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Bertrand Cantat tornerà a cantare. Stamattina mi guardo allo specchio. Nessuno ha ancora potuto dirmi dove si trovi, quest’anima che andiamo cercando da sempre. Perché c’è eh, almeno di questo siamo tutti sicuri. La nostra interezza, la nostra parte più completa. Meglio ancora, ciò che di noi è senza vergogna (l’anima non ha foglie di fico). Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io ne sono felice. Lo stesso Bertrand che ha ammazzato di botte la compagna, lo stesso cui è bruciata la casa e la cui prima moglie si è ammazzata. Bertrand Cantat tornerà a cantare, era tanto che lo aspettavo.

Stamattina mi guardo allo specchio, l’uomo?, e mi dico che ci hanno mentito. Linea della fronte, naso, labbra ed occhi. L’anima, e sarebbe pure buona. Portata naturalmente al bene. L’iperuranio, signori, l’iperuranio anche quando il Demiurgo è visibilmente un incapace, o un assenteista, o peggio! E com’è che non la vedo. L’anima. Mi guardo uomo e so che l’Uomo è una sonora menzogna e non lo troverò mai. Non lo troverete mai. A meno che non vi rivolgiate anche a loro. Bertrand Cantat ritornerà a cantare, Michele Misseri è lì in prima serata. Ed io ne ho bisogno. Un disperato bisogno. Perché stamattina mi guardo allo specchio. Sono tutte menzogne, se volete saperlo, cercatelo voi l’uomo buono: cercatelo al di là di stupratori e assassini e se ci riuscite dategli un’occhiata oltre un cancello che invoca la libertà del lavoro, se ci riuscite cercatelo anche là dove la crudeltà è maggiore, tra quei Santi che ci condannano tutti, gli stessi al confronto dei quali noi siamo feccia e che sono liberi di riversarci il loro perdono come l’ultimo colpo: quello mortale. E’ questo l’uomo? Quanta retorica stamattina se mi guardo allo specchio. Ma voi pensate veramente che l’uomo sia buono? Non ne sono certo ed anzi tutte le prove se mi guardo indietro darebbero da pensare al contrario.

I miei occhi non sono quelli di una persona buona. I vostri non lo so perché non mi hanno mai interessato.

E allora io mi scruto allo specchio, mi misuro, mi mordo, Bertrand Cantat tornerà a cantare ed io con tutto il mio cuore desidero sapere: sapere com’è ammazzare di botte la persona che ami, voglio parlare con Misseri per capire, per fare un po’ più di luce sul nostro mistero. E’ l’unico enigma che valga la pena di sciogliere (per l’altro, quello degli dèi, tutto sommato vale ancora l’antica risposta: se esistono, di noi non si curano per certo). Anche Misseri ha la sua verità da portare, ed io non chiedo di diventarla, voglio soltanto prestarle ascolto. Sudo se mi guardo allo specchio. Cosa c’è in me che ci fa simili a loro, nostri fratelli, nostri uguali. Michele Misseri è crollato dopo dieci ore di interrogatorio quando qualcuno ha avuto l’idea di metterlo di fronte al suo passato, da bambino facevi il chierichetto, pezzo di merda, animale. Scommetto che a vent’anni anche lui si guardava allo specchio e non avrebbe mai pensato di finire così. Nemmeno io lo penso ma chi può dirlo, chi può dirlo. Forse in me c’è già la bestia, e in voi no? E ne siete sicuri? Sono miei simili, sono miei fratelli, sono umani (e oh se tutti potessero scrivere un disco, come Cantat). Loro sono l’uomo e loro sanno dell’anima più di me che ora ho la superbia di cercarla, perché loro vi si sono infilati, come un coltello, come un pugno o una mano che strozza una vita innocente. In quell’attimo loro l’hanno vista, l’anima. Prima di comprendere ed averne orrore. Mi piacerebbe parlare loro. Capirli. Vorrei, ecco, che mi aiutassero.

Bravi voi che avete sempre avuto in tasca il significato dell’essere umano. Lo bandite da secoli, l’avete chiamato in molti modi, ne avete scritto poesie, ci avete allestito religioni (ma l’impalcatura non regge perché sono tutte menzogne, mutilazioni della realtà. Ed anche questo lo sapete benissimo perché ogni volta restate lì sgomenti di fronte al sangue. E non capite). Eppure eccovi lì fissi a guardarlo, Misseri, eccoci qui trepidanti, perché Cantat è lì di nuovo sotto il riflettore. Ed io voglio sperare che non vi spinga solo la morbosa e pornografica volontà di toccare il crimine che grazie al cielo non ha toccato mia figlia; o peggio voglio sperare che non siate lì ad ergervi come giudici, voi stessi noi stessi che nel nostro cuore non siamo in nulla, e dico proprio in nulla, migliori di nessuno di loro. Voi avete in tasca il significato dell’essere umano, eppure dell’uomo non sapete alcunché. Anche voi siete lì perché da Misseri attendete una risposta, forse La risposta, ma avete paura di ammetterlo. Ed ecco che stamattina vi ritrovate di fronte allo specchio cercando di parlarvi (e di piacervi ancora), salve tu che sei il risultato ultimo e perfetto di millenni di erudizione, salve a te magnifico prodotto dell’evoluzione, anima pura, carogna! Tu sei quello che pregava per lo scudiscio di dio con la destra stringendo nella sinistra le tue carneficine, e sì bisognerebbe essere un Dostoevskji ma io ho non ho scritto nessun libro e ne ho letti pochi, e tutti malissimo, stamattina sei tu che finalmente riconosci che in te non c’è solo bene, quelle sono panzane da vecchie comari e sacerdoti, gente che la vita l’ha sempre temuta, guardati allo specchio e dillo di fronte ai tuoi simili, dillo che non avresti mai costruito un campo di concentramento, diglielo che non avresti mai violentato una bambina, ma ne sei sicuro? Sei sicuro che tra trent’anni non tornerai a casa uccidendo tua moglie e i tuoi figli, ne sei veramente sicuro? La tua anima è così superba? Perché se nei sei sicuro davvero allora alzati in piedi e grida allo scandalo, ma se fremi di un dubbio anche piccolissimo, ed allora hai paura è tutto chiaro, ti basta uno specchio perché in quel momento sei messo di fronte all’unica rivelazione che conti in questo piccolo mondo di periferia, giù la testa anima splendida, cerbero. Ecce homo.

Bertrand Cantat ritorna sui palchi. Lo ammetto: mi è mancato.

Gli ultimi mesi di vita politica italiana sono stati movimentati e hanno raggiunto alti picchi di conflittualità, con una quasi crisi di governo e la frantumazione del principale partito politico italiano e di governo.

Quale sarà la causa di tutta questa baraonda? Temi importantissimi, penseranno gli ingenui: la crisi economica, la disoccupazione, il rischio di declino italiano o le riforme, ormai sempre più astratte, invece il motivo è la cacciata di Gianfranco Fini dal partito che (non) ha co-fondato e la campagna stampa per dimostrare che è un farabutto e un bugiardo.

Ora non è mia intenzione entrare nel merito di vicende immobiliari o di arredamento, in quanto vi è già uno stuolo di esperti del ramo, ma voglio entrare nel merito del Fini “politico”, quindi chi è Gianfranco Fini?

L’immagine attuale è quella di un uomo delle istituzioni, moderno e moderato, insomma il politico che chiunque si immagina, ed è innegabile che il ragazzo abbia il phisique du role giusto, niente a che vedere con il barzellettiere di Arcore o i borbottanti ex-funzionari comunisti o peggio.

Insomma il politico che piace alla gente, a destra come a sinistra, conservatore ma di mentalità aperta, dotato di una forbita eloquenza ed elettoralmente seducente.

Andando brevemente a scorrere la biografia e le dichiarazioni del soggetto in questione scopriamo che divenne fascista, cosa che Bersani e D’Alema paiono essersi dimenticati, per amore di Patria e dell’Idea, penserete voi, invece no! Entrò nel MSI perché gli avevano impedito di vedere un film di John Wayne, come ha avuto modo di affermare nel 2004.

E con questa solida base ideologica il nostro iniziò la scalata all’interno del partito, fino al ruolo più noto di delfino, o come dicono i maligni di eterno secondo.

Nel percorrere la sua strada verso la medaglia d’argento abbiamo una tappa intermedia come segretario nazionale del Fronte della Gioventù missino, ottenuta dopo un sano e costruttivo dibattito democratico interno all’organizzazione, così come il nostro vorrebbe fosse il PDL attuale. In quel lontano 1977  il buon Gianfranco Fini giunse solamente quinto nelle votazioni, ma venne nominato da Giorgio Almirante come segretario nazionale in quanto si trattava di un elemento fedele ed acritico alla dirigenza del partito, che MAI si sarebbe permesso di fare un controcanto, criterio che gli piacque così tanto da applicarlo costantemente anche in Alleanza Nazionale.

Nel 1983, in un tripudio di saluti romani, fa il suo primo ingresso a Montecitorio, che non lascerà più.

Ormai siamo negli anni ’80 ed alla morte di Almirante il buon Fini sale finalmente sul podio dell’MSI, sennonché viene subito scalzato dalla sinistra fascista di Rauti, che gli soffia la segreteria, ed è in questo periodo che il conservatore Fini si riscopre rivoluzionario e giunge alla conclusione che per sconfiggere la partitocrazia bisogna creare il “fascismo del 2000” ed imitare il più grande statista della storia italiana, quell’uomo nato in Romagna…

Terminata la sfortunata parentesi di Rauti ed essersi ripreso la segreteria del MSI, oltre a fare un bel “repulisti” interno e celebrare il 70° anniversario della Marcia di Roma, il nostro fa in tempo ad agganciare il partito ormai in crisi a Tangentopoli, di cui fu uno dei più sfegatati fan, con un tifo da stadio guidato dal capo ultras Gasparri letteralmente innamorato del “capitano” Antonio Di Pietro.

Dopo di che entriamo un un’altra era, quella berlusconiana, e di fatto Berlusconi salva, politicamente, la vita a Fini, in quanto ormai l’MSI era in piena crisi elettorale e lo sdoganamento ricevuto gli consente di pescare i voti conservatori dei vecchi partiti come la DC, anche grazie ad un restyling del partito.

I due però non si amano, probabilmente perché dopo aver fatto tanta fatica per salire sul podio si trova un avversario con cui non può competere ed e costretto a fare di nuovo il delfino, frustrando tutta la propria ambizione.

Dopo essersi rapidamente dimenticato il tifo per il pool di Mani Pulite entra finalmente nella stanza dei bottoni sul crocchio di Berlusconi, ma la breve durata del governo lo rispedisce nuovamente all’opposizione.

E’ a questo punto che il buon Fini tenta una mossa che ripeterà nel tempo, cercare di fare a meno del Silvio nazionale, ma scavalcare il Cavaliere si dimostra impresa assai ardua e il tentativo europeo con Mario Segni, che di professione raccoglie firme per referendum inutili, si rivela disastroso.

Ritornato all’ovile nel nuovo governo con Berlusconi e oltre a protestare per ottenere incarichi che non lo facciano apparire un semplice gregario, firma alcune delle più rigide norme contro l’immigrazione e la droga.

Ma, coerente come sempre, subito dopo dichiara che in passato qualche “canna” se l’è fumata pure lui e cambia nuovamente idea sull’immigrazione e dato che c’è anche su bioetica, coppie di fatto e omosessuali.

Trova anche un abbonamento a buon prezzo per il volo Roma-Tel Aviv, dove può andare a mondarsi del “male assoluto”, in cui credeva fino a un momento prima.

Intanto Berlusconi perde le elezioni e c’è il nuovo tentativo fallito di smarcarsi, che si riduce ad un mesto ritorno nei ranghi alle elezioni successive.

La nuova posizione di Presidente della Camera e la nuova condizione di ragazzo-padre, fanno diventare il buon Fini più astuto, convincendolo che lo sganciamento da Silvio da Arcore è impossibile per cui riscopre la tecnica del logoramento, che gli costa però l’espulsione dal partito che (non) ha co-fondato e la storia recente.

Insomma, Fini sotto al bel fisico ed al buon eloquio, si nasconde un arrivista frustrato. Che non ci ha pensato due volte a trascinare il paese in una crisi politica in un momento economicamente critico.

Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Giovanni Collot

Piove eppure i ragazzi sono tanti, il Venerdì arrivano i primi, ci sono le testimonianze di alcuni tra i tanti parenti delle vittime di mafia, il giorno dopo, 150.000 persone in corteo sfilano la mattina, e riempiono le aule che accolgono i seminari il pomeriggio.

E’ questo il programma della “XV Giornata nazionale dell’impegno e della memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie” organizzata da Libera eccezionalmente per il 20 Marzo e tenutasi quest’anno a Milano.

L’associazione combatte quotidianamente perché si abbracci la cultura della legalità, del rispetto e della pratica delle leggi. Il 21 Marzo, inizio della primavera, è una data simbolica. Ogni anno rinasce l’idea che si possa rimanere in piedi di fronte alla mafia, intesa non solo come associazione ma come atteggiamento, come allontanamento dalla corresponsabilità.

Grazie alla raccolta di un milione di firme nel 1996, Libera vede approvare la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni in virtù della quale viene prevista l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti – associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.

La Lombardia segue Sicilia, Campania, Calabria, Puglia ed occupa il quinto posto della classifica delle regioni con il maggior numero di beni confiscati. In tutto il Nord 1000 sono i beni sottratti alle mani della criminalità organizzata. Di questi, 650 sono quelli individuati in Lombardia. A questo dato (come a quelli relativi al sequestro di cocaina ed alle operazioni antidroga per cui la regione è al primo posto nel Paese) va ad aggiungersi quello relativo all’illegalità ambientale che vede la Lombardia configurarsi come terra di grandi opportunità per i trafficanti di rifiuti tossici e gli organizzatori dello smaltimento di immondizia; caso emblematico è quello documentato nel reportage “Mammasantissima a Milano” realizzato da Mario Sanna per Rai News 24 riguardo ai 65mila metri quadrati di terreni agricoli situati tra Desio, Seregno e Briosco (comuni alle porte della città) ed adibiti a discarica abusiva.

Il perché la scelta di Libera sia ricaduta su Milano per la ricorrenza del 21 Marzo si ricollega ad ognuna di queste problematiche, all’avvicinarsi dell’Expo 2015 con i suoi appetitosi appalti e, soprattutto, all’intenzione di parlare di Milano come esempio della presenza della ‘ndrangheta nel Nord Italia, dove appunto, anche la torta dell’Expo potrebbe finire per essere spartita tra quelle famiglie che dagli anni settanta si sono inserite nel tessuto politico ed economico di Milano.

Sono stati anni di paura quelli tra il 1969 ed il 1998 per la Lombardia. La regione si è trovata al primo posto in Italia per il numero di sequestri di persona: 158 contro i 128 della seconda classificata Calabria. A farne le spese sono i bei nomi dell’imprenditoria milanese ed il jet set locale. Oggi, secondo la Relazione annuale della Commissione Parlamentare Antimafia «Milano e la Lombardia, rappresentano la metafora della ramificazione molecolare della ‘ndrangheta in tutto il Nord Italia». A ribadirlo é lo stesso Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, autore della relazione, che definisce Milano come «la vera capitale italiana della ‘ndrangheta».

Della mafia a Milano, il 20 Marzo, ne ha parlato Giulio Cavalli, coraggioso attore di teatro che ha scelto di testimoniare contro questa presenza invisibile. Cavalli ha scelto di impegnarsi nel teatro civile, nel dare spazio alla denuncia del peso che le mafie hanno in un Nord dalla realtà economica dinamica, fluida ed adattabile. Dal 2008, anno dello spettacolo Do ut des su riti e conviti mafiosi,
vive sotto scorta. In replica anche nel prossimo Aprile, Cavalli continuerà a portare in scena un secondo spettacolo, A cento passi dal Duomo, centrato sul radicamento di cellule dei clan al Nord e sull’assordante silenzio di una regione che ancora fatica a riconoscere i nuovi mafiosi in giacca e cravatta.

Durante i seminari pomeridiani trovano spazio anche testimonianze d’oltreoceano, racconti legati alla corruzione, ad un’assenza di legalità che va oltre quella delle associazioni a delinquere di casa nostra.

Partecipo ad un seminario sul narcotraffico che si rivela una carrellata di testimonianze. Non si parla del narcotraffico in sé ma di idee per fronteggiarlo; si parla di America Latina e ne parla chi lotta contro una realtà corrotta che Libera insieme a Terra del Fuoco decide di denunciare. L’idea è quella di informare e stimolare la partecipazione ad idee e progetti, perché la solitudine legata al sentirsi portatori di un dolore che gli altri non conoscono possa venire lenita.

Tra le diverse testimonianze vi è quella di un avvocato colombiano impegnato nella difesa dei diritti umani. Racconta la storia dei “falsi positivi”, vittime del narcoparamilitarismo, di esecuzioni extragiudiziali sulle cui vicende uomini come lui si impegnano a fare luce. L’avvocato chiede che dall’Italia, scuole e singoli decidano di “adottare” un falso positivo e di sostenere le spese per le indagini su queste trame rimaste insabbiate. Non è questo l’unico progetto per cui si spera in un aiuto ed un appoggio in una giornata di cui Libera chiede l’istituzionalizzazione.

Il cammino sociale di cui Don Ciotti (fondatore dell’associazione) parla, trovi nel 21 Marzo una giornata in cui venga suggellata la promessa di impegno e grazie alle quale l’attenzione si mantenga viva, affinché davvero le loro idee camminino sulle nostre gambe.

Elena Mazza

 

 

 

 

 

Eliminati i curriculum della specialistica! A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su http://www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista
attilio.dibattista@sconfinare.net
Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

Tutto da rifare: cambiati di nuovo i requisiti minimi del MIUR

Eliminati i curriculum della specialistica!

A rischio anche il numero chiuso. Si prenda esempio da Architettura!

Tutto da rifare! Ad un mese dall’entrata in vigore della riforma dei piani di studio dettata dal Decreto Mussi sono già in cantiere altre norme ministeriali destinate a stravolgere nuovamente l’offerta formativa… Il MIUR ha infatti diramato il 4 settembre una nota ministeriale che annuncia nuovi provvedimenti per la “razionalizzazione e qualificazione dell’offerta formativa”.

Per quanto concerne i piani di studio, il Ministro Gelmini annuncia di voler rivedere il decreto 544/2007 (cosiddetto Decreto Mussi) che, in attuazione del decreto 270/2004 (Ministro Moratti) fissava i requisiti minimi per la formazione di corsi di laurea. Proprio il Decreto Mussi, in applicazione del quale da quest’anno sono partiti i corsi di laurea rivoluzionati, fissava una serie di requisiti qualitativi e quantitativi miranti a ridurre il numero dei corsi di laurea e degli insegnamenti attivati: rendeva necessario un numero fisso di personale di ruolo per ciascun anno e vietava l’assegnazione di una percentuale troppo elevata di insegnamenti a personale contrattista esterno, oltre a stabilire precise tabelle ministeriali contenenti gli esami da attivare per ciascuna classe di laurea.

Eppure le università sono state veloci a trovare le falle (più o meno volute) della legge per cercare di mantenere il sistema il più simile possibile a prima. Si potrebbe citare ad esempio proprio la nostra Facoltà di Scienze Politiche che, pur essendo costretta a rinunciare alla specialistica in Scienze Politiche ed Internazionali, ha ostinatamente mantenuto il corso di laurea in Sociologia, comunque destinato a scomparire nei prossimi anni con il pensionamento di alcuni professori. Con il piccolo artificio delle lauree interclasse è inoltre riuscita a mantenere sia la laurea in Scienze Politiche (classe LM-62) sia quella in Scienze dell’Amministrazione (classe LM-63), mentre sul fronte SID sono stati mantenuti i 3 curriculum della specialistica, seppur con pesantissimi cambiamenti sul piano contenutistico.

Il ministro Gelmini evidenzia dunque che “Il risultato conseguito, per quanto sicuramente apprezzabile, non appare ancora soddisfacente”. Se nell’anno accademico 2008-2009 il 48% dei corsi di laurea aveva dei curriculum al proprio interno, nell’anno 2009-2010 tale percentuale è salita al 68%. Insomma, curriculum e lauree interclasse hanno sostituito de facto i corsi di laurea.

Da qui una serie di misure volte a contrastare questo fenomeno, nel cui dettaglio è meglio non entrare in questa sede [invito però a scaricare on-line su www.sconfinare.net la nota ministeriale originale con tutti i dati e le regole ministeriali]. Il risultato?

La nostra Facoltà  non potrà permettersi più di 2 lauree triennali e 2 lauree magistrali! Occorre quindi fare scelte ancora più dolorose che in passato. Cosa tagliare? Le ipotesi, nel Consiglio di Facoltà di ottobre, sono state le più disparate! L’esistenza del corso di Scienze Internazionale e Diplomatiche di Gorizia non sembra in pericolo (almeno nella forma) grazie alla legge del 29 gennaio 1986 sugli “Incentivi per il rilancio dell’economia delle province di Trieste e Gorizia” [il testo in originale disponibile su www.sconfinare.net], ma non manca chi propone di modificarne in profondità la sostanza.

Molti hanno infatti evidenziato che sarebbe poco conveniente per la Facoltà sopprimere i corsi di laurea in Scienze dell’Amministrazione e Sociologia (attualmente i meno frequentati) per conservare il SID e Scienze Politiche, le cui lauree triennali appartengono alla medesima classe di laurea (L-36). C’è pertanto chi propone di mantenere a Trieste Scienze dell’Amministrazione ed a Gorizia Scienze Internazionali e Diplomatiche (in modo da rispettare la legge del 1986), cambiando però in profondità il corso Goriziano: numero aperto (per avere più studenti! Sigh!) ed un piano di studi più vicino a Scienze Politiche. Insomma un’abolizione de facto del SID!

Fortunatamente gli orientamenti del Consiglio sembrano essersi indirizzati verso il mantenimento del SID a Gorizia e di Scienze Politiche a Trieste. Il nostro corso di laurea dovrà rinunciare ai curriculum della specialistica. Il piano di studio resterà nella sostanza invariato, ma sarà perso il riconoscimento formale dei tre indirizzi: PD, EI e SEE.

Se il MIUR confermerà  la linea annunciata nella nota del 4 settembre, ci saranno ben pochi margini di manovra. Di fronte a questo non  possiamo fare altro che tornare a chiedere, come ormai facciamo da 2 anni, che l’Università degli Studi di Trieste, la Facoltà di Scienze Politiche e gli enti locali goriziani prendano seriamente in considerazione la creazione a Gorizia di una Scuola Superiore di Studi Internazionali e Diplomatici.

L’insediamento a Gorizia della Facoltà di Architettura è stata indubbiamente un grande passo in avanti per il PUG e per la comunità studentesca goriziana. Ma non possiamo non dire che l’idea di una Scuola Internazionale di Architettura, lanciata con clamore dal Preside Borruso ed accolta con tanto favore dalla comunità locale goriziana (un favore fruttato ad architettura il pagamento di 300,000 euro l’anno per 3 anni), non può che essere accolta da noi con un pizzico di amarezza. Non sarebbe stato meglio spendere quei soldi per creare attorno al SID la Scuola Superiore? Non potevano essere spostati da Trieste corsi di laurea che avrebbero creato maggiori sinergie con quanto di già esistente? Perché non portare a Gorizia l’intera Facoltà di Scienze Politiche? Interpreti e Traduttori? Oppure corsi di laurea ad indirizzo internazionalistico di Economia e Giurisprudenza? Si sarebbe così creata una base sulla quale costruire la Scuola Superiore, che avrebbe allargato le possibilità di formazione degli studenti iscritti a questi corsi di laurea, creando un Polo di Eccellenza che avrebbe avuto nel nuovo Conference Centre la sua sede naturale.

Non vogliamo ricostruire qui il processo politico che ha portato allo spostamento di architettura a Gorizia. Certo è che l’operazione ha avuto per protagonista l’intraprendenza del Preside Borruso che, in un momento di crisi per l’università, in cui la sua Facoltà rischiava di uscire fortemente ridimensionata dalle politiche governative, ha saputo sfruttare al meglio le condizioni esistenti per operare una coraggiosa scelta di rinnovamento.

Forse coloro che in passato ci accusavano di essere irrealistici per le nostre proposte si sono oggi ricreduti di fronte alla creazione della Scuola Internazionale di Architettura. È evidente che alla nostra causa è mancato solo un Borruso che la perorasse con efficacia presso gli enti locali goriziani e l’Università di Trieste. È necessario che le belle parole spese durante l’Alumni Day dal Presidente Agostinis, dal Preside Scarciglia e dal Rettore Peroni abbiano ora un seguito concreto. Il SID non deve diventare la cenerentola del panorama universitario goriziano, ed il suo destino non può essere affidato  alla sola intraprendenza dei suoi studenti e di qualche professore di buona volontà.

Attilio Di Battista

Rappresentante degli Studenti, Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche

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