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Vado ad introdurre l’argomento. I giapponesi in queste cose sono sempre più avanti. Così hanno deciso di sfogare i loro pruriti sessuali con un’idea che non ha nulla di divertente. Ne avrete già sentito parlare, però mi ritaglio un attimino per analizzare il fenomeno “Rapelay”. Per la cronaca, si tratta di un simulatore di stupri interattivo. E’ un videogioco in cui il protagonista può fingersi maniaco, aggredire una famiglia di donne e violentarle. A quanto pare, sarebbe (chiaramente) realistico in molti dettagli e lo scopo sarebbe, dopo aver abusato a piacimento delle tre graziose fanciulle, farle abortire.

Fermo rimanendo che mi unisco al coro che denuncia quest’aberrazione, l’indignazione che scatta in me (o in noi) non mi è mica tanto chiara. Voglio dire. Tutti noi sappiamo che i videogiochi sono violenti. Violentissimi alcuni. Però, quando si tratta di fare a pezzi con la motosega degli esseri umani o di investire dei pedoni inermi (il mai troppo compianto Carmageddon) non si levano siffatte ondate di “vibrante protesta”. Ed è su questo punto che scattano i miei interrogativi.

Perché ci dà più fastidio un gioco sullo stupro quando altri giochi da un punto di vista puramente oggettivo sono anche peggiori? (visto che, abbastanza cinicamente, preferiremmo essere violentati piuttosto che fatti a pezzi con una motosega). Che senso ha stupirsi quando esiste di peggio? Più o meno è questa l’argomentazione che è stata tentata in difesa di “Rapelay”.

Io, nel mio piccolo, ho tre spiegazioni. E mi sembrano pure abbastanza valide, anche se chiaramente parziali.

In primo luogo, lo stupro è per antonomasia un archetipo di crudeltà gratuita che la società ha sempre dovuto esecrare. E’ una delle forme iconografiche più evidenti dell’inversione dei valori fondamentali: basti pensare allo spazio che hanno, nell’immaginario collettivo, gli stupri di guerra per averne un chiaro esempio (a questo proposito, vi consiglio un libro stupendo di tale Hillman, “Un terribile amore per la guerra”). Lo stupro è un tutt’uno con altre immagini, come l’uccisione di civili (soprattutto di vecchi e bambini), o l’omicidio di preti e di suore. Lo stupro è quindi un atto terrifico in sé, che si colora di altre paranoie sociali secondo le varianti culturali: lo stupro di gruppo, il negro che stupra la bianca, lo stupro di una cristiana, di una bambina, eccetera.

Fin qui la spiegazione culturale. Se mi addentro nelle motivazioni personali, posso dire che mi dà fastidio un gioco come “Rapelay”, paragonato ad altri suoi simili, per un motivo molto semplice: mi orripila pensare che qualcuno possa tirarsi seghe mentre violenta qualcuno in 3D. Perché così viene meno quella distinzione tra reale e virtuale che viene invece mantenuta in altri videogiochi, pure molto più violenti. L’eccitamento del giocatore allupato annulla la distanza tra lui ed il suo virtuale alter ego, quindi con le sue vittime. Di conseguenza, dal punto di vista psicologico, “Rapelay” è più violento (e di molto) rispetto ad altri videogiochi perché vi è immedesimazione, attraverso un richiamo agli istinti sessuali del giocatore.

Ed ora, visto che parliamo di istinti sessuali, vengo alla mia spiegazione principale, che però è anche la più controversa e la più grave. Vorrei venisse interpretata per quello che è, ovvero un’osservazione oggettiva e razionale priva di giudizi di valore. Volete sapere perché mi indigna “Rapelay”? Perché in ogni maschio c’è una parte morbosa, più o meno sviluppata, che in realtà desidera giocarci.

Avete presente quando Kundera parla delle vertigini? La vertigine non è paura di cadere nel vuoto. Ne è il desiderio. Chi di noi, una volta in cima allo strapiombo, non ha mai sentito quel sottile impulso al tuffo? Innocuo, per fortuna. La mente veloce ti richiama, ed acciuffandoti per i capelli ti grida la realtà: se tenti il volo morirai. Non è facile però estirpare un desiderio. La pulsione non scompare ed accade così che si tramuti tout court nel suo simulatore: il bungee-jumping. E la gente, regolarmente, fa la coda per provare questa emozione che nella vita normale non potrebbe ottenere.

Torniamo al videogioco. Se una casa di distribuzione lo ha messo in commercio, vuol dire che qualcuno lo comprerà. Almeno potenzialmente. E secondo me è questo che spaventa. Ovvero, finora abbiamo sempre trattato lo stupro come una variabile deviante di un sistema buono. Quello che sconcerta davvero di fronte a “Rapelay” è capire che forse non lo è, e che si tratta al contrario di una grandezza endogena. La veemenza con cui la nostra società accusa questo videogioco mi ricorda la ferocia di chi difende le cause degli omosessuali e degli extracomunitari proprio perché ha bisogno di dimostrare a se stesso e agli altri di non essere omofobo e razzista. Un gioco come “Rapelay” sfrutta il fatto che nel rapporto sessuale c’è sempre un certo quid di violenza. Anche se minimo, anche se infinitesimale. Soprattutto da parte maschile. E se sentiamo il bisogno di attaccare così duramente “Rapelay” è prima di tutto per dimostrare a noi stessi una cosa: questa violenza morbosa, questa violenza anormale, esiste anche in qualche profondo recesso della nostra anima. Ma per fortuna non siamo disposti a lasciarle spazio così facilmente.

Rodolfo Toè
rodolfo.toe@sconfinare.net

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Bilancio di un anno di governo Berlusconi

 

 Quasi un anno fa il quarto governo Berlusconi prendeva il posto del Governo Prodi. Tornato di nuovo al ruolo che più lo soddisfa, Berlusconi non ci ha messo molto a decidere la compagine governativa, stravolgendo parte dei Dicasteri, come pure il ruolo dei suoi alleati. Fin dall’inizio del suo incarico infatti l’attuale Primo Ministro ha pensato bene di mettere fuori gioco uno degli alleati più scomodi il quale, per carisma e capacità di fare politica (a mio parere nettamente maggiore della sua), poteva essere un elemento perturbatore: Fini, come nel governo precedente Bertinotti, è stato infatti designato a Presidente della Camera. Altro alleato ingombrante era Bossi che, forte della schiacciante maggioranza ottenuta al Nord, avrebbe potuto, come alla fine ha fatto e sta facendo anche attraverso il suo braccio destro Maroni, fare pressanti richieste per un giro di vite sul federalismo fiscale e sulla legalità. Purtroppo per Berlusconi però la figura di Bossi come garante della Camera era improbabile quanto impossibile da proporre, e quindi ha preferito ripiegare su un Ministero senza portafoglio quale quello per le Riforme per il Federalismo.

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La corda vibra. Il tamburo esalta. La cassa urla. Stasera il palcoscenico del Teatro Verdi ingoia in sé l’intero mondo. Le luci danzano a ritmo di diversità, fra anime fibrillanti e lingue inesplorate. Con avidità, cerco di captare ogni singola sfumatura di quei mondi a me così sconosciuti. Le mani, veloci, scorrono lungo tutte le tastiere. Le note, al limite del palpitante, trasudano rabbia e rancore per una società che troppo bene ha imparato a denigrarle. Leggi il seguito di questo post »

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