere persone nate sterili ma anche persone che lo sono diventate a seguito di interventi chirurgici o trattamenti antitumorali, così come i portatori di gravi malattie trasmissibili.
Il referendum è risultato nullo perché il quorum (50% più 1) non è stato raggiunto. I votanti sono stati il 25,9% degli aventi diritto; di questi una percentuale tra il 77 e l’88% ha votato per l’abrogazione di tutti e quattro i punti. Perché la richiesta di un referendum abrogativo possa essere reiterata è necessario il decorso di un periodo pari a cinque anni. Ne mancano ancora due.

Valeria Carlot

Valeria.carlo@sconfinare.net


“Nel mondo siamo conosciuti anche per qualcosa di negativo…

Quelle che voi chiamate piaghe… Una terribile, e lei sa a cosa mi riferisco: L’Etna, il vulcano, ma è una bellezza naturale… Ma ce ne un’altra grave che nessuno riesce a risolvere, lei mi ha già capito… La Siccità… la terra brucia e sicca, una brutta cosa… Ma è la natura… e non ci possiamo fare niente…

Ma dove possiamo fare e non facciamo, perché in buona sostanza, purtroppo non è la natura ma l’uomo… dov’è? È nella terza di queste piaghe che veramente diffama la Sicilia e in patticolare Palemmo agli occhi del mondo… ehh… lei ha già capito, è inutile che io gli lo dica… mi veggogno a dillo… è il traffico!!! Troppe macchine! è un traffico tentacolare, vorticoso, che ci impedisce di vivere e ci fa nemici famigghia contro famigghia, troppe macchine!”

Così parlava della sua Sicilia lo “zio avvocato”, il personaggio uscito dalla penna di Cerami e Benigni per il film Johnny Stecchino.

Entro in Sicilia nel modo migliore: sorvolandola. La scorgo in tutto il suo splendore mentre l’ Etna comincia a riempire la scena senza sembrare per niente una piaga. Vedo gli stessi orti, frutteti, vigneti solcati dalla lava, che Piovene aveva visto nel suo Viaggio in Italia cinquanta anni fa. Le cose saranno cambiate?

Conosco la Sicilia attraverso il suo traffico, la piaga delle piaghe. Il traffico che ci porta a Catania e che ci accompagna per tutta la città. Anche l’ Etna non ti lascia mai e ti intimidisce. Ti guarda dalla via Etnea, la Broadway del mezzogiorno, con lo sguardo dei Ciclopi che ancora là sotto lavorano alla forgiatura delle saette di Zeus. Catania accoglie il freddo nordico nel suo vortice di colori e voci esagerate a cui presto mi abituo con piacere. Accompagnato dai tre siciliani (ma precisiamolo pure che due di loro, pur essendo immigrati intranazionali, non hanno perso un pizzico di sicilianità!) il mio battesimo avviene con il caffè più entusiasmante di tutta la vita: una crema che è ancora più piacevole non zuccherata.

Seguendo i filari di aranci ci muoviamo verso la costa tirrenica, verso il panorama delle isole Eolie.

Si deve dare una certa ragione al geografo arabo
Idrisi quando scrive che “non esiste terra né paese più bello ed emozionante di Milazzo”. Vi si respirano tutti i popoli che in questa cittadina hanno lasciato traccia: greci, romani, arabi e tedeschi. Il castello, con le sue sette cinte murarie di altrettante epoche, domina sul mare; si vedono le Eolie là a sinistra e Capo Milazzo ci abbraccia a destra, con i suoi profumi di erica, mirto e ginestre. Febbraio non ci concede il piacere di un bagno salato. L’ acqua è ancora troppo fredda e mossa. Allora mi accontento di riempirmi i polmoni con il vento del sud. Il mare, in controluce, prende il colore del peltro.

A Milazzo si può conoscere chi investe la propria vita nella lotta alla piaga che lo “zio” evita di nominare. Riccardo Orioles fa parte del movimento antimafia da sempre. Comincia negli anni settanta, lavorando nelle radio libere e nei giornali locali. Con Giuseppe Fava, ucciso una sera del 1984,  fonda il mensile “I Siciliani”, coraggioso e deciso nei toni, si espone a molti rischi. Malgrado le difficoltà, Riccardo continua nel suo importante lavoro di informazione trasparente: pubblica periodicamente la “Catena di San Libero”, alla quale vi invito ad iscrivervi per supportare il lavoro di un grande giornalista che della controinformazione in rete ha fatto il suo punto di forza, una persona che ha mantenuto lo spessore delle sue scelte e non si è abbassato agli sfavillii dei grandi media nazionali.

Messina è rimasta un vivaio di medici. In prossimità della facoltà di medicina, è tutto un formicaio di camici bianchi. Ho la fortuna di seguire una lezione in questa facoltà, tristemente famosa per aver cominciato il tango dello scandalo dei quiz di ammissione di due anni fa. Vedo i volti dei raccomandati, gli stessi che giravano in tivù, e penso che i messinesi non potranno più brillare nella professione più classica.

Dalla casa in cui passiamo la notte distinguo le luci della costa calabrese e immagino il ponte sullo stretto e i treni che vi sfrecciano sopra e che raggiungono velocemente l’ Italia continentale e provo a farmi spiegare da qualcuno quale sarebbe la differenza tra la Sicilia con il ponte e la Sicilia senza.

Il giorno successivo, il treno è in orario e non ci sono particolari problemi a raggiungere velocemente l’ altra sponda.

La sensazione di essere stato in mezzo a gente che mi pare di aver sempre conosciuto accompagnerà per sempre i ricordi della mia prima esperienza siciliana. Il treno saltella e mi concilia il sonno.

Alessandro Battiston

schlagstein@gmail.com

Gli studenti di Trieste contro la 133

Mercoledì 22 ottobre, l’aula Felice Venezian non riesce ad accogliere tutti gli studenti che sono accorsi per l’assemblea. Qualcuno propone di spostarsi in aula magna: un fiume di giovani inonda i corridoi e le scale, e continua a straripare anche nella sala più grande. La soluzione migliore è spostarsi in Piazzale Europa. Finalmente si respira, e si aspetta che casse e microfono siano pronti per diffondere gli interventi degli oratori. L’assemblea è cominciata bene: le migliaia di persone fra studenti, docenti e personale tecnico sembrano testimoniare una preoccupazione diffusa per il futuro dell’Università, di fronte alla legge 133. Il Rettore Peroni chiarisce subito il suo punto di vista: la 133 mette a rischio il regime pubblico della formazione universitaria garantito costituzionalmente. Per concludere invita tutti a “fare apostolato della Costituzione”, facendomi rabbrividire nonostante il clima tiepido. Dopodiché, il testo di legge viene letto e discusso nel corso dell’assemblea. Sbaglia, quindi, chi afferma che gli studenti non sono informati sull’oggetto delle loro proteste. Conclusa la lettura degli articoli contestati, il microfono viene aperto a chi vuole intervenire. A questo punto, inizio a provare un senso di delusione: gli interventi più applauditi sono quelli più infarciti di slogan, quelli che incalzano la protesta senza proporre niente di concreto. Mi aspettavo qualcosa di più da migliaia di studenti universitari. La maggior parte dei discorsi sono vuote parole d’ordine lanciate sull’onda dell’emozione per infervorare la platea (che comunque non dovete immaginare come un’orda scatenata: tutti molto composti nel loro entusiasmo). Appena un ragazzo di Azione universitaria prende il microfono, partono i fischi a smentire quello che è stato affermato precedentemente, cioè che la protesta va oltre i partiti. Lo studente di destra obietta che l’Università italiana è una fonte di enormi sprechi, e che era ora che qualcuno li tagliasse. E dopo che lo stesso batte in ritirata, nessuno che replichi seriamente a ciò che ha detto, semplicemente lo si ignora. E allora gli rispondo io adesso: i problemi dell’Università italiana sono senz’altro numerosi; dagli sprechi burocratici all’assenza di meritocrazia, dalla cattiva gestione finanziaria al mantenimento di corsi privi di studenti. Ma il modo di migliorare le cose non è certo questo taglio pesante dei fondi ad un’istituzione il cui regime pubblico è garantito dalla Costituzione, e che pone le basi della società civile, di oggi ma soprattutto di domani. L’istruzione ha un ruolo troppo delicato nella vita di un Paese per essere trattata con criteri puramente economici, ci vuole molto più impegno per risolvere la situazione. Secondo il Rettore, l’Università di Trieste, perdendo circa 22 milioni di euro nei prossimi 5 anni, rischierà la chiusura, nonostante il bilancio consuntivo del 2007 sia stato concluso in attivo. Purtroppo, nell’Italia di oggi, procedere con vere riforme, che vadano a sanare i meccanismi malati dell’istruzione pubblica, sembra impossibile: meglio un provvedimento drastico e superficiale che scateni il conflitto, da usare come pretesto per screditare il dissenso.

Qualche giorno dopo, sabato 25 ottobre, mi reco alla manifestazione degli studenti delle Superiori a cui si è deciso di unire la protesta dell’Università. Guardandomi un po’ intorno in Piazza Goldoni, punto di partenza del corteo, noto subito l’esiguità degli universitari, decimati dalle partenze del weekend: bella prova di impegno e coesione. Ma la sorpresa più amara arriva alla fine, in Piazza Unità: dopo un corteo festoso e tranquillo, che raccoglie addirittura gli applausi della gente che assiste ai margini, la protesta si esaurisce. Degli universitari che hanno guidato il corteo non c’è più traccia, e dopo qualche minuto la piazza si svuota, per lasciare campo libero a qualche camioncino di studenti delle superiori completo di casse che sparano techno a tutto volume ragazzini mezzi nudi che ballano con le orecchie incollate agli amplificatori. C’è anche qualche rappresentante dei centri sociali che cerca di dirigere la protesta verso il molo IV, dove si era svolta l’assemblea dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), nonostante i sindaci non ci siano più e nonostante non ci sia alcuna autorizzazione.

Io credo in questa protesta e nella sua continuazione fino a che il Governo non si deciderà ad eliminare i tagli all’Università, credo nell’utilità delle manifestazioni di piazza per far sentire il dissenso collettivo in maniera efficace; ma ci credo quando, a fare da base, c’è una consapevolezza ragionata degli obiettivi e dei mezzi con cui raggiungerli, e non una generica ed emozionale contrarietà. Altrimenti, i movimenti perdono senso, forza, e si smarriscono per strada: ci si ritrova come sabato scorso, in una piazza semi vuota, a chiedersi “Cosa ci faccio qui?”, e intanto quello per cui si manifestava rimane tale e quale, pian piano viene dimenticato, i media perdono interesse, e tutto va in malora, come sempre.

Athena Tomasini

Athena.tomasini@sconfinare.net

con Natalie Morales, Matt Keeslar

Tratto dall’omonima serie a fumetti di Xavier Grillo-Marxuach, the Middleman è una serie televisiva che segue le inverosimili avventure di Wendy, una giovane artista bloccata in un lavoro precario che vive in subaffitto illegale con la sua migliore amica Lacey, una vegetariana militante. La sua routine viene interrotta dall’attacco di un orrendo mutante, dopo il quale Wendy si trova ad essere reclutata da una agenzia dedita a combattere il Male. In segreto, infatti, il modo brulica di alieni, vampiri, scienziati pazzi e mostri assortiti, e qualcuno deve occuparsene. Insieme al suo misterioso capo, noto solo con il titolo ereditario di Middleman, e ad una robot-bibliotecaria sorprendentemente acida; Wendy inizia un lungo addestramento sul campo, affrontando le minacce più paradossali: zombie divoratori di trote, gorilla mafiosi, tube maledette, collegiali fantasma, universi paralleli e luchadores assetati di sangue. Sfortunatamente tali avventure continuano solo per 12 puntate, dato che la serie è stata sospesa, ma si tratta comunque di dodici puntate ricolme di pura e sofisticata intelligenza. Gli attori sono abili, i dialoghi frizzanti e talmente pieni di arguzie che spesso mi sono trovato a dover riguardare la stessa scena più volte, avendo perso una battuta mentre ero impegnato a ridere per quella precedente. Malgrado i personaggi siano potenzialmente stereotipati gli autori riescono a rendere ognuno di loro credibile, oltre che godibile. Scaricate illegalmente questa serie, perchè è troppo buona per essere trasmessa in Italia.

Luca Nicolai

Luca.nicolai@sconfinare.net

In questi giorni, mentre i forti Alisei delle elezioni americane e gli intricati turbini della protesta universitaria soffiano poderosi e portano con sé aria di speranza e voglia di cambiare, è difficile riuscire a sentire la bava di vento che viene da sud, dalla lontana Africa. Laggiù, e più precisamente in Congo, essa è un vento dall’odore greve, che porta con sé aria colma di sangue, morte e paura: si sta compiendo l’ennesimo intricatissimo dramma del continente nero. I ribelli del CNDP (Congrès national pour la défense du peuple), hanno messo in scacco le forze dell’esercito regolare congolese. A guidarli c’è Laurent Nkunda che, fermando i propri uomini non lontano da Goma, capoluogo della regione del Kivu nord, ha decretato un “cessate il fuoco” unilaterale, e chiesto l’apertura di trattative con il governo congolese. Obiettivi delle trattative con il governo congolese dei ribelli del CNDP sarebbero l’annullamento di accordi commerciali con la Cina del valore di 5 miliardi di dollari – che secondo il loro capo avrebbero svenduto le ricchezze naturali del Paesi – e il disarmo dei ribelli Hutu delle Forces Democratiques de Liberation du Rwanda(FDLR), rifugiatisi in Congo al termine del genocidio ruandese del 1994 e fautori di rappresaglie e discriminazioni nei confronti della etnia Tutsi in Kivu, di cui Nkunda si dice difensore. Ulteriori richieste del CNDP sono la creazione di un esercito nazionale repubblicano, un più forte impegno nelle strutture sanitarie, una maggiore trasparenza nei contratti minerari ed un federalismo a livello nazionale. Ma nel frattempo,nonostante la tregua stabilitasi, i soldati dell’esercito regolare congolese in ritirata, sono entrati nei villaggi, saccheggiando, ferendo, violentando ed uccidendo. Anche i due ospedali cittadini di Goma sono stati saccheggiati dai soldati, peggiorando ulteriormente la già grave crisi umanitaria. La gente ha cercato di fuggire come ha potuto verso le frontiere dell’Uganda e del Ruanda, portando con sé a mala pena quello che è riuscita ad afferrare, ma il fronte della guerra va dal massiccio del Masisi fino al confine con Ruanda e Uganda ed è in continuo mutamento. Così, molti dei profughi (1 milione e 600 mila) si ritrovano chiusi “tra due fuochi”. Le ONG e l’ONU hanno sfruttato il “cessate il fuoco” e cercato di portare aiuto ai profughi, ma molti dei campi sono stati trovati deserti: le persone erano rifuggite, perché di nuovo perseguitate, ora dai soldati congolesi, ora dai ribelli del FDLR, comunque operante in zona. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha stimato in 2,5 milioni il numero delle persone minacciate da epidemie di colera e di morbillo nella provincia del Nord-Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, mentre Medici senza Frontiere (Msf) denuncia l’assoluta mancanza di organizzazioni umanitarie nelle zone più colpite dal conflitto. Intanto, ci sono stati degli scontri tra le forze di Nkunda e miliziani Mai-Mai di Rutshuru, una località situata ad appena una sessantina di chilometri a nord di Goma. Questi miliziani, sebbene attivissimi in tutte le guerre susseguitesi nella zona dei grandi laghi, non sono altro che gruppi armati senza legami né etnici né politici: fanno capo ad anziani della tribù, a signori della guerra o capi villaggio e, in teoria, si batterebbero per la difesa del proprio territorio ma, in realtà si mettono al servizio del miglior offerente, cambiando continuamente le alleanze.

Al fine di trovare una soluzione diplomatica all’ultimo di una lunghissima serie di conflitti a catena che coinvolgono la zona, l’Unione Europea ha inviato in Congo il ministro degli esteri francese – Bernard Kouchner – ed il ministro degli esteri britannico – David Miliband. Dopo aver visitato Goma per tentare una mediazione impossibile si sono mossi ad aprire trattative diplomatiche con i due paesi coinvolti (Repubblica Democratica del Congo e Ruanda). Il presidente del Congo accusa il Ruanda di essere il principale sostenitore dei ribelli di Nkunda, mentre il governo di Kigali sostiene che le FDLR abbiano il pieno appoggio dell’esercito regolare congolese, mettendo così in pericolo l’integrità territoriale del Ruanda.

Il tentativo di Kouchner di porre fine ai massacri della popolazione tramite il dispiegamento di un contingente europeo a sostegno dei pochi caschi blu dell’Onu – finora incapaci di proteggere a pieno la popolazione – si è risolto in nulla a causa dell’opposizione del governo Ruandese, che ben ricorda delle operazioni francesi di peacekeeping del 1994, durante il genocidio ruandese , accusate da una recente inchiesta di aver lasciato la possibilità ai genocidiari di fuggire in Congo. In più, all’opposizione del Ruanda, si sono aggiunte le perplessità degli europei stessi: David Miliband, infatti, ha sostenuto di essere lì non per discutere di una forza europea, ma della situazione umanitaria. Dello stesso parere è l’Alto rappresentante degli Affari esteri UE, Javier Solana, secondo cui la priorità numero uno dell’Unione Europea è l’ambito umanitario. In pratica: l’Europa non ha intenzione di invischiarsi più di un certo limite in certi affari. Londra, però, si è resa disponibile a convincere il Ruanda a spingere i ribelli di Nkunda a rispettare gli accordi di pace del gennaio del 2008 (Trattato di Amani). Ciò mette a nudo la situazione del Ruanda nella regione dato che il regime di Kagame è sospettato di usare gli estremisti hutu per mettere le mani su un territorio ricco di risorse come il Kivu.

Ora, sebbene la comunità internazionale ben sappia che la crisi è un problema interno allo stato congolese, si spera che qualcosa possa essere risolto con il summit di Nairobi in cui parteciperanno i 2 stati contendenti più gli stati confinanti di Uganda, Burundi e Tanzania , l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Così, mentre la lunga e complessissima epopea delle guerre centroafricane prosegue con un nuovo sanguinoso capitolo, l’unico ruolo svolto dalle potenze occidentali in tutta questa storia è sempre stato quello di osservare da lontano una situazione che avevano creato e che, incapaci di comprendere veramente , hanno lasciato e lasciano continuamente scivolare in secondo piano.

Tommaso Ripani

Tommaso.ripani@sconfinare.net

Un dialogo col Presidente del Consorzio per lo Sviluppo del Polo Universitario

Con l’uscita del nuovo numero di Sconfinare ci è parso giusto cercare di fare un po’ di luce sulla situazione universitaria a Gorizia. Per fare questo abbiamo scelto di intraprendere una strada, per certi versi rischiosa, quella cioè di andare a porre delle domande a quelle istituzione che in prima persona scelgono e sviluppano le politiche locali e regionali per migliorare la situazione universitaria di noi studenti.

La prima tappa di questo viaggio ci ha posto a confronto con l’Ing. Fornasir Presidente del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia. Per chi ancora non lo sapesse tale istituzione, di concerto con le altre realtà regionali, si occupa di sviluppare e predisporre tutte quelle scelte che servono al mantenimento e alla crescita della realtà universitaria nel capoluogo isontino.

Si evince dunque, come una Regione a statuto speciale quale è il Friuli Venezia Giulia mantenga delle forti connotazioni di autonomia anche nel campo dell’istruzione, ma anche purtroppo anche in questa realtà la “riforma” universitaria proposta dall’attuale governo sembrerebbe avere delle ripercussioni. Infatti se la voluta razionalizzazione non verrà sviluppata in termini di qualità, ma al contrario verrà effettuata solo in chiave di risparmio sarà possibile che per la realtà universitaria goriziana arrivino tempi duri e si sviluppino problematiche reali. Altresì se si scegliesse la via dello sviluppo delle “specialità” sia a livello locale sia a livello accademico Gorizia troverebbe un ruolo forte non solo in ambito regionale ma anche in ambito internazionale.

A questo proposito il Presidente ci ha ricordato come si stanno sviluppando con particolare forza due nuovi progetti: da un lato lo sviluppo del conference center, e dall’altro il trasferimento del corso di Architettura dell’Università di Trieste qui a Gorizia.

Tali ipotesi per avere successo devono, sempre citando il Presidente, riuscire a far sistema con le realtà preesistenti nella zona ed in Regione. Ci si riferisce in particolare al corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche e per quanto riguarda Architettura alla volontà di sviluppo del “Polo Tecnologico” ed alla collaborazione con Area Science Park. Per quanto riguarda il progetto “Architettura” la scelta è ricaduta su Gorizia in primo luogo perché qui ci sono già a disposizione circa 12000 mq di aule e strutture libere e sono incorso di ultimazione o finanziamento investimenti atti a predisporre circa altri 18000 mq di spazi utili a contenere aule e laboratori universitari; dove per contro le strutture e gli spazi oggi utilizzati a Trieste dalla Facoltà di Architettura sono almeno definibili come impropri. Inoltre mancando ad Udine un corso in Architettura, gli studenti friulani potrebbero beneficiare della maggior centralità del centro isontino rispetto la città giuliana.

Parlando di centralità e marginalità l’attenzione si è posta sul ruolo di Gorizia quale punto di cooperazione e collaborazione tra Italia e Slovenia. In quest’ottica la collaborazione tra il Consorzio di parte italiane ed il parigrado di parte slovena (VIRS), già attiva da molti anni, sta ora dando i suoi frutti attraverso il prossimo sviluppo del progetto EuroKampus www.eurokampus.si dove, dopo una prima bocciatura del progetto di un università internazionale andato a Pirano (SLO) si stanno proponendo nuove collaborazioni quali lo sviluppo di un polo tecnologico transfrontaliero e di una casa dello studente internazionale.

Forti sono però ancora le lacune che a più livelli pesano su noi studenti, la principale riguarda indubbiamente la mancanza di un servizio mensa nelle sedi di Via Alviano e di Via Diaz. Stando alle parole del Presidente più volte il Consorzio si è fatto carico di tale problema proponendo una soluzione che unificasse le necessità dei poli di Trieste ed Udine. Essendo in questo senso responsabili i due ERDiSU nelle prossime settimane si instaurerà un nuovo tavolo di confronto tra il Consorzio e tali enti con la speranza di trovare un soluzione in tempi brevi. Purtroppo anche ad altri livelli si stanno creando piccoli nuovi problemi, in quanto il territorio e le sue istituzione locali non sembrano appoggiare delle concrete misure di integrazione e sviluppo tra società locale e studenti; basti pensare aglii ormai famosi comitati anti schiamazzi, causa anche della chiusura del noto Fly e alla completa mancanza delle istituzioni e del mondo imprenditoriale locale all’interno dell’Università, soprattutto in Via Alviano.

Ci è parso dunque di capire che al di là delle solite polemiche si stanno sviluppando dei progetti concreti ma che essi per diversi motivi non riescano a venir completati in quell’ottica di collaborazione in primo luogo tra città ed università, poi tra i due atenei ed ancora tra Italia e Slovenia. Una situazione non proprio favorevole in questo momento di difficoltà per il mondo universitario e non solo.

Oggi più che mai, sembra necessario riuscire a superare queste barriere poste su più livelli; per creare politiche di comune intento atte a sviluppare la presenza universitaria a Gorizia. Per questo motivo nel prossimo numero cercheremo di porre queste domande all’attuale Assessore Regionale all’Istruzione.

Marco Brandolin

Marco.brandolin@sconfinare.net

Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.

In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ‘socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.

In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.

Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.

Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?

Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.net

 

Pogovor s Predsednikom ustanove Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia

V novi številki časopisa Sconfinare smo mislili, da bi bilo prav razčistiti kaj se dogaja z univerzo v Gorici. Tako smo si izbrali pot, ki je precej neugodna, oziroma smo se odločili, da bomo vprašali tiste ustanove, ki v prvi osebi izbirajo in razvijajo lokalne in deželne politike s tem, da pobojšajo univerzitetni položaj nas študentov.

Prva etapa našega potovanja nas je pripeljala do Ing. Fornasira, Predsednika Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario di Gorizia (Zadruga za razvoj univerzitetnega pola v Gorici). To je ustanova, ki skupaj z drugimi deželnimi realnostimi, se ukvarja z razvojem in izbiro vseh tistih sredstev, ki rabijo v vzdrževanju in rasti univerzitetne realnosti v soškem mestu.

Se torej razume, kako Dežela s posebnim statutom kot je Furlanija Julijska Krajina, ohrani široko samoupravo tudi v sklepu poučevanja, čeprav, nažalost, tudi v tem področju bo t.i. «univerzitetna reforma», ki jo podpira sedanja vlada, imela negativne posledice. Kajti, če ne bo racionalizacija pripeljala do kvalitativnih sprememb, temveč bo nasprotno uresničena v sklepu varčevanja, bo morda to pomenilo prihod trdih časov za goriško univerzo, ki bo pripeljalo do razvoja realnih problematik. Če pa bo padla izbira na pot razvoja «specijalizacij» tako na lokalnem kot na akademskem nivoju, bo Gorica prav gotovo lahko pridobila vplivno vlogo ne samo v deželnem okrožju, marveč tudi na mednarodnem nivoju.

Prav zaradi tega nas je Predsednik spomnil kako se razvijajo s posebno silo dva nova projekta: na eni strani razvoj conference centra, na drugi pa premestitev univerzitetnega tečaja arhitekture iz tržaške univerze tu v Gorico. Tako, da lahko postaneta ta dva nova projekta uspešna, morata oba soupadati z poprejšnjimi resničnostimi v območju in v Deželi. S tem mislimo na univerzitetni tečaj mednarodnih in diplomatičnih ved in kar se tiče arhitekture pa na voljo razvoja «tehnološkega» pola in na sodelovanja z Area Science Park. Kar se tiče projekta «Arhitektura», izbira je padla na Gorico, v prvem mestu, ker tu so že na razpolagi okoli 12000 mq razredov in prostih stavb, ter so v dokončanju ali pa čakajo finansiranje še drugih 18000 mq prostorov, ki bodo lahko vsebovali razrede in univerzitetne delavnice; po drugi strani, stavbe in prostori, ki jih sedaj uporablja v Trstu fakulteta arhitekture, so precej neprimerni. Vrh tega, ker Videm ne nudi tečaja arhitekture, furlanskim študentom bo lažje slediti tečajem, zaradi boljšega položaja soškega mesta z razliko Trsta.

Gorica bo tako lahko imela vlogo središča, saj bo lahko točka sodelovanja med Italijo in Slovenijo. V tem vidiku, sodelovanje med italijansko zadrugo in njenim slovenskim sovrstnikom (VIRS), ki je aktiven že leta, je že dala prve rezultate. To v sklepu razvoja naslednjega projekta EuroKampus www.eurokampus.si, kjer, po prvi odklonitvi projekta zgradbe mednarodne univerzitete, ki je sedaj namenjena Piranu, se predlagajo nova sodelovanja, kot npr. razvoj medmejnega tehnološkega pola in mednarodnih stanovanj za študente.

Precej hude so pomankljivosti, ki na več nivojih težijo na nas študente, najvažnješa med katerimi je prav gotovo pomankanje jedilnic v univerzitetnih sedežih ulice Alviano in ulice Diaz. Predsednik zadruge je opomnil, da njegova organizacija je večkrat hotela rešiti problem, s tem da je predlagala rešitev, ki bi lahko združila potrebe tržaškega in videmskega pola. Na tem področju sta odgovorna ERDISU-ja obeh mest, in tako v naslednjih tednih se bo skušalo rešiti problem v kratkem času z organizacijo dogovorov. Nažalost tudi na drugih nivojih so nastali novi manjši problemi. To se dogaja, ker območje in lokalne ustanove ne podpirajo integracijo in razvoj med lokalno družbo in študenti; pomislimo na sedaj že slavne odbore proti ropotanju ponoči, ki so bili vrok zatvore slavnega kluba Fly.

Razumeli smo, da končno se razvijajo konkretni projekti, ki nažalost ni mogoče zaključiti, zaradi nesodelovanja med mestom in univerzo, tako kot med univerzama in na širšem nivoju med Italijo in Slovenijo. Dandanes zgleda, da je res potrebno prekositi te ovire, ki so nastale na več nivojih. Prav zaradi tega v naslednji številki bom postavil ta vprašanja sedanjemu deželnemu prisedniku za poučevanje.

Prevedel Samuele Zeriali

23.maj 1992-19.julij 1992

V sedeminpetdestih dnevih je mafiji uspelo ubiti bodisi v Rimu komaj imenovanega zastopnika proti mafiji: Giovannija Falcona,bodisi zastopnika javnega tožilstva mesta Palerma: Paola Borsellina.Minilo je šestnajst let,po katerih kdo bi se lahko vprašal kako napreduje vojna proti mafiji,pri kateri Falcone in Borsellino sta se izkazala za glavna junaka,a ne začetnika te iste in žal ne edini dve žrtvi.

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Dal primo ottobre, con l’inizio dei corsi, il terzo polo universitario di Gorizia ha preso realmente vita: si tratta dello «Šolski dom», la rinnovata struttura di via Croce destinata a ospitare aule e uffici del corso di laurea e di specializzazione in Scienze Ambientali del Politecnico di Nova Gorica, che decide quest’anno di affacciarsi in una realtà universitaria di oltreconfine, con l’installazione di una sede staccata in Italia. Il rettore Danilo Zavrtanik, a cui sono state consegnate le chiavi dell’edificio già a fine maggio, ha precisato che i corsi saranno aperti anche a studenti non sloveni, benché per il momento, tra gli 80 laureandi di via Croce, non vi sia nessun italiano: sono tutti ragazzi fuori sede, provenienti da Nova Gorica, Aidussina o dalla provincia di Lubjana. In vista però di una partecipazione multinazionale ai corsi, alcune delle lezioni, in particolare quelle degli anni della specializzazione, si tengono già in inglese. Per il Politecnico, quella di via Croce è la sede operativa, dove effettivamente hanno luogo le lezioni, mentre in Slovenia, a poche centinaia di metri dal valico della Casa Rossa, continua l’attività di ricerca nei laboratori. Il corso di laurea in Scienze Ambientali prevede quattro anni per ottenere la laurea di primo grado, più gli anni di specializzazione. Sono anni a frequenza obbligatoria, che prevedono un test d’ingresso iniziale e una trentina di ammessi per anno: il piano didattico è organizzato diversamente da quello italiano. Per il momento, comunque, non si profilano all’orizzonte problemi di concorrenza tra le diverse strutture dei poli accademici di Gorizia, dal momento che l’istituto di formazione sloveno opera in campi fino ad ora inesplorati dalle altre sedi universitarie: il progetto del master interuniversitario in Gestione del rischio ambientale infatti, non è ancora decollato.

La tensione attorno al confine tra Nova Gorica e Gorizia comincia dunque a distendersi, sciogliendosi nello scambio intellettuale dei giovani sloveni ed italiani, che si ritrovano a vivere in una realtà universitaria che sempre più unisce e cerca la collaborazione, una realtà di confine che fortunatamente sempre meno divide o cerca competizione.

Arianna Olivero

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