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Vittoria storica del Dpj: una svolta per il Giappone, pari all restaurazione Meiji, e il primo reale cambio di potere da 54 anni.

 

Crisi è una parola bistrattata da giornali e televisioni: ormai leggerla non suscita nulla, né tantomeno aiuta a riflettere, a meno che non richiami all’imposizione di un modello economico considerato l’unico possibile. A differenza dell’etimologia greca della parola krisis, che significa scelta o decisione, nella lingua giapponese
il suo ideogramma rimanda ad altre due parole
tradotte in pericolo e opportunità, esemplificanti in maniera perfetta l’attuale politica giapponese.

La storica vittoria dello scorso agosto del Dpj (Democratic Party of Japan) ha sancito la fine della egemonia conservatrice Ldp (Liberal Democratic Party): un cambio di governo mai successo nella storia politica giapponese dal 1955 (salvo una breve interruzione tra 1993-1994).

 

L’elezione ha dimostrato al Ldp, capeggiato dal cattolico Taro Aso, non solo la frustrazione dei giapponesi per la situazione economica nazionale segnata da una stagnazione economica decennale e da un debito pubblico pressante (175% del Pil), ma anche un rifiuto al gerontocratico sistema politico. Ciò ha fatto guadagnare al Ldp risultati elettorali imbarazzanti: 308 seggi della Camera Bassa al Dpj (rispetto ai 113 del 2005), 119 al Ldp (a confronto dei 296 del 2005) e 53 ad altri partiti (71).

 

I motivi della sconfitta sono molteplici: il Ldp fu, negli anni del boom economico delle Tigri Asiatiche, il fautore del cosiddetto development state, teoria di sviluppo statale che utilizza l’interconnessione tra politica e industria per sviluppare settori specifici dell’economia e che ha portato il Giappone a divenire nel ’70 la seconda potenza industriale mondiale. I problemi sorgono alla fine degli anni ’80 con lo scoppio della bolla speculativa giapponese, che trascina l’economia nipponica in una stagnazione decennale. L’altalenante linea politica del Ldp, incapace di affrontare la crescita zero e l’aumento incalzante del debito pubblico, si è andata a mescere con la dilagante corruzione dei ministri e con la casta burocratica, portando il Giappone ad essere oggi lo stato più in difficoltà nella crisi Subprime. Quindi, il promotore della vittoria di Hatoyama, leader del Dpj, è stato, in realtà, l’immobilismo politico che ha segnato gli ultimi 20 anni di amministrazione liberaldemocratica.

 

Nonostante la stampa nipponica parli di seiken tokai, ossia di cambio regime, difficilmente Hatoyama riuscirà a portare a termine le promesse elettorali di maggiori finanziamenti alla sanità pubblica e sussidi ai disoccupati (il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 5,7%, un dato basso rispetto agli standard internazionali, ma un record per il Giappone) che dovranno essere riconsiderati a seguito della caduta libera del Pil nazionale.

 

Per ora Hatoyama ha presentato due novità. La prima è la decisione di ridurre l’emissione di carbonio del 25% entro il 2020: una decisione in apparenza anti industriale, ma che nei fatti favorirà le multinazionali come Sanyo, Toshiba e Sharp, preparate da anni al boom delle tecnologie verdi; senza contare i benefici per le compagnie automobilistiche, ottenuti dimezzando l’accisa sul petrolio ed eliminando gradualmente i pedaggi autostradali.

 

La seconda novità è l’ottica diplomatica yuai di Hatoyama: se in Italia il confronto politico si sviluppa attraverso la dicotomia tra concezione immanente (dio, patria, famiglia ecc.) e concezione trascendente (libertà, uguaglianza, solidarietà – ideali legittimatori della ribellione all’oppressivo), in Giappone lo scontro si ha tra la concezione di wa, ossia armonia del Ldp (che sottointende una armonia interna, precludendo qualsiasi apertura verso altri stati) e yuai del Dpj, ossia di fraternità, intesa come una visione panasiatica tra Giappone, Corea del Sud e Cina. Per la prima volta nel Paese del Sol Levante si fa strada l’idea di un’ emulazione dell’Unione Europea che partirà proprio nella trasformazione entro il 2015 dell’Asean in spazio economico comune e con l’introduzione di una moneta unica asiatica.

E’ questa la crisi del nuovo Giappone, stretto tra il pericolo del declino economico per mano sino-americana e l’opportunità di superare le storiche rivalità ed i nazionalismi per dare vita alla prima potenza economica mondiale.

 

Magonara Luca Alvise

Ferrara ormai ci è abituata. Ma io non ero preparato, quasi per nulla. Alla folla, le file, le corse tra i corridoio del teatro in cerca di un posto, anche in piccionaia, giusto quel tanto che basta per sbirciare il palco.

C’è la festa di Internazionale, ecco. E come ogni anno, la città si riempie di persone, mica solo giovani, mica solo professoroni in tweed e sigaro d’ordinanza. C’è di tutto, dal cileno che ti offre del vino mentre sei in fila, alla napoletana che ti chiede ‘ma come, tutta ‘sta gente??’. Tutte le età, tutti i ceti, tutte le direzioni. Perché la festa di Internazionale, e qui non ne vorrei aver frainteso lo spirito ma penso sia realmente così, è soprattutto movimento. Spostarsi lungo i confini, come fa idealmente tutte le settimane, passando pagina dopo pagina dall’Europa al Sudamerica, dal Giappone alla Sierra Leone. E anche qui a Ferrara, nel suo piccolo, ci sono confini. Quelli del Teatro Comunale, invaso da ragazzi che forse non ne hanno mai visto uno, e da abbigliamenti che contrastano con quelle ‘sacre stanze’.

E così, ti sposti anche tu, fisicamente e idealmente. Una mattina sei in Iran, l’altra in Europa, passando per l’Italia della politica e quella della mafia –anche se alle volte, e quante!, tendono a coincidere. Assisti a dibattiti colti e terra terra, riconosci volti e impari a conoscerne di nuovi, trovi spunti di riflessione, conferme, motivi di contrasto.

Trovi Ginsbourg, Foot e Marc Lazar, ad esempio. E ti senti fortunato a far parte di un dibattito che assomiglia di più ad una cena informale che ad un incontro ufficiale, mentre i tre si scambiano frecciatine e risate ironiche, si battono punto per punto per i propri principi per il gusto di sentire cosa dirà poi l’altro. L’essenza del dibattito, e dunque Internazionale diventa: movimento, ma anche parole. Parole utili, parole che si inseguono e si perfezionano, cercano di trovare una giusta quadratura alla questione, si scontrano e si ritrovano.

O trovi Saviano, che da troppi è considerato un vip, e da troppo pochi uno delle nostre ultime voci libere, perché così è più facile. E ascoltandolo dire che non si pente di aver parlato della mafia, che parlare delle nostre vergogne è l’esatto opposto di gettare vergogna, che il silenzio è vergognoso e davvero antipatriottico…Ascoltandolo, ecco che pensi che Internazionale a Ferrara significa movimento, parole e coraggio. Non un coraggio di atti. Di pensiero. Il coraggio della chiarezza, anche se non dici niente di che. Il coraggio di esprimere il proprio pensiero davanti ad una platea attenta, severa e preparata, che è la cosa più difficile, in fondo.

E, dunque, a Ferrara trovi tante cose a cui pensare. Gente, atmosfera. Pensieri che si agitano dell’aria.

Ma forse esagero. Sì, forse esagero, e questo non è un reportage fatto bene. Anzi, non è per nulla un reportage, ma un diario di emozioni e pensieri sparpagliati, brandelli di ciò che mi è passato per la testa durante la tre giorni di Festa. Sensazioni, più che altro. Ma forse è questo l’importante. Forse è questo che conta, vero? La sensazione. Le informazioni, alla fin fine, non sono tante. Tutte cose che si sanno, o si possono sapere. Ma la sensazione.

La sensazione di poter pensare, ancora. La sensazione che ci sia ancora qualcosa a cui pensare. Su cui pensare. Per cui pensare.

E la sensazione che ci sia ancora qualcuno che pensa. Non solo tra il pubblico, ma sul palco, persino. Una cosa rara.

Per quanto riguarda i temi, quasi dimenticavo. Sì, c’erano anche cose utili, tra ciò che volevo dire. Le scelte sono state buone, devo dire, anche se è arrivato il momento delle critiche. Mancava qualcosa, in effetti. Qualche tema un po’ tralasciato. La Russia, ad esempio. O il Sudamerica. D’altronde, qualcosa sfugge sempre. Il collegamento audio video per l’intervento era a dir poco pessimo. Le file assurdamente lunghe, i posti al primo che capitava. Certo che, però, questo dava anche sale alla manifestazione. Il brivido del ‘chissà se lo vedo’, l’eccitazione del ‘questa volta il posto sarà mio’.

E Ferrara è uno scenario pressoché perfetto. Il Castello, le stradine, il Duomo, il Teatro. L’aria stessa che si respira, la gente che vi abita. Rassegnata, a volte, e a ragione, a vedersi invasa da migliaia di migranti dell’informazione, desiderosa di conoscere ciò che succede al di là della nostra siepe. Perché i telegiornali nazionali, se sono a corto di notizie, parlano dei gatti sugli alberi. Gli altri fanno inchieste, perché sanno che le notizie non finiscono mai. Sapete, succede questo, da qualche parte, lontano da noi. E, per una volta all’anno, succede anche a Ferrara. All’anno prossimo, Internazionale!

Francesco Scatigna

Francesco.scatigna@sconfinare.net

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