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Erano passate poco meno di 48 ore dalla prima devastante scossa quando, guardando distrattamente la tv mi capitò di vedere un servizio di Bruno Vespa sul terremoto in Abruzzo:dopo spettacolari e prolungate immagini dall’elicottero di città e paesi distrutti, il pezzo in questione finiva con un primo piano del giornalista davanti ad una casa interamente distrutta, in una mano il microfono, nell’altra un coniglio di peluche rosa estratto dalle macerie, il conduttore di porta a porta terminava con tono “commosso”domandandosi se la bambina che viveva in quella casa avrebbe mai potuto giocare di nuovo col suo coniglio. E’ solo uno dei tanti esempi di quello che amo definire come “sciacallaggio mediatico”, che nelle ultime settimane ha colpito (non fosse bastato il sisma) le zone terremotate dell’Abruzzo. Persone più “educate” di me chiamano questo modo di fare giornalismo in televisione come “Tv dell’emozione”: l’obiettivo è semplicemente quello di alzare gli ascolti propinando ai telespettatori immagini forti, storie pietose e casi umani, un repertorio di cui i teatri di grandi tragedie come questa non sono mai avari. Devo confessare che seguire servizi di questo tipo ha generato in me seri problemi come travasi di bile, irritazioni al fegato e meno scientifiche incazzature: questa morbosa e perversa ricerca della storia pietosa, tragica e strappalacrime da mandare in onda il più presto possibile è secondo me una forma ancor più meschina e schifosa di sciacallaggio verso le vittime del terremoto. Si è tanto parlato nei primi giorni dell’allarme sciacalli, e molte persone non volevano abbandonare le abitazioni proprio per paura che i ladri potessero entrarvi e rubare indisturbatamente tutto, ma nessuno ha parlato degli altri sciacalli, quei giornalisti e direttori di telegiornali, se si può definirli tali, che per fare carriera e audience sono disposti ad approfittare delle disgrazie altrui degradando l’informazione a semplice pettegolezzo ed invadenza nella vita e negli affetti di migliaia di persone. Si può definire giornalismo fare reportage colmi soltanto di domande idiote e inopportune, tipo chiedere a chi ha appena perso tutto come sta? Il confine tra il fare informazione ed il semplice invadere senza rispetto la vita altrui per poter raccontare delle storie e non per dare notizie, è stato più volte oltrepassato in questa tragedia nazionale. La fame di informazioni che giustamente si genera dopo avvenimenti di questa portata ha condotto i media ad eccessi ripugnanti, creando una sorta di gigantesco e macabro grande fratello in cui i protagonisti sono le vittime del sisma; più grave ancora è stato il fatto che servizi opinabili come questi abbiano trovato ampio spazio in tutti i notiziari nazionali, mentre si è volutamente parlato poco di quelle sarebbero dovute essere le vere notizie. Vi è sembrato per caso che si sia parlato abbastanza dei tempi e delle modalità della ricostruzione, delle inchieste sugli accertamenti di responsabilità per i crolli, del pericolo che le mafie infiltrandosi vincano gli appalti per la ricostruzione, del fatto che una nuova normativa antisismica esista dal 2005 ma non sia mai entrata in vigore perché sempre prorogata? Non penso che i drammi privati delle persone abbiano la stessa valenza per la sicurezza e il bene comuni né facciano cinicamente più notizia del pericolo di infiltrazione mafiosa e delle  responsabilità di qualche politico o costruttore nel crollo di edifici antisismici. Ma evidentemente alla Rai, a Mediaset e in qualsiasi altra rete televisiva non la pensano così; nell’epoca dei reality show seguiti da milioni di annoiati telespettatori, l’informazione si è adeguata in fretta al nuovo formato televisivo. Il risultato ce lo abbiamo sotto gli occhi: i tg in questo spasmodico tentativo di immortalare la realtà più cruda e “autentica” fin nei minimi particolari sono diventati più finti dell’isola dei famosi e di uomini e donne messi insieme. Si cercano storie tragiche, e poi ci pensa il giornalista a condire il tutto con un po’ di pietismo ipocrita. A mio avviso, una delle tante cose che la drammatica vicenda abruzzese ci ha ribadito più che insegnato è che in Italia nel modo di fare informazione si stanno sempre più perdendo di vista le notizie vere, importanti, e si sta sempre più volutamente dando risalto a pezzetti di notizie o a particolari che la notizia già contiene. È così che sappiamo a memoria le tristi storie di almeno un centinaio famiglie aquilane (quanti erano in famiglia, quanti fratelli, sorelle e cugini aveva Tizio prima del terremoto, in che via e a quale numero civico abitavano) ma non sappiamo ancora perché, se quelle sono sempre state zone sismiche sono stati costruiti edifici nuovi come l’ospedale dell’Aquila che alla prova dei fatti di antisismico non avevano nulla. Questo modo di informare è solo un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi molto più grandi e incombenti, ed il dato preoccupante è che sta funzionando a meraviglia.

Matteo Sulfaro

Il nuovo Matrix esordisce con Erika e Omar, ed è subito audience

In tempi di crisi e di osannato ottimismo una merce che non svende è lo stupore, quanto più lo ricercano, sempre meno lo ottengono, in questa contrapposizione tra noi,  abituati spettatori, e loro, ingegnosi autori tv, o meglio tra noi, gli sbadigli, e loro, gli sbraiti. In effetti quando provo ancora piacere ad accenderla, lei, la tv, non posso dire di nutrire davvero delle aspettative di meraviglia e sorpresa, anche dai programmi che mi piace seguire in fondo, so già cosa mi aspetta, e forse li guardo proprio per quello. Ma accendendo il tubo catodico, soprattutto nelle prime serate, mi rendo conto che io di programmazione tv non ne capisco effettivamente un canale e chi invece su questa cosa ci guadagna il pane per vivere non la pensa come me e ha capito che lo stupore è il padre dell’audience.  Così di fronte a queste illuminanti deduzioni mi ritrovai sperduta in una seconda serata di inizio marzo con la Mussolini a Porta a Porta al grido di “A noi ci hanno rovinato le russe e il viagra” – era una puntata dedicata ai matrimoni misti- e su canale5 una fra le prime puntate di Matrix con la nuova conduzione di Alessio Vinci, che ha avuto la meglio sul mio senso dello stupore. Non so se lo schifo a cui ho assistito sarebbe stato egualmente nauseabondo con il vecchio padrone di casa, certo non è stata una puntata preparata in una settimana dal nuovo arrivato, quindi probabilmente sì, sarebbe stato simile anche con Mentana; ma per l’ex giornalista della CNN appena battezzato a Mediaset non è certo stato un passo in più verso il Pulitzer lasciare il giornalismo da inviato in putsch, guerre e bombardamenti e approdare in quello che sarebbe “l’approfondimento giornalistico” in antitesi a Vespa, soprattutto se il primo approccio è lo zoom sui volti di due ragazzi che nel 2001 erano per l’Italia della morbosa cronaca nera le due facce pixelate più osservate dai giornali, chiamate per nome dai tg Erika ed Omar.

Oggi nel 2009 quell’episodio forse lo si confonde nella memoria tra un Cogne e un Garlasco, e ci serviva un Matrix a togliere i pixel a distanza di otto anni, e a riportare sul banco degli imputati un processo in realtà finito,  galvanizzando per l’ennesima volta il giudizio della giuria popolare, per quell’ unico e ultimo appello in cassazione nella serata di canale5 mai messo in versione online a differenza delle altre puntate oggi visibili interamente sul sito. Forse il primo sintomo di pudore.

Comunque replicare qui ora le confessioni dei due “imputati” mandate in onda è inutile quanto malsano, e per non cadere in contraddizione con quanto detto sopra posso solo spiegare quanto e come in puntata sia stata alzata come non mai l’asticella del “trasmissibile in diretta nazionale” a scapito del “meritabile di un rispettoso silenzio”. Quindi attingendo da atti di un processo concluso e quindi pubblicabili, come letteralmente spiega Vinci in introduzione, sono stati messi in onda i colloqui con gli psicologi dei due allora 16enni condannati, con microfono e primo piano a telecamera fissa. Immagini private quanto pericolosamente deformabili, che mostrano dei ragazzi tranquilli  che raccontano al proprio psicologo particolari della famiglia di lei, della vita di coppia, del loro presente in carcere e a differenza di quanto siamo stati fino ad oggi abituati a vedere nella cronaca nera in tv, mancavano le solite manifestazioni di basso giornalismo (quali i pianti, i pentimenti manifesti, i singhiozzi etc.) in quei due volti, e questa assenza ha reso ancora più insolente e indelicata la scelta di renderli pubblici.  Infatti ovviamente il televoto del pubblico non ha aspettato a farsi sentire: mentre c’è questa ragazza, di 24 anni oggi, che si confessa a volte sorridente e lucida e racconta  quasi serenamente della propria madre al presente, c’è uno spettatore che punta il dito e non può fare a meno di pensare che quella è la stessa ragazza che l’ha uccisa. E questo porta ad un meccanismo agghiacciante di banali condanne gridate su internet nei commenti di diversi blog.

Ma purtroppo in studio a Matrix le due giornaliste e lo psicologo chiamati a  interpretare i filmati non si potevano dire di più spiccata sensibilità, soprattutto quando si sono sentite conclusioni e condanne sulle solite “responsabilità delle famiglie vuote e prive di affetto” , senza la minima percezione di star accusando una famiglia praticamente inesistente di una madre morta, di una figlia per questo in carcere, di un bambino di 11anni anch’egli ucciso e un padre vittima di questo dramma e di questa spudorata attenzione mediatica, che mi auguro solamente non stesse guardando la televisione.

Fin troppo rischioso e facile a questo punto cadere nella critica trita e ritrita al cattivo giornalismo e alla tv spazzatura, aggiungo solamente che di cronache nere ogni giorno mi nutro forzatamente, a volte con imprevista curiosità, dispiacendomene, non ne sono immune, anzi, ma persino con tale assuefazione sono riuscita a rimanere sconvolta, pardon stupita, da qualcosa che ancora è stata “di più” del resto, e quella sera gli stupiti sono stati molti, uno share del 18,04%, quindi si può dire un successo per chi sullo stupore ci aveva puntato.

Il resto di ciò che è successo in quella puntata di Matrix si può ancora trovare sul corriere online, davvero, nella sezione Spettacoli.

Gabriella De Domenico

Suona la sveglia, attorno un silenzio sornione che ovatta le urla della famiglia di sotto, chissà che problemi avranno. Cinque minuti di pura incoscienza, poi la realtà cancella qualsiasi pretesa di sogno. Apro la finestra, sole e aria fresca. Entro in cucina, caffè e biscotti. Accendo la tv, Gasparri e Franceschini. C’è qualcosa che turba la mia apolide percezione di allegria.

Mister G ha l’occhio un po’ vacuo ma sorride, la vita sembra riservargli soltanto certezze. Mister F corruga la fronte come è solito fare per le questioni di principio, dubito possiederà mai la stessa serenità che contraddistingue le anime alla Mister G. Entrambi parlano di Mister B, ma non faccio in tempo a ricavarne qualcosa di concreto che il dibattito si allarga a macchia d’olio: Mister O trasuda sdegnosa bonarietà, Mister P oscilla tra rabbia e rassegnazione, per buona educazione si lascia qualche secondo anche all’invettiva di una nervosissima Miss C. Dieci minuti di frasi rattoppate e un terzo del Tg viene sprecato in battibecchi costruiti ad incastro; tutto ciò che resta è l’inevitabile incertezza su che cosa sia più fastidioso: le estrapolazioni mirate o i contributi premeditatamente confezionati? Forse la pigrizia dei giornalisti che montano servizi simili.

Per fortuna sembra che la sveglia sia suonata anche per qualcun altro. Accontentando una richiesta della Rai, infatti, l’Osservatorio di Pavia ha condotto un’indagine comparata su 14 tra i maggiori canali informativi europei, presentando i risultati ottenuti il 17 novembre 2008 a Roma, durante un dibattito intitolato “Politica e giornalismo nei telegiornali Rai”. Lo studio, che esamina gli anni dal 1967 al 2007 e una rosa di 231 edizioni di telegiornale su 266 esistenti, prende in considerazione due settimane “campione” per ogni decennio dal 1967 al 1987 e per ogni quinquennio dal 1992 al 2007; lo scopo è ricavarne dati statistici su quantità e qualità dell’informazione politica offerta dai canali Rai.

Innanzitutto l’indagine mette in evidenza la spaccatura tutta italiana tra i primi telegiornali degli anni ’60-’70 e quelli nati dalla logica della concorrenza e della soddisfazione dei target negli anni ‘90. Secondo l’Osservatorio, la prima categoria manifesta prevalentemente “una finalità pedagogico-esplicativa come base del resoconto giornalistico, orientata a descrivere le azioni dei soggetti politici tramite notizie scarsamente controversiali, conchiuse e separate tra di loro”, mentre la seconda generazione Rai si trova ad affrontare cambiamenti politici e mediatici che “provocano in primo luogo una radicale dinamizzazione del telegiornale. L’esposizione diventa più semplice, il linguaggio più facile e il ritmo più incalzante. Ma soprattutto la mediazione giornalistica ricorre sempre più alla riproduzione diretta della voce del politico, per lo più impegnato a fare dichiarazioni e ad esternare”. Accade così che se nel 1967 azioni e decisioni degli attori politici (leggi, decreti, regolamenti, riunioni di segreterie, direzioni, ecc.) assorbivano il 94% dello spazio consacrato alla politica lasciando solo il 6% alle esternazioni, con il passare degli anni si è arrivati a dedicare attenzione appena per il 24% alle azioni e per ben il 76% alle esternazioni, con un linguaggio oggi facile per l’89% mentre nel 1967 lo era per appena il 7%.

Una seconda sconcertante verità emerge poi dal confronto con i principali network europei (Bbc per l’Inghilterra,  France 2 per la Francia, Tve per la Spagna e Ard per la Germania): l’indagine evidenzia che nei notiziari italiani la percentuale media di cronaca politica è del 34,8% contro il 16,5% europeo (con l’unica differenza che la nostra è una percentuale fissa mentre i network europei registrano variazioni notevoli di giornata in giornata, arrivando addirittura anche a zero notizie di politica interna). In Italia il 55% di questo tempo è dedicato a dichiarazioni mentre il 41,6% a risposte che i politici danno ai propri colleghi; in Europa di quel suddetto 16,5% solo un 21,2% riporta delle dichiarazioni e solo un 20,7% le repliche. In sostanza, i nostri telegiornali trattano argomenti di politica interna per il doppio del tempo rispetto a quelli esteri riempiendo la quasi totalità dello spazio con il resoconto delle intenzioni anziché delle azioni dei nostri politici. Non ci dobbiamo scandalizzare perciò se la Bbc dedica 296 secondi alle elezioni in Scozia, France2 ne dedica 337 all’adozione della riforma costituzionale, la Ard 237 allo scandalo dell’agenzia statale KFW con audizione del governo in Parlamento, la Tve 257 all’incontro tra Zapatero e Rajoy e il Tg1 di Riotta destina la bellezza di 443 secondi al dito medio di Bossi (ricordate?).

Dunque in Europa non esistono resoconti in esterna davanti a Montecitorio o dirette dalle Camere, dunque in Europa hanno spazio di parola solo i leader di partito o di governo, i portavoce non vanno in video, dunque in Europa le “buone intenzioni” non interessano a nessun giornalista stipendiato. In Italia invece c’è spazio per tutti.

Valeria Carlot

valeria.carlot@sconfinare.net

Per gli studenti di Gorizia. Quelli che non hanno potuto esserci all’assemblea di mercoledì 23 ottobre. E quelli che non potranno esserci all’assemblea del 29 a causa delle lauree programmate nella sede staccata goriziana per quel giorno (nonostante che la centrale Trieste abbia decretato la sospensione dell’attività didattica). Ma anche, e soprattutto, per quelli a cui questa protesta non interessa. Con la speranza ma non la presunzione, di fare cosa sgradita.

Stato d’agitazione. Una condizione che ricorda lo stato d’allerta, quasi si trattasse di guerra o, com’è successo recentemente, di minaccia terroristica. Sennonché a dichiarare siddetta condizione d’urgenza, non è il ministero della difesa, ma un’assemblea degli studenti. Una delle tante in questi giorni di protesta anti-Gelmini. “Fate l’amore con il sapere” lo striscione appeso, non senza comiche difficoltà, sulle finestre al terzo piano dell’Università di Trieste. Sotto, senza il popolare yogurt, la mul(l)eria, gli studenti. Saranno novecento, millecinquecento. Chi azzarda 3 mila. Tanti, tantissimi, troppi per me che non sono mai stato bravo a far stime.

Di certo, come non era bastata a contenerci la sala Venezian, prima destinazione, così l’aula magna, seconda ma altrettanto vana sistemazione. “Fuori!”, l’urlo parte da quelli che s’accalcano all’entrata dell’aulone maestoso e oscuro. C’è voglia di partecipare, il grido si fa applauso e poi coro unisono. E fuori sia. Tempo d’organizzare una cassa e un microfono, nonché di percorrere le scale all’interno dell’edificio. Sembra di stare alla simulazione di un’evacuazione, quelle delle scuole dell’obbligo per intenderci. Solo che, a differenza di allora, non tutto scorre fluido e veloce. Niente maestro unico qui.

Percorro i gradini e mi risuonano in testa motivetti gucciniani da feste a base di rossi (i vini, ormai d’annata ci sono solo quelli). A me, che il ’68 non so nemmeno cosa sia, e non me ne importa nemmeno più tanto, vien da sorridere. Penso a Gaber, al bar Casablanca. La locomotiva, intanto, procede lenta fino al cortile, lì come all’uscita di una stretta galleria, riprende a correre. E’ un anfiteatro che si apre al mare, il cortile di piazzale Europa.

“E’ in questo luogo simbolo dell’Unione Europea che, significatamene, ci ritroviamo”. Apre le orazioni il rettore Peroni. Svelto e attento a liberarsi da ogni critica di strumentalizzazione della protesta. Issato al muro centrale, sventola debolmente lo stendardo europeo, affiancato dall’ancora più stanco tricolore. Che il Magnifico mi venga ad informare sullo stato delle cose, invitando la mobilitazione degli studenti a me, uno pocofico, un po’ puzza. L’atmosfera è da grandi parole, senza bisogno di scomodar la retorica. Basta guardar la folla e, per i più romantici, spingersi oltre, fino al golfo. E’ il sentimento che ti frega nella massa, e così ti ritrovi, senza volerlo, ad applaudire la non-negoziabilità della carta costituzionale. Il giurista Peroni dimostra di saper usare i termini del mestiere e chiude con un appello all’apostolato per la costituzione. Amen. Meno accesi di un requiem, gli interventi istituzionali a seguire. Con a ruota la rappresentanza dell’Ateneo di Udine e della SISSA (la scuola internazionale superiore di studi avanzati). La platea rimane attenta, in uno stand-by continuo, pronta ad accendersi, ad alzarsi, ad infiammarsi.

Finchè, finalmente, arriva il momento degli studenti, della sedicente muleria. Si capisce subito che i pompieri non serviranno. Non questa volta, troppa pacatezza nell’aria. Si salutano le parole di tutti con degli applausi più da conferenza che d’assemblea. Poche le interruzioni da standing ovation. E difatti, lo scopo è quello d’informare prima di tutto. E, stando al silenzio, più di assento che di assenso, ce n’è davvero bisogno. La legge 133, chi era costei? E il DL 112? Potrei indovinare che più della metà dei presenti non si è nemmeno preso la briga di leggere gli articoli d’interesse. Così la demogagia di una mobilitazione, fosse anch’essa giusta, può dilagare.

C’è spazio anche per il dissenso del dissenso. E’ uno studente della destra studentesca che denuncia gli sprechi del mondo universitario. Per difendere il suo diritto allo studio, non c’è bisogno dell’intervento dei poliziotti-guardiani chiamati alle armi dal Cavaliere-capitano. Infatti, lo sfortunato navigante si becca la sana dose di fischi ed evapora nella folla, felicemente. L’impavido lo sa, verrà premiato l’indomani con una citazione nel giornale locale, anche questo, nel suo Piccolo, conta.

Scorre da un’altra parte la corrente della protesta. Studentesse e studenti, ricercatori, precari, docenti con e senza cattedra. Le parole sembrano fluire insieme, in un corso morbido come l’Isonzo, romantico come la Soča. E insieme alle parole le cifre. Un miliardo e mezzo di euro, tanto si taglierebbe all’Università da qui al 2013. Togliere fondi all’Università e alla ricerca è come sparare su una croce rossa che di rosso ha già anche il bilancio.

Tanti si rivoltano in nome della pubblica scuola. Tanti tacciono nell’indifferenza passiva e sedentaria che ha ormai prodotto questa democrazia da reality. Tanti, soprattutto tra i non universitari (ma non solo), si chiedono se, tra sprechi e baronati, stringere la cinghia non abbia effetti su un uso più efficiente delle risorse. La verità probabilmente rimane sottaciuta: di progetti di riforma non si fa nemmeno accenno, solamente si spenderà meno e si continuerà a spendere male, e questo non farà menomale. Anzi.

Ma è bello pensare che, come hanno ripetuto fino all’autoconvincimento gli studenti intervenuti, “Non finisce qui”. Ci s’illude di essere meno soli a parlar di “sogni”. Ad unirsi all’appello dei “cittadini civili che oggi insorgono”. E’ romantico e serve. Unendomi al corteo partito spontaneamente per le trade triestine, ho sentito ragazzi uscirne per la paura di essere “segnalati” alle forze dell’ordine. Di più: una ragazza mi ha rivelato che appena ha visto i poliziotti vestire i guanti ha subito pensato ad uno scontro violento e si è dileguata. Mi chiedo che paese sia l’Italia, dove chi manifesta ha paura, chi governa usa questa paura come strumento, e chi, come la muleria, non dovrebbe aver niente da perdere, abbassa il muso e decide di convivere con questa paura. Democrazia o Paurocrazia? Nel dubbio, meglio scender impavidi nelle piazze, invadere le strade, far lezioni in città. E il quarto d’ora accademico? Al bar Casablanca. “Al bar Casablanca seduti all’aperto la birra gelata. Guardiamo le donne, guardiamo la gente che va in passeggiata. Con aria un po’ stanca, camicia slacciata in mano un maglione, parliamo, parliamo, di studentato, di rivoluzione.” Ma come? Con tutte le libertà che abbiamo, vogliamo anche la libertà di cambiare?

Un nipote illegittimo del signor G.

(Davide Lessi)

Per avere qualche idea delle cifre proposte mercoledì 23 ottobre e appena accennate nell’articolo, rimando al sito della facoltà di scienze: http://www.smfn.units.it/default.aspx

in particolare al link del powerpoint pubblicato dal professor Rui, preside di facoltà e primo docente a tenere lezione in Piazza Unità a Trieste, per sensibilizzare sui temi della protesta la società civile.

http://www.smfn.units.it/Lists/Announcements/DispForm.aspx?ID=85&Source=http%3A%2F%2Fwww%2Esmfn%2Eunits%2Eit%2Fdefault%2Easpx


“Se molti di voi pensano che Gorizia senza universitari sia una città morta, si sbagliano di grosso”.

Sono in molti a pensare che Gorizia non meriti le realtà universitarie, altri che non riesca a gestirle o a valorizzarle. Nonostante questo non bisogna sottovalutare o giudicare per partito preso le iniziative presenti in città. Vi sono essenzialmente due novità: ciò che interesserà sopratutto il popolo di studiosi che di Gorizia ha fatto la sua seconda città, o semplicemente il luogo dove “spende” la settimana dal lunedì al venerdì, è l’apertura dei bandi dell’Erdisu, per usufruire dei contributi per lo studio, per l’alloggio, per maggiori info Erdisu.

Interesserà invece anche la cittadinanza l’apertura del nuovo “Conference Center” in via Alviano, a partire da Gennaio 2009. Come riportato da “Gorizia Oggi” il sindaco Romoli ha salutato la conclusione dei lavori con la speranza che la struttura possa essere adeguatamente sfruttata e pubblicizzata.

Dunque appuntamento a Settembre e a Gennaio… godetevi le vacanze.

Diego Pinna

TravaglioSi sta già concludendo la querelle che ha campeggiato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali per qualche giorno: scemerà come una di quelle notizie di cui parla Marco Travaglio ne “La scomparsa dei fatti”, verrà dimenticata e si volatilizzerà, come se nulla fosse successo. I canali informativi alternativi alle tv “di Regime” e alle testate nazionali però non dimenticano: è facile trovare, per chi l’informazione sulle vicende del mondo e soprattutto dell’Italia le cerca on line, degli spazi dedicati alla polemica e alle risposte che Travaglio ha fornito per chiarire la situazione.
L’episodio scatenante questa battaglia politica contro Travaglio è la sua partecipazione, sabato 10 maggio, a “Che tempo che fa”, trasmissione di Raitre condotta dal noto showman Fabio Fazio. Il giornalista, rispondendo a Fazio, parla di Schifani, neo eletto Presidente del Senato: racconta delle sue amicizie e dei suoi legami d’affari con persone di mafia. Il giorno dopo scoppia la polemica. E non certo perché Schifani non conoscesse D’Agostino e Mandalà, condannati l’uno nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa e l’altro nel 1998 per associazione mafiosa, e non fosse stato in affari con loro (in una società di brokeraggio assicurativo, la Sicula Brokers, dal 1979 alla fine del 1980, anno in cui Schifani chiede la liquidazione della sua quota), bensì perché un giornalista ha osato “diffamare” pubblicamente la seconda carica dello Stato. È palese che gli anni in cui i due sono stati condannati distino notevolmente dagli anni dei legami affaristici, ma è altrettanto chiaro a tutti che non si diventa mafiosi da un momento all’altro. Non è insensato dunque presumere che Schifani conoscesse le amicizie e i legami mafiosi che coltivavano i suoi soci della Sicula Brokers. Lirio Abbate – giornalista pluripremiato ed elogiato dal Presidente Napoletano –, nel suo romanzo di protesta contro la mafia e i suoi legami con il potere “seduto in Parlamento”, uscito nel 2007 con il titolo “I complici” e a causa del quale è costretto a vivere sotto scorta, spiega chiaramente le implicazioni mafiose di illustri parlamentari e dello stesso Schifani. Ma il punto è un altro: i giornali non hanno chiesto informazioni al Presidente del Senato in merito alle sue trascorse relazioni con condannati per mafia, hanno invece gridato allo scandalo perché, in un momento in cui il Presidente del Consiglio chiede “dialogo e serenità all’interno del Parlamento e del Paese”, le parole di un giornalista hanno attaccato, minando proprio la tranquillità parlamentare, una carica politica.
E sono le parole di un giornalista che compie in modo ineccepibile il suo lavoro: si documenta, studia sentenze, legge carte su carte e soprattutto ci ragiona e ne trae delle considerazioni reali. Provate e inconfutabile perché dati di fatto. E scrive libri e articoli, denuncia la realtà dei fatti di fronte a un’Italia costretta a vedere telegiornali e programmi di approfondimento politico che raccontano di veline che amoreggiano con uno dei tanti calciatori, di delitti tanto palesi che sembrano irrisolvibili, di epidemie di polli o mucche, e non di chi sono davvero le persone che ci governano, di cosa hanno fatto, di quali conflitti di interesse hanno, di cosa stanno facendo alla nostra democrazia. Travaglio racconta come pochi giornalisti del nostro tempo sanno fare, con ironia ma con estrema puntigliosità: mai un fatto senza documentazione, mai una menzogna, tutto vero e provato. Si può dissentire su un’opinione, non si può però polemizzare, discutere ed essere contrari a un fatto: le cose avvengono e un bravo giornalista le deve raccontare e collegare nel modo più imparziale possibile, ovvero senza preoccuparsi di dare fastidio a una o all’altra parte, ma evidenziando e valorizzando solo gli eventi. Si potrà criticare l’opinione e le considerazioni fatte dal giornalista, ma se egli ha raccontato un evento, questo dovrà essere inattaccabile: possono nascere polemiche sulle spiegazioni e sulle interpretazioni del fatto, ma non sul fatto in sé. Ed è così che Travaglio si palesa come persona scomoda. Perché racconta il potere attraverso i fatti reali e non ne è implicato.
Pasolini nel suo celebre “Romanzo delle stragi” (1974), meglio noto come “Io so”, spiega che lui conosce i nomi dei mandanti delle stragi politiche di fine anni ’60 e di inizio anni ’70 e i nomi di chi sta dietro alla “strategia del terrore” posta in atto in quegli anni per scongiurare una deriva comunista prima e una tentazione golpista neofascista poi, e li conosce proprio perché è “un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Il problema che rileva Pasolini è la sua impossibilità di detenere le prove delle conclusioni alle quali le sue riflessioni l’hanno condotto: il mondo del potere non concede “le prove e gli indizi” a chi non è in qualche modo compromesso nelle sue pratiche. A parer mio, dagli anni ’70 qualche passo avanti è stato fatto rispetto a questa difficoltà. Ora è più facile reperire informazioni, prove e indizi, anche grazie alle nuove tecnologie comunicative, e il ruolo degli intellettuali può essere svolto anche da giornalisti integri e separati dal potere allo stesso modo in cui lo era Pier Paolo Pasolini. Travaglio, dunque, secondo la mia opinione, sta svolgendo quel lavoro di coordinamento di fatti anche lontani, sta ragionando. E ciò che lui scrive e dice risulta essere la realtà, tanto quanto ciò che ha scritto Pasolini risulta essere vero anche a oltre 30 anni di distanza.

Michela Francescutto

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

Al Lido di Venezia vince a sorpresa la Cina

È giunta quest’anno alla sessantatreesima edizione la Mostra del Cinema di Venezia, che si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia. Per la prima volta dal dopoguerra, l’edizione 2006, che si è svolta dal 30 agosto al 9 settembre, ha portato in concorso tutti film in prima mondiale, tra cui in particolare “The Queen” e “Il diavolo veste Prada” (fuori concorso) hanno portato una ventata d’aria fresca in una manifestazione a volte un po’ troppo uguale a se stessa. Madrina della rassegna è stata l’attrice italiana Isabella Ferrari, mentre la giuria è stata presieduta da Catherine Deneuve e composta da José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-Wook e Michele Placido.

Molte le star di calibro mondiale presenti: sul tappeto rosso, inaugurato da una Scarlett Johansson in ritardo di 40 minuti (da vera diva), hanno sfilato, tra gli altri, Sandra Bullock, Helen Mirren, Adrien Brody, Jeremy Irons, Ben Affleck, Anne Hathaway, Meryl Streep, Rachel Weisz e Lindsay Lohan

Di seguito, una veloce carrellata dei premi assegnati in questa edizione.

A sorpresa, e non senza disappunto di molti, il
Leone d’Oro della 63ma Mostra del Cinema di Venezia è andato al cinese Jia Zhang-Ke, regista del film “Still Life”.

Leone d’Argento per la migliore regia
a Alain Resnais per “Coeurs”.
Leone d’Argento Rivelazione a
Emanuele Crialese
perNuovomondo”.
Premio speciale della Giuria a “Daratt“, di Mahamat-Saleh Haroun.
Leone d’Oro alla carriera per il regista statunitense David Lynch.
Leone speciale d’insieme alla carriera per
Jean-Marie Straub e Danièle Huillet.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Ben Affleck per “Hollywoodland”.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a
Helen Mirren per il film “The Queen”.
Premio Osella per migliore contributo tecnico alla fotografia a “Children of Mendi
Alfonso Cuaron.
Premio Osella per la miglior sceneggiatura a “The Queen” di Stephen Frears.
Premio Marcello Mastroianni per la miglior attrice emergente a Isild Le Besco in “L’intouchable” di Benoît Jacquot.
Il Premio Orizzonti DOC è stato conferito al lungo documentario di Spike Lee, “When the Levees Broke”, mentre il Premio Orizzonti è andato al film cinese “Mabei shang de fating” di Liu Jie.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis” a Peter Brosens e Jessica Woodworth per il loro “Khadak”.

Per la categoria Cortometraggi, Menzione Speciale al film “Adults Only” di Yeo Joon Han;
Prix UIP per il miglior cortometraggio europeo a “The Making of Parts” di Daniel Elliott.
Leone Corto Cortissimo per il miglior cortometraggio a “Comment on freine dans une descente?” di Alix Delaporte.

Federico Permutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E A ROMA CI SI PREPARA PER LA FESTA

 

E’ ancora presto per poter dare un giudizio complessivo su una manifestazione tanto attesa come la prima edizione della
Festa internazionale del Cinema di Roma, voluta fortemente dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Fondazione Musica per Roma, Goffredo Bettini. La manifestazione, in programma dal 13 al 21 ottobre, si propone come un evento veramente pensato per il pubblico: già a cominciare dalla denominazione (“festa” e non “festival”) si intuisce l’originalità dell’evento. Come ogni festa che si rispetti, la manifestazione toccherà il cuore della città, snodandosi in un percorso che va dall’Auditorium Parco della Musica fino alla Casa del Cinema, passando ovviamente per piazza del Popolo e via Veneto, fino a sfiorare luoghi meno centrali come la Casa del Jazz e la Casa delle Letterature.

Ma vediamo l’ossatura della programmazione: articolata in cinque sezioni principali, la Festa internazionale del cinema vedrà in programmazione 95 film da tutto il mondo, di cui 16, inediti, in concorso: tra questi, vale la pena menzionare “La Sconosciuta” di Giuseppe Tornatore ed “N – Io e Napoleone” di Paolo Virzì. Altro elemento innovativo è la composizione della giuria: non ci saranno infatti addetti ai lavori, ma il miglior film (al quale andrà un premio di 200mila euro), il miglior attore e la migliore attrice saranno giudicati da una giuria popolare, selezionata  da “Cin Cin Cinema” già nella primavera scorsa.

Chi spera di avere un “red carpet” all’altezza del Lido veneziano non dovrebbe restare deluso: è già stata confermata la presenza di star come Monica Bellucci, Sean Connery, Richard Gere, Harrison Ford, Viggo Mortensen, e soprattutto Nicole Kidman, che aprirà la prima edizione di questa rassegna del cinema con il suo ultimo film “Fur”, storia immaginaria della vita di Diane Arbus, la più importante fotografa del XX secolo.

Una prima edizione, dunque, che si profila molto più corposa di un numero zero, e, nonostante Veltroni si sia affrettato a ringraziare il presidente della Biennale Croff per aver compreso che “Roma non intende far concorrenza alla Mostra di Venezia”, sarà interessante tirare le somme di questo primo confronto tra le due rassegne cinematografiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

 

THE QUEEN

 

Voto: 9

Nazione: Regno Unito

Cast: Helen Mirren

Michael Sheen

James Cromwell

Alex Jennings

Durata: 97′

 

La notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 1997, tutto il mondo fu profondamente colpito dalla morte della principessa Diana. Della tragedia furono incolpati i media, l’autista di Diana, e tante altre persone, non ultima la Famiglia Reale britannica. In questa pellicola ci viene offerto uno sguardo all’interno di Buckingham Palace e nella vita della regina Elisabetta II.

 

Il regista Stephen Frears è riuscito a ricreare la settimana seguente la morte di Diana in modo intelligente e acuto: è particolarmente efficace la presentazione della figura della “Principessa di cuori”, con immagini e filmati d’archivio che ci ricordano il suo impatto sul popolo britannico (e non).

 

Il film, però, è dominato dalla magnifica interpretazione di Helen Mirren (giustamente premiata come miglior attrice a Venezia), che riesce a mostrare come sotto l’apparenza austera della Regina ci sia una persona con sentimenti umani. Elisabetta II, dopo la morte di Diana, scelse di non manifestare pubblicamente il proprio dolore, attirandosi così l’odio della nazione: il film, però, ci racconta che la scelta della sovrana non dipese dalla sua indifferenza nei confronti di Diana, ma piuttosto dal fatto che lei stessa era convinta di dover fare così in quanto Regina.

 

Molto bravo anche Michael Sheen nel ruolo di un ambizioso e sorridente Tony Blair alle prime armi: fanno in effetti da filo conduttore del film il suo ruolo di mediatore tra la nazione inglese e la Regina, e i suoi tentativi di convincere la sovrana stessa a limitare i danni da lei causati all’immagine della Famiglia Reale.

Condito di battute e interpretazioni davvero degne di nota, “The Queen” è un film spiritoso e molto intelligente, sicuramente una delle migliori produzioni inglesi degli ultimi tempi.

 

 

IL DIAVOLO VESTE PRADA

 

Voto: 8

Nazione: USA

Cast: Meryl Streep

Anne Hathaway

Emily Blunt

Stanley Tucci

Durata: 109′

 

 

Tratta dal bestseller di Lauren Weisberger, da lei scritto dopo aver lavorato come assistente del direttore di “Vogue America” Anna Wintour, questa commedia pungente (diretta da David Franklin, già regista di molti episodi di “Sex and the City”) offre uno spassoso affresco del mondo dell’alta moda e del jetset internazionale che gravita attorno a New York.

A farla da padrona è la divina Meryl Streep (già in odore di un ennesimo Oscar), nei panni impeccabili e molto fashion della dispotica Miranda Priestly, direttrice della rivista “Runway”, vera autorità della moda a livello mondiale. L’interpretazione della Streep è davvero uno spettacolo: se da una parte è capace di cacciare via chiunque con un glaciale “That’s all” accompagnato da un gesto disgustato della mano, dall’altra riesce comunque a dare un certo spessore, e quasi un po’ di umanità alla diabolica Miranda.

Al suo fianco c’è la giovane Anne Hathaway (già vista in Brokeback Mountain), nel ruolo di Andy Sachs, la nuova “seconda assistente” della direttrice, al rimpiazzo dell’ennesima segretaria licenziata in malo modo. Fresca di laurea in giornalismo e piena di buoni ideali, Andy si trova così in quel posto che milioni di ragazze “ucciderebbero pur di avere”, mentre lei lo vuole usare solo come passaggio verso altre redazioni: è infatti fieramente ignara di come si scriva “Dolce e Gabbana” e indossa golfini infeltriti e gonne della nonna, suscitando l’ilarità delle (anoressiche) colleghe e il disgusto di Miranda.

 

Ma non avrà vita facile: dovrà infatti districarsi tra una serie di umiliazioni e di missioni impossibili (come recuperare il manoscritto dell’ultimo libro di Harry Potter per le figlie del capo), e alla fine cederà anche al suo look dimesso per indossare i capi da fashion victim scelti per lei da Nigel (uno Stanley Tucci in gran forma), braccio destro di Miranda. Si guadagnerà così persino la fiducia della “capa”, ma la sua vita personale ne risentirà, e per rimediare a ciò l’unica soluzione sarà ritornare la vecchia Andy di una volta.

 



 

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