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Benvenuti nella Marca, felice contrada ove solitamente alle comunali competono due liste: una leghista ed una civica (composta da fuorusciti della Lega). E’ il nostro concetto di alternanza.

Domenica ho votato pure io. Incredibile. Non starò qui a dirvi cosa o chi (tanto siete tutti gente sveglia), fatto sta che in tutto il mio comune solo altre trenta persone hanno espresso la mia stessa preferenza (dati del Ministero dell’Interno).

Non ho votato per così tanto tempo che, entrato nelle urne, non mi ricordavo come si facesse. Sono dovuto ritornar fuori e chiedere agli scrutinatori i requisiti formali d’un voto valido. Non me ne vergogno perché non credo nella “sacralità del voto”. La democrazia ed il voto per cui si prende in mano un fucile e ci si batte sulle barricate sono puri Ideali (e, tra parentesi, non è il sangue versato che rende più giusta un’ideologia, anche se a quanto pare si tende a dimenticarlo); si muore sempre per qualche Eldorado ma la realtà è molto più deprimente e nel suo nome non condannerò mai un astensionista. Se nessuno dei candidati rispecchia le nostre idee, l’atteggiamento più giusto è starsene a casa. E’, al contrario, proprio la logica del “male minore” che affossa la “democrazia”. E’ un atteggiamento, questo, degno del peggior qualunquismo. Oltre al fatto, poi, che accettare il “sacro diritto” del voto implica, inevitabilmente, che si ha il “sacro dovere” di obbedire al proprio governo: le due cose vanno di pari passo perché non si può incensare la democrazia con la mano destra e picchiarla con la sinistra quando ci disobbedisce (e purtroppo accade spesso).

Mi sono recato alle urne con coscienza pulita. Con orgoglio. Di più, con rabbia. Perché per la prima volta in vita mia il mio voto aveva un chiaro significato d’inappartenenza, e chi mi conosce bene sa quanto sangue io debba sputare insieme a questa frase: perché recentemente ho scoperto che il Veneto mi fa schifo. Non volevo votare, ma poi ho pensato che per me era una questione di personalissima dignità. Non l’ho fatto per l’Italia né per chissà quale programma. L’ho fatto solo per me. Per dirmi che io, con questo Veneto bottegaio, non voglio averci nulla a che spartire.

I Veneti (soprattutto i ventenni veneti). Piccole persone intrise di mediocrità bovara e di crassa ignoranza contrabbandata con il facile alibi di sapienza contadina, come se davvero il primo figlio di papà che arriva col Cheyenne fosse capace di distinguere l’uva bianca dall’uva nera (valla a coltivare, la terra, se proprio hai voglia di tornare alla natura, ed imparalo, il dialetto che vuoi difendere). Una terra che nel giro di due generazioni è passata dalla miseria all’opulenza senza mai riuscire a possedere nulla di quello che si trovava in mano; una terra che ha nostalgia – magari – di una Serenissima che a noi ci trattava come servi della gleba, a vergate; le villette recintate con telecamere e filo spinato, Eden privati, Suv e Sky sul tetto, ragazzi abbronzati e VI-RI-LI e le ragazze coi tacchi, sempre perfettamente truccate e perfettamente depilate, microcefali i primi ed oche le seconde, quando ci va di lusso, i cani veneti che in un mese si sbafano più soldi di quelli che io potrei destinare a me stesso, detesto tutti i motivi veneti che loro hanno per amare l’idea leghista, detesto la facilità con cui la loro sana fede cattolica si è tramutata in materialismo e in razzismo, detesto i Veneti. Sono tutti così piccoli e meschini, i Veneti, con la loro paura della Vita e la ricerca d’una patetica, definitiva sicurezza (la grandezza di un Uomo si misura nella sua capacità di accettare la morte, e nessuno in Veneto riesce più a pensarci, hanno tutti bisogno d’una fortezza qualsiasi perché lo sanno, che tanto non possono fermare i vermi).

Ecco perché sono andato a votare. Votare contro la Lega significa votare contro il Veneto, contro questa idea di Veneto perché è vero: la Lega vince perché ci rappresenta. Non solo politicamente, anche interiormente. E’ importante che comprendiate questo, i Veneti purtroppo sono Leghisti anche quando tentano di dimostrare il contrario perché la Lega si bilancia proprio sulle loro infime capacità spirituali. Si bilancia alla perfezione.

Ero solito difenderci. Contro chi mi diceva: voi Veneti, tutti razzisti – (e poi l’anatema, puntuale, Gentilini! Tu vieni dalla città di Gentilini!) Ma non serve. Avete ragione voi. E lo dico io. Non un terrone. Io, un Veneto. Anzi, un Trevigiano. Perché se è vero che “un libro non si giudica dalla copertina”, io dico che per anni di merda ne ho spalata tanta pur di trovare quelle quattro perle dimenticate da dio, e loro c’erano ma erano sempre abbandonate a loro stesse, pazze e stanche di andare per forza nel verso sbagliato, e tutte avevano bisogno, senza eccezioni, di protezione – e per trovarla hanno sempre dovuto andarsene. Per avere spazio. ‘Affanculo il Veneto. Io sono andato a votare per dire che qualcosa di diverso può esistere, punto e basta. Nessun voto utile. Non ho pensato il mio voto perché ho votato quello che ero. Non è cambiato nulla. Tranne per quelle trenta persone che ora sanno di esserci. Non sono forti e non lo sono mai state, non nel mio Veneto di sicuro. Ma almeno non sono più sole, per quanto ciò possa valere in giorni disgraziati come i nostri.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Ero entrato a far parte della Komuna da pochi giorni, quando una bella sera con alcuni amici siamo andati alla ricerca dell’Hot Clube; rinomato Jazzclub in Praca da Alegria, dove è solita l’esibizione di spettacolari jam-session non solo dei musicisti locali, ma anche delle stelle del Jazz, le quali, dopo concerti in sale e stadi affollate dalle masse si rifugiano benvolentieri in postacci con pareti scure, tavoli rotondi ed il solito barista scortese fumatore incallito, per prolungare la notte fino al mattino. Ebbene, qui inizia la storia.
Quella sera stavo assistendo ad una jam spettacolare, come ne ho sentite poche, segno che i musicisti fra di loro si conoscevano come le proprie tasche. Il perchè l’ho capito subito dopo, durante l’intervallo, quando mi sono stati presentati i coinquillini mancanti all’appello.
La Komuna è una casa storica in una zona storica, sopra la downtown lisboeta, di fronte alla casa di Camoes. Ci hanno vissuto in tanti; jazzisti tedeschi, fadisti giapponesi, artisti di ogni genere, studenti erasmus azoriani, lavoratori del sociale asociali. In quattro anni ci hanno vissuto circa un centinaio di persone provenienti da tutte le parti del mondo, distribuite tra i due piani che formano la Komuna. Quante persone vi siano passate per un cafesinho, per una festa oppure per provare l’ultima sambinha prima del concerto, è un dato incerto. Tutti però hanno lasciato una loro traccia, che sia una frase su una parete o una goccia di vino sul vecchio pavimento in legno.
Attualmente la casa si trova in uno stato di continuo degrado fisico; piogge monsoniche in più stanze e invasioni di insetti in cerca del Lebensraum ideale, per non parlare della constante minaccia del crollo di un palazzo vicino. Il proprietario è un mistero e risulto tra i pochi fortunati che sono riusciti a vederne l’ombra. L’affitto passa attraverso il classico fruttivendolo sotto casa che funge anche da fonte di informazioni del quartiere, ma questa è un’altra storia.
Per quanto riguarda regolamenti vari e turni di pulizie, nella Komuna non esistono; tutto è basato sul senso di responsabilità ed il rispetto verso gli altri, di ogni singolo Komunard. Questioni aperte vengono discusse tra un bicchiere e l’altro nelle riunioni, festosamente annunciate sulla bacheca nel corridoio accanto a depliant di Yoga misto con Flamenco e fusioni di Tablas indiani e Appenzeller Hackbrett.
In questo periodo la Komuna è abitata da 14 persone provenienti da 17 nazioni diverse, distribuite sulla Komuna de baixo e la Komuna de cima. Lo spirito di ospitalità portoghese induce però sempre a tenere un ospite in casa, che sia il senzatetto che passa per farsi la barba o il viaggiatore cronico non ancora pronto per tornare alle proprie radici, la porta è constantemente aperta.
Bene, visto che il tempo sta migliorando e oggi è domenica, mi recherò in spiaggia ad aspettare l’onda giusta. Buon proseguimento a tutti.

Stefan Festini Cucco

Parigi, un caldo luglio di due anni fa. Ero appena approdata sulla rive Gauche, lasciandomi Notre Dame alle spalle, quando l’ho visto apparire al numero 37 di rue de la Bucherie: forse sono state le pile accatastate di libri fuori dall’ingresso o il gruppetto di ragazzi seduti per terra intenti ad ascoltare una lettura di poesie, ma appena è comparsa l’insegna di legno di Shakespeare & Co. davanti ai miei occhi ho capito che si trattava di un posto speciale. Non potevo non entrare, e così ho varcato la soglia, impaziente di vedere cosa si nascondeva all’interno. Ed è stato subito come essere catapultati in un mondo lontano, tanti anni fa: infiniti scaffali fino al soffitto colmi di libri polverosi, scalette di legno appoggiate qua e là e un ragazzo decisamente eccentrico dietro ad un vecchi tavolo. Mi aggiravo con aria sognante tra le montagne di volumi, per gli angoli della libreria, quando ho notato una misteriosa frase di Yeats vicino ad una scala di legno: “I must go down where all the ledders start, in the full rag and bone shop of the heart”. Piena di curiosità sono salita per la scala scricchiolante e mi sono trovata in una vecchia biblioteca cosparsa di libri e letti ovunque e sotto i letti zaini, vestiti e fogli scritti. In cima alle scale poche lettere incise sul muro: “Be not inhospitable to strangers, lets they be angels in disguise”. Così, rinfrancata dalle parole di accoglienza, ho iniziato a curiosare per le stanze indisturbata. C’erano ragazzi che leggevano attorno ad un tavolo, qualcuno che faceva il caffè in una piccola cucina installata in corridoio e una macchina da scrivere in una nicchia di legno. Decisamente sbalordita, stavo iniziando a fantasticare su che razza di posto avessi trovato, quando un ragazzo, giunto al mio fianco, ha iniziato a raccontarmi la storia di Shakespeare & Co. Prima libreria americana di Parigi, aperta negli anni ’20 da una ragazza americana di nome Sylvia Beach, era diventata poi anche un rifugio per poeti e ragazzi disposti a lavorare tra i libri in cambio di un letto in cui dormire. Così ho scoperto che era qui che James Joyce aveva pubblicato l’Ulisse per la prima volta, che Hemingway era uno di casa e che tutti i migliori scrittori del XX secolo si erano fermati qui almeno una volta. Ho ascoltato i racconti delle vite dei ragazzi che alloggiavano al Tumbleweed hotel -questo è il nome dato alla parte della libreria trasformata in ostello negli anni ’50-, di chi era scappato di casa, di chi veniva da molto lontano, di chi era rimasto una notte soltanto. Come potete immaginare è stato facile innamorarsi di un posto come questo. Sono tornata a Shakespeare & Co. tutti i pomeriggi per una settimana, ho conosciuto personaggi folli dalle storie più assurde, ho frugato ovunque, letto intensamente, scoperto qualche segreto degli abitanti di questo piccolo mondo perduto. E’ stato qui che ho sognato, che ho visto la Parigi d’altri tempi, che mi sono sentita un po’ a casa. E’ incredibile cosa possa succedere da Shakespeare & Co., e comunque sia è un luogo da cui si esce cambiati. Io mi auguro di tornarci presto, e spero possiate farlo anche voi.

Agnese Ortolani

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