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Gli ultimi mesi di vita politica italiana sono stati movimentati e hanno raggiunto alti picchi di conflittualità, con una quasi crisi di governo e la frantumazione del principale partito politico italiano e di governo.

Quale sarà la causa di tutta questa baraonda? Temi importantissimi, penseranno gli ingenui: la crisi economica, la disoccupazione, il rischio di declino italiano o le riforme, ormai sempre più astratte, invece il motivo è la cacciata di Gianfranco Fini dal partito che (non) ha co-fondato e la campagna stampa per dimostrare che è un farabutto e un bugiardo.

Ora non è mia intenzione entrare nel merito di vicende immobiliari o di arredamento, in quanto vi è già uno stuolo di esperti del ramo, ma voglio entrare nel merito del Fini “politico”, quindi chi è Gianfranco Fini?

L’immagine attuale è quella di un uomo delle istituzioni, moderno e moderato, insomma il politico che chiunque si immagina, ed è innegabile che il ragazzo abbia il phisique du role giusto, niente a che vedere con il barzellettiere di Arcore o i borbottanti ex-funzionari comunisti o peggio.

Insomma il politico che piace alla gente, a destra come a sinistra, conservatore ma di mentalità aperta, dotato di una forbita eloquenza ed elettoralmente seducente.

Andando brevemente a scorrere la biografia e le dichiarazioni del soggetto in questione scopriamo che divenne fascista, cosa che Bersani e D’Alema paiono essersi dimenticati, per amore di Patria e dell’Idea, penserete voi, invece no! Entrò nel MSI perché gli avevano impedito di vedere un film di John Wayne, come ha avuto modo di affermare nel 2004.

E con questa solida base ideologica il nostro iniziò la scalata all’interno del partito, fino al ruolo più noto di delfino, o come dicono i maligni di eterno secondo.

Nel percorrere la sua strada verso la medaglia d’argento abbiamo una tappa intermedia come segretario nazionale del Fronte della Gioventù missino, ottenuta dopo un sano e costruttivo dibattito democratico interno all’organizzazione, così come il nostro vorrebbe fosse il PDL attuale. In quel lontano 1977  il buon Gianfranco Fini giunse solamente quinto nelle votazioni, ma venne nominato da Giorgio Almirante come segretario nazionale in quanto si trattava di un elemento fedele ed acritico alla dirigenza del partito, che MAI si sarebbe permesso di fare un controcanto, criterio che gli piacque così tanto da applicarlo costantemente anche in Alleanza Nazionale.

Nel 1983, in un tripudio di saluti romani, fa il suo primo ingresso a Montecitorio, che non lascerà più.

Ormai siamo negli anni ’80 ed alla morte di Almirante il buon Fini sale finalmente sul podio dell’MSI, sennonché viene subito scalzato dalla sinistra fascista di Rauti, che gli soffia la segreteria, ed è in questo periodo che il conservatore Fini si riscopre rivoluzionario e giunge alla conclusione che per sconfiggere la partitocrazia bisogna creare il “fascismo del 2000” ed imitare il più grande statista della storia italiana, quell’uomo nato in Romagna…

Terminata la sfortunata parentesi di Rauti ed essersi ripreso la segreteria del MSI, oltre a fare un bel “repulisti” interno e celebrare il 70° anniversario della Marcia di Roma, il nostro fa in tempo ad agganciare il partito ormai in crisi a Tangentopoli, di cui fu uno dei più sfegatati fan, con un tifo da stadio guidato dal capo ultras Gasparri letteralmente innamorato del “capitano” Antonio Di Pietro.

Dopo di che entriamo un un’altra era, quella berlusconiana, e di fatto Berlusconi salva, politicamente, la vita a Fini, in quanto ormai l’MSI era in piena crisi elettorale e lo sdoganamento ricevuto gli consente di pescare i voti conservatori dei vecchi partiti come la DC, anche grazie ad un restyling del partito.

I due però non si amano, probabilmente perché dopo aver fatto tanta fatica per salire sul podio si trova un avversario con cui non può competere ed e costretto a fare di nuovo il delfino, frustrando tutta la propria ambizione.

Dopo essersi rapidamente dimenticato il tifo per il pool di Mani Pulite entra finalmente nella stanza dei bottoni sul crocchio di Berlusconi, ma la breve durata del governo lo rispedisce nuovamente all’opposizione.

E’ a questo punto che il buon Fini tenta una mossa che ripeterà nel tempo, cercare di fare a meno del Silvio nazionale, ma scavalcare il Cavaliere si dimostra impresa assai ardua e il tentativo europeo con Mario Segni, che di professione raccoglie firme per referendum inutili, si rivela disastroso.

Ritornato all’ovile nel nuovo governo con Berlusconi e oltre a protestare per ottenere incarichi che non lo facciano apparire un semplice gregario, firma alcune delle più rigide norme contro l’immigrazione e la droga.

Ma, coerente come sempre, subito dopo dichiara che in passato qualche “canna” se l’è fumata pure lui e cambia nuovamente idea sull’immigrazione e dato che c’è anche su bioetica, coppie di fatto e omosessuali.

Trova anche un abbonamento a buon prezzo per il volo Roma-Tel Aviv, dove può andare a mondarsi del “male assoluto”, in cui credeva fino a un momento prima.

Intanto Berlusconi perde le elezioni e c’è il nuovo tentativo fallito di smarcarsi, che si riduce ad un mesto ritorno nei ranghi alle elezioni successive.

La nuova posizione di Presidente della Camera e la nuova condizione di ragazzo-padre, fanno diventare il buon Fini più astuto, convincendolo che lo sganciamento da Silvio da Arcore è impossibile per cui riscopre la tecnica del logoramento, che gli costa però l’espulsione dal partito che (non) ha co-fondato e la storia recente.

Insomma, Fini sotto al bel fisico ed al buon eloquio, si nasconde un arrivista frustrato. Che non ci ha pensato due volte a trascinare il paese in una crisi politica in un momento economicamente critico.

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Intervista con l’autore, Giovanni Fasanella

Sig. Fasanella, che cos’ha significato per lei scrivere questo libro? Qual è stato l’input e quale la difficoltà nel relazionarsi con lo studio dei movimenti di estrema destra?

L’input è stata la cronaca. Alcuni avvenimenti di violenza accaduti di recente hanno presentato elementi di analogia e mi è sembrato che si potessero riunire ad un filo conduttore: la violenza contro il diverso. La difficoltà è stata sicuramente andare a cercare informazioni riguardo a movimenti che esistono al di fuori della legge, la cui caratteristica principale è una mimetizzazione impressionante.

Come lei dice, la violenza è l’elemento caratterizzante di tali movimenti. Quali sono gli obiettivi di questa violenza?

Prese di mira sono le diversità, che si parli di etnia, religione o scelta sessuale. Sono azioni che nascono da una vera e propria cultura dell’odio (soprattutto xenofobo) e riemergono da un sottofondo, che è quello nazi – fascista. A capo di questa violenza vi è comunque una rete e un network organizzativi internazionali sorprendenti. In Italia sono organizzazioni, quelle in esame nel libro, che si rifanno a vecchie sigle della destra eversiva degli anni ’60, ’70 ed ’80. Basti pensare che è stato arrestato poco tempo fa un uomo che tentava di reinserire il Ku Klux Klan. Al giorno d’oggi, vi è anche una maggior radicalizzazione a seguito della svolta di Fiuggi, con la quale Alleanza Nazionale ha ripudiato alcuni elementi fondanti del proprio passato. In questo senso, Fini ed Alemanno sono considerati dei traditori, agli occhi dei neofascisti.

In questo senso, non crede che queste organizzazioni stiano lavorando alla base, facendo oggi quelle attività politiche e culturali che venivano portate avanti una volta nelle sezioni comuniste?

Questa destra è pericolosa e subdola: usa oggi effettivamente delle parole d’ordine rubate alla sinistra. La destra si occupa dei centri sociali e del territorio, crea una vera e propria cultura di estrema destra attraverso case editrici, musica e soprattutto internet. Non è solo azione, sono pensiero ed azione insieme.

Gli episodi di omofobia degli ultimi mesi sono da ricollegare a questi movimenti di estrema destra o sono più da vedere come una difficoltà da parte della società tutta ad accettare nuove realtà sociali?

Entrambe le cose. Non si può negare comunque che all’interno dei movimenti di estrema destra vi sia omofobia.

A mio parere, le sacche di estremismo si vengono a creare lì dove la politica, attraverso il governo, non riesce a dare risposte adeguate a macroproblematiche che possono creare tensioni sociali. Cosa ne pensa?

Vi sono dei fenomeni dilaganti qualora la politica non sa dare risposte a problemi sociali emergenti. L’esempio più emblematico della questione è il problema dell’ondata migratoria. Dopo il 1989 si sono aperte le frontiere ad Est ed è arrivata gente affamata. Molti vengono da esperienze di guerre civili (basti pensare ai Balcani). Stessa cosa vale per le genti del Sud, dall’Africa. L’impatto della nostra società con questo macro-fenomeno ha creato un problema con cui non si era fatto i conti. La sinistra ha sicuramente sottovalutato il problema mentre a destra, con Lega Nord e La Destra, si è saputo dare solamente risposte xenofobe. Politica di accoglienza e politica di sicurezza sono due cose diverse e bisognerebbe spiegarlo alla nostra classe dirigente politica. La Lega Nord non si può definire “estrema” ma si basa sulla xenofobia e al suo interno si sono infiltrati personaggi provenienti dall’estrema destra, come ad esempio Borghezio. Si parla di “entrismo” nella Lega.

L’esistenza di movimenti estremisti non è mai venuta meno, ma leggendo il suo libro appare una situazione molto più importante a livello di numeri e questo traspare anche dai risultati delle ultime elezioni regionali. Quali sono i fattori alla base di tale amplificazione oggi? Che differenza c’è con l’estremismo di destra degli anni di piombo?

I fattori di quella che lei chiama amplificazione sono due: immigrazione e crisi sociale. A questo quadro si aggiunge la costante dell’antisemitismo. Quella descritta è una destra identitaria, che si rifà ad antichi valori, alla tradizione e si identifica nel filoarabismo ed antiamericanismo. Rispetto alla destra degli anni di piombo, possiamo affermare che vi sono elementi di continuità – ideologici, politico-organizzativi e nelle persone – ma non bisogna dimenticare che nel mentre è caduto il muro di Berlino. Se prima quindi la lotta politica si faceva contro il comunismo, al giorno d’oggi è il diverso ad esser preso di mira.

Il recente film “Genitori & figli” rappresenta, tra l’altro, uno dei problemi attualmente esistenti presso i giovani: un rigurgito di forte razzismo e forme di bullismo nelle scuole. Dove hanno sbagliato la società, la scuola, la famiglia?

Si sbaglia quando di fronte al rinascere di culture, come il nazifascismo, non si mette sufficiente attenzione da parte della scuola e della società nel contrapporre una cultura diversa. Si rimuove la storia quando è dal nostro passato che dobbiamo imparare. E’ quindi fondamentale ristabilire una cultura della tolleranza opposta a quella dell’odio che al giorno d’oggi, anche se propagata da un’estremità politica, ha contagiato tutta la società. E’ sicuramente questo il più grande demerito che ha la Lega in Italia.

Per finire, come nei telegiornali, lo sport. Nel libro lei sottolinea come fabbriche dell’estremismo di destra siano diventati gli stadi. E’ impensabile sperare in una presa di posizione da parte delle società di calcio contro determinati fenomeni razzisti e neofascisti? Penso soprattutto alla futura costruzione di stadi privati per club che potrebbero diventare nuovi templi per la fede, calcistica e politica…

Una presa di posizione non risolverebbe comunque il problema e le società sono troppo divise tra aspetti commerciali e la necessità di avere una tifoseria forte. Andare contro i propri tifosi sarebbe dannoso e la linea politica scelta è quella della prudenza e del “benestare tacito”. Dall’altra parte, i movimenti politici hanno capito di poter far leva sulla fede calcistica e hanno trovato nelle curve un terreno dove ottenere consenso. Si tratta ancora di contrapporre una cultura ad un’altra. I mezzi di informazione e le società sportive hanno di sicuro avuto il torto di assecondare e tollerare troppo nel passato. Ciò nonostante la Legge Mancino comporta mezzi per reprimere idee razziste e xenofobe e la repressione è fondamentale e deve essere implacabile, quando necessaria. Basti vedere come in Gran Bretagna siano riusciti a limitare gli hooligans. Le leggi sono necessarie, così come servono iniziative politico culturali e di tolleranza. E nel campo di gioco, il messaggio principale dello sport, di unione e fratellanza, non deve mai essere dimenticato, soprattutto non da chi il gioco lo pratica.

Il libro: “L’orda nera” di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, ed. BUR 2010, € 9,80

Edoardo Buonerba

edoardo.buonerba@sconfinare.net

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