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Dopo “Vicky Cristina Barcelona” – che onestamente non ci ha affatto convinto – Woody Allen sembra essere tornato in sé con la sua ultima uscita: “Basta che Funzioni” (titolo originale “Whatever Works”). Un film che, per fortuna, ci mostra che il nostro vecchio Woody è quello di sempre: paranoico, fissato con l’altrui antisemitismo, logorroico ed infinitamente acuto. Lo schema del film in realtà non è nulla di innovativo come non lo sono gli espedienti cinematografici usati: il protagonista che si rivolge al pubblico (già visto in “Io e Annie”), le battute balbettate e le grandi conversazioni sui massimi sistemi al bar, ma la pellicola in generale scorre frizzante e piacevole.basta-che-funzioni-loc-2[1]

Questa vicenda è – prevedibilmente – ambientata a New York, ed i personaggi intrecciano le loro vicende in maniera lineare ma brillante. Una giovane ragazzina di campagna, interpretata nella sua ingenuità da una graziosissima Evan Rachel Wood, si perde a New York ed incappa per caso in un vecchio, pessimista, scorbutico, ebreo genio della fisica – Larry David – con il quale comincia una bizzarra convivenza. A poco a poco il professore, che può vantare solo di “essere stato preso in considerazione” per la nomination al nobel, si lascia intenerire dalla bellezza della ragazzina e nonostante la consideri allo stesso livello intellettivo di un “vermetto” finisce per sposarla. La vita di coppia dei due procede in un fragile equilibrio in cui il professore è il pigmalione della giovane e lei la fair lady innamorata dell’arguzia del vecchio marito. In questo quadretto bislacco interviene la madre della ragazza, una donna dell’alta società conservatrice che detesta il genero e fa di tutto per rompere l’unione tra lui e la figlia. Ma la tremenda morale materna sembra non essere immune al fascino devastante della capitale e in breve la donna scopre la propria vena artistica e si trasforma da casalinga stereotipata in fotografa alternativa e provocante. Il tutto condito con triangoli amorosi, foto scandalose, il ritorno del marito fedifrago che scopre di essere gay…

Insomma, un’altra piccola gioia di Woody Allen, che gioca con la psicologia dei personaggi e mette in luce l’influenza rivelatrice di New York: la città che ha il magico potere di trasformare la potenza in atto, di far emergere e sbocciare le qualità dei singoli, la città che permette la piena realizzazione di un io che fuori dal mondo urbano è represso e soffocato nell’attaccamento alla tradizione. Tutti i personaggi sembrano passare per questo processo metamorfico: la giovane trovando finalmente la capacità di formulare opinioni personali ed indipendenti dal marito, la madre dedicandosi all’arte e ai menage, il padre con il nuovo compagno. L’unico che sembra essere immune alla forza di New York è prorio Larry David, che dall’alto della propria ipertrofica autostima si rifiuta di evolversi in una versione migliore di se stesso. E dal momento che è evidente che l’attore è l’alter ego di Allen, ci si può forse leggere un po’ di autocritica da parte del regista: l’uomo che si riconosce nella sua genialità ma che sa di essere pieno di piccoli difetti e manie ridicole. Probabilmente non il maggior capolavoro del regista ma sicuramente un film che ne riflette profondamente la poetica e lo stile. L’unica pecca: Allen avrebbe dovuto recitarvi.

Francesco Gallio

Francesco.gallio@sconfinare.net

Il sole stava iniziando placidamente a tingere di rosso la semplice superficie della scrivania.

Sopra vi si trovavano un computer, una lampada, un portapenne ed un paio di foto, bordate da cornici di metallo.

In una, c’era una famigliola sorridente, circondata dal magnifico panorama del Gran Canyon: Papà, Mamma e 2 fratellini; nell’altra, una bellissima ragazza dai capelli scuri, la pelle chiara, ed il volto concentrato ad osservare qualcosa di non visibile nell’inquadratura. Paolo ricordava bene quello che Bianca stava osservando e si ricordava pure la meraviglia che si nascondeva dietro quegli occhiali da sole che le aveva regalato per il suo compleanno: si trovavano a Sidney, in viaggio di nozze. La foto l’aveva scattata lui stesso. Era la sua preferita, tra le migliaia che aveva scattato nei suoi viaggi. Lei era così perfetta in quella espressione, carpita in un istante.

La teneva in ufficio perché lo sosteneva nei momenti di stanchezza. Lo consolava e gli ridava forza pensare alla fortuna di aver sposato una donna così bella, sia esteriormente che interiormente. Sorrise, e riprese a lavorare. Doveva fare in fretta: il fioraio chiudeva alle sei quel giorno, e lui non poteva certo permettersi di tornare a casa senza fiori il giorno del loro primo anniversario di matrimonio! Finì di lavorare quando il sole ormai era già tramontato, ed era rimasta solo la pallida luce del crepuscolo a schiarire il blu cupo del cielo. Sceso in strada, si affrettò per andare dal fioraio: aveva ordinato un grande mazzo di rose rosse.

Prese la macchina e cercò di sbrigarsi ad andare a casa, malgrado il traffico – così, pensò, sarebbe forse riuscito anche a farle trovare la cena pronta e la tavola apparecchiata. Parcheggiò la macchina in garage al solito posto. Ottimo, Bianca non era ancora rientrata. La sorpresa sarebbe riuscita alla perfezione! Aprì la porta di casa, prese un vaso pieno d’acqua e mise in bella vista sul tavolino dell’ingresso il suo prezioso dono per lei. Poi, accese la radio e si mise a preparare la cena.

Guardò fuori dalla finestra e vide che una candida luna piena irradiava di luce argentea tutto il cielo.

Aveva un’eccitazione addosso che sembrava muoversi sotto pelle, come un brivido emozionante. Tutto gli diceva che quella sarebbe stata una notte speciale!

La musica alla radio fu interrotta dalla voce dello speaker che annunciava il radiogiornale delle sette e mezza:

<< Il portavoce della Sintec – Donald Johnson – società per azioni leader del settore chimico, ha dichiarato il fallimento a seguito della recente crisi che sta coinvolgendo il paese dal Settembre scorso. Sono stimati più di 6’000 disoccupati tra operai e manager d’impresa. Passiamo ora ad altre notizie…>>

Paolo si tagliò mentre puliva il pesce: la sua mano aveva tentennato.

All’improvviso, quella magnifica sensazione che correva sotto pelle si congelò, rompendosi in una nube di ghiacciato smarrimento. C’era anche lui in mezzo a quei 6’000 operai e manager d’impresa:

era rovinato!

No, non poteva… non poteva essere… non a lui!

Perché? Perché a lui, che aveva abbandonato amici e famiglia per andare a lavorare in quel paese lontanissimo e che si era sacrificato in tutti i modi più umilianti per diventare qualcuno ed arrivare ad ottenere quella posizione di prestigio all’interno dell’azienda?

L’unica risposta che poté darsi fu una bestemmia soffiata tra i denti.

La rabbia lo assalì d’un tratto. Andò in soggiorno e, con un colpo secco, calciò il comodino, facendo cadere la lampada che c’era appoggiata sopra. Questo però non lo sfogò minimamente. Fiondatosi sul divano, prese uno dei cuscini e lo scagliò senza riflettere. Subito dopo agguantò l’altro e lo stracciò, strappando via con gusto sadico il suo interno – quasi come se fossero interiora umane. Lasciò cadere la sua preda e, sconvolto, si avvicinò alla porta finestra.

Doveva assolutamente prendere una boccata d’aria.

Tutto aveva perso di lucentezza – perfino la luce della Luna aveva perso il suo colore argentato, sostituito da un onnipresente grigio pallido.

Che mondo infame: fino a qualche attimo prima sentiva di poter toccare il cielo con la punta delle dita ed ora, si ritrovava completamente immenso nel fango!

Aprì la porta per andare in terrazzo.

Respiro dopo respiro, la rabbia era lentamente scemata via. Una nuova domanda si affacciò: cosa ne sarebbe stato di lui?

A questa domanda seppe rispondersi: il giorno dopo sarebbero stati tutti chiamati dal capo per ricevere la propria condanna inviata via fax da Seattle.

Lacrime di disperazione si fecero strada nei suoi occhi: non voleva… non voleva ricominciare tutto dall’inizio, no!

Scrivere il curriculum e poi, girare tutta la città più e più volte, senza la benché minima speranza di trovare un posto buono almeno la metà di quello che aveva perso. Si sarebbero dovuti trasferire ma… con che soldi?

Giusto un mese fa avevano deciso di comperare quella casa così bella e costosa, spendendo tutti i loro risparmi e aprendo un mutuo con la certezza che, grazie alla promozione di qualche mese prima, lui sarebbe riuscito facilmente a pagare ed invece… altro che trasferirsi: con i miseri ricavi di Bianca si sarebbero potuti sì e no permettere una squallida stanza in un motel!

Di lì a poco un problema ben più grave attirò la sua attenzione: come avrebbe fatto a dirlo a Bianca?

Tommaso Ripani

Non deve apprendere nessuna conoscenza con spirito servile. L’ha detto Platone.

Nel mio piccolo, io sarei dovuto andare a lezione di Arabo oggi. Però non l’ho fatto.

Mi chiamo Rodolfo e sono a Gorizia da cinque anni. Lo direi un periodo lunghetto, anche se un anno ho deciso di giocarmi il jolly Erasmus. Non mi sono ancora ambientato, ma fortunatamente la stabilità non è più una priorità. Da quando mi sono immatricolato per la prima volta sono cambiate così tante cose che ho rinunciato persino a tenerle a mente. Ora, per sapere quanti e quali esami mi mancano faccio affidamento sul mio libretto elettronico. E sbaglio sempre.

Il punto, comunque, non è questo. Se scrivo questo articolo, e so che finirà in “stile libero” e non in “università”, è proprio perché non voglio muovere critiche ad alcunché di concreto e di modificabile. Se scrivo parlo di me, ed è perché mi sembra con ciò di riuscire a sfogare un senso di frustrazione e d’umiliazione che spero non mio solamente.

Il punto è questo: non sono andato a lezione di Arabo. Avrei voluto andarci, sapete, ma semplicemente non l’ho fatto. Perché da un po’ di tempo, a mio vedere, qualcosa si è inceppato nel senso del grande meccanismo generale, qualcosa si è inceppato ed a volte mi pare che sia quasi un portato biologico, il rifiutare di comprendere perché degli esseri umani di ventitré anni, l’età più vitale, l’età più fertile in un certo senso, debbano essere costretti ad imparare.

“Imparare”, capite? Ancora. Quando concluderò la laurea specialistica, avrò studiato per diciotto anni della mia vita, se a Dio piacendo sarò in orario, senza essermi perso troppo e stringendo i denti, come tutti. Diciotto anni (so che in questo momento non ci credete e state contando. Però è così. Pazzesco, eh?). E cosa mi sarà rimasto? Probabilmente la mia sola capacità di leggere e scrivere (sulla terza, il “far di conto”, ho già i miei dubbi). Non credo d’essere particolarmente stupido. Però quello che resta di ogni libro, di ogni esame, è un sorso un fondo un residuo, un po’ di cenere, un “non lo so”. Quali sono le clausole dei trattati x e y? Non lo so. Chi si ricorda anche solo i princípi basilari della statistica? Io no di certo. Eppure quello fu l’esame che preparai meglio, sei mesi passati a sudar duro e punteggi pieni ad ogni parziale. Non ci fu nemmeno bisogno dell’orale, ottenni la piena assoluzione con lode sulla fiducia. Ed è come se non avessi mai aperto quei libri.

E allora, perché continuare? Onestamente, voglio dire.

A volte ho l’impressione che tutto ciò serva ad autoalimentare una struttura. La laurea è richiesta per trovare lavoro, teoricamente. E non sto parlando della laurea triennale, perché quella è lo scherzo più sadico ed inutile che questo sistema ha giocato alla mia generazione. Ogni laureato è prezioso alla società. E non solo in senso ideale. Per ogni laureato ci sono soldi, molti soldi: i soldi dei professori e dei segretari, certo; ma anche delle imprese delle pulizie; dei portinai; delle librerie e delle copisterie; dei padroni di casa; dei baristi; dei locali; anche delle ferrovie, a ben vedere. Avete mai preso un treno di pendolari? Siamo troppi. Viene da chiedersi se non siamo per caso tutti le consenzienti vittime di un’illusione collettiva, di una grande mistificazione, di una presa in giro. Malthus riderebbe di gusto.

Diranno che ciò che si acquisisce all’università, o nell’apprendimento in generale, è un modus vivendi. Ed abbiamo imparato benissimo, ed a velocità sconcertante, tutto ciò che occorre, giusto? Giusto. Abbiamo imparato a non avere ragione; a temere ogni esame o ritorsione minacciata, vera o presunta; abbiamo imparato mezzucci e gelosie; ad essere più svelti degli altri oppure ad imitarli; soprattutto abbiamo imparato ad appiattire la nostra stupenda vivacità intellettuale sulla spenta corda d’una cultura sempre identica a sé, che spicca solo per la sua autoreferenzialità.

E per questo era già sufficiente un liceo. Ci fossimo fermati lì, avremmo impiegato solo tredici anni. Invece ne bruceremo diciotto, e forse ancora non avremo appreso nulla della vita, e continueremo a sonnecchiare, eterni adolescenti nella nostra bella cameretta, ed Almalaurea ci proporrà nuovi master. Perché non si finisce mai di imparare.

Però insomma, eccoci qui. Ci piaccia oppure no. L’inerzia è una cosa meravigliosa. Al quinto anno, teoricamente l’ultimo, con degli esami che hanno il nome di quelli già sostenuti alla triennale, e spesso con i medesimi professori. Almeno nel mio caso.

Così torniamo al punto di partenza. Ed avrei voluto andarci a quel corso di Arabo. Sul serio. E’ un ottimo corso, l’insegnante è davvero fantastica, e mi pare un’opportunità da non perdere. Magari alla prossima lezione sarò presente. Però oggi non l’ho fatto.

Rodolfo Toè

Rodolfo.toe@sconfinare.net

3 referendum popolari, tre bocciature: Dal “Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa”, bocciato nel 2005 da Francia e Olanda, al trattato di Lisbona firmato lo scorso dicembre e respinto nuovamente dagli irlandesi. La crisi attraversata dal vecchio continente non accenna dunque a concludersi, e con il terzo colpo d’arresto è ormai chiaro il clamoroso  preoccupante cortocircuito fra le istituzioni europee e il proprio popolo.

Credo fermamente che non vi sia nulla da festeggiare di fronte a questa crisi senza precedenti. E’ da troppo tempo che i paesi membri come il mondo intero hanno bisogno di un’Europa forte, autorevole, indipendente: lo scenario di crisi internazionale che si sta disegnando in questi mesi, come i venti di guerra degli otto anni di amministrazione Bush, hanno visto un’Europa totalmente incapace di appoggiare, opporsi, o semplicemente incidere nel panorama mondiale e guadagnarsi il ruolo di guida nello sviluppo della pace, di politiche sociali e ambientali.

Ma la colpa di tale arresto non può certo ricadere sugli irlandesi, il cui rifiuto non è stato minimamente indagato dai media nostrani; o su francesi e olandesi, sul cui rifiuto forse bisognava riflettere un pochino di più. Certo, il fatto che l’1 % rappresentato dal popolo irlandese tenga in scacco i 26 parlamenti nazionali che hanno ratificato – o si apprestano a farlo – il trattato (serve l’unanimità dei paesi membri per l’applicazione) pone un serio problema di democrazia all’interno dell’Unione. Ma che questa, alla prova democratica dei referendum popolari (saggiamente evitati ove possibile), sia stata clamorosamente respinta in tempi e luoghi diversi, rappresenta un problema non da poco. Considerando che il rifiuto è stato espresso in maggioranza da giovani, donne, e lavoratori; forse si dovrebbe riflettere su che Europa vogliamo costruire con questo trattato. E che questi sia, in sostanza, una copia di quello che era stato presentato come un grande progetto di Costituzione europea, salvo poi tramutarlo in un tronfio e incomprensibile accordo che, proprio per la sua oscurità, era meglio far approvare in silenzio dai potenti e dai parlamenti… be, questi sono altrettanto gravi problemi di democrazia. Il trattato di Lisbona influenzerà pesantemente le nostre vite, incidendo sugli organi – parlamento europeo e commissione – che oramai producono la gran parte del corpo legislativo che il parlamento nazionale si limita a percepire. Ebbene, in Italia è stato votato all’unanimità in un caldo giorno d’estate, senza che la stragrande maggioranza dei cittadini non solo l’abbia letto, ma sappia almeno di cosa si tratta. Informare, capire, correggere, elaborare un testo convincente e perlomeno leggibile; affidare la sua approvazione ad un referendum comune a tutti i cittadini Europei, magari da svolgersi con le stesse modalità e tempi in tutto il continente… Niente di tutto questo è stato vagliato per uscire dall’impasse dei primi “no”. La scelta è ricaduta sulla via più facile, caratterizzata da un sostanziale deficit di democrazia. Che, tra l’altro, continua ad essere la strada prescelta: Ora aboliamo la regola dell’unanimità, secondo cui ogni riforma deve essere accettata da tutti e 27 i membri, affidiamoci – snaturandolo – al principio di “Europa a due velocità”, e approviamo in fretta e furia questo pasticcio incomprensibile che – parole del commissario UE McCreevy – “difficilmente una persona sana o a posto mentalmente lo leggerebbe dall’inizio alla fine”. Gli Irlandesi, si arrangino: facciamoli rivotare una seconda e una terza volta, magari, finché si decideranno a votare sì. Fortuna che siamo in Europa, l’avamposto democratico dell’intero pianeta.

Non credo che Irlandesi, Francesi o Olandesi siano anti – europeisti. Abbiamo un disperato bisogno di un’Europa forte. Di un’Europa, però, che si schieri dalla parte dei cittadini, invece che con le banche e le burocrazie. Di un’Europa che ascriva nel suo DNA il fondamentale requisito di essere “sociale”, che difenda e promuova il welfare state invece di liberalizzare i servizi. Un’Europa che sappia schierarsi all’unanimità e senza tentennamenti contro la guerra, che riannodi i fili perduti per la ricerca di un dialogo volto a risolvere i conflitti che insanguinano il pianeta. Che rifiuti categoricamente l’idea di una sottomissione alla NATO, che non permetta ai governi di Praga e Varsavia l’installazione di missili e radar statunitensi senza alcuna discussione concertata con i partner europei – e del resto scelta osteggiata dalla maggioranza dei governati -. Abbiamo bisogno di un’Europa che lotti contro la pena di morte, invece di riabilitarla tramite protocolli e articoli del trattato (art 2 paragrafo 2 della CEDU). Di un’Europa che parli di integrazione e accoglienza e non costruisca fortezze, o si appresti a votare la “direttiva della vergogna”, prevedendo la detenzione degli stranieri irregolari fino a 18 mesi prima dell’espulsione. Un’Europa che difenda e promuova le conquiste dei lavoratori del secolo scorso, invece di cancellare con un colpo di spugna la settimana lavorativa di 48 ore e la contrattazione collettiva.

Abbiamo bisogno di un’Europa che ritrovi se stessa, la sua identità, rappresentata da qualcosa di più di una moneta comune. Che riparta, utilizzando la democrazia non solo a parole. Che si dia nuove regole per essere più aperta, democratica e trasparente, rivedendo i meccanismi di elezione e di decisione dei suoi organi, in primis il Parlamento. La vitale necessità di una Costituzione, però, deve passare per una ridefinizione dell’idea di Europa che vogliamo costruire, e una vera e propria rifondazione democratica dell’Unione.

Matteo Lucatello
Matteo.lucatello@sconfinare.net
http://www.lucatello.it

“Bello il romanzo che hai scritto”.

Ragazzini salutano Saviano dopo la sua visita a Casal di Principe nel settembre 2007

 

“Saviano è un simbolo, ma non ‘il’ simbolo della lotta alla camorra. La lotta alla criminalità, però, la fanno polizia, magistratura, imprenditori che sono in prima linea ma non sulle prime pagine dei giornali. Spero che resti, con la sua immagine contribuisce alla lotta alla camorra, ma il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed indagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Napoli (Campania), 17/10/2008

“Su Saviano sono stato frainteso. Ho voluto fargli un favore. Non è un bene per lui caricargli addosso tutte queste responsabilità, perchè non lo fanno vivere bene, non può essere lui da solo a farsi carico nell’immaginario collettivo della lotta alla criminalità”.

Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a Saint-Vincent (Valle d’Aosta), 18/10/2008

 

La mafia, la camorra, prima di uccidere discredita. Prima di spargere sangue, getta fango sul suo nemico.

Saviano ha dimostrato quanto forte sia il potere della parola perché con Gomorra ha acceso grossi fari sugli affari che la camorra cerca di tenere nel buio più pesto.

Anche i Casalesi conoscono il potere della parola.

La usano per dialogare con il loro territorio, con il popolo omertoso e spaventato, per togliere stima e rispetto a chi non ha che un libro per combattere. Per questo, quando l’anno scorso nel 2007 Saviano è tornato nella sua Casal di Principe dopo la pubblicazione di Gomorra, ha trovato saracinesche abbassate e ragazzini strafottenti: «Hai scritto un bel romanzo», tutta fantasia, qui nessuno ti prende sul serio e ti appoggia.

 

Con gesti e parole, poi, la mafia dialoga con i poteri forti, e spesso ottiene risposta.

Anche se sicuramente non sono solo merito di Saviano i risultati ottenuti dallo Stato contro la criminalità organizzata in Campania ma pure di poliziotti, carabinieri, magistrati, imprenditori; anche volendo considerare lo scrittore come un parolaio, portabandiera di una lotta idealista alla mafia; comunque le parole del Ministro dell’Interno non sono solo solidarietà alle sue forze dell’ordine; non sono precisazioni utili a proseguire con strumenti migliori la lotta alla criminalità; non sono semplici “puntini sulle i” messi per amor di precisione; né tantomeno hanno l’obiettivo di ridurre il clamore mediatico attorno a un caso delicato che avrebbe bisogno (avrebbe bisogno?) di maggiore silenzio.

Sono una presa di distanza grave. Speriamo che i Casalesi non abbiano sentito perché potrebbero interpretare male; potrebbero intuire che per lo Stato perdere “un” simbolo della lotta alla camorra non sarebbe poi così grave, e agire di conseguenza. Speriamo che non abbiano sentito le parole pronunciate dal Ministro a Napoli, perché sicuramente la smentita, sussurrata dalla Valle d’Aosta, non è arrivata alle loro orecchie.

Mentre scriviamo la raccolta firme di solidarietà a Saviano promossa da Repubbica, che ha visto l’adesione di sei Nobel, ha superato le 200 mila adesioni. I teatri, le scuole e i cinema italiani sono diventati luoghi di lettura ad alta voce di Gomorra, il presidente Fini ha accettato di invitare lo scrittore alla Camera. Pare che l’Italia dunque non sia un paese insensibile verso chi rischia la vita per denunciare la corruzione diffusa tra cittadini comuni ed élites del potere.

 

Gomorra, si è detto, non è una scoperta dell’autore, molti dei testi si devono ai colleghi di Saviano(raccolti sul sito Nazione Indiana). Lui li ha sintetizzati e ha avuto la fortuna di incontrare la stupida industria culturale che cercando il fenomeno mediatico è stata fregata e ha permesso di mettere in pubblica piazza i nomi di Schiavone e di tutti i casalesi.

Evidentemente questo non toglie nulla al valore del libro, e sopratutto al sacrificio che fa un ragazzo di trent’anni, non vivere la sua età. La lotta alla criminalità è in primo luogo schierarsi, è una guerra di trincea, si sta da una parte o dall’altra, e chi sta con gli altri, che si chiami sistema(sistema, cioè ordine e non degenerazione!) o mafia o ‘ndrangheta.

E adesso? E adesso è sempre la stessa storia, ognuno deve fare la sua: lo Stato batta un colpo, dichiari la sua esistenza, le imprese continuino a denunciare il pizzo e investire in affari puliti, i maestri insegnino il senso dello stato e i genitori educhino al rispetto. Noi faremo la nostra, le rivelazioni di Saviano sono l’urlo di una generazione, è bene che la nostra non dimentichi, quando ci troveremo negli alti posti riservatici da una laurea al SID, da dove veniamo. In questo momento bisogna stare vicini a Roberto Saviano, il suo desiderio di andarsene è offensivo verso un paese europeo, sarebbe vergognoso se questo dovesse accadere: tutti abbiamo visto la faccia di Sandokan, o ci siamo indignati davanti all’intervista a Francesco Schiavone, ma facciamo emigrare l’autore perché non riusciamo a difenderlo, è lo Stato (non solo il Ministero dell’Interno, ma tutti noi nel più profondo senso collettivo) che si arrende.

Franderico Naschesano

Franderico.naschesano@sconfinare.net


“Nel mondo siamo conosciuti anche per qualcosa di negativo…

Quelle che voi chiamate piaghe… Una terribile, e lei sa a cosa mi riferisco: L’Etna, il vulcano, ma è una bellezza naturale… Ma ce ne un’altra grave che nessuno riesce a risolvere, lei mi ha già capito… La Siccità… la terra brucia e sicca, una brutta cosa… Ma è la natura… e non ci possiamo fare niente…

Ma dove possiamo fare e non facciamo, perché in buona sostanza, purtroppo non è la natura ma l’uomo… dov’è? È nella terza di queste piaghe che veramente diffama la Sicilia e in patticolare Palemmo agli occhi del mondo… ehh… lei ha già capito, è inutile che io gli lo dica… mi veggogno a dillo… è il traffico!!! Troppe macchine! è un traffico tentacolare, vorticoso, che ci impedisce di vivere e ci fa nemici famigghia contro famigghia, troppe macchine!”

Così parlava della sua Sicilia lo “zio avvocato”, il personaggio uscito dalla penna di Cerami e Benigni per il film Johnny Stecchino.

Entro in Sicilia nel modo migliore: sorvolandola. La scorgo in tutto il suo splendore mentre l’ Etna comincia a riempire la scena senza sembrare per niente una piaga. Vedo gli stessi orti, frutteti, vigneti solcati dalla lava, che Piovene aveva visto nel suo Viaggio in Italia cinquanta anni fa. Le cose saranno cambiate?

Conosco la Sicilia attraverso il suo traffico, la piaga delle piaghe. Il traffico che ci porta a Catania e che ci accompagna per tutta la città. Anche l’ Etna non ti lascia mai e ti intimidisce. Ti guarda dalla via Etnea, la Broadway del mezzogiorno, con lo sguardo dei Ciclopi che ancora là sotto lavorano alla forgiatura delle saette di Zeus. Catania accoglie il freddo nordico nel suo vortice di colori e voci esagerate a cui presto mi abituo con piacere. Accompagnato dai tre siciliani (ma precisiamolo pure che due di loro, pur essendo immigrati intranazionali, non hanno perso un pizzico di sicilianità!) il mio battesimo avviene con il caffè più entusiasmante di tutta la vita: una crema che è ancora più piacevole non zuccherata.

Seguendo i filari di aranci ci muoviamo verso la costa tirrenica, verso il panorama delle isole Eolie.

Si deve dare una certa ragione al geografo arabo
Idrisi quando scrive che “non esiste terra né paese più bello ed emozionante di Milazzo”. Vi si respirano tutti i popoli che in questa cittadina hanno lasciato traccia: greci, romani, arabi e tedeschi. Il castello, con le sue sette cinte murarie di altrettante epoche, domina sul mare; si vedono le Eolie là a sinistra e Capo Milazzo ci abbraccia a destra, con i suoi profumi di erica, mirto e ginestre. Febbraio non ci concede il piacere di un bagno salato. L’ acqua è ancora troppo fredda e mossa. Allora mi accontento di riempirmi i polmoni con il vento del sud. Il mare, in controluce, prende il colore del peltro.

A Milazzo si può conoscere chi investe la propria vita nella lotta alla piaga che lo “zio” evita di nominare. Riccardo Orioles fa parte del movimento antimafia da sempre. Comincia negli anni settanta, lavorando nelle radio libere e nei giornali locali. Con Giuseppe Fava, ucciso una sera del 1984,  fonda il mensile “I Siciliani”, coraggioso e deciso nei toni, si espone a molti rischi. Malgrado le difficoltà, Riccardo continua nel suo importante lavoro di informazione trasparente: pubblica periodicamente la “Catena di San Libero”, alla quale vi invito ad iscrivervi per supportare il lavoro di un grande giornalista che della controinformazione in rete ha fatto il suo punto di forza, una persona che ha mantenuto lo spessore delle sue scelte e non si è abbassato agli sfavillii dei grandi media nazionali.

Messina è rimasta un vivaio di medici. In prossimità della facoltà di medicina, è tutto un formicaio di camici bianchi. Ho la fortuna di seguire una lezione in questa facoltà, tristemente famosa per aver cominciato il tango dello scandalo dei quiz di ammissione di due anni fa. Vedo i volti dei raccomandati, gli stessi che giravano in tivù, e penso che i messinesi non potranno più brillare nella professione più classica.

Dalla casa in cui passiamo la notte distinguo le luci della costa calabrese e immagino il ponte sullo stretto e i treni che vi sfrecciano sopra e che raggiungono velocemente l’ Italia continentale e provo a farmi spiegare da qualcuno quale sarebbe la differenza tra la Sicilia con il ponte e la Sicilia senza.

Il giorno successivo, il treno è in orario e non ci sono particolari problemi a raggiungere velocemente l’ altra sponda.

La sensazione di essere stato in mezzo a gente che mi pare di aver sempre conosciuto accompagnerà per sempre i ricordi della mia prima esperienza siciliana. Il treno saltella e mi concilia il sonno.

Alessandro Battiston

schlagstein@gmail.com

con Natalie Morales, Matt Keeslar

Tratto dall’omonima serie a fumetti di Xavier Grillo-Marxuach, the Middleman è una serie televisiva che segue le inverosimili avventure di Wendy, una giovane artista bloccata in un lavoro precario che vive in subaffitto illegale con la sua migliore amica Lacey, una vegetariana militante. La sua routine viene interrotta dall’attacco di un orrendo mutante, dopo il quale Wendy si trova ad essere reclutata da una agenzia dedita a combattere il Male. In segreto, infatti, il modo brulica di alieni, vampiri, scienziati pazzi e mostri assortiti, e qualcuno deve occuparsene. Insieme al suo misterioso capo, noto solo con il titolo ereditario di Middleman, e ad una robot-bibliotecaria sorprendentemente acida; Wendy inizia un lungo addestramento sul campo, affrontando le minacce più paradossali: zombie divoratori di trote, gorilla mafiosi, tube maledette, collegiali fantasma, universi paralleli e luchadores assetati di sangue. Sfortunatamente tali avventure continuano solo per 12 puntate, dato che la serie è stata sospesa, ma si tratta comunque di dodici puntate ricolme di pura e sofisticata intelligenza. Gli attori sono abili, i dialoghi frizzanti e talmente pieni di arguzie che spesso mi sono trovato a dover riguardare la stessa scena più volte, avendo perso una battuta mentre ero impegnato a ridere per quella precedente. Malgrado i personaggi siano potenzialmente stereotipati gli autori riescono a rendere ognuno di loro credibile, oltre che godibile. Scaricate illegalmente questa serie, perchè è troppo buona per essere trasmessa in Italia.

Luca Nicolai

Luca.nicolai@sconfinare.net

Monsieur le Président,

per fortuna non sono un parente delle vittime delle Br, né sono venuto a trovarla all’Eliseo per sentire le sue meschine giustificazioni, ma sono un osservatore e il mio disgusto basta a darmi la volontà di prendere il computer e scriverle questa lettera aperta.

Il suo atto di rifiutare l’estradizione della ex brigatista Petrella risulta supponente e senza giustificazioni. Innanzitutto, ancora non mi capacito di come la Francia abbia potuto essere nella storia il rifugio di criminali condannati da Tribunali dello Stato italiano: se ancora oggi si discute dell’estradizione di tali persone, vuol dire che vi è stata una protezione da parte della Francia, ignara per lo più di ciò che è stato il terrorismo rosso. A prescindere da queste valutazioni storiche, mi fermo sui fatti ultimi accaduti.

Lei rifiuta l’estradizione appellandosi al trattato italo-francese sull’estradizione di terroristi, più in particolare all’articolo che prevede il potere presidenziale di impedire l’estradizione per cause legate al rispetto dei diritti umani. Questo mi scaturisce una doppia riflessione.

In primo luogo, il suo atto vela supponenza e superiorità della Francia nei confronti dello Stato italiano. Crede che qui sia il terzo mondo? Crede forse che i diritti umani non siano rispettati ancora oggi in Italia? Forse lei dovrebbe spolverare le sue idee e ricordarsi che l’Italia ha promosso presso le Nazioni Unite la mozione contro la pena di morte. E in fin dei conti, gli stessi ex brigatisti sono trattati con i guanti, visto che il Sig. Sofri ha addirittura trovato lavoro in Biblioteca, nonostante la crisi occupazionale. La clausola del rispetto dei diritti umani è quindi un pretesto o forse un gesto di pretesa superiorità. Quali sono le vere cause allora? Se la Petrella sta davvero male, ci sono fior fiore di primari che possono aiutarla anche in Italia. E se il problema è psicologico, ci son fior fiore di preti in Italia. Il viaggio poi non è così massacrante.

In secondo luogo, lei si crede la giustizia in persona. Pretende col suo atto di dare assoluzione ad una persona che assoluzione non ha mai avuto né da Tribunali né dalle famiglie delle vittime. Lei, straniero, mette in discussione la giustizia italiana del suo operato e questo, in un contesto europeo è gravissimo. Il Rubicone è passato da tempo, l’Unione Europea è nata e si è sviluppata in primis grazie ai nostri due paesi. Potremmo mai arrivare ad un’unione politica efficiente, se tra uno Stato e l’altro continuano le discriminazioni politiche?

Non aggiungo parole per riportare i sentimenti delle vittime. Immagino che queste lo abbiano fatto all’Eliseo meglio di qualsiasi altro. A questo punto però, se la giustizia dei Tribunali non riesce a fare il proprio corso, bisognerà appellarsi ad un altro tipo di giustizia. Se è vero che la Petrella sta male al punto da non poter essere estradata, allora che soffra atrocemente fino alla fine della sua vita, una volta per ogni vittima che ha fatto. Per ogni volta che si è confusa l’ideologia e la violenza. Per ogni volta che un’amnistia tale copre il senso della giustizia.

Vive la République et vive l’Italie!

Edoardo Buonerba

Edoardo.buonerba@sconfinare.net

Dal primo ottobre, con l’inizio dei corsi, il terzo polo universitario di Gorizia ha preso realmente vita: si tratta dello «Šolski dom», la rinnovata struttura di via Croce destinata a ospitare aule e uffici del corso di laurea e di specializzazione in Scienze Ambientali del Politecnico di Nova Gorica, che decide quest’anno di affacciarsi in una realtà universitaria di oltreconfine, con l’installazione di una sede staccata in Italia. Il rettore Danilo Zavrtanik, a cui sono state consegnate le chiavi dell’edificio già a fine maggio, ha precisato che i corsi saranno aperti anche a studenti non sloveni, benché per il momento, tra gli 80 laureandi di via Croce, non vi sia nessun italiano: sono tutti ragazzi fuori sede, provenienti da Nova Gorica, Aidussina o dalla provincia di Lubjana. In vista però di una partecipazione multinazionale ai corsi, alcune delle lezioni, in particolare quelle degli anni della specializzazione, si tengono già in inglese. Per il Politecnico, quella di via Croce è la sede operativa, dove effettivamente hanno luogo le lezioni, mentre in Slovenia, a poche centinaia di metri dal valico della Casa Rossa, continua l’attività di ricerca nei laboratori. Il corso di laurea in Scienze Ambientali prevede quattro anni per ottenere la laurea di primo grado, più gli anni di specializzazione. Sono anni a frequenza obbligatoria, che prevedono un test d’ingresso iniziale e una trentina di ammessi per anno: il piano didattico è organizzato diversamente da quello italiano. Per il momento, comunque, non si profilano all’orizzonte problemi di concorrenza tra le diverse strutture dei poli accademici di Gorizia, dal momento che l’istituto di formazione sloveno opera in campi fino ad ora inesplorati dalle altre sedi universitarie: il progetto del master interuniversitario in Gestione del rischio ambientale infatti, non è ancora decollato.

La tensione attorno al confine tra Nova Gorica e Gorizia comincia dunque a distendersi, sciogliendosi nello scambio intellettuale dei giovani sloveni ed italiani, che si ritrovano a vivere in una realtà universitaria che sempre più unisce e cerca la collaborazione, una realtà di confine che fortunatamente sempre meno divide o cerca competizione.

Arianna Olivero

Sorge su una collina nell’anfiteatro morenico del Tagliamento, nel cuore del Friuli, la cittadina medievale di San Daniele. Un luogo meraviglioso dal punto di vista artistico, culturale e gastronomico; il tutto impreziosito dallo sfondo delle Prealpi e Alpi carniche che avvolge la località. Dalla spianata del colle è infatti possibile godere della particolare posizione geografica di San Daniele, a metà strada tra il mare e le montagne, per ammirare, oltre al paesaggio montuoso, anche la spianata della pianura friulana, costellata di piccoli appezzamenti agricoli, prati e boschetti.

A occidente del colle scorre il fiume Tagliamento, col suo letto ghiaioso attraversato da esigui rivoli d’acqua che nettamente contrasta con il verde del panorama. Al Tagliamento, così come ad un altro fiume, il Corno, è intimamente legata la storia di San Daniele, anche se l’elemento che più caratterizza la storia della città medievale è la posizione geografica. Fin dall’antichità San Daniele è stato punto di passaggio per moltissime popolazioni: Liguri, Etruschi, Celti, Romani, Bizantini, Longobardi, Franchi e Avari, solo per citarne alcuni. Ciascuno di essi ha lasciato traccia, più o meno profonda, sulla città e sul territorio. Il motivo di tali passaggi è stato principalmente di tipo commerciale; la posizione di San Daniele, che come si è detto è situato tra mare e montagne, ne faceva il luogo adatto per l’incontro e lo scambio dei prodotti provenienti dalla costa e di quelli provenienti dai monti. Si spiega così la frequenza delle fiere che si tenevano regolarmente a San Daniele sia in epoca medievale che in Età moderna, e di cui si continua la tradizione grazie a manifestazioni che riempiono periodicamente di stands e visitatori le viuzze del centro storico della cittadina. Tra questa si ricorda “Aria di festa”, che si svolge ogni estate da ventidue anni.

San Daniele presenta molte opere artistiche che meritano una visita, come il Duomo, il palazzo del municipio, le chiese di San Daniele e Sant’Antonio Abate, senza dimenticare la Biblioteca Guarneriana, tra le più vecchie d’Italia e tuttora una delle più prestigiose.

L’elemento che ha fatto la fortuna di San Daniele è dunque la sua posizione geografica, determinante per creare quel particolare microclima che, assieme alla fedeltà alle tradizionali tecniche di lavorazione, è alla base del successo del celebre prosciutto di San Daniele. L’attività produttiva più famosa, ben inserita nel tessuto produttivo che pure è tipicamente artigianale (si ricordano anche le produzioni di prodotti artigianali tipici e gioielleria) e anch’esso strettamente legato al territorio.

Una mentalità “artigianale” la mantiene tuttora la produzione del prosciutto, nonostante i prosciuttifici abbiano ormai intrapreso la via industriale, in virtù del suo stretto legame con il territorio d’origine. Il prosciutto venne lavorato per la prima volta dai Celti, che abitarono San Daniele sin dal 400 a.C. circa. Essi erano infatti soliti conservare le cosce di suino utilizzando erbe, aceto e affumicandole. La miscelatura dell’aria fredda dal Nord con quella calda dall’Adriatico, costituendo una sorta di “climatizzazione naturale”, è l’elemento che da sempre rappresenta il miglior ingrediente del prosciutto di San Daniele.

Il fascino del paesaggio collinare, la suggestione dell’architettura medievale e, non ultimo, la possibilità di assaggiare il celebre prosciutto nel luogo migliore possibile rendono San Daniele una meta certamente attraente per un piacevole week end.

Andrea Bonetti, Massimo Pieretti, Rodolfo Toè

E’evidente che l’Italia e la Russia sono due paesi difficilmente comparabili. E non solo perché il nostro primo ministro è un cattolico bacchettone, mentre il loro presidente si lascia andare ad apprezzamenti su stupratori e simili. Una delle tante differenze, forse più pregnanti, sta nello sviluppo della coscienza politica di quella che, con una formuletta magica, quasi onnicomprensiva, viene chiamata “società civile”. Per numerose ragioni, in primo luogo di tipo storico, questa benedetta società civile, in Russia, non ha mai trovato un terreno fertile. E nemmeno dalle ceneri del regime sembra che sia sorto l’humus necessario. Del resto, è storia di questo inverno, Putin ha fatto approvare una legge per cui una ong può essere chiusa d’arbitrio se si dimostra irrispettosa verso il potere.

Membro attivo di un’ong è Sasha Philippova: trent’anni, sposata con una figlia di nove, lavora come impiegata presso un’azienda privata e vive a Cheboksary, in Chuvasha. Ho avuto la fortuna di conoscerla quest’inverno, partecipando ad un campo da lei organizzato nella sua città. Le ho chiesto cosa pensava del suo paese, dopo l’omicidio della Politkovskaya.

La sua e-mail è più disillusa di un industriale di fronte al governo. Inizia affermando che in Russia non c’è alcuna democrazia. Per sottolineare, nemmeno mezza riga dopo, la sua lontananza dalla politica. Dice:”So solo che la politica non è mai buona. E che i politici usano il proprio potere a fini personali. La scorsa settimana c’erano le elezioni in Chuvashia. Non sono nemmeno andata a votare, perché non ci credo. Davvero, qua è meglio starne fuori”. Successivamente, afferma:”Per me è difficile scrivere qualcosa di negativo riguardo alla Russia: è come una madre che, per quanto cattiva, continui ad amare”. La soluzione che Sasha ha trovato è un impegno diretto, slegato da qualsiasi tipo di pensiero politico strutturato, tramite la sua associazione. Organizza infatti dei campi di volontariato, volti a far socializzare gli studenti russi con dei ragazzi stranieri. E riesce a creare un clima di rispetto reciproco e di vicinanza fra le diverse culture davvero singolare. A me pare evidente che, dietro la stessa natura del campo, si possa rintracciare un’attitudine ben definita, in tempi di chiusura e sospetto come questi. Per lo meno, un embrione di attivismo politico. Il problema è che, quando si cerca di spostare questo impegno dal piano puramente idealistico a quello politico, portandolo sulla realtà russa, ci si scontra contro un muro. Doppiamente difficile da scavalcare, perché alla disillusione si unisce l’influenza del controllo mediatico. Ricordo ancora delle discussioni sulla Cecenia con una ragazza da poco laureata. Niente da fare, continuava a ripetere che l’intervento russo è giustificato, perché bisogna pur difendersi dai ceceni che ammazzano i bambini. Sembrava la parodia di Berlusca che rispolvera i bambini bolliti dai comunisti. Solo che lei era sincera. E da una marea di stronzate del genere nasce il supporto alla guerra, che così tante limitazioni della libertà ha giustificato. Abbiamo avuto molte altre discussioni del genere: noi stranieri non ci spiegavamo come i russi non volessero reagire alla decisione di Putin di nominare direttamente il governatore della Chuvasha, con la solita scusa di dover rafforzare il potere centrale, per questioni di sicurezza. Niente, o la buttavano sul ridere, o allargavano le braccia. Giusto per rendere l’idea della situazione, appena rientrato in Italia, ho letto che un imprenditore di Cheboksary è stato arrestato per impedirgli di presentarsi contro al governatore in carica. Guarda caso, è stato rilasciato non appena sono scaduti i termini per la candidatura.

Ecco, quello che mi ha maggiormente colpito è che una disillusione così forte non viene da un vecchio nato e cresciuto sotto il regime sovietico; ma da una persona abbastanza giovane da aver sfiorato l’URSS e sufficientemente vecchia per essere già disgustata della nuova Russia.

Andrea Luchetta

Cari amici fashion, finalmente ci ritroviamo dopo la lunga pausa estiva, in cui spero abbiate approfittato dei preziosi consigli fornitivi dal vostro umile ambasciatore del mondo della moda preferito . E affinché non vi sentiate persi nel decidere cosa acquistare per il vostro nuovo guardaroba invernale, mi sono dovuto addirittura recare a qualche sfilata e a qualche after-party di queste ultime… E il risultato è che, per questa stagione autunno-inverno la moda è abbastanza anarchica, varia e aperta alle differenti interpretazioni, nonostante rimangano alcuni dettami. I tagli proposti dagli stilisti, soprattutto per quanto riguarda la moda femminile, sono molto vari per quanto riguarda le gonne: si passa da quelle con orli regolari e geometrici, a quelle più sregolate e dalle lunghezze variabili; insomma, corto, lungo, largo, stretto…tutto va bene! Un must saranno i leggins (specialmente neri per il loro effetto smagrente) da abbinare con vestiti in jersey dalle fantasie più disparate o semplicemente con gonne piuttosto corte. Il colore predominante per uomini e donne indistintamente sarà l’imperituro ed elegante nero che, tra le tante qualità, ha anche quella di essere un’ottima base per qualsiasi abbinamento (a parte con il blu-scuro e attenzione con i marroni). Le passerelle presentano anche molto marrone e delle reminescenze estive delle tinte sabbia, ma colori come il viola, da abbinare –appunto- col nero, danno un tocco caratterizzante al vostro outfit 2006/2007. Molta attenzione è stata posta sui tessuti pregiati e ricompaiono come protagonisti il velluto, presente anche negli accessori (incantevoli quelli proposti da Louis Vuitton), e il cachemire presentato in caldi, ampi e avvolgenti maglioni portati quasi come capi-spalla. A proposito di accessori, le borse devono essere grandi e capienti! Alcune riviste hanno parlato inoltre di “esplosione metallica” perché dappertutto si vedono accessori, ma anche capi, color argento od oro…evidentemente un alto must per questo –almeno apparentemente- lussuoso inverno. Per l’uomo tuttavia si può arrivare ad osare con un tocco di bronzo sugli accessori, che sui maschietti risulta più gradevole e decisamente meno “truzzo anni ottanta”. Per lui e per lei tornano le giacche e i cappotti stile impero o divise militari (ma assolutamente non mimetiche!!!), con bottoni dorati, cinture, medaglie (?!?) e chi più ne ha, più ne metta! Assolutamente imprescindibili saranno i guanti, dai colori sgargianti, con particolari preziosi…insomma, da farsi notare!!!

Bene, ora avete tutti gli strumenti (sfortunatamente non abbiamo i fondi per fornirvi anche i mezzi!) per lanciarvi nello shopping più sfrenato, che ricordo essere una delle attività maggiormente antidepressive e creative, soprattutto per questa democratica stagione che lascia molto spazio (mi raccomando, non troppo!) all’estro e al gusto personale! BUON SHOPPING!

Mattia Mazza

In questa rubrica finora avete letto ciò che si vive durante un anno di Erasmus, io vorrei parlare di ciò che avviene dopo, ovvero il ritorno. Dopo alcuni mesi vissuti lontano dall’Italia, ci si inizia a calare realmente nella vita del paese dove si è ospiti, specie se avete la fortuna di essere a Madrid, come nel mio caso. Il calore delle persone vi ha contagiato, riuscite a cogliere i diversi aspetti della vita quotidiana, i vostri occhi sono abituati ai mille colori di una città vivissima, giovane, aperta al mondo. Il momento in cui si prende davvero coscienza di sentirsi cittadini di una nuova città è speciale, io ho avuto la fortuna di poterlo assaporare. E’ per questo che, dopo dieci mesi, il momento di rientrare in Italia arriva quasi improvviso, non voluto; per me è stato un momento surreale, non mi sembrava di tornare a casa, semmai il contrario. E’ difficile operare una cesura così netta nella propria vita, specie se il proprio futuro lo si vede nella nuova città. Il ritorno è un viaggio dentro sé stessi; nel tragitto verso l’aeroporto fino all’atterraggio in Italia si ripercorre la propria vita. Si rivivono gli attimi più intensi di questa esperienza e si pensa a ciò che c’era prima di essa. Lo stare lontani, in una realtà totalmente avulsa da quella in cui si è cresciuti e si ha vissuto, spalanca gli occhi. Non si può non rivedere i propri rapporti, non si può semplicemente calarsi nuovamente nelle vecchie abitudini. Tornare a Trieste d’estate può essere anche piacevole; nei giorni seguenti il rientro si rivedono vecchi amici, si riallacciano relazioni, ma si vive quasi come dei turisti. L’estate è periodo di vacanza, di viaggi e passa rapidamente. Ma arriva il momento in cui bisogna tornare alla realtà goriziana. Per me è stato ed è tuttora un trauma, il clima che si respira è differente. Non è solo il fatto di non essere più in Erasmus, è tutto l’ambiente che vi circonda che differisce. Incontrando gli studenti per i corridoi della nostra università le facce sono tese, incontrare tre volti sorridenti consecutivamente è appare un’ impresa. C’è chi conosce già tutti gli orari delle lezioni, dei ricevimenti dei professori; c’è chi sta pensando alla tesi; e c’è chi invece ancora si chiede che ci fa qui dopo due anni. Io sto ancora vivendo Gorizia da osservatore esterno, ed è una sensazione strana. All’ infuori dell’università c’è poco o niente; chi può nel fine settimana torna a casa. Ma perché torniamo a casa, e non restiamo con le persone con le quali trascorriamo buona parte del nostro tempo? La casa non è forse il luogo dove ci sentiamo a nostro agio, liberi, con le persone care attorno a noi? Perché non ci sentiamo a casa a Gorizia? Il grigiore che si respira nella città oltrepassa le pareti della nostra facoltà; i rapporti sono freddi, quasi di lavoro. Una facoltà come la nostra dovrebbe rendere più aperte le persone, renderle più permeabili a ciò che le circonda; ma mi pare che non sia così. Siamo tutti presi dai corsi, dalla frequenza, dagli esami, dalla tesi, che non facciamo caso a ciò che accade al nostro lato. Sembra un discorso surreale, ma tornando da un Erasmus è impossibile non notare l’assenza di colore nella nostra università e nella nostra città. Il colore fa riferimento ai sensi, trascende i semplici dati, le semplici nozioni, i rapporti di facciata. Il grigio che ci attornia non permette di assaporare la vita; che secondo me non è fatta solo di una laurea ottenuta a giugno, di un’ambasciata nel nostro futuro. E’ fatta di sensazioni, d’emozioni, di un vissuto che ci arricchisce giorno per giorno, qualcosa che traiamo da chi ci sta di fronte. E’ per questo che sarebbe un bene poterci muovere tutti, per allargare i nostri orizzonti, per capire che non è tutto in via d’Alviano, per tornare con una veduta differente, con un sorriso. L’ Erasmus è un’esperienza che va vissuta, assaporata; non è semplicemente un susseguirsi di feste, per me è un cogliere degli aspetti della vita, che ci permettono di cambiare, di aprirci, di farci essere delle persone migliori. Ma credo anche che dobbiamo riuscire a far entrare il colore tra noi, all’interno delle mura universitarie e al di fuori di esse, per sentirci più a casa, per vivere meglio. Tutti.

Francesco La Pia

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità, ma fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un ragazzo americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto della moderna cultura degli psicofarmaci, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo sul lavoro. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un due impiegati durante un invasione di zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms, Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro.

Luca Nicolai

 

 

 

 

 

 

Da un po’ d’anni a questa parte le radio trasmettono sempre la stessa musica. È una cosa chiamata playlist, un espediente delle compagnie musicali per pubblicizzare i loro protetti. Sfortunatamente le grandi compagnie puntano a massimizzare le vendite, e a questo scopo operano una selezione di musiche e testi, scegliendo quelli che possano piacere ad un pubblico vasto. Questo porta inevitabilmente ad una desolante banalità.. Fortunatamente il mondo informatizzato in cui viviamo ci fornisce un buon numero di alternative all’ottusità dell’industria discografica mainstream. Jonathan Coulton è la mia ultima scoperta, un cantautore americano dalla voce dolce e dalla mente bizzarra, esponente di punta della cosiddetta geek music, musica per sfigati. Nelle sue canzoni la ballata melodica e il soft-rock accompagnano testi surreali ed esilaranti: in I Crush Everything si dà voce ad un calamaro gigante solo e depresso, mentre Mandelbrot Set è l’elogio dell’inventore della teoria dei frattali. De-evolving affronta il dramma di un uomo che assiste impotente alla propria trasformazione in scimmia, e The Future Soon ci immerge nei sogni di un ragazzino alienato che aspira a costruire un esercito di robot guerrieri. Coulton ha anche un lato più apertamente sarcastico, e con I Feel Fantastic disegna un impietoso ritratto d’uomo moderno imbottito di farmaci e sempre di corsa, mentre I’m a Mason Now prende come bersaglio l’arrivismo generale. Ma il suo capolavoro è probabilmente Skullcrusher Mountain, la strana e goffa serenata di un genio malvagio da film di serie B. “Ho fatto per te questo mostro mezzo scimmia e mezzo pony” canta il villain innamorato, “ma ho la sensazione che non ti piaccia. Perché gridi tanto? Ti piacciono i pony, ti piacciono le scimmie, forse non ti piacciono i mostri? Oppure ho usato troppe scimmie? Non ti basta sapere che ho rovinato un pony per farti un regalo?” Straordinarie sono anche Ikea (probabilmente la prima canzone dedicata alla catena di mobilifici svedese e al rapporto di odio-amore che ci lega ad essa) e Re: your brains, un surreale dialogo tra un impiegato e il suo collega trasformato in zombie.

Finora Jonathan Coulton ha inciso tre dischi (Our Bodies, Ourselves, Our Cybernetic Arms,
Smoking Monkey e il meraviglioso Where Tradition Meets Tomorrow), ma temo che sia piuttosto difficile trovarli nei negozi. Fortunatamente è possibile ascoltarli gratuitamente su www.jonathancoulton.com. Gratuitamente perché il Nostro crede fermamente nel “dare via roba come strumento di autopromozione”. Chiunque dovesse apprezzare le sue canzoni potrà poi scaricarle permanentemente al prezzo simbolico di un dollaro. Ne vale ogni centesimo.

 

 

 

 

 

 

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