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Lo ammetto fin da subito: forse non è proprio il momento migliore per tirare fuori dal cappello nuove problematiche, annose, in un momento in cui ci si batte per tenere in piedi l’economia, quella delle industrie, la piccola e media impresa, le banche, le Istituzioni e un po’, in fondo a tutto, la scuola. Non siamo ancora arrivati alla frutta ma certo che con gli stipendi attuali forse non si arriva nemmeno più alla frutta a fine pasto.

Ciò nonostante credo sia compito di uno società porre interrogativi su qualsiasi tematica di attualità, a maggior ragione se in un periodo di tagli generalizzati questa tematica implica, in un settore in particolare, un notevole sperpero di denaro. I segnali sono stati forti durante questo anno: l’Italia non parla e non fa più molto – e comunque non più di prima – per la propria politica dello sport.

Perché ora più di prima? Abbiamo scoperto solo oggi che i professori di educazione fisica preferiscono delegare il proprio lavoro a un pallone, da calcio o da pallavolo che sia? Quest’anno perché la crisi del mondo del calcio italiano, quello della nazionale s’intende, è stato l’apice e allo stesso tempo la punta dell’iceberg di un mondo sportivo che va male ma che in fondo non può distrarre l’opinione pubblica da questioni più spinose.

Partiamo dal Sud Africa. Se ne sono dette di cotte e di crude, credo che tutti convengano sulla prestazione di scarso rilievo di una nazionale che al petto portava l’ultima Coppa del Mondo vinta. A prescindere dai torti – tanti – o dai meriti – pochi – dell’allenatore, nessuno ha pensato di far saltare qualche sedia all’interno della FIGC. In Francia, l’allenatore e la Federazione sono stati chiamati a relazionare davanti il Parlamento per quanto accaduto. E non per semplici motivi di tifo o di disappunto sportivo, ma perché tutto ciò ha avuto un costo (o meglio chiamarlo investimento). Chi all’interno della Federazione ha voluto buttare fuori Donadoni – che personalmente non stimo, ma che ha fatto un dignitoso Europeo 2008 – per riprendere un allenatore oramai dichiaratosi in pensione, convincendolo a suon di quattrini? Quali pressioni ci sono state per portare sulla panchina un allenatore che ha rapporti dichiarati con la Juventus, di modo da poter portare 7 giocatori dalla società di Torino? Infine, quali interessi di marketing e branding hanno portato Buffon in porta per metà della prima partita o altri giocatori a esser convocati? Di fronte a quesiti di questo genere, sono contento di come sia andata a finire.

Ma usciamo dal mondo del calcio che ammazza tutti gli altri sport, relegati in ultimissima pagina di qualsiasi giornale sportivo. Non credo di sbagliare nell’affermare che molti settori sportivi siano in crisi di risultati. Nel mondo degli sport d’inverno, dopo aver accolto una Olimpiade, siamo andati a Vancouver con una squadra modesta numericamente e tornati con una sola medaglia d’oro, 5 medaglie in totale, sedicesimi nel medagliere. Negli europei di nuoto di Budapest 2010 ci hanno parzialmente salvato le medaglie del fondo, ma in vasca i nostri atleti sono andati mediamente male. Possiamo continuare così parlando di una pallavolo che va bene, ma a livello mondiale non riesce più a spiccare (e nell’europeo dello scorso anno l’Italia si è piazzata decima). Il basket aiuto. Pallamano non esistiamo. L’atletica non si sa perché non fa per noi (e pace all’anima di Livio Berruti). Possiamo fare la lista invece di chi ci salva sempre a livello internazionale, come la scherma. Ma tanto ce ne ricordiamo solo ogni quattro anni.

Questa lista potrebbe continuare, ma potrebbe anche essere contestata. Bisogna però rendersi conto di quanto sia necessaria una politica dello sport, attraverso le scuole e nelle piccole società locali. Bisogna educare allo sport a prescindere dal facile guadagno di cui puzza il calcio e al di fuori di qualsiasi ideologia politica o nazionalista, che rovina ancora oggi il piacere di essere sportivi e spettatori.

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Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo è ciò che cantava Giorgio Gaber, buonanima.

E’ una sensazione, questa, che accompagna noi italiani fin dall’infanzia. Un ambivalente amore-odio per la propria terra, paragonabile forse solo a quello che pervade i nostri cugini greci. Amore-odio che si trasforma in senso di colpa quando, zaino in spalla, alcuni di noi diventano emigranti.

Mi si chiede di scrivere qualcosa sulla mia esperienza all’estero. Cosa si aspettano che io dica? Mi trovo a Canterbury, in Inghilterra. Sono uno studente della University of Kent, e tutto funziona alla perfezione.

Forse, preferiscono che io dica: gli autobus sono sempre in ritardo; non si riesce a comprare un bicchiere di una grandezza quantomeno normale; la carne costa un’iradiddio, il pesce te lo raccomando; piove più o meno quattro giorni su sette (non che noi a Gorizia siamo stati abituati granchè meglio). Potrei continuare.

Preferirei, personalmente, dire che questo Paese funziona davvero. Ed essendo un Paese popolato da esseri umani, ha anche tanti -ma proprio tanti- difetti. E se mi chiedete se conviene passare un pò di tempo, o anche tutta la vita, per studio o per lavoro, nel Regno Unito, io vi direi: sì, se avete un pò di soldi da parte.

E qui potrei fermarmi a pensare. Al nostro atavico senso di colpa. Vi sto suggerendo di lasciare il vostro Paese, il mio Paese, perdio! Non posso negarlo. E non posso evitare di sentirmi colpevole. Di tradimento, certo.

La parte divertente è che il mio è un doppio tradimento. Io sono un meridionale che ha abbandonato il meridione a sè stesso. E poi, non pago, ha abbandonato del tutto il Paese. Senza cuore.

Potrei rispondere in diversi modi. Prima di tutto, e chi tra voi lettori è del SID lo sa bene, lavorare all’estero è scritto nelle stelle di chi sceglie di studiare relazioni internazionali e simili. Stupido è chi pensa che sicuramente rimarrà in Italia con un titolo del genere. Può succedere, ma è una probabilità piuttosto relativa.

Ma questa è una scusa futile. In questo modo, tolgo la foglia di fico dalle vergogne dei miei compagni di emigrazione, che studiano legge, medicina o quant’altro. Loro sì, potevano rimanere in Italia!

E allora, allora dobbiamo cercare un’altra motivazione. Sarà che odiamo l’Italia, o che, altro lato della medaglia, sarà che siamo irrimediabilmente esterofili. Noi italiani, d’altro canto, siamo famosi per la nostra esterofilia. Un pò come i ricchi russi dell’ottocento, che nei romanzi di Dostoevski infarcivano le loro frasi con del francese, che ci stava tanto bene.

Ma questa è un’accusa davvero ridicola. E, come tutte le cose ridicole, è la credenza più diffusa tra il parentame rimasto in Italia. Noi saremmo andati via per capriccio, perchè crediamo (erroneamente, sia chiaro) di trovare il paese di Bengodi poco oltre Chiasso, o il traforo del Frejùs. Io non so per quanto sarò emigrante. Per un anno, forse più. Forse per sempre, chi lo sa. Ma è una scelta difficile, e accusarmi di essere qui per un capriccio è un’offesa volontaria e che ferisce nel profondo.

Ferisce nel profondo perchè ci sentiamo in colpa, in ogni caso. Ed è spesso per questo che, una volta tornati, vomitiamo tutta la nostra angoscia su chi ci muove tali accuse; e ci scagliamo contro il Sistema italiano. Contro l’Italia che, immenso Leviatiano, ci imprigionava, ci tarpava le ali, ci negava ogni speranza.

Perchè, non è un pò vero? Che aria si respira in Italia? Stantìa, nevvero?

Come potete farci una colpa, dunque, se vogliamo scappare?

Ma la nostra, emigranti, è una colpa davvero. Gli altri sono rimasti a combattere, noi ce ne siamo andati. Che scusa abbiamo per questo? Che scusa ho di fronte a me stesso, per non essere rimasto a casa, al Sud, lavorando per ritrovare la dignità che quella terra un tempo aveva? E lo stesso vale per l’Italia.

Ma non sono rimasto. Me ne sono andato. E voi, cinici, tacete, vi prego. Non ditemi che ho fatto bene, e chissenefrega. Non fate gli uomini di mondo, non ce n’è bisogno. Sono già andato via.

Sono già andato via, come centinaia di migliaia di giovani italiani stanno facendo. E questo è un vero peccato, perchè l’Italia si svuota di braccia, e di teste. E io mi riprometto, come del resto gli altri come me, che un giorno, se raggiungerò una certa posizione, cercherò di riparare alla fuga. E’ una promessa futile, lo so. Non significa nulla.

E se c’è una cosa che mi frega, e che mi frega sul serio, è che sono felice di essere italiano. Ed è per questo che alla domanda ‘Perchè non sei rimasto ad aiutarci?’ rimango muto, e vagamente triste. Non c’è risposta.

Mi spiace, forse volevate sapere di più sull’Inghilterra. Sullo studiare all’estero. Però io vi ho avvertiti. Venite, se volete. Sappiate che il vostro senso di colpa ve lo porterete sempre dietro, e no, nulla, nemmeno la più sacrosanta giustificazione, lo potrà cancellare.

Ferrara ormai ci è abituata. Ma io non ero preparato, quasi per nulla. Alla folla, le file, le corse tra i corridoio del teatro in cerca di un posto, anche in piccionaia, giusto quel tanto che basta per sbirciare il palco.

C’è la festa di Internazionale, ecco. E come ogni anno, la città si riempie di persone, mica solo giovani, mica solo professoroni in tweed e sigaro d’ordinanza. C’è di tutto, dal cileno che ti offre del vino mentre sei in fila, alla napoletana che ti chiede ‘ma come, tutta ‘sta gente??’. Tutte le età, tutti i ceti, tutte le direzioni. Perché la festa di Internazionale, e qui non ne vorrei aver frainteso lo spirito ma penso sia realmente così, è soprattutto movimento. Spostarsi lungo i confini, come fa idealmente tutte le settimane, passando pagina dopo pagina dall’Europa al Sudamerica, dal Giappone alla Sierra Leone. E anche qui a Ferrara, nel suo piccolo, ci sono confini. Quelli del Teatro Comunale, invaso da ragazzi che forse non ne hanno mai visto uno, e da abbigliamenti che contrastano con quelle ‘sacre stanze’.

E così, ti sposti anche tu, fisicamente e idealmente. Una mattina sei in Iran, l’altra in Europa, passando per l’Italia della politica e quella della mafia –anche se alle volte, e quante!, tendono a coincidere. Assisti a dibattiti colti e terra terra, riconosci volti e impari a conoscerne di nuovi, trovi spunti di riflessione, conferme, motivi di contrasto.

Trovi Ginsbourg, Foot e Marc Lazar, ad esempio. E ti senti fortunato a far parte di un dibattito che assomiglia di più ad una cena informale che ad un incontro ufficiale, mentre i tre si scambiano frecciatine e risate ironiche, si battono punto per punto per i propri principi per il gusto di sentire cosa dirà poi l’altro. L’essenza del dibattito, e dunque Internazionale diventa: movimento, ma anche parole. Parole utili, parole che si inseguono e si perfezionano, cercano di trovare una giusta quadratura alla questione, si scontrano e si ritrovano.

O trovi Saviano, che da troppi è considerato un vip, e da troppo pochi uno delle nostre ultime voci libere, perché così è più facile. E ascoltandolo dire che non si pente di aver parlato della mafia, che parlare delle nostre vergogne è l’esatto opposto di gettare vergogna, che il silenzio è vergognoso e davvero antipatriottico…Ascoltandolo, ecco che pensi che Internazionale a Ferrara significa movimento, parole e coraggio. Non un coraggio di atti. Di pensiero. Il coraggio della chiarezza, anche se non dici niente di che. Il coraggio di esprimere il proprio pensiero davanti ad una platea attenta, severa e preparata, che è la cosa più difficile, in fondo.

E, dunque, a Ferrara trovi tante cose a cui pensare. Gente, atmosfera. Pensieri che si agitano dell’aria.

Ma forse esagero. Sì, forse esagero, e questo non è un reportage fatto bene. Anzi, non è per nulla un reportage, ma un diario di emozioni e pensieri sparpagliati, brandelli di ciò che mi è passato per la testa durante la tre giorni di Festa. Sensazioni, più che altro. Ma forse è questo l’importante. Forse è questo che conta, vero? La sensazione. Le informazioni, alla fin fine, non sono tante. Tutte cose che si sanno, o si possono sapere. Ma la sensazione.

La sensazione di poter pensare, ancora. La sensazione che ci sia ancora qualcosa a cui pensare. Su cui pensare. Per cui pensare.

E la sensazione che ci sia ancora qualcuno che pensa. Non solo tra il pubblico, ma sul palco, persino. Una cosa rara.

Per quanto riguarda i temi, quasi dimenticavo. Sì, c’erano anche cose utili, tra ciò che volevo dire. Le scelte sono state buone, devo dire, anche se è arrivato il momento delle critiche. Mancava qualcosa, in effetti. Qualche tema un po’ tralasciato. La Russia, ad esempio. O il Sudamerica. D’altronde, qualcosa sfugge sempre. Il collegamento audio video per l’intervento era a dir poco pessimo. Le file assurdamente lunghe, i posti al primo che capitava. Certo che, però, questo dava anche sale alla manifestazione. Il brivido del ‘chissà se lo vedo’, l’eccitazione del ‘questa volta il posto sarà mio’.

E Ferrara è uno scenario pressoché perfetto. Il Castello, le stradine, il Duomo, il Teatro. L’aria stessa che si respira, la gente che vi abita. Rassegnata, a volte, e a ragione, a vedersi invasa da migliaia di migranti dell’informazione, desiderosa di conoscere ciò che succede al di là della nostra siepe. Perché i telegiornali nazionali, se sono a corto di notizie, parlano dei gatti sugli alberi. Gli altri fanno inchieste, perché sanno che le notizie non finiscono mai. Sapete, succede questo, da qualche parte, lontano da noi. E, per una volta all’anno, succede anche a Ferrara. All’anno prossimo, Internazionale!

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

Il nuovo Matrix esordisce con Erika e Omar, ed è subito audience

In tempi di crisi e di osannato ottimismo una merce che non svende è lo stupore, quanto più lo ricercano, sempre meno lo ottengono, in questa contrapposizione tra noi,  abituati spettatori, e loro, ingegnosi autori tv, o meglio tra noi, gli sbadigli, e loro, gli sbraiti. In effetti quando provo ancora piacere ad accenderla, lei, la tv, non posso dire di nutrire davvero delle aspettative di meraviglia e sorpresa, anche dai programmi che mi piace seguire in fondo, so già cosa mi aspetta, e forse li guardo proprio per quello. Ma accendendo il tubo catodico, soprattutto nelle prime serate, mi rendo conto che io di programmazione tv non ne capisco effettivamente un canale e chi invece su questa cosa ci guadagna il pane per vivere non la pensa come me e ha capito che lo stupore è il padre dell’audience.  Così di fronte a queste illuminanti deduzioni mi ritrovai sperduta in una seconda serata di inizio marzo con la Mussolini a Porta a Porta al grido di “A noi ci hanno rovinato le russe e il viagra” – era una puntata dedicata ai matrimoni misti- e su canale5 una fra le prime puntate di Matrix con la nuova conduzione di Alessio Vinci, che ha avuto la meglio sul mio senso dello stupore. Non so se lo schifo a cui ho assistito sarebbe stato egualmente nauseabondo con il vecchio padrone di casa, certo non è stata una puntata preparata in una settimana dal nuovo arrivato, quindi probabilmente sì, sarebbe stato simile anche con Mentana; ma per l’ex giornalista della CNN appena battezzato a Mediaset non è certo stato un passo in più verso il Pulitzer lasciare il giornalismo da inviato in putsch, guerre e bombardamenti e approdare in quello che sarebbe “l’approfondimento giornalistico” in antitesi a Vespa, soprattutto se il primo approccio è lo zoom sui volti di due ragazzi che nel 2001 erano per l’Italia della morbosa cronaca nera le due facce pixelate più osservate dai giornali, chiamate per nome dai tg Erika ed Omar.

Oggi nel 2009 quell’episodio forse lo si confonde nella memoria tra un Cogne e un Garlasco, e ci serviva un Matrix a togliere i pixel a distanza di otto anni, e a riportare sul banco degli imputati un processo in realtà finito,  galvanizzando per l’ennesima volta il giudizio della giuria popolare, per quell’ unico e ultimo appello in cassazione nella serata di canale5 mai messo in versione online a differenza delle altre puntate oggi visibili interamente sul sito. Forse il primo sintomo di pudore.

Comunque replicare qui ora le confessioni dei due “imputati” mandate in onda è inutile quanto malsano, e per non cadere in contraddizione con quanto detto sopra posso solo spiegare quanto e come in puntata sia stata alzata come non mai l’asticella del “trasmissibile in diretta nazionale” a scapito del “meritabile di un rispettoso silenzio”. Quindi attingendo da atti di un processo concluso e quindi pubblicabili, come letteralmente spiega Vinci in introduzione, sono stati messi in onda i colloqui con gli psicologi dei due allora 16enni condannati, con microfono e primo piano a telecamera fissa. Immagini private quanto pericolosamente deformabili, che mostrano dei ragazzi tranquilli  che raccontano al proprio psicologo particolari della famiglia di lei, della vita di coppia, del loro presente in carcere e a differenza di quanto siamo stati fino ad oggi abituati a vedere nella cronaca nera in tv, mancavano le solite manifestazioni di basso giornalismo (quali i pianti, i pentimenti manifesti, i singhiozzi etc.) in quei due volti, e questa assenza ha reso ancora più insolente e indelicata la scelta di renderli pubblici.  Infatti ovviamente il televoto del pubblico non ha aspettato a farsi sentire: mentre c’è questa ragazza, di 24 anni oggi, che si confessa a volte sorridente e lucida e racconta  quasi serenamente della propria madre al presente, c’è uno spettatore che punta il dito e non può fare a meno di pensare che quella è la stessa ragazza che l’ha uccisa. E questo porta ad un meccanismo agghiacciante di banali condanne gridate su internet nei commenti di diversi blog.

Ma purtroppo in studio a Matrix le due giornaliste e lo psicologo chiamati a  interpretare i filmati non si potevano dire di più spiccata sensibilità, soprattutto quando si sono sentite conclusioni e condanne sulle solite “responsabilità delle famiglie vuote e prive di affetto” , senza la minima percezione di star accusando una famiglia praticamente inesistente di una madre morta, di una figlia per questo in carcere, di un bambino di 11anni anch’egli ucciso e un padre vittima di questo dramma e di questa spudorata attenzione mediatica, che mi auguro solamente non stesse guardando la televisione.

Fin troppo rischioso e facile a questo punto cadere nella critica trita e ritrita al cattivo giornalismo e alla tv spazzatura, aggiungo solamente che di cronache nere ogni giorno mi nutro forzatamente, a volte con imprevista curiosità, dispiacendomene, non ne sono immune, anzi, ma persino con tale assuefazione sono riuscita a rimanere sconvolta, pardon stupita, da qualcosa che ancora è stata “di più” del resto, e quella sera gli stupiti sono stati molti, uno share del 18,04%, quindi si può dire un successo per chi sullo stupore ci aveva puntato.

Il resto di ciò che è successo in quella puntata di Matrix si può ancora trovare sul corriere online, davvero, nella sezione Spettacoli.

Gabriella De Domenico

… E poi ti trovi a vent’anni a guardare rapito uno speciale televisivo su Fabrizio De Andrè, e ti rendi improvvisamente conto che forse buona parte di quello che sei oggi lo devi a lui, alla sua musica. Capisci come la tua sensibilità si sia modellata come cera sulla sua; come dagli anni dell’adolescenza interpreti ciò che ti succede attraverso le sue lenti. Come le sue rime si siano scolpite indelebilmente nel tuo subconscio, o in qualche altro posto lì in fondo, e come tu abbia conosciuto e catalogato la tua vita mediante esse.

E allora, cominci a pensare che forse è anche grazie a lui se sei sempre stato mosso a pietà e a commozione dai deboli, dagli umili, dagli emarginati, se in fondo senti battere anche in loro, “Anime Salve”, la luce fioca della dignità umana; se non li vedi in nessun caso colpevoli, ma solo vittime.

E forse, è anche grazie a lui se ancora oggi non puoi evitare di incazzarti quando vedi un’ingiustizia, se non riesci mai a dire “c’est la vie, chérie”, se non riesci ad accettare che il mondo vada diversamente da come credi esso debba andare, da come senti che potrebbe andare.

Ed è forse anche grazie a lui se, in fondo in fondo, dopo aver studiato, analizzato a fondo, compreso e ripetuto tutte le motivazioni che la possono scatenare, quello che ti rimane, e che vedi in una guerra, è soprattutto il lamento di un padre che piange la piccola morte del figlio maciullato, e il grido senza voce di una medaglia al valore militare. Questa visione può essere distorta e limitata, ma è più forte di te, e sai che dovrai conviverci sempre; è un tuo limite, e una tua forza.

E soprattutto, ti trovi a pensare che forse è anche grazie a lui se nei numerosi momenti di sconforto avuti negli anni bui dell’adolescenza, in cui ti sentivi diverso dagli altri, solo, limitato; in cui venivi sopraffatto dall’angoscia e dal desiderio di essere altro rispetto a quello che eri, di essere “come loro”, almeno una volta; se in tali momenti di abbandono sei riuscito, forse non a vederti parte di un tutto, quello no, ma se non altro, a sentirti orgoglioso di essere minoranza. Se sei riuscito a rimanere com’eri, a non cedere, a non lasciarti trascinare dal flusso, sempre “in direzione ostinata e contraria”; o se almeno ci hai provato. Se hai avuto le motivazioni necessarie per non abbatterti, e se alla fine sei riuscito a conoscerti meglio, ad accettare i tuoi limiti, a non sopravvalutare i tuoi punti di forza.

Per questo, sei presente anche tu nel momento in cui il porto di Genova saluta il suo figlio prediletto; ti unisci al grido di quella sirena, e senti come se l’Italia tutta si fermasse per un secondo, trattenendo il respiro. E allora, decidi all’improvviso di scrivere quello che senti in quel momento, di liberare il flusso di pensieri che ti accompagna da sempre, ma che solo ora si è fatto veramente chiaro.

Ti sfiora per un attimo il dubbio che tutto ciò sia un po’ troppo esagerato, che non sia altro che un futile esercizio di retorica dettato dall’emozione e dalla ricorrenza; dopotutto, si tratta solo di un cantante. Ma accantoni questo dubbio, per il momento: ne riparleremo domani, dopodomani, forse, a mente più fredda e distaccata. Ora, ti rendi solo conto del fatto che, come te, molte altre persone si sono viste stravolgere la vita da Fabrizio De Andrè, e che forse l’Italia di oggi, nonostante tutte le frustrazioni e il malgoverno, si è data un immaginario collettivo grazie a lui. E allora, sorge in te la speranza che, forse, nulla è ancora perduto.

Giovanni Collot

Giovanni.collot@sconfinare.net

Fa freddo a Venezia a novembre. Se in più ci metti il vento si gela. Se poi ci aggiungi i padiglioni, delle varie nazioni espositive, con le porte aperte l’ esperienza è da polo nord. Eravamo anche vestiti poco il giorno della chiusura della Biennale architettura 2008. Ma, nonostante i piedi congelati e il naso rosso, abbiamo comunque apprezzato le esposizioni. Sembra non sia piaciuta a molti del mestiere questa Architecture Beyond Building; noi invece ci siamo divertiti!
Secondo Aaron Betsky, il curatore di quest’ edizione, l’ architettura non va identificata nell’ atto del costruire ma “l’architettura è un modo di rappresentare, dare forma e forse anche offrire alternative critiche all’ambiente umano”. E la Biennale di Venezia si offre come palcoscenico di una disciplina che non si vuole più presentare nei suoi tradizionali termini di scienza, ma si è auto-eletta arte: oltrepassata la sua dimensione funzionale, adesso comprende in sé una valenza espressiva ed eloquente. L’edificio è ora un medium il cui monito manifesta concezioni e bisogni della società che lo genera.
L’ architettura deve imparare ad utilizzare il territorio con saggezza. Deve dare al cittadino i mezzi per poter relazionarsi con il mondo in cui vive, deve farlo sentire a proprio agio e connetterlo in un tessuto economico, sociale e fisico. E’ forse necessario costruire tutto il costruibile o possiamo fare a meno di qualcosa? Sarebbe forse meglio vivere in uno spazio decelerato, dove gli orpelli e l’ architettura utopica sono eliminati, dove ci si possa sentire più a casa. Il continuo movimento di beni, persone e informazioni probabilmente ci toglie il terreno da sotto i piedi: c’è bisogno di un ritorno alla stabilità. E la stabilità si ha in scenari di vita in comune, dove gruppi di persone partecipano collettivamente alla soluzione dei problemi non solo globali, ma anche dei nostri piccoli microcosmi.
Dopo molti anni, in cui l’ architettura ha proposto idee utopiche, finalmente gli addetti ai lavori cercano di proporre soluzioni ai problemi contingenti, e sperimentando nella realtà trovano soluzioni concrete. I padiglioni danese e americano, che più abbiamo apprezzato, rientrano in questa categoria.
***
Danimarca. Ecotopedia – walk the talk affrontava il tema della sostenibilità e del ruolo centrale rivestito dalle città in materia di sfida al mutamento climatico globale. Se la maggiorparte dell’ inquinamento da CO2 proviene dalle città, è da queste che occorre partire per la creazione di soluzioni sostenibili.
Erano presenti progetti partecipanti al progetto UN Global Compact, Patto di responsabilità sociale globale, istituito dall’ ONU per formare una comunità umana globale. Era presente anche Sustainable Cities, un progetto del Danish Architecture Centre: un database globale attraverso il quale visionare tutti i migliori progetti ecosostenibili realizzati in tutto il mondo. L’ iniziativa Better Place è invece finalizzata all’ individuazione di nuovi sistemi di trasporto che riducano drasticamente le emissioni di CO2.

cop15.dk
sustainablecities.dk
unglobalcompact.com

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USA. Into the Open: Positioning Practice racconta di come gli architetti rivendicano un proprio ruolo nel plasmare la comunità e l’ ambiente costruito, mettendo in primo piano la loro relazione con la compartecipazione dei cittadini. Come rispondono le opere architettoniche alle condizioni sociali? Occorre mettere  in discussione “i modi tradizionali di concepire l’architettura, dai mutamenti nei dati demografici socio-culturali ai cambiamenti dei confini geopolitici, dal divario nello sviluppo economico all’esplosione della migrazione e dell’urbanizzazione, per sostenere allo stesso tempo una concezione allargata della pratica e della responsabilità architettonica”.

theparcfoundation.org
slought.org

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Per il padiglione polacco invece l’approccio al tema è differente: la concezione di architettura legata all’ edificazione è sorpassata con slancio sicuro, eccentrico e assolutamente innovativo. Tanto da valergli il Leone d’Oro per la migliore Partecipazione nazionale.

POLONIA.
Hotel Polonia. The Afterlife of Buildings ospita una sequenza di fotografie digitali ritoccate dall’immaginazione di

Nicolas Grospierre e Kobas Laksa , che accompagnano lo
spettatore in città apparentemente comuni in cui si scorgono elementi estranei, siano essi possibili o fantastici. La nuova idea che sottende al costruire implica anche un impegno intellettuale , perché ora nulla è scontato. Questo sforzo razionale corrisponde poi ad un compito concreto, che gli architetti polacchi suggeriscono inscenando immagini shockanti, percepite come una minaccia. Così se non poniamo la dovuta attenzione allo stile di vita che conduciamo, e che pretendiamo di adottare ad oltranza, assume tratti sempre più realistici la prospettiva di abitare in aree urbane rigurgitanti avanzi; allo stesso modo possiamo prevedere di condividere le nostre strade con i draghi – la coincidenza tra i mammiferi del Medioevo e la sovrabbondanza di rifiuti è intuibile. No?

Certo saltellando da una nazione all’altra è legittimo fare un’umile auto-valutazione e chiedersi se noi, comuni cittadini assolutamente non esperti di architettura, possiamo aver realmente fruito della mostra. La risposta è affermativa: il nostro entusiasmo non pareggiava quello dei colleghi aspiranti architetti, chiaramente distinguibili tra i molti visitatori, ma parecchie delle opere presentate si sono rivelate comprensibili, interessanti e pure utili, anche agli occhi dei “non addetti ai lavori”.

Voto positivo quindi all’ Undicesima Mostra Internazionale di Architettura.

Alessandro Battiston

Cinzia Della Giacoma

schlagstein@gmail.com

La Signora si è messa in tiro. Nella preparazione dell’evento, forse perchè i portoghesi stessi conoscono i loro ritmi, ci si è presi un pò in anticipo. Il Natale, questo evento, si è presentato nella mente della gente, forse anche un pò nei portafogli di chi la città la vive, con un pò di anticipo. Il 25 di ottobre, per l’esattezza, si cominciavano a montare queste palle colorate un pò dappertutto, con l’incertezza degli occhi scrutatori se si stesse organizzando una parata omosessuale o magari la più vicina festa dei Santi. Santi un pò contemporanei. Invece, come le formiche in periodo estivo, i lisboneti si preparavano al Natale, alle onde di turisti, mascherando la città dietro milioni di luci, lucette, lampadine. Angeli, croci e stelle. In ogni piazza e nelle vie. Un mese dopo, a uno preciso dal compleanno più famoso del mondo, si sono accese le candeline. Dietro, la volontà di illuminare, di far risplendere di colori forti la città, perchè per due mesi bisognerà coprire di un manto di velluto la malinconia, il malessere. Perchè in fondo non è un pò l’immagine di ognuno quella che viene fuori dal tutto? difficile argomento da far capire a certe persone. Ma è il fermento che invece tiene alto il valore di quei dieci milioni spiccioli di portoghesi. Ma non c’è tempo di sospirare, non c’è tempo…che tutto risplenda! fino al giorno, ma che in fin dei conti non si può chiamare più giorno, ma stagione. Allora cos’è un Natale spalmato per due mesi? un cadavere sotto ad uno scialle di cachemire. L’occasione di ritrovo non è più dietro una tavola imbandita, ma nei reparti di un grande supermercato o dietro un massacro alimentare. Mi sembra che quest’onda continui a fare vittime, mi chiedo se nonostante il tanto parlare non finisca anch’io inevitabilmente, per farne parte. Lisbona si è spaccata in due in un mese, sottraendosi in tutto ciò che ha potuto salvaguardare finora. L’estetica vince sull’etica. Vado alla ricerca allora di ambienti piccoli. Non mi hanno mai deluso. E una volta di più, i miei occhi non faranno più caso a tanto barlume. La Signora è pronta.

Edoardo Buonerba

Con Phil Collins l’unione di tribale e melodia per creare l’emozione

Rumori lontani, echi. Improvvisamente partono congas, timbales e bonghi. Ritmo e volume salgono e con essi la tensione. Poi, tutt’un tratto, lo scoppio delle altre percussioni. Gli archi iniziano il loro trillo lontano, ma teso e piuttosto acuto; i corni e gli strumenti gravi caricano l’aria di ansia e paura. C’è un cattivo che si aggira per la jungla: ha già colpito. Forse ancora colpirà…

Sembra la descrizione di un triller, vero? E invece è una traccia della colonna sonora di “Tarzan”, il cartone animato firmato Walt Disney uscito nelle sale di tutto il mondo nel 1999. Anzi, ad esser precisi è “Two worlds“, la canzone scritta da Phil Collins e da lui non solo cantata in più di venti lingue diverse, ma addirittura suonata: sue sono la batteria e molte percussioni che si sentono nella versione originale. Un omaggio alla sua passione e allo strumento che, ai tempi dei “Genesis”, l’ha reso famoso in tutto il mondo.

“Two worlds” (in italiano titola “Se vuoi“), è una canzone speciale, dal messaggio profondo e forse per questo più adatto a questo periodo dell’anno, in cui ognuno esce dalla propria routine per guardare là dove la vita è spesso violata. Rappresenta bene l’esordio del film, il momento tragico in cui il cucciolo d’uomo Tarzan perde mamma e papà e un dolce gorilla femmina perde il proprio piccolo a causa dello stesso nemico. Da questo tragico evento, infatti, proprio come recita la canzone, due mondi si toccheranno e scopriranno che, a dispetto di quanto progresso e pregiudizi dicano o facciano, le diversità possono ancora convivere pacificamente.

E che dire di “You’ll be in my heart” (in italiano “Sei dentro me“)? Altra canzone del film, forse più celebre, uscita dalla penna di Phil Collins e Mark Mancina (quest’ultimo ha creato gran parte della colonna musicale), momento in cui una mamma scopre che può essere tale anche nei confronti di un figlio che non ha il suo stesso aspetto…

Meno note sono invece “Son of man” (“In tuo figlio“), in cui un cucciolo cercherà di conquistare l’affetto di un padre che non si sente più tale e “Strangers like me” (“Al di fuori di me“), che accompagna l’avvicinamento fra due anime tanto simili quanto in apparenza lontane.

Forse vi sarà già capitato di ascoltare una colonna sonora prima di aver visto il film a cui essa fa da cornice. A me capita spesso ed è andata così anche con questa colonna sonora, che credo sia speciale non solo per le tematiche che toccano canzoni e film in sé, ma anche per il collegamento con l’esotico che scatta appena si sentono le prime battute.

Se non avete visto il cartone animato, beh, vi consiglio di guardarlo, soprattutto ora che è quasi Natale e tutti hanno voglia di sentirsi più buoni. Se già l’avete visto guardatelo di nuovo e ascoltate bene le canzoni. Scoprirete che, in fondo, parlano di tutti noi.

Ius Isabella

“E’ il tuo cuore che ti sta parlando. Se vuoi, lo sentirai. Lascialo decidere, non ti deluderà.”

Se vuoi, P. Collins

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