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Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Il peggio deve ancora venire

A tu per tu con il segretario triestino dei metalmeccanici UIL che dice:nel 2010 le cose peggioreranno

La crisi è passata o il peggio deve ancora arrivare? E ancora, qual’è la situazione attuale in una regione,il Friuli Venezia Giulia, che vede nell’industria una importantissima fonte di occupazione? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Timeo che lavora nel sindacato da quasi 15 anni e che ha militato prima nella Cisl e poi nella Uil dove oggi ricopre la carica di segretario provinciale dei metalmeccanici di Trieste.

Per quanto la sua professione le ha consentito di vedere quali sono stati i settori in cui la crisi si è più fatta sentire?

Certamente la crisi ha avuto,insieme con l’edilizia,nei metalmeccanici e nel indotto delle industrie i settori piu colpiti nel Friuli Venezia Giulia e ha prodotto effetti pesanti che però ad oggi sono stati contenuti dagli ammortizzatori sociali. Un discorso diverso va fatto per Trieste,dove io lavoro, che rispetto alle zone industrializzate (nel capoluogo giuliano gli occupati nell’industria sono solo il 14% circa nda) ha retto meglio ma che sentirà gli effetti di questa crisi più tardi in quanto godendo meno dei benefici degli ammortizzatori sociali presto si troverà a dover affrontare il problema dei lavoratori che in questo momento si trovano ufficialmente in ferie ma che difficlmente torneranno a lavorare. In questo senso a Trieste ma anche nelle zone industrializzate il 2010 non sarà l’anno della ripresa ma anzi vedrà probabilmente una crisi occupazionale in quanto finiranno i benefici degli ammortizzatori sociali.

Come è stata affrontata dai governi locale e nazionale questa crisi e che atteggiamento stanno tenendo i datori di lavoro nei confronti dei lavoratori?

Il governo regionale ha fornito un minimo di risorse aggiuntive con indennità o stanziamenti simili.

Discorso diverso va fatto per il governo nazionale che non ha fatto abbastanza e che non si è occupato dello stato sociale: invece che aiutare solo le banche le imprese,visto che a pagare sono sempre gli ultimi, avrebbe dovuto stanziare fondi per i lavoratori. Perché se è vero che se un azienda funziona bene stanno bene anche gli operai non bisogna dimenticare che per un lavoratore è più difficile reagire rispetto ad un azienda. Inoltre molto spesso i datori di lavoro hanno approfittato della cassa integrazione per risparmiare soldi non facendo lavorare operai o liberandosi di tutti quei lavoratori che avevano maturato abbastanza anzianità per andare in pensione. Sono stati pochi dunque quei datori che considerando ancora i lavoratori una risorsa hanno preferito abbassare la produzione pur di non licenziare e non ricorerre alla cassa integrazione.

Recentemente alcuni esponenti del governo hanno fatto un paragone fra le lotte,anche violente,degli anni’60 che hanno portato ad infiltrazione terroristiche nel movimento operaio e alcune occupazioni di fabbrica. Vede anche lei questa tensione e questa rabbia?

Non c’è rabbia. Certo c’è qualche testa calda che era arrabiata anche prima e che lo sarà anche dopo,ma purtroppo manca anche quella rabbia costruttiva che ha portato ad ottenere tante rivendicazioni e che faceva sentire gli operai come parte di un gruppo e come una classe sociale, è come se gli operai fossero stati modificati geneticamente e avessero perso la solidarietà fra di loro ed è come se ritenessero che  valga la pena tentare una lotta. Ed il sindacato deve lavorare per rinfondere il senso di solidarietà, ma la crisi ha protato gli operai a disgregarsi ancora di più.

La Lega ha proposto di ridurre la cassa integrazione per i lavoratori stranieri. Come sono trattati dai colleghi e dai lavoratori gli stranieri?

Nella nostra zone lavorano moltissimi stranieri e noi alla UIL abbiamo uno sportello dedicato. Per quanta riguarda la loro situazione la discriminazione non è su un piano economico,ma essendo loro più facilmente ricattabili-devono mandare soldi a casa,gestiscono le ferie in modo diverso,hanno bisogno di lavorare- vengono spesso costretti a lavorare più del dovuto. Ciò crea a volte situazioni di tensione con i colleghi italiani,ma sotto questo punto di vista Trieste è una città tranquilla. Questo tipo di sfruttamento è derivato dall’ignoranza e infatti nel nuovo contratto dei metalmeccanici si è preteso che gli articoli più significativi venissero tradotti in francese e inglese.

Una grande piaga del lavoro metalmeccanico è la mancanza di sicurezza,solo qualche giorno fa è morto un operaio della Thyssen a Terni.

Se in Italia fosse applicata la legge 81 sulla sicurezza sul lavoro gli incidenti si ridurebbero drasticamente. Ma c’è anche un problema culturale, in Italia manca una cultura della sicurezza sul lavoro presente invece in alcuni paesi come gli Usa dove capita che i lavoratori si rifiutino di lavorare in caso di scarsa sicurezza. Ma,considerando che in un azienda chi comanda è l’imprenditore,anche gli imprednitori hanno le loro importanti responsabiltà.

Infine una considerazione di carattere più ampio:la UIL con la CISL ha preferito la concertazione alla mobilitazione,l’opposto di ciò che ha fatto la CGIL. Quali sono le motivazione di questa scelta?

Uniti si sarebbe stati più forti e probabilmente si sarebbe andati più avanti. La CGIL sfrutta le masse che si sono dimenticate di come la CGIL non abbia fatto nulla contro la riduzione delle categorie di lavoratori cui applicare l’articolo 18 e contro la proliferazione delle agenzie interinali volute dal governo Prodi. Mentre nei confronti di questo governo c’è una pregiudiziale in particolare da parte della FIOM. Ma ci si dimentica che senza concertazione non si sarebbe mai arrivati alla firma del contratto nazionale che,seppur è migliorabile, ha portato a conquiste come l’introduzione dell’inflazione programmata. Noi come UIL cerchiamo di non colorire politicamente la lotta sindacale pur mantenedo il nostro orientamento politico,non ci sono governi amici o nemici,ma ci sono governi con cui bisogna interloquire. Inoltre siamo spesso accusati di non rappresentare la maggior parte dei lavoratori,ma neanche tutti e tre i sindacati la potrebbero mai rappresentare:è stato sempre così.

Ludovico Pismataro

Una riflessione sulla proposta di modifica della tesi triennale

Si fa questo gran parlare dell’improvvisa vacuità della tesi triennale, nonostante per ora le ipotesi in senso contrario siano fallite. E’ una bella scoperta, dico io. A dire il vero, però, a me un piccolo dubbio era sorto già per il fatto che basta consegnarla qualcosa come ventiquattro ore prima dell’esame di laurea. Mi ricordo il caso di un mio amico che era riuscito rocambolescamente a consegnare la propria tesi in segreteria addirittura il giorno stesso. Tanto per dire. Sorprende, invero, pensare a come una commissione possa esaminare un elaborato che va dalle (minimo) trenta alle (massimo) duecento cartelle (non ridete, c’è gente che davvero scrive duecento pagine di tesina triennale) nell’arco di poche ore.

Solo una piccola precisazione, scomoda però necessaria. Io scrivo questo articolo a titolo di mia riflessione generale, e non voglio quindi in alcun modo denigrare il mio coordinatore triennale ed il mio coordinatore attuale. Hanno fatto un ottimo lavoro e mi hanno seguito passo per passo, bastonandomi ove necessario e dandomi il nulla osta per le parti corrette. A loro va il mio ringraziamento e la mia gratitudine.

Ciò non toglie nulla però al fatto che, a parte il mio relatore, nessuno mai ha letto la mia tesi triennale (e, del resto, sono sicuro che nessuno leggerà mai nemmeno la mia tesi specialistica). E se è per questo, nessuno leggerà mai nemmeno le vostre.

Ci sono differenti motivi per cui la tesi triennale è una fuffa. La prima è di ordine cosmico. Siamo troppi. Oggidì, ci si laurea in fila per tre. Chiedere a un professore di testare la qualità di ogni laureato è come domandare all’aeroporto di Malpensa di controllare tutti i bagagli di ogni singolo viaggiatore prima di salire a bordo: è chiaro che si fa a campione, se proprio ci si vuole sporcare le mani. E’, tutto sommato, una bella posa lamentarsi della scarsa serietà delle istituzioni universitarie quando queste ricordano il campo d’arruolamento di un esercito male in arnese: quattro soldi, poco tempo, e un esercito di massa da costruire. Si prendono tutti, anche i “ragazzi dell’89”, e poi dopo una ventina di giorni li si manda al fronte, senza nemmeno dargli il fucile se serve. Tanto è carne da macello. Siamo carne da macello. Conseguentemente, dire che “la tesi triennale non serve a nulla” è solo un modo per dire: “l’università pubblica è inutile”. E non è poi questa gran rivoluzione, scusate il cinismo.

Dato per assodato questo punto, resta tuttavia una considerazione da fare. Perché, se la battaglia è comunque persa in partenza, resta la dignità del mezzo. Tanto per continuare la metafora di cui sopra, ci si può arrendere e consegnare le armi oppure lottare fino all’ultimo uomo senza compromessi. E quindi riconoscere comunque una dignità alla tesi triennale, se non altro per noi stessi. E’ vero che entrambe le mie tesi sono inutili per il mondo, ma per me hanno un valore intrinseco inestimabile. Se non altro per il fatto che esse sono un’occasione che ho per crescere come persona ed approfondire argomenti che mi sono cari.

Detto ciò, è chiaro che affinché un lavoro abbia valore in sé, è necessario l’impegno di quella categoria che a mio parere è la prima a denigrarne l’importanza. Dai, non tergiversiamo, sto parlando dei professori. Gli stessi che disertano le sessioni di laurea o, se ci sono, sono occupati a mandare sms col telefonino sotto il tavolo (scene che manco alle superiori). Lo so che faccio la figura del Bastian Contrario ad ogni costo, ma è necessario perché questa è una cosa che nessuno, nei vari dibattiti sulla questione, si è premurato di sottolineare. Volete che la tesi triennale sia un lavoro serio, senza essere fatto di copia-e-incolla vari o scopiazzature o citazioni farlocche? E’ inutile stare a menar tanto il can per l’aia. Lo dico a costo di scadere nel populismo più becero. Perché per dare dignità ad una tesi triennale basterebbe che i professori si premurassero di far ciò per cui sono pagati: leggerla.

Ricordate i tempi di Casa dolce casettina-uccia-ina-ina ? Quelli in cui Ned Flanders sceglie di impartire ai tre fratelli Simpson il battesimo dopo averne ricevuto l’affidamento? Bene! Dimenticateli. Non vorrei fare la parte della Simpson-maniaca: purtroppo si da il caso che talvolta io non abbia nemmeno la costanza sufficiente per seguire con dedizione un cartone animato. Renderò quindi la tematica meno oscura: c’è chi delle proprie convinzioni fa una bandiera entro le proprie mura domestiche e chi invece si batte per persuadere anche gli altri.

Non parlo dell’idea di passare tutti in massa al biologico o del fatto di convincere tutti del fatto che Don McLean sia il più grande cantautore della storia. Mi riferisco ad una questione più difficilmente approcciabile: il proprio credo religioso.  Ned Flanders quindi riacquista a pieno titolo il diritto di campeggiare tra le primissime righe.

Cito a sproposito David Vessey, che non avendo ancora una sua pagina su Wikipedia non possiamo ancora considerare una persona importante e menchemeno autorevole; questo illustre sconosciuto, che tira avanti improvvisandosi Assistant Professor presso la Grand Valley State University e si diletta in quella sublime disciplina che è la filosofia, ha lungamente indagato gli effetti ed il senso dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” (Matteo 19, 19).

Principio cardine dell’etica cristiana si presenta quale messaggio chiaro a chiunque dell’italiano conosca il verbo amare, il comparativo di uguaglianza, articoli, aggettivi possessivi, i sostantivi “prossimo”, “stesso”… direi niente che un corso di 60 ore non possa insegnare. Ma, al di là dell ‘ afflato umanitario che può avere un cristiano come un ateo, come comportarsi nel caso in cui amare comporti anche l’idea di “salvare” il prossimo?

Il tentativo di Flanders era relativo al fornire col battesimo un mezzo per la salvezza eterna a soggetti inconsapevoli. Tornando sulla terra estendiamo la questione ai movimenti pro-life ed ai loro sostenitori. E’ giusto manifestare davanti alla clinica in cui si decide di staccare dai macchinari che lo tengono in vita da anni chi è in coma in nome di valori che vanno fatti rispettare?

Se entrando nel fantastico mondo di internet cercate l’espressione “integralismo religioso” scoprite che non è prerogativa specifica dei terroristi suicidi. Il non accettare forme di pluralismo ideologico è sintomo di integralismo.

Siamo divisi tra chi si arrocca ferocemente sulle proprie convinzioni e chi tenta di dissacrare le credenze altrui.

Bill Maher è un comico statunitense; protagonista di Religiolous, film-documentario in cui non risparmia nessuno: dal rabbino ortodosso di Gerusalemme, ai Mormoni, a Scientology, al Papa, ai Musulmani. Con un montaggio che non brilla per onestà intellettuale ma che punta a farci ridere scopre una serie di altarini. Cose che forse ci aspettavamo già ma che viste sotto forma di intervista a personaggi  accuratamente selezionati per avvalorare le proprie tesi sembrano gettare un’ombra su tutte le comunità di fedeli che si riesca a citare nell’arco di due ore di film. Il contenuto talvolta superficiale ed eccessivamente provocatorio  non renderebbero il film degno di lunghe trattazioni, sono però le razioni, nella fattispecie del mondo cattolico, a far pensare che sia arrivato proprio al momento giusto. Noi occidentali non abbiamo mai dato particolare valore al silenzio. Non è quasi mai oro. Il fatto di non rispondere ad una provocazione forte e diretta lascia quasi intendere che la Chiesa si ponga in una posizione di chiusura. Un non ti curar di loro che proprio non ci voleva e rifugge l’incontro o scontro che sia. Prima che un comico possa riuscire con due domande ben piazzate a far passare milioni di persone per uno stuolo di yesmen,  per così dire, poco consapevoli, torniamo a Matteo 19,19 ed alla lettura della nostra nuova conoscenza Vessey.

Riconoscere autonomia alla volontà potrebbe significare amare il prossimo come sé stessi. L’uomo razionale è l’uomo che agisce in maniera tale per cui la sua azione possa potenzialmente ritenersi legge universale. “Agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare legge universale” scrisse Kant, cresciuto a pane e pietismo.  Sforziamoci di trattare gli altri come agenti razionali tanto quanto noi. Chi agisce per principio e non per interesse proprio avrebbe diritto a non incappare in masse di manifestanti, in Ned Flanders o Bill Maher di turno.

Elena Mazza

Ambiente, Sanità, Diritti: con Obama gli Stati Uniti (e il mondo) tornano a respirare.

 

“Le aspettative sono alte. Primo provvedimento: abbassare le aspettative”. Così recitava, riferendosi alle promesse dopo l’insediamento di Barack Obama, una vignetta apparsa qualche tempo fa su “Internazionale”. Analizzando le politiche messe in atto dall’amministrazione fino a questo momento, le aspettative sono state piuttosto rispettate: sono state annunciate alcune misure che, se non altro dal punto di vista simbolico, suonano come una netta rottura con il passato di Bush.

La prima, e la più importante, di queste riforme è anche quella più discussa, e va a toccare un campo fondamentale: la sanità. Essa prevede la creazione di un fondo speciale di 650 milioni di dollari in 10 anni, finanziato attraverso  l’aumento delle tasse ai cittadini con il reddito superiore a 250.000 dollari. Il piano punta all’estensione della copertura sanitaria a 45 milioni di persone, oggi troppo povere  per accedere alle costosissime assicurazioni private. Questa riforma si annuncia come una rivoluzione storica negli Usa, caratterizzati da forti disparità sociali. Non c’è però nessuna certezza che questo piano passerà al Congresso; infatti, le critiche sono molto forti, in particolare tra i rappresentanti delle lobby delle assicurazioni, ma non solo. Alcuni addirittura temono che questo assistenzialismo statale causerà le code “tipiche dell’Europa”. Ovviamente, noi da questa parte dell’oceano guardiamo con un po’ di distacco queste critiche, ma un punto è da considerare: per la politica Usa, anche solo un accenno di miglioramento della copertura sanitaria suona come un cambiamento enorme. Per questo, potrebbe mancare la volontà politica di cambiare.

Il secondo grande campo in cui si muove l’amministrazione Obama è l’ambiente. Fin dalla campagna elettorale il nuovo Presidente ha mostrato un’attenzione nuova per i problemi ambientali, poi riconfermata in questi primi mesi di governo. Principalmente, egli ha capito una cosa che da noi ancora molti devono afferrare: la tutela dell’ambiente non è un fardello pericoloso per la crescita dell’economia. Obama infatti  ritiene che la ricerca nel ramo delle energie rinnovabili possa essere un volano per l’economia fiaccata dalla recessione, e in questo senso ha cominciato a muoversi. Il budget di inizio presidenza prevede, tra le altre cose, la creazione di 5 milioni di posti di lavoro legati allo sviluppo di energia pulita, attraverso un finanziamento di 150 miliardi di dollari in dieci anni. In più, i finanziamenti per “salvare” l’industria dell’auto sono legati al fatto che le case automobilistiche riconvertano la loro produzione, facendola diventare più “verde”. Questo si lega al progetto di ridurre la dipendenza dal petrolio che, essendo esso importato da paesi “difficili” come Iran e Venezuela, ha anche, ovviamente, una forte valenza politica. Ma gli obiettivi dell’amministrazione Usa sono ben chiari: il 25% dell’energia dovrà provenire da energie rinnovabili entro il 2025, puntando ad una riduzione dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2050. Tutto ciò suona forse utopico; ma è comunque notevole che anche la più grande potenza del mondo abbia cominciato ad agire concretamente in questo senso. Non bisogna però per questo farsi abbacinare: si tratta pur sempre di politica. Quella di Obama è una scelta che viene incontro alle richieste globali, e che vuole dare un’immagine dell’America di nuovo guida del mondo civilizzato. Dopo il piano Marshall, il piano New Energy For America! La sua non è semplice beneficenza, ma un’operazione consapevole di marketing. Detto ciò, giusto per essere cinici, è ovviamente una politica necessaria, che promette di cambiare il mondo in profondità (che poi ci riesca, è tutto da vedere); e comunque, sono proprio i simboli che, spesso, riescono a mettere in moto le cose.
Parlando di simboli, approdiamo alle politiche sociali di Obama. Esse non agiranno in profondità sul mondo come si spera facciano quelle ambientali, ma la loro importanza storica e simbolica è grandissima: in esse si manifesta il senso più compiutamente “liberal” del nuovo corso obamiano. Se il primo esempio del nuovo rispetto per i diritti della persona è stata la chiusura di Guantanamo, molto più importanti e degne di nota sono altre iniziative. La prima da ricordare è sicuramente l’apertura alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, la quale potrà d’ora in avanti beneficiare anche di fondi pubblici, oltre che privati. Un’altra apertura importante è quella al mondo gay, con la firma della dichiarazione Onu sulla parità dei diritti e il programma a favore delle coppie di fatto.  Senza contare le molte prese di posizione a favore di scuola pubblica, aborto  e minoranze. Ovviamente, per queste politiche vale, in parte, il discorso già fatto per l’ambiente; ma c’era in ogni caso estremo bisogno di una boccata d’aria nel mondo intero. Senza contare il fatto che si tratta di una vera e propria rivoluzione negli Usa, che spesso hanno usato i diritti più come slogan che come programma politico. Quindi, senza lasciarci travolgere dall’entusiasmo, c’è comunque motivo per sperare in un mondo migliore. Almeno in America.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net  – giovacollot.wordpress.com

Il 20 dicembre ricevo un regalo di Natale un po’ in anticipo. Squilla il telefono e una simpatica signorina mi comunica che sono atteso per uno stage dal 1 febbraio al 29 aprile a Kuala Lumpur, in Malaysia. Avevo quasi dimenticato di aver fatto domanda per quello stage, era passato più di un mese, ma ogni tanto mi stupisco di come la burocrazia riesca a compiere il suo percorso.
Non vi racconterò delle 22 ore di viaggio (so che ci vuole di più per arrivare in Puglia…) sarebbe come raccontare frammentati ricordi tra un colpo di sonno e un altro: inutile. Piuttosto vorrei descrivervi la vita a 3 gradi Nord dall’equatore. Ovviamente il clima è quello che noti appena abbandonata l’atmosfera protettiva dell’aria condizionata dell’aeroporto: 35 gradi e almeno l’80% d’umidità tutti insieme all’apertura della porta scorrevole (un po’ come i pinguini della vecchia pubblicità della Halls, al contrario). Per intenderci sono partito un attimo prima che arrivasse in Europa quell’incredibile settimana di freddo, chiusi aeroporti (partito appena in tempo da Londra), strade e autostrade.
Mi rendo conto solo ora che sono passate circa 6 settimane. Ho appena passato la metà del mio periodo qui, e mi rendo conto di come il tempo sia volato. Intendiamoci: non illudetevi, come ho fatto per un attimo io, che troverete tutto facile e pronto. Le difficoltà sono state tante e non nascondo il fatto di aver più volte ripensato alla mia decisione di essere partito. Fortunatamente il mondo è diventato più piccolo con internet e skype e posso dire di aver ricevuto un incredibile sostegno da chi avevo lasciato in Italia. (Grazie)
L’ente ospitante è l’Istituto italiano per il Commercio Estero (ICE): una sezione staccata dell’ambasciata italiana per la promozione del commercio con l’Italia. Un ufficio piccolo (uno staff di 7 persone) ma al 18esimo piano di un palazzo in pieno centro a due passi e con panorama sulle Petronas Tower. Confesso di non essere ancora andato a visitare l’ambasciata quindi non posso ancora descrivervi la villa con giardino immersa nel verde. Sarà per il prossimo articolo, promesso!
Posso dire che Kuala Lumpur riassuma completamente la Malaysia in una ‘piccola’ città (1,5 milioni di abitanti) rispetto alle altre capitali del mondo. Qui troverete tutti i contrasti e il multiculturalismo di questo stato. La religione ufficiale è l’Islam; considerate dunque di vedere un minareto in ogni angolo della città. Perlomeno per i primi giorni considerate anche di venire svegliati dal canto dei muezzin. Lo stile dei nuovi palazzi o di qualche casa tradizionale ha ovunque dei richiami simbolici islamici (anche l’architettura delle stesse Petronas Tower, orgoglio Malaysiano nel mondo, non fa eccezione). Ma se la società musulmana rappresenta una importante percentuale (53% in calo) di tutta la Malaysia, non può rappresentare da sola questo paese. Le minoranze cinesi e indiane ad esempio contribuiscono in ogni aspetto culturale: la cucina, le usanze, le religioni e le festività, la lingua e lo stile di vita.
La cucina è stata nominata per prima e non è un caso. Ho cercato, da quando sono qui, di evitare il più possibile tutto quanto non fosse malesiano: posso dire finora di aver provato 12 tipi di cucine diverse, ma non essere ancora andato in un ristorante italiano o in un fast food. Confluiscono qui tutte le tendenze culturali di tutto il sudest asiatico: cuochi dall’India, Bangladesh, Birmania, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine saranno lieti di infuocare il vostro palato con tutti i tipi di spezie esistenti sulla terra. Preparatevi inoltre a gustare gli infiniti piatti mediorientali, dal Libano all’Iran. Ognuno trova qui in Malaysia il suo posto.
Ad oscurare tutto questo arcobaleno di culture e religioni resiste ancora un governo non completamente democratico, una censura che permea ogni aspetto della società, una corruzione largamente praticata e alcuni elementi di razzismo nei confronti delle minoranze (peraltro più ricche e più laboriose rispetto ai Malaysiani ‘doc’). Mi soffermo sulla censura perché immediatamente visibile. Ho detto una censura presente in ogni aspetto della società ed avete modo di notarlo sopratutto nei luoghi pubblici: ad esempio le coppie (sposate e non, di qualunque età) non possono compiere “dimostrazioni affettive” (per intenderci baciarsi o tenersi per mano) nei luoghi pubblici. Finché si parla di ragazzi che si imboscano nei parchi può starci, ma la vera questione è che si fanno multe (e si rischia la reclusione) se un uomo e una donna passeggiano tenendosi per mano o se si salutano con un bacio. Improvvisamente tutto perde un po’ di colore in questo arcobaleno culturale. Secondo queste disposizioni ogni cosa deve rispettare questa regola, dunque non troverete un bacio in un film, le scene vengono proprio tagliate e tutto ciò che possa rappresentare una carezza oltre l’avambraccio non verrà mai trasmesso in tv (durante una parolaccia salta semplicemente l’audio).
Il risultato di queste norme? La polizia religiosa (sì, avete letto bene) effettua di tanto in tanto raid negli alberghi in occasione di ‘festività’ potenzialmente pericolose (S. Valentino… una festività terrorista!) per beccare le coppie di giovani Malaysiani in flagrante. Chi vuole invece vedersi e gustare completamente un film non farà altro che recarsi nelle affollate vie di Chinatown e comprare per pochi centesimi di euro gli ultimi film ancora al cinema. E che messaggio credete che passi nella mente della gioventù malesiana se si censura ogni dimostrazione di affetto, mentre le scene di omicidio, guerra e violenza vengono trasmesse integralmente?

Diego Pinna
Diego.Pinna@sconfinare.net

PECHINO, LE OLIMPIADI E L’OCCIDENTE: BOICOTTAGGIO SÍ, BOICOTTAGGIO NO?

Si rimane sempre sorpresi e divertiti dai paradossi della vita: ad esempio, quando un uomo di 71 anni, candidato alle elezioni per la quinta volta di seguito, dice che il suo avversario, che di anni ne ha 52, rappresenta il vecchio della politica italiana. O, ancora meglio, quando, a pochi giorni dalla repressione sanguinaria di una rivolta in Tibet sotto gli occhi del mondo, il rappresentante del governo cinese si presenta agli stessi occhi auspicando uno sviluppo della pace e della fratellanza. Certo, l’occasione era speciale: l’accensione della fiaccola olimpica. E un po’ di retorica, in tali occasioni, serve sempre. Ma l’impressione di un paradosso rimane. O, forse, di una faccia tosta ai limiti dell’accettabile. Forse è per questo genere di episodi che, quest’anno, le Olimpiadi hanno perso buona parte del loro fascino, della loro epicità. Sia chiaro: non che io sia un romanticone, convinto del fatto  che esse siano mai state qualcosa di diverso da uno spettacolo teatrale multimilionario. Ma le Olimpiadi hanno sempre avuto un certo richiamo, una certa simbologia che le rendeva speciali; attorno alla fiaccola si riunivano molte speranze, molti messaggi di fratellanza. Tutto questo, visti gli eventi del Tibet e molti altri comportamenti che hanno calpestato questa simbologia da parte della città che dovrebbe essere “luce del mondo” quest’estate, è stato spazzato via; e, tolta la maschera, è rimasto solo il grigio sfondo: uno sfondo fatto di interessi, di geopolitica, di economia. Per questo io personalmente non ho visto come un attentato alla sacralità dell’evento le varie manifestazioni di protesta che da Olimpia hanno seguito giorno per giorno la fiaccola. Se il sacro non c’è più, grazie proprio a quelli che ne dovrebbero essere promotori, non vedo perché dovrebbe essere trattato come tale.

Detto ciò, va aggiunto che le contestazioni , per quanto legittime, sbagliano oggetto. La fiaccola in sé è neutra; anzi, per i più nostalgici, è anche portatrice di quei valori che ricordavo prima. Capisco però che il suo passaggio offra una grande visibilità a chi si oppone alla “desacralizzazione”. O, in altri termini, all’atteggiamento autoritario e intollerante della Cina. E proprio a questo riguardo è nato un dibattito in questi giorni, soprattutto dopo gli eventi del Tibet: boicottare o non boicottare le Olimpiadi? Il problema, visto dal punto di vista dei vari governi, è spinoso; essi hanno le mani legate dal fatto che la Cina è un partner fondamentale per l’Occidente, dal punto di vista economico e politico. Chiaro dunque che molti governanti occidentali chinino la testa di fronte al gigante. Molti, non tutti: Sarkozy ha proposto il boicottaggio, Brown, dopo un’ iniziale partecipazione, ha fatto marcia indietro e ha detto che non sarà presente alla cerimonia di apertura. L’Europa, nonostante tutto, si sta svegliando: l’intenzione del presidente francese è quella di partecipare solo se ci sarà un dialogo di Pechino con il Dalai Lama. Novità di queste ultime ore è che anche il Congresso Americano, in occasione della visita negli Usa del Dalai Lama, ha votato una risoluzione che condanna la repressione cinese e invita, anch’esso, al dialogo. Questo è quanto può fare la diplomazia occidentale; ma è giusto non essere acquiescenti di fronte a tutto, e imporre almeno il dialogo a Pechino, se vogliamo che la Cina non diventi veramente l’unica potenza, se vogliamo ancora avere qualcosa da dire.

Per i privati, e per gli atleti in particolare, la scelta è più facile. Si tratta di un fatto personale; ma per quanto mi riguarda, penso che sia un errore da parte dei vari comitati olimpici nazionali non presentare i propri atleti alla manifestazione. Questo perché, oltre al fatto che sarebbe l’unica possibilità ancora rimasta per le Olimpiadi di essere comunque, almeno per qualche aspetto, una festa di sport, c’è anche un’altra questione, più inerente a quanto detto finora: non partecipare non porterebbe nessun vantaggio alla protesta. Anzi, al governo cinese tale situazione potrebbe  far piacere: avrebbe meno gatte da pelare, senza atleti che manifestino davanti a miliardi di spettatori. E questo è proprio quello che, secondo me, andrebbe fatto: occorre che coloro che parteciperanno rappresentando i Paesi occidentali protestino; occorre che ogni sportivo europeo o americano che dovesse salire sul podio innalzi uno striscione, una bandiera, a favore del Tibet o, più in generale, contro la repressione cinese. Bisogna sfruttare la grande vetrina offerta dalle Olimpiadi, tenendo conto anche del fatto che la Cina non potrà censurare TUTTE le immagini della gare; così, la protesta sarà veramente visibile, e coglierà più nel segno di quanto non faccia ora con la fiaccola olimpica. In questo modo, la sacralità potrà venire in parte ritrovata; le Olimpiadi riacquisteranno il loro messaggio di fratellanza se, e solo se, ci sarà un’affermazione da parte degli alfieri di quel messaggio in tale occasione, gli atleti. Se nessuno di loro farà sentire la propria voce, queste Olimpiadi saranno state un fallimento, e noi Occidentali non potremo più esigere di essere visti come “difensori della libertà”. Certi titoli vanno meritati e conquistati sulla pista, non derivano per nascita. E’ una semplice regola democratica.

Giovanni Collot

Come sarà formato il nuovo governo ucraino ancora non è dato saperlo. L’arcano verrà svelato solo tra qualche mese quando scadrà il termine massimo per la formazione della maggioranza, in base ai risultati usciti dalle urne il 26 marzo scorso. Fino ad allora, l’unico dato certo rimane l’esuberante ritorno sulla scena politica di Yulia Timoschenko, il cui partito, ottenendo quasi il 23% dei voti, si è imposto come seconda forza politica del paese, sorpassando di circa 10 punti il “Nostra Ucraina” della sua “ex-metà politica” Yushchenko. “Ex”, verosimilmente, ancora per poco. L’unico modo, infatti, per impedire un ritorno al potere del filo-russo Yanukovich, sembra un rinnovato sodalizio tra i leader di quella che fu la “Rivoluzione arancione”, sbocciata nell’inverno 2004 contro i brogli elettorali che avevano portato lo stesso Yanukovich alla presidenza. Il leader dell’opposizione Yushchenko e la sua alleata, erano riusciti a mobilitare migliaia e migliaia di persone, a gremire, nel pieno del gelido inverno ucraino, la piazza dell’Indipendenza di dimostranti giunti da ogni parte del paese, catalizzando così per quasi un mese l’attenzione europea. E proprio la Timoshenko, allora, aveva assunto il ruolo di agitatrice delle folle, forte di un carisma e di una verve che la rendevano il perfetto complemento del più pacato e modesto Yushchenko. Era diventata, per i dimostranti, una moderna Giovanna d’Arco, nella quale riporre le proprie speranze di un cambiamento, in senso più democratico, del paese. In quei giorni, la sua immagine accanto a quella di Yushchenko sul palco di Kiev, ha fatto il giro dei quotidiani di tutto il mondo, facendola diventare una figura di primo piano sulla scena internazionale. Ma da dove inizia la storia di questa donna così decisa e combattiva da essere stata recentemente battezzata dalla stampa ucraina “samurai in gonnella”? Yulia Grigyan ha un passato modesto. Nasce nel 1960 a Dnepropetrovsk, cittadina a est del paese da una madre single. È il 1979 quando, terminate le superiori, si iscrive a ingegneria cibernetica all’università locale. In quello stesso anno conosce Oleksandr Timoshenko, figlio di un burocrate, che sposa l’anno seguente e dal quale ha la sua unica figlia Yevgenia. Grazie ad un prestito, la coppia apre un negozio di noleggio di video pirata (realizzati con un paio di registratori nel salotto di casa…) che di lì a poco diventa un’importante catena. Successivamente i coniugi si danno alla compravendita di petrolio e metalli e, a metà degli anni ’90, la Timoshenko diviene presidente della UESU (United Energy Systems of Ukraine). Nell’Ucraina post-sovietica il settore energetico, grazie ad un atteggiamento, diciamo, accomodante del potere politico, ha creato grandi ricchezze illecite e alcuni titolari delle stesse sono stati recentemente colpiti da accuse di riciclaggio, appropriazione indebita, frode… Anche “la Principessa del gas”, com’è stata soprannominata la Timoshenko per la sua presidenza alla UESU, è stata accusata di frode, contrabbando ed evasione fiscale, cosa che l’ha portata a trascorrere in prigione 6 settimane prima di essere rilasciata. Ed è proprio dopo l’uscita dal carcere, che il suo ritorno alla vita politica è segnato dall’alleanza con Yushchenko nella corsa alle presidenziali del 2004, seguita dalla già citata Rivoluzione arancione. E’ noto come tale rivolta contro Mosca abbia portato  ad un cambiamento di governo in senso filo-occidentale del paese, lo abbia fatto entrare nel gioco politico europeo e modificato la sua immagine di regime corrotto post-sovietico. Ma è altrettanto noto come  questo.processo in cui si è avventurata l’Ucraina si sia dimostrato fin da principio piuttosto incerto,fatto testimoniato dal naufragio della collaborazione tra Yushchenko e Timoshenko dopo soli 7 mesi di governo. Nel commentare il licenziamento del governo di quest’ultima,avvenuto nel settembre dell’anno scorso, Yushchenko ha  emblematicamente dichiarato: “Molte facce nuove sono giunte al potere, ma la faccia del potere non è cambiata”. L’Ucraina è infatti un paese dove il nepotismo è ancora imperante e la corruzione una pratica molto diffusa,non solo a livello politico ma nella stessa vita quotidiana(si pagano i poliziotti per evitare un controllo di documenti, i medici per assicurarsi un posto letto, i professori per far passare gli esami ai figli…). Certo, segni di speranza vengono dalla sostanziale trasparenza nello svolgimento di quest’ultime elezioni, ma è forse ancora prematuro pensare che i recenti cambiamenti politici siano stati accompagnati anche da effettivi cambiamenti sociali. In nuce, questo è il paese che la Timoshenko si troverà verosimilmente a governare, un paese colpito, per di più, da una problematica recessione che ha fatto schizzare verso l’alto inflazione  e disoccupazione,e la cui produzione risentirà degli aumentati costi dell’energia provocati dal recente affair Gazprom con la Russia. Ma di fronte ad un quadro non proprio incoraggiante, la Timoshenko ,col suo disarmante ottimismo afferma.”Il mio obiettivo politico è molto semplice. Vorrei fare un miracolo e realizzare quello che avevamo promesso all’epoca della rivoluzione: che l’Ucraina cessi di essere un paese di clan,ci siano tribunali imparziali,una società normale,un governo normale.”E, in modo candido afferma: “Naturalmente, voglio esserne primo ministro.”

Elisa Calliari

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