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Conferenza dell’Ammiraglio di Squadra Ferdinando Sanfelice di Monteforte,

Rappresentante d’Italia presso il Comitato Militare della NATO

di Andrea Frontini  e Federico Vidic

L’Ammiraglio di Squadra Ferdinando Sanfelice di Monteforte, Rappresentante d’Italia presso il Comitato Militare della NATO a Mons (Belgio), è stato ospite, lo scorso 18 Aprile 2008, del Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia.
L’evento, tenutosi presso l’Aula Magna del Polo Universitario Goriziano dell’Università di Trieste, è stato promosso e supportato dalla nascente sede goriziana del Comitato Atlantico Giovanile del Friuli Venezia Giulia, componente universitaria locale dell’Atlantic Treaty Association (ATA), che, nata nel 1954 all’Aja, promuove da più di cinquant’anni le tematiche legate alla NATO, alla sicurezza internazionale ed alle relazioni transatlantiche all’interno delle istituzioni della società civile.
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Ad oltre sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale, l’opinione pubblica locale si trova ancora spesso a dibattere degli avvenimenti che coinvolsero le popolazioni sul “Confine orientale”.
Ma quella del Goriziano non è stata solo una storia di contrapposizioni. Anzi, fin dagli anni sessanta, quando questa zona rappresentava il contatto fra due mondi divisi dalla “cortina di ferro”, la frontiera a Gorizia era chiamata “il confine più aperto d’Europa”. Merito della lungimiranza degli attori politici locali di quarant’anni fa che, coraggiosamente, osarono sfidare le diffidenze reciproche (ma soprattutto di Roma e Belgrado), per lavorare ad un percorso di convivenza. Il lavoro dei sindaci di allora, Martina e Strukelj, incita ancor oggi a proseguire il lavoro di quei protagonisti del “dialogo”.
Oltre al ruolo delle istituzioni locali, non va dimenticato che il terreno delle coscienze andava e va coltivato soprattutto con le iniziative della società civile, che a partire da un patrimonio socio-culturale comune (l’attuale confine non era mai esistito nella storia prima del 1947), si occupano di far incontrare italiani e sloveni per ritrovare, attraverso una condivisa memoria storica, una vera pace e riconciliazione. In prima linea si trova l’associazione “Concordia et Pax”, attiva da oltre un ventennio ed impegnata ad animare convegni e iniziative di alto valore simbolico, fra le quali si segnala l’incontro annuale dei “Sentieri di memoria e riconciliazione”.
Diventati ormai una tradizione dal vasto impatto, questi momenti di “memoria condivisa” sono organizzati da studiosi e volontari sia italiani che sloveni per riscoprire e riflettere assieme sugli avvenimenti che portarono distruzione ed odio nella regione. L’ultimo appuntamento del genere si è tenuto il 15 ottobre dell’anno scorso a Borovnica, a pochi chilometri da Lubiana, un tempo sede di un importante snodo ferroviario dell’Impero asburgico. Lì si svolse una vicenda emblematica per tutti, quella del campo d’internamento diretto dall’esercito italiano per le popolazioni slovene occupate (1941-43) e quella del campo di prigionia diretto dalle formazioni titine per i militari italiani (1945-46).
Nell’agosto 1942 l’alto commissario della cosiddetta “provincia autonoma di Lubiana” (ovvero le zone della Slovenia annesse al regno d’Italia nel 1941) emanò una circolare che suddivideva la popolazione slovena in tre categorie: la stragrande maggioranza dei residenti da assimilare; coloro che avevano preso parte ad azioni contro le autorità militari italiani da eliminare; i fiancheggiatori del movimento partigiano e i semplici sospetti da deportare. I flussi di sloveni raggiunsero nel corso dell’estate 1942 i campi di concentramento disseminati in Italia e nelle isole dalmate. Dei 20.000 internati morirono nei campi oltre 2400 persone, di cui 1400 solo nell’isola di Arbe.
Quando le sorti della guerra si ribaltarono, il governo iugoslavo stabilì il campo di concentramento per i militari italiani proprio a Borovnica. Dal maggio 1945 alla primavera 1946 vessazioni e violenze si abbatterono sui prigionieri, costretti a permanere in condizioni igieniche precarie, con scarso vitto, all’interno di baracche fatiscenti, in una zona dove gli inverni sono particolarmente rigidi.
Borovnica fu quindi un luogo significativo di dolore e sofferenza per le popolazioni locali deportate e per i militari prigionieri. La visita e l’approfondimento dei fatti rappresentano, per quanti desiderano un mondo nuovo fondato sulla civiltà del rispetto e della reciproca comprensione, un’utile provocazione. Spetta alle generazioni del Duemila fare tesoro delle esperienze passate per costruire un futuro di apertura e di collaborazione, e rispondere alle sfide poste dalla nuova Europa.

Federico Vidic

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