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Malpagati e contenti

«Sorvegliante, sorvegliante, portinaio, attacchino, sorvegliante, spazzino, spazzino…». Ogni mattina, sulla scalinata del palazzo del Comune, un impiegato magrolino distribuisce alla fila di disoccupati le cedole con le offerte di lavoro. Accadeva nella Roma anni ‘50 di “Ladri di biciclette”, ma una scena simile me la sono immaginata spesso girando per le strade di Mosca.

La Russia è una grande agenzia di collocamento. La filosofia sovietica in materia di occupazione, “un poco a ciascuno”, sembra tutt’altro che tramontata. Ognuno riceve di che vivere in cambio di un lavoretto semplice e ripetitivo.

Davanti all’ingresso dell’MGIMO, i figli d’oligarca fumano sorridenti; tra le gambe e i tacchi a spillo delle ragazze zigzaga impacciato ma preciso un piccolo spazzino a raccogliere le cicche ancora fumanti. Poco più in là, nel parcheggio, un ometto tagiko dipinge di bianco chilometri di cordoli dei marciapiedi con un pennellino.  A ogni ingresso (centrale, studentato, sport-center, parcheggi) uno o due portinai passano la giornata in attesa di un “buongiorno”.

Appena la neve si è sciolta, squadre di giardinieri hanno piantato migliaia di tulipani lungo i viali della città. Un esercito – di trattorini, motozappe, innaffiatoi e, soprattutto, uomini – aiuta la primavera a sbocciare.

Le stazioni della metro sono percorse in lungo e in largo da spazzini che, piegati su una scopetta di 80 centimetri e senza manico, raccolgono le cartacce. Alla fine di ogni scala mobile lunga, una signora osserva attraverso uno schermo i gradini scorrere, ondeggiare, rabbuiarsi e si appisola in uno sbadiglio.

Tutti hanno un’occupazione, ognuno è incasellato in un sistema sperimentato di ordine apparente. Mosca è pulita, rinnovata dopo il lungo letargo invernale, quanto mai sorvegliata. Ma che prezzo ha la noia?
Umori ecologici

L’ambiente plasma chi lo abita. Come sono i russi?

«Vi piace? Questo è il quartiere ecologico di Mosca», ci ha spiegato un’amica russa. Abbiamo fatto fatica a credere alle nostre orecchie, coi polmoni intasati dalle marmitte sovietiche delle Lada incolonnate nel traffico; lo scioglimento della neve ha lasciato fango nero nei giardini. All’improvviso, però i tronchi argentati delle betulle hanno smesso di mimetizzarsi nel grigiore dei palazzoni: in tre giorni il verde ha inondato la zona. Dopo il lungo letargo invernale, sboccia inaspettata una primaverestate breve e iperattiva. Così sono i russi: compiono grandi imprese in poco tempo; guerre, rivoluzioni, opere pubbliche, coppa del mondo di hockey sul ghiaccio. Dirompenti, ma solo all’ultimo momento.

La temperatura delle case russe durante l’inverno e quella dell’acqua che scorre dai rubinetti, le decide il Cremlino. Pochi russi capivano il nostro stupore di fronte ai grossi termosifoni in ghisa senza valvola di regolazione, saldati direttamente all’impianto. Un unico mitico rubinetto di quartiere accende la caldaia in autunno e la spegne definitivamente in primavera dopo una settimana di minima notturna di 8°C.

Con gli sprechi prodotti da questo sistema centralizzato, la Russia potrebbe soddisfare il fabbisogno di gas della Germania per un anno intero; ma nessuno pare preoccuparsene, anche in tempi in cui gli storici giacimenti sovietici stanno esaurendosi. I russi cercano stabilità e amano sentire la mano forte dello Stato che li protegge.

Francesco Marchesano

Per capire l’immigrazione a Gorizia anche da un punto di vista quantitativo, abbiamo chiesto alla Prefettura i dati riguardanti le richieste dello “Status di rifugiato” avanzate ed esaminate dalla Commissione Territoriale negli ultimi 15 mesi.

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Colloquio coi prof. La Mantia e Neglie sul progetto di ricerca che partirà a marzo

«Sarà un convegnacolo: un evento, cioè, a metà tra convegno e spettacolo»: così i professori Neglie e La Mantia ci hanno illustrato il punto di approdo del loro singolare progetto.

Il tema è molto vasto: il dissenso e la manifestazione del dissenso, in ogni ambito. Il ruolo centrale spetterà agli studenti, ai loro interessi e alla loro fantasia. Ogni gruppo di ricerca creerà il suo “percorso didattico”, un lavoro di studio e ricerca concentrato su un ambito preciso della questione. L’evento conclusivo, poi, raccoglierà tutti gli spunti per creare un puzzle complessivo della nostra idea di “dissenso”.

La prima fase del progetto prevede, dunque, il lavoro di ricerca. Gli studenti interessati potranno riunirsi in gruppi e, a seconda dell’ambito che desiderano approfondire, scegliersi un professore di riferimento. L’approccio sarà multidisciplinare: potenzialmente tutti i professori potranno dare il loro contributo, anche attraverso piccoli seminari durante i loro corsi del secondo semestre.

Sono gli stessi prof. Neglie e La Mantia a proporre alcuni spunti. Si potrà spaziare dal “dissenso contro i totalitarismi”, come quello di Solidarnosc in Polonia e dei cattolici in Unione sovietica, a quello studentesco; dal dissenso armato di terrorismo e anni di piombo a quello utopico delle comuni maoiste e dei parchi Hobbit; dal rapporto “dissenziente” fra le chiese cattolica e ortodossa, alla Teologia della liberazione; dalla forza di andare controcorrente dell’antipsichiatria di Basaglia al tema delle “Piccole patrie”, le identità regionali che cercano protezione dall’invadenza  burocratica/tecnico/finanziaria dell’Unione Europea. Le ricerche avranno un taglio “multimediale”: cinema, letteratura, teatro e musica entreranno a pieno titolo nei lavori. Per questo si vorrebbero coinvolgere la Cineteca del Friuli oltrechè, magari, l’Università di Udine e Dams Cinema.

Ogni gruppo di studio produrrà infine un paper che verrà esposto durante l’incontro/conferenza finale. Inoltre probabilmente i lavori verranno pubblicati su un blog dedicato, in cui verrebbero anche esposte tutte le informazioni e le scadenze riguardanti il convegno e il lavoro dei gruppi di studio. Sempre a questo scopo saranno sfruttate le mailing list delle associazioni che decideranno di collaborare.

Il “convegnacolo” conclusivo (che si terrà tra la fine di aprile e l’inizio di marzo) sarà una manifestazione multimediale: un’unione di testimonianze dal cinema, dalla musica, dalla letteratura che spera di riuscire a coinvolgere anche i cittadini di Gorizia. Il modello di partenza è il convegno sul Sessantotto, svoltosi l’anno scorso sempre a Gorizia, solo con una struttura più organizzata e appunto una maggiore partecipazione degli studenti. Per curare l’aspetto iconografico della giornata il prof. Neglie è già alla ricerca di una “task force musica&immagini”.

Anche se non è ancora certo, probabilmente si riuscirà a ottenere l’attribuzione dei crediti liberi/F per il lavoro svolto nei gruppi di studio: più che un metodo per attirare più studenti, questo vuole essere un riconoscimento ufficiale della serietà del lavoro svolto.

Un altro aspetto innovativo di questo progetto è la partecipazione di studenti stranieri, russi e polacchi, provenienti delle università con cui è a contatto Gorizia: svolgeranno nelle loro università l’attività di studio e ricerca, per poi “confluire” qui per l’incontro finale. In particolare, gli studenti russi potranno forse condividere la loro ricerca con gli italiani, approfittando dello scambio che li porterà in Italia in marzo.

Il professor Neglie presenterà il progetto il prossimo 5 marzo durante l’apertura del suo corso di Storia Contemporanea. Ovviamente chi fosse interessato può fin da ora contattare i docenti: oltre agli spunti già forniti saranno la fantasia e la voglia di impegnarsi degli studenti a trasformare quest’evento in un’occasione di crescita e rinnovamento della nostro corso e della città di Gorizia.
Federico Faleschini

Francesco Marchesano

federico.faleschini@sconfinare.net

francesco.marchesano@sconfinare.net

Il viaggio continua. Capodanno nella Matera dei sassi e dei saldi

Arrivo che è già buio a Matera, dal turbinio di strade che gira attorno al blocco intagliato dei sassi. La macchina scorre veloce tra le rotonde e le isole spartitraffico, serpeggia fra i palazzoni residenziali, sale e scende, la periferia vista dal finestrino è a metà tra l’autodromo e le montagne russe. Sono ospite della famiglia Bruno. Tutto intorno i balconi sono accesi di luci abbondanti e disordinate, hanno passato Natale e stanno aspettando il 2009.

Scendendo verso il centro ci s’incaglia nei sassi. Non li avevo mai visti né immaginati, li conoscevo solo come sfondo di film che raccontano altre storie. Sono le case sovrapposte scavate nel tufo dove i materani hanno vissuto fino agli anni Cinquanta prima dello sfollamento forzato. Stanzette contorte che ospitavano famiglie intere con asino o maiale, arroccate su una parete del burrone creato nei secoli dal torrente Gravina. Poi ruspe e palazzinari hanno costruito una seconda città tutto intorno, cementificata ma ariosa, in simbiosi con la prima. I sassi regalano poesia al traffico che scorre vivace in periferia.

Al Keiv bevo il primo amaro lucano. È un posto sciccoso, ricavato in un sasso, tra giochi di luci e specchi colorati. Un inizio da turista. Un po’ più su, verso la piazza che raccorda la Matera dei nonni a quella dei nipoti, sta Il Camera. È la pancia notturna che si ingoia i materani, un dedalo di cunicoli affollato di formichine opulente che trasportano il loro bicchiere di birra alla ricerca di un tavolino libero. I giovani sono tornati dall’esodo che svuota il Meridione per farsi il Natale in famiglia. «Auguri!» e bacini sulle guance si mescolano ai «Bentornato, quando torni su?».

«Non c’è lavoro. Che dobbiamo fare? Tutti a passeggio!». Sembra rassegnazione simpatica, ma a parlare è gente che fra qualche giorno si farà 13 ore d’auto per tornare a lavorare a Milano e che prima di “scendere” si è fatta un colloquio di lavoro a Torino. O che comunque sta per ricominciare a godersi la vita di studente, ma a 500-800-1000 chilometri da casa, a Roma, Bologna o Gorizia.

Capodanno ruota attorno al pranzo. La giornata è ormai irrimediabilmente scivolata in avanti di cinque sei ore; dopo la Notte dell’anno passata a ballare, la colazione presa in un bar fuorimano e qualche ora di sonno profondo, non riusciamo a sederci a tavola prima delle 14. Siamo a mangiare dalla zia.

Le portate principali arrivano accompagnate da risa e marcia trionfale (Aida), lo zio chiacchierone copre il ticchettare delle forchette con i suoi racconti, una televisione accesa e silenziosa movimenta la scena. Siamo in tanti, fratelli, zii e amici di famiglia che alla fine del pranzo sento quasi come miei cugini lontani. Pasta al forno, agnello arrostito, pizza rustica, pettole (quell’acqua-farina-sale fritti che a Ferrara chiamano pinzìn e che ogni regione mangia convinta che siano specialità locale), dolce alla ricotta. La maratona si chiude alle 18 col caffè. È il tempo delle carte: scopa e piattino, ho vinto anche qualche “spiccio”. È il casinò più bello.

Le notti si spingono fino a mattina alla ludoteca vicino alla villa. La gestisce un vecchio grasso e taciturno, si vede che fa il possibile per tenerla al passo coi tempi, sembra non faccia fatica ad aspettare l’alba per vedere vuoto il suo locale. Io mi drogo di biliardo e, nel soppalco ormai diventato una galleria del fumo, imparo a giocare a burraco.

Siamo all’ultimo giorno. Non so come ma l’inizio dei saldi ci fa arrivare al centro commerciale. Al “senso unico” sembra si sia trasferito un suq arabo: la folla si spintona tra gli scaffali, maglioni giacche e camice sono quasi all’aria, la musica è assordante. Tornati in città mi accorgo che è piena di quegli orribili babbi natale appesi/impiccati ai balconi. Delirio per gli sconti e buongusto natalizio fanno dell’Italia2009 un paese unito.

Ho passato bei giorni in questo Sud che parla sempre al passato remoto. «Matera affonda le sue radici nella notte dei tempi», le piace raccontarsi; vi ospiterà volentieri, fateci un giro. Conosco un buon indirizzo.

Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

Tbilisi inciampa sugli gli oleo-gasdotti stesi dall’Occidente

Scavando dietro la versione semplificata che ci hanno servito i media occidentali durante la crisi georgiana di quest’estate, si scoprono molte ottime ragioni per solidarizzare con la Russia. Dal progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca, alle rivoluzioni colorate georgiana e ucraina; dallo spettacolare riarmo della Georgia (che in aprile aveva incrementato del 28% il suo bilancio militare), al programma di adesione delle due repubbliche alla Nato: queste dimostrazioni di forza (?) orchestrate dagli Usa si sono trasformate in altrettanti buoni pretesti per l’offensiva russa di quest’estate. È innegabile comunque che, togliendosi questi sassolini dalle scarpe, la Russia abbia in realtà agito in difesa di interessi ben più forti.
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Il passaggio dall’ingresso alla platea, dopo la lunga attesa sotto la tettoia sgocciolante del teatro Verdi, è stato un viaggio ultrarapido dalla piovosa Pordenone al Sudafrica postcoloniale; un viaggio guidato da parole e gesti di una signora ottantaquattrenne, africana di madre inglese e padre lettone, che ha vissuto e raccontato il suo Paese con l’occhio della scrittrice, attenta agli «aneddoti non inclusi nel libro di storia da imparare a memoria».

Nadine Gordimer esce dalle quinte del Dedica Festival e si avvia a piccoli passi verso il leggio, inizia a sfogliare le prime pagine del suo nuovo libro, Beethoven era per un sedicesimo nero, legge in inglese il primo racconto. È la storia di  un professore di Biologia che, dal Sudafrica di oggi, cerca di ripercorrere la storia della sua famiglia a partire dal suo cognome (bianco) ereditato dal bisnonno partito molti anni prima dall’Inghilterra; quel suo avo – ritratto nella sua gioventù virile in una vecchia fotografia – gli aveva trasmesso una goccia di sangue nero, unendosi, lontano dalla moglie e dalla patria, con una serva della miniera. È forse per questo che il prof, da ragazzo, disegnava e affiggeva per le strade manifesti contro i signori del regime dell’apartheid; per questo, oggi, non è guardato con troppa diffidenza dai suoi connazionali con  la pelle scura: «Una volta c’erano neri, che, poveracci, volevano rivendicare il loro essere bianchi. Adesso c’è un bianco che, poveraccio, vuole rivendicare il suo essere nero. Il segreto è sempre lo stesso.»

In platea il pubblico (tanti sono gli africani) è in delirio quando una figura, alzatasi dalla prima fila in penombra, sale sul palco e si riempie di luce: Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, «non ha resistito» a venire a salutare una vecchia amica. «Un bravo cittadino del mondo è chi riesce ad esserlo a partire dal suo villaggio. Nadine ha servito il suo Paese con le parole, che possono influenzare gli amici o i politici. Da segretario ho tenuto presente quanto mi ha insegnato questa signora, ho cercato di farmi tramite di parole di speranza perché arrivassero anche in Paesi dove si può morire per aver scritto una pagina di giornale». Annan racconta dei suoi incontri con la scrittrice, i due si sono spesso incrociati in giro per il mondo cogliendo l’occasione per scambiare qualche considerazione sulla loro Africa.

La stessa Gordimer racconta delle loro preoccupazioni e speranze per Kenia e Zimbabwe; risponde paziente alle domande un po’cattedratiche di una docente universitaria, spiega come nascono i suoi racconti e parla di Sudafrica. Il suo Paese è uscito nel 1991 da quarantatré anni di apartheid; ha rischiato la guerra civile, ma nel 1994 ha festeggiato, con le prime elezioni a suffragio universale, la vittoria del African National Congress di Nelson Mandela. «La gente è scesa per le strade, si brindava, l’euforia era incontenibile: ma è arrivato il giorno dopo, quello dell’impegno per costruire il futuro. Oggi stiamo vivendo quel “giorno dopo”.»

Due imprevisti rendono tuttora difficile la vita al popolo sudafricano: la piaga dell’AIDS e le forti ondate  di immigrazione; tre milioni di persone sono già fuggite verso Sud da Zimbabwe, Somalia, Kenia, provocando sempre più risentimento nella popolazione.

«Siamo liberi solo da mezza generazione, l’Occidente sappia pazientare, ci dia un’occasione: stiamo facendo molti passi avanti e io sono una “realista ottimista”, come mi ha insegnato Mandela.»

La sala tace e sospira quando Kofi e Nadine, due artigiani della parola, si stringono un forte abbraccio.

Conservo il ricordo di una vecchina piena di energie che non smetterà di combattere con la sua penna, la stessa penna che quella sera ha graffiato paziente decine di autografi per i fans di Pordenone.

Francesco Marchesano

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