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Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo è ciò che cantava Giorgio Gaber, buonanima.

E’ una sensazione, questa, che accompagna noi italiani fin dall’infanzia. Un ambivalente amore-odio per la propria terra, paragonabile forse solo a quello che pervade i nostri cugini greci. Amore-odio che si trasforma in senso di colpa quando, zaino in spalla, alcuni di noi diventano emigranti.

Mi si chiede di scrivere qualcosa sulla mia esperienza all’estero. Cosa si aspettano che io dica? Mi trovo a Canterbury, in Inghilterra. Sono uno studente della University of Kent, e tutto funziona alla perfezione.

Forse, preferiscono che io dica: gli autobus sono sempre in ritardo; non si riesce a comprare un bicchiere di una grandezza quantomeno normale; la carne costa un’iradiddio, il pesce te lo raccomando; piove più o meno quattro giorni su sette (non che noi a Gorizia siamo stati abituati granchè meglio). Potrei continuare.

Preferirei, personalmente, dire che questo Paese funziona davvero. Ed essendo un Paese popolato da esseri umani, ha anche tanti -ma proprio tanti- difetti. E se mi chiedete se conviene passare un pò di tempo, o anche tutta la vita, per studio o per lavoro, nel Regno Unito, io vi direi: sì, se avete un pò di soldi da parte.

E qui potrei fermarmi a pensare. Al nostro atavico senso di colpa. Vi sto suggerendo di lasciare il vostro Paese, il mio Paese, perdio! Non posso negarlo. E non posso evitare di sentirmi colpevole. Di tradimento, certo.

La parte divertente è che il mio è un doppio tradimento. Io sono un meridionale che ha abbandonato il meridione a sè stesso. E poi, non pago, ha abbandonato del tutto il Paese. Senza cuore.

Potrei rispondere in diversi modi. Prima di tutto, e chi tra voi lettori è del SID lo sa bene, lavorare all’estero è scritto nelle stelle di chi sceglie di studiare relazioni internazionali e simili. Stupido è chi pensa che sicuramente rimarrà in Italia con un titolo del genere. Può succedere, ma è una probabilità piuttosto relativa.

Ma questa è una scusa futile. In questo modo, tolgo la foglia di fico dalle vergogne dei miei compagni di emigrazione, che studiano legge, medicina o quant’altro. Loro sì, potevano rimanere in Italia!

E allora, allora dobbiamo cercare un’altra motivazione. Sarà che odiamo l’Italia, o che, altro lato della medaglia, sarà che siamo irrimediabilmente esterofili. Noi italiani, d’altro canto, siamo famosi per la nostra esterofilia. Un pò come i ricchi russi dell’ottocento, che nei romanzi di Dostoevski infarcivano le loro frasi con del francese, che ci stava tanto bene.

Ma questa è un’accusa davvero ridicola. E, come tutte le cose ridicole, è la credenza più diffusa tra il parentame rimasto in Italia. Noi saremmo andati via per capriccio, perchè crediamo (erroneamente, sia chiaro) di trovare il paese di Bengodi poco oltre Chiasso, o il traforo del Frejùs. Io non so per quanto sarò emigrante. Per un anno, forse più. Forse per sempre, chi lo sa. Ma è una scelta difficile, e accusarmi di essere qui per un capriccio è un’offesa volontaria e che ferisce nel profondo.

Ferisce nel profondo perchè ci sentiamo in colpa, in ogni caso. Ed è spesso per questo che, una volta tornati, vomitiamo tutta la nostra angoscia su chi ci muove tali accuse; e ci scagliamo contro il Sistema italiano. Contro l’Italia che, immenso Leviatiano, ci imprigionava, ci tarpava le ali, ci negava ogni speranza.

Perchè, non è un pò vero? Che aria si respira in Italia? Stantìa, nevvero?

Come potete farci una colpa, dunque, se vogliamo scappare?

Ma la nostra, emigranti, è una colpa davvero. Gli altri sono rimasti a combattere, noi ce ne siamo andati. Che scusa abbiamo per questo? Che scusa ho di fronte a me stesso, per non essere rimasto a casa, al Sud, lavorando per ritrovare la dignità che quella terra un tempo aveva? E lo stesso vale per l’Italia.

Ma non sono rimasto. Me ne sono andato. E voi, cinici, tacete, vi prego. Non ditemi che ho fatto bene, e chissenefrega. Non fate gli uomini di mondo, non ce n’è bisogno. Sono già andato via.

Sono già andato via, come centinaia di migliaia di giovani italiani stanno facendo. E questo è un vero peccato, perchè l’Italia si svuota di braccia, e di teste. E io mi riprometto, come del resto gli altri come me, che un giorno, se raggiungerò una certa posizione, cercherò di riparare alla fuga. E’ una promessa futile, lo so. Non significa nulla.

E se c’è una cosa che mi frega, e che mi frega sul serio, è che sono felice di essere italiano. Ed è per questo che alla domanda ‘Perchè non sei rimasto ad aiutarci?’ rimango muto, e vagamente triste. Non c’è risposta.

Mi spiace, forse volevate sapere di più sull’Inghilterra. Sullo studiare all’estero. Però io vi ho avvertiti. Venite, se volete. Sappiate che il vostro senso di colpa ve lo porterete sempre dietro, e no, nulla, nemmeno la più sacrosanta giustificazione, lo potrà cancellare.

Il mondo deve sapere che in un cucchiaino di Nutella non ci sono solo nocciole.

Dopo anni e anni in cui inesorabilmente uno sguardo, una parola, un accenno innocente cadevano sempre sul medesimo soggetto, dopo mesi e mesi in cui inevitabilmente loschi figuri millantavano la conoscenza di informazioni inconfutabili al riguardo, ho finalmente deciso di fare chiarezza sulle verità del Signor Michele Ferrero.

La storia della più grande azienda italiana per fatturato comincia nel lontano 1942. Sono anni di guerra e privazioni, però ad Alba esiste una risorsa che costa poco e si trova ovunque: la nocciole. Pietro Ferrero inventa l’embrione della Nutella: una pasta di nocciole che viene confezionata nella carta stagnola e venduta per pochi soldi. È l’inizio della dipendenza. L’insaziabilità piemontese crea un giro d’affari che in soli otto anni porta un modesto laboratorio per dolci a diventare azienda e l’azienda ad aprire già nel 1956 un primo stabilimento in Germania. La Ferrero diventa così la prima attività italiana del dopoguerra ad avere sedi operative all’estero.

A questo punto la prima generazione di Ferrero (il fratello di Pietro, Giovanni, si occupava del settore vendite) finisce e l’industria passa nelle mani del famigerato Michele. A voi non è mai capitato di considerarlo un’entità metafisica? Beh salutate il vostro idillio immaginifico perché ho intenzione di pubblicare una sua foto, nessuna idealizzazione può rendergli giustizia. Il suo apporto alla dea delle perdizioni – l’ottava meraviglia o l’ottavo vizio per chi preferisse mantenersi nei limiti della morale – è stato fondamentale: nel 1964 ne cambia formula, densità e nome (come gli sia venuto in mente di chiamarla Nutella lui solo lo sa, comunque non poteva giungere a nulla di più onomatopeico). La Ferrero spicca il volo verso il mondo intero e Michele, nonostante possa ormai ben dire di essersi meritato la conduzione dell’azienda di famiglia (vorrei sapere se qualcuno gli ha mai dato del figlio di papà), si fionda su prodotti nuovi e tutti incredibilmente apprezzati: Mon Chéri, Pocket Coffee, Ferrero Rocher, Raffaello, Tronky, Kinder Bueno, Kinder sorpresa, Kinder Cioccolato, Kinder Délice, Kinder Brioss, Fiesta, Kinder Pinguì, Kinder Fetta al Latte e Kinder Paradiso, Tic Tac, Estathè e Gran Soleil. Considerando l’offerta di altre multinazionali dolciarie forse questa lista di prodotti potrà sembrare limitata, ma fate l’esperimento di chiedervi se effettivamente ce ne sia uno solo che non avete assaggiato nemmeno una volta o uno solo che non vi sia piaciuto quando l’avete addentato. Se la risposta è la stessa che darebbe la maggioranza dei consumatori mondiali, avrete in mano la chiave per capire come sia possibile che un’azienda tuttora posseduta al 100% dalla medesima famiglia (siamo alla terza generazione) possa avere uno dei fatturati più elevati della Terra.

Attualmente il gruppo Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie del mondo, dopo Nestlé, Kraft Foods e Mars. Il fatturato consolidato del gruppo nell’esercizio 2007/2008 è stato di circa 6,2 miliardi di euro, in crescita del 8,2% rispetto all’anno precedente. Nel mondo sono occupati oltre 21.600 dipendenti, con 38 compagnie operative per la vendita e 14 stabilimenti per la produzione. Sette di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti. Nella lista dei “World’s Billionaires 2009” redatta da Forbes, Michele Ferrero & family compaiono al 40° posto – tanto per dare un’idea, Silvio Berlusconi & family stanno al 70°. Infine un’indagine del Reputation Insitute (un istituto privato di consulenza e ricerca, specializzato in corporate reputation management), condotta lo scorso maggio 2009 intervistando più di 60.000 persone in 32 Paesi diversi, ha portato alla scoperta che il marchio Ferrero è considerato il più affidabile a livello globale – la medaglia d’argento va niente di meno che al colosso Ikea. Il motto dell’azienda non poteva che essere: “le buone idee conquistano il mondo”.

P.S. i miei ringraziamenti vanno a Giovanni, che mi ha fortemente spronata a non scrivere qualcos’altro sulle donne.

Ti dicono che loro credono nell’Europa. Che per loro è il futuro, l’unica via percorribile. Che è importante studiare all’estero, creare una mentalità comune. E allora, tu ti fai convincere: andiamo in Erasmus, ci accoglieranno a braccia aperte! Poi, apri gli occhi: burocrazia interminabile, documenti che non ci sono, o che cambiano durante il periodo delle iscrizioni, moduli fantasma, problemi con il sito internet. Per non parlare degli esami: non sappiamo quali saranno disponibili anche l’anno prossimo, non sappiamo che codice avranno, nonappiamononsappiamononsappiamo. “In ogni caso, non credo di poterle riconoscere l’esame. Sa, cosa mi dice che lei ha imparato veramente la materia? Insomma, mi capisca”. Professori, a parte qualche rara, felice eccezione, che non si fanno trovare, che non ti rispondono alle mail, che “sono in viaggio per ricerca, torneranno il 14” (quando tu il Learning Agreement lo devi assolutamente portare entro il 15). “Mi scusi, ma cerchi di capirmi: sa, gli impegni accademici …”. Per carità, tu puoi anche capire. Ma queste cose ti fanno passare la voglia di andarci, in Erasmus. Ma cosa resta di Bologna? Delle direttive europee? Degli ideali tanto sbandierati, dell’”Unione di popoli e culture diversi”? Solo belle parole, parrebbe. Basta vedere Loro. Loro ci credono nell’Europa. Per Loro è importante, Loro sono tutti europeisti. Però, aspettate un attimo: non vorrete chiederci di cedere sovranità? Non vorrete mica chiederci di essere concordi in politica estera? Va bene l’identità condivisa, ma parliamone. E poi, cercate di capire, c’è la crisi, dobbiamo prima di tutto guardare a noi stessi, alla salvaguardia della nostra economia. E, in mezzo a tutto ciò, la ciliegina sulla torta: le elezioni europee! Che grande esempio di democrazia, che bello dare a tutti i popoli europei dei loro rappresentanti, che discutano alla pari di problemi di tutti! Poi guardi bene, e trovi tra i candidati scelti da Loro per questo importantissimo e onorevolissimo compito principalmente Elefanti e Veline. Per carità, tu puoi anche sforzarti di capire. Però ti arrabbi lo stesso. Perché tu, a differenza di Loro, ci credi veramente nell’Europa.

Giovanni Collot
giovanni.collot@sconfinare.net

Come l’abbiamo capita

 

In quest’ultimo periodo, la parola “Finanziaria” ha invaso la vita degli italiani; ma non per la sua novità, bensì per i contrasti creatisi in seno alle forze politiche di questo paese. La battaglia si ripete in realtà ogni anno.

Mentre con la legge di bilancio il governo si limita a fotografare la situazione finanziaria del Paese, con la legge finanziaria esso modifica le voci di spesa, aumentando o diminuendo le tasse, regolando insomma la vita finanziaria dei cittadini per l’anno a venire. Alla luce della sua importanza un dibattito acceso è assolutamente comprensibile. Il progetto di legge deve essere presentato alla Camera o al Senato entro il 30 settembre. A questo punto una Commissione parlamentare di bilancio la discuterà, proponendo degli emendamenti, e porterà il risultato in aula dove si procederà alla votazione. (Naturalmente gli emendamenti alla finanziaria possono essere presentati dai gruppi costituiti in Parlamento o da singoli parlamentari). Il testo, una volta approvato, passerà all’altro ramo del Parlamento finché verrà approvato nella medesima forma. La finanziaria entrerà quindi in vigore. Tutto però deve avvenire entro il 31 dicembre, altrimenti si entrerebbe in un regime di “esercizio provvisorio” per cui ogni mese lo Stato potrà spendere al massimo 1/12 di quanto ha speso nello stesso mese l’anno precedente.

Questa ultima “manovra di bilancio”, si legge in una nota di Palazzo Chigi,”si sviluppa secondo tre principi guida strettamente interconnessi: crescita, risanamento, equità”. Il progetto presentato quest’anno è notevolmente corposo: 33,4 miliardi di euro (la precedente era di 24 miliardi). Significa che il governo conta di raccogliere nelle sue casse la cifra menzionata e poi utilizzarla per due scopi principali:

–    favorire lo sviluppo (costo: 18,6 miliardi di euro);

–    mantenere il rapporto deficit/pil sotto il 3% (costo: 14,8 miliardi di euro).

Il primo ruota attorno alla riduzione del cuneo fiscale che è la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro ai dipendenti e quanto effettivamente essi percepiscono, al netto quindi di ciò che viene versato al fisco e agli enti di previdenza. Insomma si vorrebbe ridurre l’incidenza del fisco sul costo del lavoro che oggi è ad un livello del 45,4% dello stipendio lordo, mentre la media dell’UE a 25 è di 42,49%.

Il secondo deriva dai limiti del Trattato di Maastricht, con il quale i firmatari si impegnarono a rispettare un codice di condotta, le cui regole fondamentali sono due: un governo può spendere più di quanto raccoglie creando così deficit, ma non più del 3% di quello che il Paese produce in un anno. Infatti dietro al deficit si nascondono soldi che i cittadini prestano allo Stato, ma che andranno restituiti con tanto di interessi. Il deficit si accumula di anno in anno e forma il debito pubblico, ed ecco la seconda regola: per l’UE il debito non deve superare il 60% di quello che il Paese produce. Si tratta di parametri impossibili? Per l’Italia molto più che per altri Paesi perché essa ha accumulato negli anni un debito pubblico pari al 106% del PIL! L’UE nel ’92 ci permise l’ingresso a patto che c’impegnassimo a ridurlo, mantenendo il deficit intorno allo o%. Se consideriamo che la scorsa finanziaria puntava ad abbassarlo dal 2,9% al 2,7% capiamo quanto l’obiettivo sia distante, ancor più difficile da raggiungere a causa degli interessi che bisogna pagare ogni anno (circa il 12% della spesa pubblica).

I parametri del patto di stabilità non sono un limite irraggiungibile solo per il nostro paese: nostri vicini, come Austria(62,9%) e Francia (66,8%), si trovano in condizioni fuorilegge, ma anche Belgio (93,3%) Germania (67,7%, e che presenta inoltre un deficit del 3,5%) , Portogallo (63,9%) e Grecia (107,5%), si presentano in situazioni simili da almeno 3 anni. Oltre ai diversi pareri , che ovviamente si sono creati all’interno del nostro paese, all’estero vi sono state discordanti reazioni, che però in parte approvano questa ultima legge finanziaria.

L’Economist affermava che tra le cose sicuramente positive di questo governo, c’era anche il decreto volto ad erodere il quasi- monopolio televisivo di Berlusconi; la lotta contro l’evasione fiscale, nel caso si verificasse nei numeri attesi dal governo, farà riprendere fiato alle casse statali, e sarà possibile eseguire una ridistribuzione delle tasse, “tutto il resto è secondario – Mr Prodi said”. Secondo il Financial Times, questa finanziaria ha il duplice scopo di garantire la sopravvivenza politica del governo e ridurre il deficit, ma con tre difetti: “Primo, punta sugli aumenti delle tasse più che sui tagli alla spesa pubblica. Secondo, contiene artifici contabili. Terzo, non prevede riforme strutturali. Il problema dell’Italia non è tanto il deficit in sé, ma il fatto che sia accompagnato da una scarsa crescita economica.” Il Wall Street Journal sostiene che la crisi italiana potrebbe mettere in difficoltà i paesi della zona euro: “L’Italia ha il secondo peggior rating dopo la Grecia. La possibilità che l’Italia sia costretta a uscire dalla zona euro è remota, ma non può essere esclusa”. Vedremo se il dibattito interno e i giudizi esteri porteranno o meno ad una revisione del progetto. Nel frattempo però l’ntesa tra il governo e parti sociali, mostra un clima di collaborazione in Italia, ed una volontà di dialogo, pur accompagnate dalle proteste in piazza dell’opposizione.

Nell’attesa gli studenti possono solo sperare che, qualunque sia il risultato, questa finanziaria sia la prima di una lunga serie che porterà ad una sensibile riduzione del debito e che possa riaccendersi con decisione la crescita italiana. Altrimenti un domani saremo noi, in prima persona, ad affrontare pesantemente queste vecchie responsabilità.

 

 

 

I NODI DELLA DISCORDIA 

Le principali novità e i punti della legge che più hanno sollevato polemiche

  • Le aliquote IRPEF (l’imposta sul reddito) passano da 3 a 5 , portando la pressione fiscale massima dal 41% al 43%;
  • Varia la “no tax area” (reddito minimo al di sotto del quale non c’è tassazione): 7500 euro per i pensionati, 8000 per i lavoratori dipendenti, 4800 per gli autonomi.
  • Le deduzioni diventano detrazioni. Per ogni familiare a carico, prima si scalava una quota del reddito su cui calcolare le tasse, ora si riduce l’ammontare     delle tasse;
  • In ambito scolastico si propone l’assunzione di 150 mila nuovi docenti e 20 mila ATA. L’obbligo d’istruzione e l’età di accesso al lavoro verranno innalzati a 16 anni.
  • Superbollo sui SUV (i fuoristrada di lusso), che ha destato un acceso dibattito;
  • Viene introdotta un’accisa sugli alcolici del 10%. Inoltre è vietata la somministrazione di alcolici ai minorenni nei pubblici esercizi.

 

Diego Pinna e Emmanuel Dalle Mulle

Ahmadinejad e le ‘innegabili contraddizioni’

“Signor George Bush,, è da tempo che mi chiedo come si possono giustificare le innegabili contraddizioni che esistono sulla scena internazionale”. Così comincia la lettera che l’8 maggio il Presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha inviato al collega statunitense. Molti ne hanno parlato, chi enfatizzando la storica apertura di Theran, chi smascherando la falsità di tale mossa, chi altro giusto per sentito dire. Probabilmente sono pochi però ad averla letta davvero. Troppo lunga, forse, per gli standard occidentali? O semplicemente di troppo? Parliamone, anzi no, prima lasciamola parlare.

Il leader iraniano introduce le proprie argomentazioni chiedendosi: “Si può essere seguaci di Gesù Cristo […] sentirsi obbligati a rispettare i diritti umani, presentare il liberalismo come un modello di civiltà […] fare della ‘Guerra contro il Terrore’ il proprio slogan […] ma allo stesso tempo…” ottenere risultati completamente opposti? E da qui inizia la rassegna degli errori (o se preferite orrori) che, secondo Ahmadinejad, sono poi gli stessi aspetti contradditori del modus operandi statunitense.

Innanzi tutto la guerra in Iraq. “A causa della possibile esistenza di armi di distruzione di massa in un certo Paese questo viene occupato, circa 100 mila persone uccise[…]180 mila soldati stranieri spiegati a terra[…]e il Paese catapultato indietro di 50 anni”.

Nel dar voce ad un bisogno collettivo di chiarezza, continua: ” […]i giovani, gli studenti universitari, le persone comuni hanno alcune domande circa il fenomeno Israele”. Entra così nel vivo della lettera. “Storicamente molti paesi sono stati occupati, ma penso che lo stabilirsi di un nuovo paese con un nuovo popolo sia un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. I miei studenti dicono che 60 anni fa questo stato non esisteva.[…] Ho detto loro di studiare la storia della seconda guerra mondiale. […] Dopo la guerra sostennero che 6 milioni di ebrei erano stati uccisi. […] Supponiamo che questi eventi siano veri. Questo deve logicamente tradursi nella fondazione dello Stato di Israele o nel sostegno di quello stato?”

La questione israeliana è, con il recente programma di sviluppo energetico, uno dei punti a cui la comunità internazionale è più sensibile. Non stupisce pertanto che il tema successivo sia appunto il nucleare. Parola scomoda, mai usata nella lettera, che risalta con evidenza dal contesto: “Perché ogni progresso tecnologico raggiunto in Medio Oriente è tradotto e dipinto come una minaccia allo stato sionista? La ricerca e lo sviluppo non è uno dei basilari diritti delle nazioni?”.

La discussione sul progresso tecnologico spinge il Presidente iraniano a riflettere sui paesi meno sviluppati: perché in America Latina e in Africa i governi “eletti sono contrastati mentre vengono sostenuti leader golpisti” ed “enormi ricchezze sono saccheggiate. Anche il popolo dell’Iran ha molte domande e motivi di lagnanza, inclusi il colpo di stato del 1953[…]l’opposizione alla Rivoluzione islamica[…], il sostegno a Saddam nella guerra mossa contro l’Iran.”

L’analisi degli ultimi avvenimenti passa ovviamente attraverso l’11 settembre che, riconosce Ahmadinejad: “è stato un avvenimento spaventoso”. Non senza esprimere quei riserbi inquietanti di cronaca recente:”non è stata un’operazione semplice. Possibile che sia stata preparata ed eseguita senza alcun coordinamento con l’intelligence ed i servizi segreti?”. Decisivo, a suo avviso, il ruolo dei medi che “hanno parlato costantemente della possibilità di nuovi attacchi terroristici e tenuto la gente nel terrore[…]. Alcuni credono che l’esagerazione mediatica abbia aperto la strada per l’attacco all’Afghanistan[…]”.

Dall’informazione manipolata alla critica del potere democratico il passo è breve. “Nei paesi di tutto il mondo, i cittadini pagano le spese dei propri governi, in modo che i governi possano a loro volta servirli”. Ahamadinejad allora si chiede “che cosa hanno prodotto per i cittadini le centinaia di miliardi di dollari spese ogni anno per pagare la campagna irachena?” e ricorda al Presidente Bush le ‘regole democratiche’. “Chi si trova al potere ha un mandato con una scadenza, e non governa per sempre. Però i loro nomi saranno registrati nella storia, e verranno giudicati costantemente, nel futuro prossimo e lontano[…]. Siamo riusciti a portare la pace, la sicurezza e la prosperità per il popolo, oppure insicurezza e disoccupazione?”

Si apre così la parte finale della lettera nella quale emerge con forza il parallelismo tra i valori di due universalismi: quello cristiano e il suo pari musulmano. Valori e toni altrettanto profetici, che considerati con un po’ di relativismo, fanno assomigliare gli ayathollah di Theran ai teocon dell’amministrazione di Washington. D’altronde guardando alla storia il fondamentalismo cristiano e quello musulmano non sono poi così lontani. Un raffronto religioso di cui è intarsiata tutta la lettera: al richiamo dei principi della tradizione cristiana, è continuo l’alternarsi dei versetti del corano. Il tutto in una ricercata continuità di quella parola condivisa da “Tutte le religioni divine […] che è “monoteismo”. E quindi: “Tutti i versetti di cui sopra si possono ritrovare in un modo o nell’altro anche nel Vangelo[…].Non pensate che la fede in questi principi promuova e garantisca la pace, l’amicizia e la giustizia? […]. Non accetterete (l’invito ad) un ritorno autentico agli insegnamenti dei profeti[…]?”. Il crescendo sui principi del monoteismo si accoppia alla constatazione del risveglio dei popoli. “I popoli protestano contro il crescente divario tra coloro che hanno e coloro che non hanno”, e si celebra il funerale del “liberalismo e la democrazia di tipo occidentale” che “non sono stati in grado di realizzare gli ideali dell’umanità […]. Sempre di più vediamo che i popoli di tutto il mondo si stanno rivolgendo verso un punto focale – Dio l’Altissimo. […]La domanda che io vi rivolgo è questa: non volete unirvi a loro?”.

Questa la lettera di Ahmadinejad dunque. Resta, a nostro avviso, una considerazione da fare. La colpa dell’amministrazione Bush sarebbe, a detta di Ahmadinejad, quella di praticare i principi professati, andando a sbattere in ‘innegabili contraddizioni’. Ma come l’America, così l’Iran vive di contraddizioni. Non espresse nella lettera, come era d’aspettarselo, ma presenti nella realtà. Tutta la società ne è pervasa dall’economia e dalla politica fino alla stessa religione. Da un lato la censura, la legge islamica, la battaglia sul nucleare, gli interventi autoritari sulla vita pubblica delle persone (vedi l’hijab, l’abbigliamento previsto dall’ortodossia islamica per le donne); dall’altro la massa di giovani affamata di libertà (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), il fascino del modello di vita americano, la benzina che costa meno dell’acqua minerale seppur raffinata all’estero, e, soprattutto, la voglia di modernità di un paese che, come dice, Ramin Jahanbegloo, giovane filosofo di Teheran, vive in silenzio la sua rivoluzione culturale. “E’ il nostro maggio ’68, un maggio silenzioso”.

Davide Lessi

Emmanuel Dalle Mulle


 

Intervista alle sette studentesse che hanno deciso di sperimentare il rugby inglese

Da marzo 2006 Noemi De Lorenzo, Roberta (Cortina) De Martin, Francesca (Fra) Fuoli, Arianna (Turin) Olivero, Francesca (Rosy) Rosada, Chiara Taverna (tutte del I S.I.D.) e Anna Rizzoli (III anno di Relazioni Pubbliche), si incontrano settimanalmente in via dei Faiti. Hanno deciso di tentare una sfida davvero interessante, sotto la guida dei loro “coaches”, Edoardo Buonerba (II S.I.D.) e Marco Chimenton (III S.I.D.): imparare a giocare a rugby. “Sconfinare” le ha intervistate per scoprire le peculiarità di questa squadra tutta femminile!

Il rugby è tradizionalmente uno sport maschile: perché avete deciso di praticarlo?

Chiara: “Per rompere questi stereotipi maschili che limitano l’accesso femminile a molti sport interessanti”.

Rosy: “E perché è uno sport inusuale, perlomeno tra le ragazze”.

Infatti…Voi, però, praticate rugby all’inglese. Quali sono le differenze rispetto a quello americano?

Rosy: ” Per prima cosa la palla, più grande di quella americana, può essere passata solo indietro. Poi è ammesso il placcaggio (bloccaggio dell’avversario) solo del giocatore che tiene la palla”.

Turin: “E non abbiamo le divise imbottite perché è meno violento”.

Anche se è meno violento, però, prevede degli allenamenti intensi. Com’è stato all’inizio?

Tutte: “Durissima!”

Rosy: “La prima volta che abbiamo fatto il giro del campo di corsa a momenti ci lasciavo un polmone!”

Però…E come vi sembra questo sport ora che lo conoscete direttamente?

Chiara: “E’ uno sport da signore!”

Anna: “C’è una filosofia dietro, che implica il rispetto non solo delle regole di gioco, ma anche dell’avversario”.

Rosy: “Cosa che manca in altri sport più in voga…”

Concordo pienamente. Quindi lo consigliereste anche ad altre ragazze.

Anna: “Certo! Non esiste una taglia corporea per praticarlo. Va bene per qualsiasi fisico”.

Chiara: “Anzi, speriamo che qualcuno si aggiunga, perché dobbiamo raggiungere i 15 elementi!”

Magari qualche lettrice raccoglierà l’invito! E sugli allenatori…?

Tutte: “Sono super-professional, simpatici, pazienti…”

L’anno prossimo, però, andranno all’estero. Come farete?

Fra: “Giocheremo a tennis!”

Turin: “Andremo a Lisbona (meta di Edoardo)!”

Cortina: “Beh, Rosy terrà un corso di can-can…”

Chiara: “No, dai. C’è un vice, Diego (Pinna, I S.I.D.). Ci seguirà lui.”

E a quando la prossima partita?

Cortina: “La prima vorrai dire! Ancora non lo sappiamo”.

Beh, ragazze, speriamo sia presto, perché vi vogliamo vedere in campo. In bocca al lupo a tutte voi!

 

Isabella Ius

elan_isa@hotmail.it

Il campo di lavoro è sicuramente una delle esperienze più interessanti e intense che uno studente possa fare, soprattutto se  interessato, dopo l’università, ad intraprendere una carriera nel volontariato umanitario. Il campo di lavoro è inoltre la situazione ideale per chi vuole iniziare ad approcciarsi al mondo della cooperazione nei paesi in via di sviluppo, per chi non ha esperienza e vuole un impegno a breve termine. Soprattutto in vista delle vacanze estive, questi campi vengono spesso indicati come delle ottime esperienze propedeutiche, utili e arricchenti dal punto di vista umano. Sotto il profilo psicologico i campi di lavoro non sono particolarmente impegnativi, anche perché molto spesso si è inseriti in un gruppo di coetanei; lo scopo primario per cui si partecipa rimane comunque sempre lo stesso: aiutare chi ha bisogno.
Nei campi di lavoro spesso non è richiesta esperienza, la struttura è organizzata per accogliere un certo numero di volontari, i tipi di lavoro richiesti sono semplici e mai in situazioni estreme (spesso è messo in preventivo che ci siano delle persone meno motivate e capaci di altre…). I campi di lavoro sono una prova di volontariato all’estero: una volta che nel vostro curriculum avrete un po’ di anni di volontariato in questi campi , con anche referenze attestabili, questo potrà essere considerato un requisito sufficiente ad essere ammessi come volontari di maggior responsabilità o per il volontariato retribuito a lungo termine.
Come già è stato ricordato la professionalità richiesta è molto bassa o nulla e questo rende i campi di lavoro più accessibili a noi poveri inesperti del settore…solitamente è solo richiesta la conoscenza della lingua utilizzata nel campo di lavoro (quasi sempre l’inglese).
Chi poi ha più esperienza può sempre ambire ad una posizione di coordinamento, per essere più gratificato e valorizzato.
E’ bene ricordare infine che le posizioni di volontariato generico, soprattutto nei campi di lavoro,  generalmente non sono retribuite;al massimo si riceve un rimborso spese.

Pubblicazioni

Esistono diverse pubblicazioni utili per chi vuole approfondire il mondo della Cooperazione. Esiste innanzitutto un’ottima e completa guida per chi vuole iniziare una carriera in cooperazione: “Guida alla cooperazione e al volontariato internazionale”. Viene aggiornata ogni due anni ed elenca tutte le ONG riconosciute dal Ministero Aff. Esteri (le ONG possono anche non essere riconosciute), tutti i loro progetti in corso, con gli Enti finanziatori e i settori di intervento suddivisi per Paesi. La guida riporta anche molte informazioni utili, tra cui le organizzazioni che allestiscono dei campi di lavoro,  gli uffici dei comuni e tutti i corsi di formazione, Master e Scuole di specializzazione organizzate da Università, enti pubblici o dalle stesse ONG. La guida viene pubblicata da un ufficio pubblico, il SOCI di Milano (Servizio Orientamento Cooperazione Internazionale, che dipende dal Settore Relazioni Esterne e Comunicazione del Comune). Per chi semplicemente inizia e vuole affrontare volontariato a breve termine questa guida è fin troppo dettagliata; è possibile richiederla (verrà spedita per posta) telefonando al Servizio SOCI- P.zza Duomo 21- 20121 Milano, tel. 02 8846 3636, fax. 02 8846 3635, e-mail: ufficio.soci@comune.milano.it –  http://www.comune.milano.it/ relazioninternazionali/ cliccare su Cooperazione internazionale.
Molto interessante è anche il libro del CISPI (una delle tre federazioni nazionali di ONG): “Come diventare operatore della Solidarietà Internazionale”. Questo libro offre le basi per conoscere il mondo delle ONG, i presupposti, le strategie di Cooperazione, il tipo di sviluppo sostenibile, le relazioni economiche tra Nord e Sud. La guida si può ordinare dal sito del CISPI: http://www.cispi.it
Molte ONG hanno dei bollettini a varia periodicità che si possono ottenere associandosi o facendo una donazione all’ONG che li pubblica. Possiamo citare ad esempio “Volontari per lo Sviluppo”, periodico mensile edito da un consorzio di 13 importanti ONG italiane tra cui la FOCSIV. Vedere il sito: http://www.volontariperlosviluppo.it

In rete

http://www.fivol.it: il sito della Fivol, Federazione Italiana Volontariato. Il sito distingue la sezione “Per fare volontariato in Italia” e la sezione “Per fare volontariato in un Paese in via di Sviluppo” e contiene inoltre una lista di oltre 20000 organizzazioni di volontariato censite.

http://www.unimondo.org: il sito dell’associazione Unimondo di Trento, parte del network mondiale OneWorld, con offerte di volontariato internazionale.

http://www.volint.it: gestito dal VIS, Volontariato Italiano per lo Sviluppo, contiene una sezione dedicata alle offerte di lavoro dalle ONG di Cooperazione allo Sviluppo.

http://www.cocis.it: il sito del COCIS, Coordinamento delle Organizzazioni non Governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo.

http://www.cispi.it: il sito del CISPI, Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale.

http://www.oneworld.net: il sito di OneWorld che riporta occasioni di volontariato in tutto il mondo, oltre ad offerte di lavoro e numerosi link.

http://www.esteri.it: cliccando: Politica estera, Grandi temi, Cooperazione allo sviluppo, si accede alle pagine dedicate alla Cooperazione. Si segnala la pagina “Opportunità nelle Organizzazioni Internazionali” e in particolare la sezione “Posti vacanti e opportunità per i giovani”.

http://www.idealist.org: il sito con il più grande data base di associazioni al mondo, ripartite per campo di intervento e stato.

http://www.worldvolunteerweb.org: portale dell’ONU gestito dall’UNV, l’agenzia delle Nazioni Unite per il volontariato.

http://www.vfp.org: lista di campi di lavoro in 80 paesi del mondo.

http://www.alliance-network.org: sito dell’Alliance of European Voluntary Service Organisations; contiene una lista di ONG europee che offrono campi di lavoro.

http://www.missionfinder.org: occasioni di volontariato a lungo e breve termine nelle missioni di tutto il mondo.

http://www.reliefweb.int: sito dello United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA); contiene una lista aggiornata di posizioni professionali vacanti.

Chiunque avesse bisogno di qualche altra informazione, anche relativa ad un’organizzazione specifica, può contattarmi all’indirizzo e-mail: mister_bush@hotmail.it

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