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Dopo “Vicky Cristina Barcelona” – che onestamente non ci ha affatto convinto – Woody Allen sembra essere tornato in sé con la sua ultima uscita: “Basta che Funzioni” (titolo originale “Whatever Works”). Un film che, per fortuna, ci mostra che il nostro vecchio Woody è quello di sempre: paranoico, fissato con l’altrui antisemitismo, logorroico ed infinitamente acuto. Lo schema del film in realtà non è nulla di innovativo come non lo sono gli espedienti cinematografici usati: il protagonista che si rivolge al pubblico (già visto in “Io e Annie”), le battute balbettate e le grandi conversazioni sui massimi sistemi al bar, ma la pellicola in generale scorre frizzante e piacevole.basta-che-funzioni-loc-2[1]

Questa vicenda è – prevedibilmente – ambientata a New York, ed i personaggi intrecciano le loro vicende in maniera lineare ma brillante. Una giovane ragazzina di campagna, interpretata nella sua ingenuità da una graziosissima Evan Rachel Wood, si perde a New York ed incappa per caso in un vecchio, pessimista, scorbutico, ebreo genio della fisica – Larry David – con il quale comincia una bizzarra convivenza. A poco a poco il professore, che può vantare solo di “essere stato preso in considerazione” per la nomination al nobel, si lascia intenerire dalla bellezza della ragazzina e nonostante la consideri allo stesso livello intellettivo di un “vermetto” finisce per sposarla. La vita di coppia dei due procede in un fragile equilibrio in cui il professore è il pigmalione della giovane e lei la fair lady innamorata dell’arguzia del vecchio marito. In questo quadretto bislacco interviene la madre della ragazza, una donna dell’alta società conservatrice che detesta il genero e fa di tutto per rompere l’unione tra lui e la figlia. Ma la tremenda morale materna sembra non essere immune al fascino devastante della capitale e in breve la donna scopre la propria vena artistica e si trasforma da casalinga stereotipata in fotografa alternativa e provocante. Il tutto condito con triangoli amorosi, foto scandalose, il ritorno del marito fedifrago che scopre di essere gay…

Insomma, un’altra piccola gioia di Woody Allen, che gioca con la psicologia dei personaggi e mette in luce l’influenza rivelatrice di New York: la città che ha il magico potere di trasformare la potenza in atto, di far emergere e sbocciare le qualità dei singoli, la città che permette la piena realizzazione di un io che fuori dal mondo urbano è represso e soffocato nell’attaccamento alla tradizione. Tutti i personaggi sembrano passare per questo processo metamorfico: la giovane trovando finalmente la capacità di formulare opinioni personali ed indipendenti dal marito, la madre dedicandosi all’arte e ai menage, il padre con il nuovo compagno. L’unico che sembra essere immune alla forza di New York è prorio Larry David, che dall’alto della propria ipertrofica autostima si rifiuta di evolversi in una versione migliore di se stesso. E dal momento che è evidente che l’attore è l’alter ego di Allen, ci si può forse leggere un po’ di autocritica da parte del regista: l’uomo che si riconosce nella sua genialità ma che sa di essere pieno di piccoli difetti e manie ridicole. Probabilmente non il maggior capolavoro del regista ma sicuramente un film che ne riflette profondamente la poetica e lo stile. L’unica pecca: Allen avrebbe dovuto recitarvi.

Francesco Gallio

Francesco.gallio@sconfinare.net

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