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La storia sa essere beffarda. Ai cortei dell’Autunno del 2008 contro la riforma Gelmini uno degli slogan più frequenti era “Noi la crisi non la paghiamo”. Non è giusto, diceva questo grido, che gli studenti paghino per una crisi di cui non sono responsabili, frutto di un sistema economico distorto che non hanno creato. Non so quale fosse il grido degli studenti inglesi, ma immagino che il messaggio fosse simile. Ebbene, il dibattito sulla riforma dell’università in Inghilterra (non in Galles e Scozia, che hanno statuti separati) pare andare in una direzione completamente opposta: la crisi la pagheranno gli studenti, e la pagheranno cara.

La riforma del sistema universitario in Inghilterra va inquadrata nella colossale manovra di riduzione del deficit pubblico. Il governo  di coalizione ha annunciato tagli alla spesa pubblica del 12%, pari al 6% PIL, entro il 2015 (per intenderci, in Italia sono pari appena all’1.6% PIL). Il 20 Ottobre il ministro delle finanze ha presentato al Parlamento la ripartizione dei tagli tra i vari dipartimenti. Benché il settore dell’educazione nel suo complesso abbia subito tagli relativamente lievi (-7,58% entro il 2015), a farne la spesa saranno soprattutto le università.

La base di partenza della riforma dell’università è la cosiddetta “Browne Review”: un progetto di riforma del sistema universitario in linea con l’obiettivo di riduzione del deficit, presentato il 12 Ottobre 2010 e redatto da una commissione indipendente. Per poter comprendere esattamente l’impatto dei tagli è però opportuno fare un accenno alla situazione di partenza.

L’attuale sistema delle tasse universitarie è stato introdotto dal governo laburista nel 2004. Il bilancio statale per le università inglesi è basato su un tetto alle tasse universitarie annue di 3290£ (1£=1,13€ al 21 Ottobre) ed un sistema di prestiti permette anche agli studenti più svantaggiati di avere accesso all’educazione universitaria. Attualmente il prestito viene pagato ad un tasso d’interesse reale pari a zero solo dopo che il laureato avrà cominciato a percepire un reddito annuo di almeno 15000£ (da cui viene detratto mensilmente il 9%): il nostro ipotetico Mr. Brown Junior quindi comincerà a ripagare le tasse universitarie con il 9% del suo stipendio solo dopo che avrà cominciato a guadagnare 15000£ annue (ad es. dopo essere stato promosso ad amministratore d’ufficio).

Le proposte contenute nella Browne Review in un certo senso estremizzano questo sistema. Il governo ha annunciato che per il periodo considerato (cioè fino al 2015) il bilancio dedicato all’insegnamento vedrà una riduzione del 40% (2,9 miliardi £) – riduzione da cui sono esclusi i corsi di scienze, tecnologie, ingegneria e matematica – mentre il bilancio per la ricerca sarà bloccato (ma considerando l’inflazione crescente vedrà una riduzione in termini reali di circa il 9%). Queste misure sono assai meno severe di quelle suggerite dalla Browne Review (-79% al bilancio per l’insegnamento e -21,7% al bilancio per la ricerca) ma sono comunque radicali e richiederanno cambiamenti altrettanto radicali.

La riforma disegnata dalla Browne Review si basa su 2 pilastri: rimozione del tetto delle tasse e riforma del sistema dei prestiti. Le università sarebbero così libere di stabilire le tasse che ritengono opportune; per evitare una corsa al rialzo generalizzata, tuttavia, le università che richiedessero una tassa superiore a 6000£ dovrebbero versarne una quota crescente al governo (es. il 6% su 7000£, il 19% su 10000£, …) e dovrebbero fornire piani di supporto finanziario agli studenti più svantaggiati. Il pagamento del prestito invece inizierebbe dopo che il laureato ha cominciato a guadagnare 21000£ annue (ad es. dopo la promozione a direttore delle vendite), in base a un tasso di interesse pari a quello pagato dal governo – in pratica, il più basso possibile – aggiustato per l’inflazione. Anche se il pagamento partirebbe quindi da una soglia più alta rispetto al sistema attuale, il debito contratto dagli studenti sarebbe in media circa raddoppiato (data la crescita delle tasse) ed il tasso di interesse applicato aumenterebbe. La novità maggiore è però che il pagamento sarebbe progressivo: così ad esempio il laureato che guadagna 60000£ annue pagherebbe circa 10 volte di più di quello che guadagna 25000£.

Il governo deve ancora pronunciarsi in maniera dettagliata su entrambi i temi ma la tensione è già altissima, specie considerando che i liberal-democratici rischiano di perdere completamente la faccia di fronte al loro giovane elettorato.

È chiaro comunque che al momento a guadagnare dalla riforma saranno certamente le università specializzate in particolari ambiti di ricerca, che potranno anche attirare finanziamenti privati. Si salveranno anche le università più prestigiose, che possono aspettarsi un’elevata domanda anche con tasse più alte (e per questo motivo spingeranno verso la libera determinazione delle tasse proposta dalla Browne Review). Le altre università, soprattutto quelle specializzate nelle materie umanistiche, vivranno certamente grandi difficoltà finanziarie e alcune saranno forse addirittura costrette a chiudere, un evento senza precedenti.

Ovviamente questa proposta di riforma ha già scatenato un diluvio di proteste, specie da parte della classe media, che non ha accesso ai benefici riservati ai più poveri ma allo stesso tempo non può permettersi di pagare immediatamente tasse universitarie più elevate delle attuali (e quindi risparmiare sul tasso d’interesse). Intanto, l’Unione nazionale degli studenti ha già in programma una mega-manifestazione di protesta a Londra, che arriverà fin sotto le mura di Westminster. Con le statistiche riguardanti la disoccupazione giovanile a dir poco preoccupanti, la prospettiva di cominciare la vita lavorativa con un debito esorbitante non aiuterà certo a raffreddare gli animi: uno scontro frontale dall’esito completamente aperto.

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Lo scorso 3 ottobre la Germania ha compiuto un doppio compleanno: 20 anni dalla riunificazione tra Germania est e Germania ovest e il pagamento dell’ultima rata delle riparazioni di guerra sancite nel trattato di Versailles. Durante questo addio alla prima guerra mondiale lungo 91 anni i confini tedeschi hanno subito più di uno spostamento,ma è in realtà l’ultimo compleanno a lasciare le fratture più discusse e oggi più evidenti, dove i confini nazionali hanno lasciato spazio a più invisibili confini sociali ed economici.

Le riflessioni pubbliche sul rapporto tra i tedeschi dell’est e dell’ovest in quest’anniversario sono numerose, vorrei qui proporre alcune cifre significative pubblicate quest’estate nel Magazine numero 30 del Süddeutsche Zeitung, dati che in parte ci consoleranno quando sentiremo parlare del nostro sud d’Italia, seppur con le doverose distinzioni.

Da un punto di vista economico la Germania è come un’Italia rovesciata, un sud produttivo e ricco motore del paese, e un nord est, che continua ad arrancare, quindi quando in Bayern e in Baden- Württemberg la disoccupazione è al 5%, invece nella parte orientale è intornto all’11%. Comunque le sovvenzioni ai Länder orientali hanno notevolmente migliorato la situazione che si presentava nei primi anni ‘90, la tassa “Soli” imposta nel 1995 per finanziare i costi della ricostruzione della ex DDR ha aiutato centri come Dresda Lipsia e Jena, o alla regione della Turingia, a diventare competitive rispetto ad altre zone dell’ovest. Ma i divari non si possono solo misurare col PIL, gli Ossi, abitanti della ex DDR, non si sentono ancora parte del tanto desiderato “ein Volk”, un solo popolo,del novembre ‘89. Una vita lunga 40 anni, ma anche solo 5, nella DDR lascia ancora oggi numerose eredità negli stili di vita, nel pensiero, nei consumi e ovviamente nella memoria comune degli abitanti orientali. La sensazione nella Germania ovest è quella di non aver fatto un grande affare in questa riunificazione: un tedesco dell’ovest su 4 vorrebbe di nuovo il muro. Pur non essendo una parte maggioritaria rappresenta comunque una cifra molto significativa in un periodo di crisi economica, quando il malcontento si fa più forte e la visione per uscire dalla crisi più egoista, da entrambe le parti ( Mathias Platzeck, presidente dei ministri del Brandeburgo (SPD) ha pubblicamente affermato che più che una riunificazione si è trattato di un Anschluss quello del 3 ottobre 1990).

Da un punto di vista politico la distinzione si fa ancora più marcata e le cifre parlano da sole: solo il 5% dell’élite tedesca proviene dai Länder orientali; il Bundeskabinett è stato presieduto da 15 cancellieri dell’ovest e solo uno, la Merkel, dell’est; i generali dell’esercito tedesco sono quasi tutti provenienti dall’ovest, 199, contro uno solo dell’est. Risultato? I tedeschi dell’est si sentono meno rappresentati e il dato più sintomatico del problema ci dice che due tedeschi dell’est su tre si sentono cittadini di seconda classe.

La spaccatura come detto si rileva anche da dati relativi ai consumi e alle preferenze degli Ossi, Jochen Wolff è bavarese e da vent’anni è caporedattore di una famosa rivista della Germania Est, SUPERillu. Il fenomeno di tiratura di questo periodico è tanto inusuale quanto simbolico: nella ex DDR SUPERillu è letto da 3 milioni di tedeschi, molti di più di coloro che comprano lo Spiegel, lo Stern, il Focus e il Bunte assieme, che contano solo 2,4 milioni di lettori nell’est. Queste riviste rappresentano poco il mondo della Germania orientale mentre SUPERillu, racconta lo stesso Wolff, dopo la caduta del muro ha incominciato a parlare non di personaggi famosi nel mondo occidentale e non, come Lady Di o Michael Schumacher, ma di quei protagonisti della Germania est quasi sconosciuti nell’altra metà della nazione, in cui il sistema televisivo è molto regionalizzato per il quale esistono star diverse per zone, e canali, diversi. SUPERillu quindi è l’unico tra le riviste che racconta gossip e avvenimenti di Herbert Köfer, Dagmar Frederic, Gerd Christian o Wolfgang Ziegler e tanti altri. La memoria storica comune diversa, sostiene Wolff, fa nascere bisogni, consumi e abitudini diverse,un esempio fra tutti: “ quando gli anziani pensano al loro primo bacio, non collegano questa ricordo ai Beatles, bensì a Frank Schöbel o ai Puhdys”. Il bavarese naturalizzato ossi spiega le piccole differenze che fanno della ex DDR una Germania che si sente ancora un po’ diversa, dai viaggi, il desiderio di vedere una volta nella vita le alpi, ai cibi, non amano né vini fermi né pesce, ma prediligono prodotti esotici come mango e zafferano, in generale vogliono provare ciò che non hanno prima potuto conoscere. Riguardo al comportamento di voto i tedeschi dell’est sono meno ideologici (meno del 15% votano le frange estreme di destra e sinistra) dovendo imparare il sistema partitico dopo gli altri sono anche meno legati ad una sola formazione politica,  e apprezzano la democrazia perché possono votare optando di volta in volta chi preferiscono da entrambe le fazioni (curiosità: wählen significa sia votare che scegliere).

Infine le paure più diffuse dei tedeschi orientali sono le paure di una regione che ha una disoccupazione sopra il 10% e la popolazione che vive sotto la soglia di povertà raggiunge il 19,8%: prima fra tutti è la paura di non riuscire a pagare l’affitto e paura di diventare dei senza tetto.

Dopo vent’anni il nuovo confine tedesco-tedesco è ancora sotto inchiesta, i dati non si possono dire positivi, ma la curva è ascendente. E per la nostra frattura, che ha molti più anni alle spalle,a che punto siamo? In questo periodo di anniversari dell’unità nazionale, che siano 20 o 150 le candeline sulla torta, i confini interni dovrebbe essere posti come ordini del giorno negli editoriali, nelle analisi e nelle riflessioni di fronte ad un’opinione pubblica annoiata e divisa, ma il nostro paese contrariamente alla Germania preferisce la retorica dell’unità e di fratture forse ora non ama sentir parlare, se non nelle battute sui romani e nei pranzi finiti a tarallucci e vino, anzi polenta e pajata.

“Quello che succede ogni giorno, non trovatelo naturale”

(Bertolt Brecht)

Proviamo ad immaginare. C’era una volta una bambina che correva per sentieri di pietra. Voleva arrivare, svelta, alla fontanella della piazzola, e siccome per bere doveva girare la testa, andava sempre a finire che uno sguardo, al cielo, lo regalava. Non era un cielo sconfinato. Aveva limiti precisi, che erano poi le creste di quelle montagne che stavano intorno a tutta la valle. Ti senti al caldo, quando hai un cielo piccolo, ti senti sicuro, non pensi mai di essere troppo solo, non pensi mai che possa cadere giù, che si squarci.  Un po’ come facciamo tutti con casa nostra, con le persone. Poi, succede che un mattino quel cielo divenga troppo grande,mancano un pezzo di montagna, e con lui duemila persone e quel senso di appartenenza a una terra che ti ha tradito, che si è rigirata nel sonno e ha spinto sotto le sue coperte case e stalle, senza risparmiare neanche le chiese e i bar, preghiere e bestemmie che si mescolano nell’arco dell’onda, lasciandoti in cambio un mattino livido e cinque minuti. Quei cinque minuti di tempo che hai per prendere la tua roba e seguire il militare gentile sull’elicottero che ti porta al campo profughi, non fai neanche in tempo a prendere tutto, e il tempo, a dire il vero, non ti basta neanche per guardarti indietro. Non è facile riassumere il Vajont in poche parole. Ma anche se nella realtà il cemento ha tenuto, la diga immaginaria che contiene questa storia fa acqua da tutte le parti.  Ascoltatevi l’orazione civile di Marco Paolini se volete capire gli intrighi e le speculazioni, guardate gli occhi dei vecchi ertocassani se volete capire cosa ha portato via, quell’onda, il 9 ottobre 1963. Per il resto, sfidando la noia, andatevi a leggere il Codice Penale, Libro secondo, Titolo VI, capo III, che all’articolo 449 tratta del “Delitto per disastro colposo”, punendolo da uno a cinque anni di reclusione, con pena raddoppiata in caso di danni a persone. Andando avanti, vien fuori che i requisiti per tale delitto si possono ricercare nell’estensione e nella complessità dei danni, nella non comune gravità dell’evento ma, soprattutto, nella pubblica indignazione che ne deriva. In effetti il termine “pubblica indignazione” regala un’atmosfera nostalgica all’insieme. L’aggettivo “pubblica” ricorda un sentimento di, come dire, coinvolgimento. E magari per una volta, non mero coinvolgimento emotivo, come quello con cui è stata approvata alla Camera la proposta di far diventare il 9ottobre “giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”. Nulla in contrario, beninteso, alle “Giornate del Ricordo”, rimaste unico omaggio nominale per tanti dimenticati da una società con l’Alzheimer, ma se non si capisce il senso del termine “fare memoria”, forse non servono a nulla.  Fare memoria dovrebbe significare anche, e non è una frase banale, imparare dagli errori del passato.  Eppure, solo nell’ottobre dell’anno scorso, da un’altra parte d’Italia tre frazioni di Messina -Giampilieri, Altolia e Molino – e il vicino Comune di Scaletta Zanclea vengono sepolti da fango e detriti. Una trentina i morti, un migliaio i senza casa. I montanari della diga, 47 anni fa, l’aveva capito subito, lo sapevano già: non è la natura ad essere cattiva, ma è l’uomo ad essere irrimediabilmente stupido.  E infido. Infatti, le case in questione erano state costruite abusivamente, con l’autorizzazione di qualche consigliere comunale, o con la grazia di qualche condono edilizio qui e là. I meccanismi di speculazione non sono poi tanto differenti da quelli di una SADE (l’ente privato proprietario della diga del Vajont) che per fare i propri interessi marcia sulla vita di gente comune, sudore comune, sangue comune, in nulla diverso da quello di un montanaro veneto o friulano. Il fango se le è portate via, macinate, rosicate, quelle case abusive. E ricordiamoci dopo che dentro c’era della gente, e chiediamoci se erano abusive anche loro, le persone.  Si può attribuire la colpa alla conformazione geologica del territorio italiano. Ma dovremmo ammettere di avere una coda di paglia. I lemmi per il termine “abusivismo edilizio” che si trovano in Google Italia sono 237.000; 570.000 i nuclei abitativi abusivi stimati costruiti dopo il grande condono edilizio del 1985; il 99,4% dei Comuni in provincia di Salerno si trovano in territorio rischio di frana; da Nord a Sud del nostro bel Paese, sono circa 6milioni gli italiani che abitano nei 29.500 chilometri quadrati di territorio considerati ad “elevato rischio idrogeologico”; 1.260.000 gli edifici a rischio frane e alluvioni, e di questi 6mila sono scuole,e gli ospedali 531 (si veda il ‘Rapporto sullo stato del territorio italiano’ realizzato dal centro studi del Consiglio nazionale dei Geologi (Cng), in collaborazione con il Cresme, presentato a Roma, 13 ottobre 2010) .  La coda di paglia ci è già bruciata da un pezzo. Se fare memoria è buono e giusto, evitare tragedie da ricordare è allora sacrosanto.  “Ho un debito verso gli Ertani: raccontare la loro storia. Oggi, dopo vent’anni in cui l’Italia e gli italiani sono stati offesi, umiliati, tiranneggiati, uccisi in mille altre maniere, forse questa storia sembrerà una delle tante ‘casualmente’ accadute. Forse più ‘pulita’ di quelle che accadono oggi. Ma non è così. Assomiglia molto a quelle di oggi. E’ contrassegnata dallo stesso marchio: il potere. E dall’uso che ne fanno le classi politiche e sociali che lo detengono.”(Tina Merlin, Sulla pelle viva )

Lo ammetto fin da subito: forse non è proprio il momento migliore per tirare fuori dal cappello nuove problematiche, annose, in un momento in cui ci si batte per tenere in piedi l’economia, quella delle industrie, la piccola e media impresa, le banche, le Istituzioni e un po’, in fondo a tutto, la scuola. Non siamo ancora arrivati alla frutta ma certo che con gli stipendi attuali forse non si arriva nemmeno più alla frutta a fine pasto.

Ciò nonostante credo sia compito di uno società porre interrogativi su qualsiasi tematica di attualità, a maggior ragione se in un periodo di tagli generalizzati questa tematica implica, in un settore in particolare, un notevole sperpero di denaro. I segnali sono stati forti durante questo anno: l’Italia non parla e non fa più molto – e comunque non più di prima – per la propria politica dello sport.

Perché ora più di prima? Abbiamo scoperto solo oggi che i professori di educazione fisica preferiscono delegare il proprio lavoro a un pallone, da calcio o da pallavolo che sia? Quest’anno perché la crisi del mondo del calcio italiano, quello della nazionale s’intende, è stato l’apice e allo stesso tempo la punta dell’iceberg di un mondo sportivo che va male ma che in fondo non può distrarre l’opinione pubblica da questioni più spinose.

Partiamo dal Sud Africa. Se ne sono dette di cotte e di crude, credo che tutti convengano sulla prestazione di scarso rilievo di una nazionale che al petto portava l’ultima Coppa del Mondo vinta. A prescindere dai torti – tanti – o dai meriti – pochi – dell’allenatore, nessuno ha pensato di far saltare qualche sedia all’interno della FIGC. In Francia, l’allenatore e la Federazione sono stati chiamati a relazionare davanti il Parlamento per quanto accaduto. E non per semplici motivi di tifo o di disappunto sportivo, ma perché tutto ciò ha avuto un costo (o meglio chiamarlo investimento). Chi all’interno della Federazione ha voluto buttare fuori Donadoni – che personalmente non stimo, ma che ha fatto un dignitoso Europeo 2008 – per riprendere un allenatore oramai dichiaratosi in pensione, convincendolo a suon di quattrini? Quali pressioni ci sono state per portare sulla panchina un allenatore che ha rapporti dichiarati con la Juventus, di modo da poter portare 7 giocatori dalla società di Torino? Infine, quali interessi di marketing e branding hanno portato Buffon in porta per metà della prima partita o altri giocatori a esser convocati? Di fronte a quesiti di questo genere, sono contento di come sia andata a finire.

Ma usciamo dal mondo del calcio che ammazza tutti gli altri sport, relegati in ultimissima pagina di qualsiasi giornale sportivo. Non credo di sbagliare nell’affermare che molti settori sportivi siano in crisi di risultati. Nel mondo degli sport d’inverno, dopo aver accolto una Olimpiade, siamo andati a Vancouver con una squadra modesta numericamente e tornati con una sola medaglia d’oro, 5 medaglie in totale, sedicesimi nel medagliere. Negli europei di nuoto di Budapest 2010 ci hanno parzialmente salvato le medaglie del fondo, ma in vasca i nostri atleti sono andati mediamente male. Possiamo continuare così parlando di una pallavolo che va bene, ma a livello mondiale non riesce più a spiccare (e nell’europeo dello scorso anno l’Italia si è piazzata decima). Il basket aiuto. Pallamano non esistiamo. L’atletica non si sa perché non fa per noi (e pace all’anima di Livio Berruti). Possiamo fare la lista invece di chi ci salva sempre a livello internazionale, come la scherma. Ma tanto ce ne ricordiamo solo ogni quattro anni.

Questa lista potrebbe continuare, ma potrebbe anche essere contestata. Bisogna però rendersi conto di quanto sia necessaria una politica dello sport, attraverso le scuole e nelle piccole società locali. Bisogna educare allo sport a prescindere dal facile guadagno di cui puzza il calcio e al di fuori di qualsiasi ideologia politica o nazionalista, che rovina ancora oggi il piacere di essere sportivi e spettatori.

C’erano una volta due Italie. Una al Sud, una al Nord. Una governata dal Borbone, una dal Savoia.

Ci hanno insegnato che una era quella ‘giusta’, l’altra quella ‘sbagliata’.

C’erano una volte due Italie, nel 1859.

Una delle due, nel 1856, viene premiata a Parigi come paese più industrializzato d’Italia. Viene messa in atto, nello stesso periodo, la prima campagna italiana di profilassi antitubercolare. Vengono assegnate le prime case popolari. E’ totalmente integrata, al contrario dell’altra metà, con il mercato nordeuropeo. I suoi prodotti sono pregiatissimi. Nessuno emigra. La sua flotta commerciale è la seconda più consistente del mondo, dopo quella britannica. La sua flotta militare, la terza. Conosce, certo, ritardi seri nelle infrastrutture, ma è perché punta tutto sul trasporto via mare. Di tutta l’Italia messa insieme, il valore della sua moneta circolante è di due terzi: più di 443 milioni di lire-oro (circa duecento miliardi di euro) su 664.

L’altra, più sfortunata, divisa in diversi territori, è in parte sull’orlo della bancarotta, in parte descritta dagli stranieri come terra di ‘etnicamente inferiori’, che nonostante l’assistenzialismo rimangono di capacità produttive ridotte.

Ci hanno insegnato. E ci hanno insegnato male. La prima Italia era il Regno delle Due Sicilie. La seconda, l’eterogenea Italia del Nord (e la descrizione è autentica, Vienna che parla della Lombardia).

‘Terroni’, di Pino Aprile, edizioni Piemme, 303 pagine e 17,50 Euro, è un pugno nello stomaco. Per chi è terrone, e per chi non lo è.

Questa è una recensione che diventa riflessione, che si trasforma in sfogo ma non in volontà di secessione. Lo dice lo stesso Aprile: noi meridionali non vogliamo secedere, anzi; quest’Unità ci è costata sangue e lacrime, e ce la teniamo stretta.

E’difficile spiegare cosa viene descritto nel libro: l’epopea garibaldina, così fulgida e senza macchia nei nostri libri di storia, diviene un susseguirsi di stragi senza ragione, superiori per portata a Marzabotto, Fosse Ardeatine e simili; ma gli esecutori sono ancora onorati in monumenti sparsi per l’Italia; interi paesi dati alle fiamme. Scuole distrutte, infrastrutture decimate, aziende prese di peso e portate in un Nord che all’epoca contava poche eccellenze; tesori rubati (persino le posate vengono portate via dai piemontesi). E poi, in seguito all’Unità: tasse superiori al Sud; ricavati di quelle tasse portati di peso al Nord, nella loro quasi totalità; distruzione delle eccellenze industriali (due esempi per tutti: una delle più grandi  ferriere del mondo, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in Calabria, premiate nello stesso 1861 per i migliori acciai del mondo e nel 1862 come produzione generale  all’Esposizione internazionale di Londra, sono chiuse dal governo; il motivo non si conosce: vengono fatte nascere dal nulla nuove aziende a Lumezzane, Brescia, e a Terni. Secondo esempio: i cantieri navali napoletani sono tra i più grandi al mondo, finchè il governo di Torino non decide di togliere loro tutte le commesse per trasferirle a Genova: chiaro che i cantieri napoletani, strozzati, finiscano per chiudere).

E, più sconcertante di tutto: per anni il Ministero degli Esteri italiano cerca di comprare una landa desolata, tipo la Patagonia, dove deportare i meridionali. Per intanto, vengono allestiti in Piemonte e in Lombardia dei campi di concentramento per i ribelli.

Un’offensiva che lascia a bocca aperta, e che spinge persino al dubbio: ma sarà vero? Com’è possibile non essere a conoscenza di fatti talmente gravi?

Mi sento in dovere di precisare. Il mio articolo e la mia firma (meridionale) sono ospiti di un giornale di Gorizia, dunque del Nord, addirittura Nord-Est. Per quanto io mi senta parte di quel luogo come e più di altri autoctoni, posso capire la diffidenza che queste accuse possono ingenerare nella mente del Settentrionale che, ignaro, le legge. Ciò che tengo a precisare è che, anche se tutti questi fatti sono veri, è l’uomo, non il Settentrionale, il vero colpevole. L’essere umano sa essere perfido e senza scrupoli (‘la pietà sarà considerata tradimento’, dicevano gli ordini di servizio dei soldati piemontesi incaricati di bruciare i paesi della Puglia brigantesca). La Storia ha deciso, per questo giro, che siano i Piemontesi, e il Nord in generale, a far la parte del cattivo.

Non credetemi, se volete. Ma il libro è ben documentato, e io stesso non volevo credervi, nel leggerlo. Pino Aprile riporta la storia documentata di come il Sud sia stato svilito, derubato, angariato e, col passare del tempo e l’oblio connesso, sia stato insultato per le sue mancanze.

Verrebbe da ribattermi, e mi ribatto da solo, stai difendendo il Sud? Stai dicendo che è solo colpa del Nord? Non lo direi mai. Sarebbe un modo per evitare il problema. Direi che è ‘anche’ colpa del Nord. Ora, certo, tocca ai meridionali cercare di ripartire. Ma come?

Il libro lo illustra bene; è difficile ripartire dopo tutto quello che è stato fatto perché il Sud rimanesse minorato. Un mercato che non produce; un enorme bacino elettorale, ad uso e consumo della politica, privato dall’emigrazione (prima dell’Unità inesistente) delle sue migliori teste e forze. Come ripartire, senza infrastrutture? E come si può accusare il Sud, quando tutte (e ripeto, tutte) le tasse pagate da tutti i cittadini italiani sono state investite per le autostrade del Nord? Quando le migliori industrie del Sud, dopo essere state smembrate, sono state messe in condizione di non ripartire o di ripartire con l’’handicap’ di anni di ritardo e della mancanza di collegamenti? Pino Aprile ci mostra, con tanta rabbia ma anche con tanta lucidità, le prove di una scelta ponderata e a lungo termine: quella della minorità del Sud.

E’ colpa dei terroni? Certo, com’è vero che è sempre un po’ colpa dell’ingenuo che si fa mettere sotto dal prepotente. Ma si vuole forse negare la colpa del prepotente?

Tra poco sarà l’anniversario dell’Unità d’Italia. Il Sud, che dell’Italia da sempre sente soltanto parlare, sembra l’unico a volerla festeggiare davvero. Il problema è che non ci si chiede mai il perché. Perché i meridionali faticano a sentirsi comunità? Perché l’Italia non ha mai risolto la divisione Nord-Sud (mentre i tedeschi hanno risolto la loro in un lustro scarso)?

Perché l’Italia non fa mai i conti col suo passato? Centocinquanta anni dopo, ancora silenzio. Ancora nessuna scusa. Mi viene da pensare che per molti il Sud sia Italia solamente d’estate.

P.s.Per esperienza, ve lo dico subito. Discutiamone. Per il Friulano mi è stato dato del fascista, ora non vorrei prendermi del secessionista. Non rivoglio i Borbone, voglio solo che si riparli, finalmente, di questa storia. Della nostra storia dimenticata: eravamo italiani prima del 1860, lo siamo anche dopo. Lo si impara anche con lo scontro.

Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo è ciò che cantava Giorgio Gaber, buonanima.

E’ una sensazione, questa, che accompagna noi italiani fin dall’infanzia. Un ambivalente amore-odio per la propria terra, paragonabile forse solo a quello che pervade i nostri cugini greci. Amore-odio che si trasforma in senso di colpa quando, zaino in spalla, alcuni di noi diventano emigranti.

Mi si chiede di scrivere qualcosa sulla mia esperienza all’estero. Cosa si aspettano che io dica? Mi trovo a Canterbury, in Inghilterra. Sono uno studente della University of Kent, e tutto funziona alla perfezione.

Forse, preferiscono che io dica: gli autobus sono sempre in ritardo; non si riesce a comprare un bicchiere di una grandezza quantomeno normale; la carne costa un’iradiddio, il pesce te lo raccomando; piove più o meno quattro giorni su sette (non che noi a Gorizia siamo stati abituati granchè meglio). Potrei continuare.

Preferirei, personalmente, dire che questo Paese funziona davvero. Ed essendo un Paese popolato da esseri umani, ha anche tanti -ma proprio tanti- difetti. E se mi chiedete se conviene passare un pò di tempo, o anche tutta la vita, per studio o per lavoro, nel Regno Unito, io vi direi: sì, se avete un pò di soldi da parte.

E qui potrei fermarmi a pensare. Al nostro atavico senso di colpa. Vi sto suggerendo di lasciare il vostro Paese, il mio Paese, perdio! Non posso negarlo. E non posso evitare di sentirmi colpevole. Di tradimento, certo.

La parte divertente è che il mio è un doppio tradimento. Io sono un meridionale che ha abbandonato il meridione a sè stesso. E poi, non pago, ha abbandonato del tutto il Paese. Senza cuore.

Potrei rispondere in diversi modi. Prima di tutto, e chi tra voi lettori è del SID lo sa bene, lavorare all’estero è scritto nelle stelle di chi sceglie di studiare relazioni internazionali e simili. Stupido è chi pensa che sicuramente rimarrà in Italia con un titolo del genere. Può succedere, ma è una probabilità piuttosto relativa.

Ma questa è una scusa futile. In questo modo, tolgo la foglia di fico dalle vergogne dei miei compagni di emigrazione, che studiano legge, medicina o quant’altro. Loro sì, potevano rimanere in Italia!

E allora, allora dobbiamo cercare un’altra motivazione. Sarà che odiamo l’Italia, o che, altro lato della medaglia, sarà che siamo irrimediabilmente esterofili. Noi italiani, d’altro canto, siamo famosi per la nostra esterofilia. Un pò come i ricchi russi dell’ottocento, che nei romanzi di Dostoevski infarcivano le loro frasi con del francese, che ci stava tanto bene.

Ma questa è un’accusa davvero ridicola. E, come tutte le cose ridicole, è la credenza più diffusa tra il parentame rimasto in Italia. Noi saremmo andati via per capriccio, perchè crediamo (erroneamente, sia chiaro) di trovare il paese di Bengodi poco oltre Chiasso, o il traforo del Frejùs. Io non so per quanto sarò emigrante. Per un anno, forse più. Forse per sempre, chi lo sa. Ma è una scelta difficile, e accusarmi di essere qui per un capriccio è un’offesa volontaria e che ferisce nel profondo.

Ferisce nel profondo perchè ci sentiamo in colpa, in ogni caso. Ed è spesso per questo che, una volta tornati, vomitiamo tutta la nostra angoscia su chi ci muove tali accuse; e ci scagliamo contro il Sistema italiano. Contro l’Italia che, immenso Leviatiano, ci imprigionava, ci tarpava le ali, ci negava ogni speranza.

Perchè, non è un pò vero? Che aria si respira in Italia? Stantìa, nevvero?

Come potete farci una colpa, dunque, se vogliamo scappare?

Ma la nostra, emigranti, è una colpa davvero. Gli altri sono rimasti a combattere, noi ce ne siamo andati. Che scusa abbiamo per questo? Che scusa ho di fronte a me stesso, per non essere rimasto a casa, al Sud, lavorando per ritrovare la dignità che quella terra un tempo aveva? E lo stesso vale per l’Italia.

Ma non sono rimasto. Me ne sono andato. E voi, cinici, tacete, vi prego. Non ditemi che ho fatto bene, e chissenefrega. Non fate gli uomini di mondo, non ce n’è bisogno. Sono già andato via.

Sono già andato via, come centinaia di migliaia di giovani italiani stanno facendo. E questo è un vero peccato, perchè l’Italia si svuota di braccia, e di teste. E io mi riprometto, come del resto gli altri come me, che un giorno, se raggiungerò una certa posizione, cercherò di riparare alla fuga. E’ una promessa futile, lo so. Non significa nulla.

E se c’è una cosa che mi frega, e che mi frega sul serio, è che sono felice di essere italiano. Ed è per questo che alla domanda ‘Perchè non sei rimasto ad aiutarci?’ rimango muto, e vagamente triste. Non c’è risposta.

Mi spiace, forse volevate sapere di più sull’Inghilterra. Sullo studiare all’estero. Però io vi ho avvertiti. Venite, se volete. Sappiate che il vostro senso di colpa ve lo porterete sempre dietro, e no, nulla, nemmeno la più sacrosanta giustificazione, lo potrà cancellare.

Il lettore saprà già se Dilma Rousseff, candidata del PT (Partito dei Lavoratori) alle presidenziali brasiliane, sarà la prima donna al timone del gigante sudamericano. Pur restando favorita, Dilma non ce l’ha fatta a conquistare la presidenza al primo turno, nonostante sia stata consacrata propria erede dal “politico più popolare al mondo”, come lo ha definito Barack Obama. Un presidente che esce di scena dopo due mandati consecutivi con ancora l’80 % dei consensi è un record senza pari.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex operaio, ex sindacalista, eletto nel 2003 con qualche titubanza (la paura di posizioni troppo “socialiste” determinarono, in un primo momento, una fuga di capitali) è stato capace, in otto anni di governo, di cambiare l’immagine di un paese dal brillante futuro che non arriva mai in quella di modello per tutto il mondo in via di sviluppo, e non solo.

Innegabile la clamorosa crescita economica avuta in Brasile, con un tasso di crescita medio del PIL del 4,2 % tra il 2003 e il 2009. Un’economia stabile (merito che affonda le radici anche nelle riforme avviate negli anni ’90), la conduzione di politiche economiche responsabili e la solidità del settore bancario hanno permesso al gigante sudamericano di affrontare la crisi finanziaria con relativa calma, senza perdere di vista gli obiettivi di politica sociale e ribadendo con fiducia l’essenziale ruolo dello stato nell’economia. Particolarmente rilevante il PAC (Programa de Aceleração do Crescimento), massiccio progetto di intervento statale nel mercato annunciato da Lula nel 2007 (anno in cui la crescita del PIL ha raggiunto il picco massimo) con l’obiettivo di favorire una crescita economica per mezzo di investimenti infrastrutturali e nel settore energetico.

Lula ha conquistato ben presto anche l’appoggio degli imprenditori: dopo aver realizzato, negli anni novanta, uno dei principali programmi di privatizzazione al mondo (l’allora ministro delle finanze brasiliano affermava che “la miglior politica industriale è non avere politica industriale”), il Brasile di Lula ha attuato, sotto questo frangente, una politica esplicita e pronunciata: il BNDES (Banco Nacional de Desenvolvimento Economico e Social) ha investito ingenti somme di denaro pubblico nei settori più dinamici, e ha aumentato il credito pubblico al settore privato delle piccole e medie imprese.

I campi in cui Lula ha però ottenuto il successo per cui sarà ricordato sono altri: la politica sociale è stata il vero fiore all’occhiello di questi 8 anni di presidenza. La disuguaglianza dei redditi rappresentava uno dei tristi record brasiliani, e uno dei principali risultati del governo è stato proprio la sua riduzione: l’indice di Gini, misurante l’ineguaglianza della distribuzione nei vari paesi, è passato dal 0,593 del 2001 al 0,56 del 2005 al 0,49 del 2007, con 0 che indica una perfetta uguaglianza e 1 la perfetta disparità (in Italia, per intenderci, è al 0,36). La vera riforma è stata lanciata nel 2003, con l’avvio del programma Bolsa Familia: Vennero integrate ed accorpate le cinque misure di sostegno al reddito già esistenti in un unico trasferimento, sotto la gestione di un unico ministero, e i beneficiari aumentarono dai poco meno di cinque milioni di famiglie nel 2001 alle 12 milioni nel 2009 (più o meno il 26 % della popolazione del Brasile). In presenza di bambini nel nucleo familiare il sussidio è condizionato alla frequenza scolastica e all’effettuazione di visite mediche regolari. Le scelte istituzionali e amministrative che hanno contribuito al successo del programma brasiliano sono state prese a modello anche da Paesi come il nostro, nell’affrontare la frammentarietà e l’ineguaglianza che ancora caratterizza le nostre politiche di sostegno al reddito.

I successi raggiunti in casa hanno sicuramente portato conseguenze benefiche anche sul piano degli affari esteri: il Brasile di Lula si è ritagliato un ruolo di primo piano nell’agenda internazionale, arrivando a chiedere con insistenza un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La visione squisitamente multilaterale, a partire da un buon livello di integrazione con i vicini sudamericani, ha visto il paese stringere solidi rapporti con Cina (principale socio in termini di esportazioni), Paesi Arabi (gli scambi si sono quadruplicati negli ultimi sette anni) e scommettere in un’intensa cooperazione sud-sud. E’ dunque a buon titolo che il Brasile si assume l’impegno di protezione e promozione degli interessi degli stati in via di sviluppo nei consessi internazionali.

Gli indubbi successi ottenuti da Lula non risolvono tutti i problemi che ancora affliggono il Brasile, un sistema d’istruzione carente e una riforma agraria ancora in sospeso in primis. Ma di questi tempi, con stati sull’orlo del fallimento e finanziarie da lacrime e sangue, l’idea che un ex metalmeccanico lasci in eredità un Paese più ricco e più giusto non può lasciare indifferenti.

Monasteri e montagne sulla Via della Seta

pubblicato da Polaris editore

di Nadia Pasqual

introduzione di Antonia Arslan

(Nadia Pasqual, appassionata di viaggi e letteratura, è diplomata in turismo e laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha viaggiato molto e vissuto all’estero. Si occupa di marketing turistico e collabora con l’ente del turismo armeno. Vive in provincia di Udine, dove ha riscoperto le lontane origini armene della famiglia materna).

Il volume si presenta come la prima guida turistica italiana interamente dedicata all’Armenia. Crocevia di scambi commerciali sulla Via della Seta, punto di incontro tra Oriente ed Occidente e terra di numerose invasioni, L’Armenia è oggi un piccolo stato che si estende per 30.000 chilometri quadrati , confinando con la Turchia, la Georgia e l’Azerbaigian. Nonostante fame, guerre, stermini e un devastante terremoto nel 1988, l’Armenia e’ sopravvissuta fino ai giorni nostri con un territorio ridotto, ma con lo stesso attaccamento alle tradizioni e alla terra di origine. Il poeta Osip Mandelstam l’ha definita “il regno delle pietre urlanti”, e non sorprende dato il paesaggio straordinario e vario contornato da montagne brulle ed aspre, laghi e foreste. Le splendide khatchkar, croci di pietra disseminate nelle verdi vallate, testimoniano la forte religiosità degli armeni, primo popolo ad adottare il Cristianesimo nel 301 d.c. Il biblico e mitico monte Ararat, simbolo della nazione, veglia su centinaia di antichi monasteri disseminati in sperduti villaggi che non hanno ancora conosciuto il turismo selvaggio. L’Italia è sede di uno dei più importanti centri di cultura della comunità Armena. Si tratta dell’isola di San Lazzaro situata nella laguna di Venezia appena ad Ovest del Lido. I pochi turisti che hanno la curiosità di raggiungere l’isola, troveranno uno splendido monastero sede dell’ordine dei Meckhitaristi.

Vi si trova una ricchissima biblioteca che conserva 200.000 volumi ed un museo con manufatti provenienti da ogni parte del mondo compresa una mummia risalente al 1.000 A.C. La gustosa marmellata di petali di rose che i monaci producono con le rose coltivate nei giardini e l’ottimo liquore digestivo di erbe valgono da soli la visita all’isola. Per gli armeni il paradiso è un giardino di melograni. E proprio i semi di melograno, frutto simbolo del paese assieme alle albicocche, sono quelli che Charles Aznavour, icona della musica francese di famiglia armena, porta in tasca nel film “Ararat” per tastare il ricordo della sua terra ed affievolire la nostalgia.

Accanto allo spettacolo della natura si fonde la ricchezza culturale, storica ed artistica dell’Armenia che molti hanno avuto la fortuna di conoscere attraverso la prosa struggente del romanzo “la masseria delle allodole” di Antonia Arslan. Gli armeni , dopo il genocidio perpetrato dai Turchi che loro chiamano “Metz Yeghern” (il “grande male”) hanno visto il loro popolo disperdersi in ogni angolo del mondo. I visitatori rimangono colpiti dalla loro umiltà, fede, gioia di vivere e il forte senso della famiglia ed appartenenza alla comunità. Il volume tratta ampiamente anche la visita del Nagorno Karabakh, Artsakh per gli armeni, teatro di una sanguinosa guerra tra azeri ed armeni per l’indipendenza della regione a maggioranza armena. Un adagio armeno recita “Non è facile lasciare l’Armenia, non tornarvi più è ancora più difficile” .

Se una domenica andate a Venezia, lasciatevi alle spalle la folla di Piazza San Marco, e dirigetevi a sinistra, oltre Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri, che collega il Palazzo alla Prigione dei Piombi. Passate, una volta tanto, oltre questi centri del potere della Serenissima Repubblica; non considerateli, come la maggior parte dei turisti, la meta del vostro cammino, ma l’inizio di esso. Percorrete Riva degli Schiavoni, dove arrivavano le navi dalla Dalmazia (la Schiavonia appunto, perché nell’antichità da lì venivano gli Schiavi) verso il secondo vertice dell’Impero del Leone, quello produttivo-bellico, l’Arsenale.

Ma questa volta il nostro non è un viaggio nel cuore del potere; sulla Riva ad un certo punto troverete una bella Chiesa, Santa Maria della Pietà. Essa è l’estremità meridionale di un complesso di edifici che nel passato è stato una delle istituzioni più importanti della città: l’Ospitale della Pietà. Il Palazzo Ducale mostra al mondo la grandezza della Serenissima; i Piombi ne simboleggiano la severità; l’Arsenale la potenza bellica delle navi che per secoli dominarono il Mediterraneo; il Canal Grande l’opulenza sfarzosa; per finire con il Ponte di Rialto, il quale dimostra come Venezia sia stata una delle città più cosmopolite e ricche che il mondo abbia mai visto.

Di fronte a tutto ciò, l’Ospitale si presenta molto più umile e dimesso; ma se i Palazzi citati sopra ci ricordano i privilegiati e i potenti, le mura dell’Ospitale ci raccontano le storie dei più sfortunati. Anzi, per essere più precisi, delle più sfortunate. Perché la Pietà era un orfanotrofio femminile, in cui le neonate rifiutate dai genitori, o perché frutto di errore, o più spesso per necessità, come spesso accadeva fino a non troppo tempo fa. Ma l’Ospitale della Pietà di Venezia aveva una particolarità che lo faceva brillare di fronte agli altri enti assistenziali dell’epoca: in esso le ragazze erano educate alla musica, e formavano il  “Choro de la Pietà”, famoso in tutta Europa. La Chiesa era il loro palcoscenico; le ragazze suonavano nascoste dietro delle balaustre ad alcuni metri da terra, in modo da nascondere il loro volto agli uditori: ma in questa spersonalizzazione, in questa umiliazione massima delle loro personalità, diventavano puro suono, pura arte. Erano uno strumento finissimo, leggendario, pronto a realizzare le visioni dei maestri del coro, e di uno in particolare, che qui lavorò agli inizi del ‘700: Don Antonio Vivaldi.

E’ in tale contesto che si svolge la storia di Cecilia, orfana sedicenne della Pietà nei primi anni del ‘700, che sa suonare meravigliosamente il violino. Essa è raccontata dal libro di Tiziano Scarpa sotto forma di una lunga sequenza di lettere e pensieri che la ragazza scrive ad una madre immaginaria per vincere l’angoscia che la colpisce ogni notte. Non c’è una vera e propria trama; il libro è un’insieme di immagini slegate tra loro, di temi che si rincorrono e si ripresentano, in continui tentativi di Cecilia di capire sé stessa, di vincere la solitudine, il sentimento di non essere nessuno, di essere senza passato e senza futuro. I giorni si susseguono sempre uguali nell’Ospitale isolato dal mondo, in cui le ragazze sono educate a cancellare la loro personalità per farsi “strumento del divino”, voce attraverso cui far passare la musica. La Venezia gioiosa ma decadente del ‘700, in cui dietro le maschere e i profumi si intravedono già i segnali marcescenti della fine,  è negata a Cecilia e alle sue compagne, alle quali la vita è stata negata fin dalla nascita: sono state salvate, ma il loro compito è quello di fare meno rumore possibile con le loro persone. Nessun rumore, solo musica. Cecilia scrive proprio per dare un senso alla sua vita, per fare rumore, per trovare una luce che la identifichi come individuo; gli stessi motivi che la spingono a stonare apposta durante le esecuzioni, per dire: sono qui.

La luce tanto cercata si presenta quando il vecchio maestro del coro va in pensione e se ne presenta uno nuovo: Don Antonio, Vivaldi appunto. Il nuovo maestro porta una nuova forza nella vita delle ragazze, e dei sentimenti che non hanno mai conosciuto; le spinge ad imitare i rumori della natura, ad esprimere loro stesse attraverso la musica; Cecilia riconosce sé stessa nel maestro, e Vivaldi riconosce sé stesso in lei. La ragazza, finalmente, riesce a capire quale grande potere riesce a sprigionare con la musica, e acquisisce la sua maturità, che la porterà a fare a meno della madre. Quello di Scarpa, quindi, è in un certo senso un romanzo di formazione, ma dimesso e disperato, raccontato da chi ha avuto troppo poco dalla vita per lasciarci un segno, ma nonostante ciò cerca di opporsi a questo destino. Ma è soprattutto un romanzo sulla potenza della musica, e sulla possibilità di ottenere una musica pura, slegata dall’interprete, proprio perché l’interprete si annulla in essa: “Sono stata attraversata dal tempo e dallo spazio, e da tutto quello che essi portano dentro. Alla fine ero stravolta, in un’ora io sono stata musicalmente grandine, musicalmente afa, musicalmente gelo, musicalmente tepore, musicalmente piedi intirizziti, musicalmente pioggia leggera, musicalmente suolo ghiacciato che fa male caderci sopra, musicalmente prato tenero, sono musicalmente stata dentro il sogno di un guardiano di capre, dentro un cane che abbaia, dentro gli occhi di una mosca, sono musicalmente stata nuvola nere, passo ubriaco, bestia terrorizzata e pallottola che la uccide”.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa

Einaudi, 2008

Pagine: 144

Giovanni Collot

 

Adoro gli stereotipi. È vero, sono ingiusti, demistificatori e semplificano la realtà. Erano una forma popolare e sono diventati una forma borghese di pensiero ed espressione, sono un luogo comune in cui è facile cadere se non si ha una personale esperienza concreta e se non si possiede un buon bagaglio culturale. È finita l’epoca del saper scrivere e far di conto.

 

 Per sfatare questo mito, o più semplicemente per vedere qualche proiezione cinematografica più leggera e poco impegnata, per “fuggire” in piacevole compagnia da una cena diventata troppo ricca di pietanze e d’invitati, ho deciso di concedermi una proiezione di “Benvenuti al Sud”. Non vi avrei investito più di cinque euro, non come giudizio di valore, ma, di fatto, perché si sa, e lo ripeterò spesso, il patrimonio dello studente universitario fuori sede fa gola solo alla Guinea di Dadis Camara. Piuttosto vi invito ad assaporare l’opera cinematografica in streaming, tranquillamente e, soprattutto, nella comodità di casa vostra. Abbandonando i preamboli, passo alle considerazioni sullo stesso e invito anche voi, lettori di Sconfinare, ad abbandonarvi al mondo dello stereotipato, di cui il film, come lascia intendere già il titolo, è assai ricco. Dopo la visione, anche voi come me, lascerete la sala con un leggero sorriso in volto.

 È magistrale la rappresentazione, prima, della lugubre Valle Padana, luogo d’inizio e di avvio della trama, costantemente avvolta da una fitta e densa nebbia che mi ricorda più un infernale Stige che il nostrano Po: gli unici sprazzi di luce, in questo buio totale, compaiono nelle ore centrali e più calde della giornata. Giudico senza esperienza vissuta, non essendo nato ne vissuto nel territorio compreso tra Cuneo e Rovigo, se non per brevi periodi, ma vi assicuro che l’immagine offerta era più da paese scandinavo che non da suolo italico, nonostante qualcuno continui a considerarlo come altra entità…(vi assicuro: non mi riferisco a Metternich).

 Le prime impressioni sul Sud e l’immagine di questo mondo mitico ed ancestrale agli occhi dei “polentoni”, è ancora più esilarante, neanche si trattasse della Persia o di qualche lontana repubblica d’Africa: sole, caldo (tutte le stagioni), mare e, per ciò che concerne i suoi abitanti, quasi da romanzo verghiano, lassismo, incuria ed una vita sociale da Far West come neppure Sergio Leone ha mai saputo proporre. Il tutto ovviamente condito con un’onnipresente cadenza linguistica più vicina all’arabo e al sanscrito che non ad una parlata indoeuropea.

 È evidente, che con questi presupposti, cadere nello stereotipo è facile, è ciò che desidera il regista, è ciò che ambisce fare il film senza, però, mai riuscirci del tutto. Sono sicuro che neppure i miei cari anziani veneto-friulani conservino più, se non rare eccezioni, un tale punto di vista ed una tale prospettiva. Come, mi pare evidente sia assodato per tutti, la fine della tristemente nota epoca del brigantaggio risale a fine ottocento. Se non altro perché, ormai, viaggiare non è più un lusso e, si sa, l’esperienza personale illumina molto più dei quotidiani, dei servizi e delle riviste.

 “Benvenuti al Sud” è la versione italiana di “Giù al Nord”, la commedia francese di Dany Boon. Questo groviglio di punti cardinali, presenta la vicenda di un direttore di un’agenzia postale costretto a trasferirsi dalla profonda Pianura Padana in Campania, con l’evidente e grottesca avventura che ne consegue. Il lieto fine, si capisce, è scontato.

 La pellicola è piacevole, anche se nello sfatare i molti cliché e per dimostrare come il Mezzogiorno non sia la caricatura dipinta e tinteggiata da molti settentrionali, finisce per apparire piatta e poco spontanea. Il Meridione appare quasi irreale, da cartolina, senza contraddizioni. Le sue ferite che sono innegabili e che, da sempre, sono il canovaccio perfetto per la commedia sociale, soprattutto italiana, sono spazzate via non si capisce bene come e quando, quasi che, per cambiare l’Italia, sia sufficiente portare in vacanza i lombardi in Sicilia e i campani in Veneto.

Sicuramente una lode è per Bisio, bravo ed esilarante nel caricaturare l’homo nordicus, anche se, è evidente, rende molto di più su di un palcoscenico che non al cinema in pellicola. Un film divertente, che fa sorridere, ma niente di più.

Francesco Plazzotta

Per il trailer del film: watch?v=KAxmBFba4l8

Spesso ci sono luoghi che appartengono di più al sogno che alla realtà. Appartengono alla mente umana, hanno formato nei secoli l’immagine che abbiamo di noi e degli altri. Senza ombra di dubbio, un posto speciale in questa categoria appartiene a Samarcanda. Tutti noi l’abbiamo sentita nominare almeno una volta, nelle canzoni, nei libri, nelle leggende; ma ben pochi di noi si sono posti il problema se esistesse,  dove fosse. Ci bastava sapere che c’era stata, e questo bastava per darci il profumo dell’esotico, per entrare nella dimensione del sogno. Samarcanda è rimasta per noi occidentali quello che era per Alessandro Magno sulla sua strada verso l’India: il fascino dello sconosciuto, la prospettiva di enormi ricchezze e di enormi orrori; è qualcosa posto al limitare del quotidiano, in grado di cambiare la nostra percezione. E’ Tamerlano, che nel 1500 governò su tutta l’Asia e su un pezzo abbondante di Europa, mettendo in crisi l’Impero Ottomano, sfrenato nel lusso come nella violenza; è la Via della Seta, con le sue carovane di cammelli e le ricchezze enormi scambiate da un capo all’altro del mondo; è un crocevia di culture unico nel mondo.

Ma Samarcanda, come tutti i luoghi del sogno,  esiste realmente, ancora oggi: è in Uzbekistan, in Asia Centrale. Uno Stato nato dal tentativo di Stalin di dividere l’indivisibile, le sterminate pianure tra Russia e Afghanistan. Un luogo che, dopo i fasti del passato, in cui era un’oasi di civiltà nel mezzo del mondo dei nomadi Mongoli, si è visto infilare in un cono d’ombra che l’ha tenuto al riparo dagli occhi del mondo, fino ad oggi. Provate a dire in giro “Vado in Uzbekistan”; la maggior parte della gente vi guarderà strano, penserà che la prendete in giro. Ma non ascoltateli: un viaggio in Uzbekistan vale veramente la pena. Quest’angolo di deserto, brullo e piatto, è capace di meravigliare anche il viaggiatore più cinico; prima di tutto perché non te lo aspetti, e poi perché effettivamente la magia è tanta. Samarcanda oggi è una tipica città sovietica, bruttina e senza personalità; ma al suo interno sono incastonati dei gioielli che provengono dal passato: il Mausoleo del grande Tamerlano, la Moschea di Bibi Khanum, la sua moglie prediletta, e soprattutto il Registan, il centro della città nel medioevo. Tutto è conservato benissimo, e la magia è accentuata dal fatto che probabilmente sarete gli unici turisti occidentali nella zona. Il cono d’ombra che ha coperto l’Uzbekistan non si è ancora alzato del tutto, e questo permette ai pochi giunti fin qui di percepire l’atmosfera vera del luogo: parlare in italiano sembra quasi un modo di disturbare la quiete del posto.

Questo si ripete anche nelle altre città, che anzi sono ancora più splendide. Se Samarcanda è una città moderna, da cui spuntano improvvisamente meraviglie del passato, Bukhara è ancora tutta intera. Camminare nelle viuzze, sulle mura o nel bazar della città ci riporta indietro di 600 anni; tutto è rimasto fermo, splendido, intonso; i mercanti che vendono spezie e tappeti sono gli stessi di allora, e i vecchi fuori dalle moschee in legno sembrano essere lì da sempre. Ma la città che più ci porta nel sogno è Khiva; per arrivarci da Bukhara bisogna fare un lungo viaggio nel Deserto Rosso, tra pozzi di petrolio e pecore, e non molto altro. E’ la strada che ha fatto secoli fa Alessandro Magno, che costeggia l’AmuDarja, l’antico Oxus.  Khiva si erge circondata da mura nel mezzo del deserto, intatta; all’interno, sembra che il tempo si sia fermato. Sembra di vivere nelle Mille ed Una Notte. Le case in fango e pietra, le moschee in legno, tutto brilla di una luce irreale, la luce del sogno. E a simboleggiare la lontananza dalla realtà, l’irragionevolezza della città, nel mezzo della piazza principale c’è un’enorme base di minareto, decorato in ceramica blu. Nel 1500 avrebbe dovuto essere il minareto più alto del mondo, una costruzione folle e ambiziosa per questa città di mercanti perduta nel deserto; ma la costruzione non fu portata a termine, perché i soldi finirono. Babele esiste veramente.

Ma l’Uzbekistan moderno non ha ereditato solo lo splendore mozzafiato da Tamerlano; ne ha ereditato anche la follia cieca. Come in molti Paesi ex Unione Sovietica, oggi anche qui il potere è concentrato in modo sultanistico nelle mani del Presidente Islam Karimov e della sua famiglia: la figlia Gulnara Karimova in particolare è contemporaneamente ambasciatrice in Spagna, all’ONU, businesswoman  e ha persino trovato il tempo per incidere un disco di musica pop. Come se la concentrazione di potere e ricchezza, molta, derivante dall’abbondante petrolio, nelle mani del clan del Presidente non bastasse, l’Uzbekistan è uno tra gli Stati con il peggiore record nei diritti umani. Ogni estate centinaia di migliaia di giovani sono portati a lavorare in condizione di semischiavitù negli sterminati campi di cotone del Paese, che ne è il secondo esportatore al mondo dopo gli USA, con la scusa dell’educazione al lavoro. Inoltre, la tortura è sistematica e indiscriminata,  usata anche contro i delitti più comuni. Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, ha persino testimoniato al suo governo di aver visto cadaveri di dissidenti bolliti vivi. Queste atrocità barbare possono fare parte di quella stessa follia di fondo che portò i cittadini di Khiva alla costruzione disperata del minareto più alto del mondo; ma non devono farci dimenticare che anche al di là del sogno più luminoso, spesso si nasconde una realtà peggiore di qualunque incubo.

Giovanni  Collot

Dopo gli esordi sul Bosforo, Ferzan Ozpetek si allontana per la prima volta dalla location Romana per l’ennesima commedia a tema omosessuale (il set salentino mi spinge a immaginare una sorta di omaggio preelettorale al presidente Nichi Vendola, ma forse è una malignità priva di fondamento).

Ambientato in una Lecce raggiante, Mine Vaganti racconta la storia di Tommaso (Riccardo Scamarcio), aspirante scrittore che torna in famiglia per dichiarare la propria omosessualità ma anticipato in questo dal fratello maggiore (Alessandro Preziosi) si ritrova costretto dagli eventi a seguire l’azienda di famiglia.

Rispetto al precedente Saturno Contro, Ozpetek ci presenta un racconto privo di connotazione politica. Non sono più all’ordine del giorno le battaglie per i diritti delle coppie di fatto alle quali si accennava nel film del 2008 e che per qualche tempo hanno infiammato di polemiche giornali e talk show. Se i temi principali in Saturno Contro o Le Fate Ignoranti erano l’amicizia, la convivenza e le relazioni, con Mine Vaganti si passa alla famiglia, “l’unica cosa più difficile dell’amore”, come recita il motto del film.

Sono proprio i membri di una famiglia fin troppo retrograda le mine vaganti del titolo, che si muovono ansiose e smarrite non riuscendo ad accettare l’improvviso coming out del primogenito:

Una variegata parentela tra cui si distinguono, un po’ tipizzati, il padre padrone (Ennio Fantastichini), la madre ingenua (Lunetta Savino), una zia alcolica (Elena Sofia Ricci), un cognato logorroico e, avvolta dai ricordi, una nonna bellissima e profonda ( la straordinaria Ilaria Occhini).

Il ritorno a casa porta Tommaso, che ha sempre mentito ai suoi sugli studi e sulle sue aspirazioni, a trasformarsi per un momento nel ragazzo che gli altri si aspettano sia. Nel pastificio che si trova a gestire in compagnia della bellissima Alba (Nicole Grimaudo), riaffiorano i legami e gli affetti sopiti dalla lontananza, portando Tommaso a confrontarsi con il passato, la sua terra, le sue tradizioni, e con i legami dai quali non può prescindere.

Tanta incomprensione per la natura dei figli appare senza dubbio un po’ irreale nel contesto alto borghese che viene proposto, ma l’incomunicabilità di cui sono vittime le mine vaganti è giustificata dal quadro di una famiglia ancora allargata e patriarcale.

Tra elementi ormai caratteristici (le bellissime riprese a tavola) e una colonna sonora – al solito – malinconica e retrò, Ozpetek riesce ancora una volta nel realizzare esattamente quello che il suo pubblico ormai si aspetta: tanti sentimenti alleggeriti e costretti tra situazioni equivoche e ironia per due ore (scarse) in cui non ci si annoia, ma che anzi ci lasciano fuori dalla sala un po’ pensosi e intristiti.

Bellissima l’ambientazione: tra gli uliveti, le ville barocche, i torrioni sulla costa ionia e le stradine del centro, la fotografia fa senza dubbio un’opera gradita all’ente per il turismo locale presentandoci un Salento incantevole con immagini luminose e vivaci anche negli interni… ma perdonate il campanilismo.

Giacomo Manca

 

https://sconfinare.files.wordpress.com/2010/04/fornello-smaltato-73246811.jpg?attachment_id=2266È un’altra volta primavera e gli ormoni sono animalescamente alle stelle. La vostra stoica coinquilina si è trovata una nuova fiamma che bivacca sistematicamente
a casa vostra. Ormai il drudo che s’intrude si è impadronito anche del bagno: non si cambia mai il maglioncino radical chic a collo alto, ma si fa sempre la doccia da voi. Cosa fate? “Domani sera viene a cena… puoi cucinare qualcosa di buono tu che sei tanto bravo?” vi chiede lei con gli occhioni dolci. Come agire? Questa volta vi attrezzate a puntino e gli preparate un bello scherzo!

ATTO I: Ars bibendi

Ore 19.00: il vostro parassita plautino si è installato sul divano. Mentre lei è ancora in bagno ad imbellettarsi con la sua puntualità da Trenitalia, preparate un drink all’ospite. Martini bianco, vodka, gin, schweppes, anche grappa se n’avete e tanto, tanto tabasco. Finché il tutto non diventa rosso. Lo servite all’ospite che strabuzzerà gli occhi al primo sorso. “Certo con questo non ho vinto lo shaker d’oro! Ma è buono no?”. “Oh, sì…” accondiscenderà lui “Ma come si chiama?”. “Attila. Perché dove passa lui, non cresce più l’erba”.

ATTO II: Rimedi casalinghi

“Ma lo sai che più ti guardo più mi convinco che la mia coinquilina abbia buon gusto? Sei proprio bello…”. Nell’imbarazzo creato potrete versargliene un altro. “Ma che c’è dentro oltre la dinamite?”. “Un po’ di tutto! Bevi, bevi!”. Ubriacarlo sarà la vostra prima mossa vincente. Quando con la coda dell’occhio vedrete la ragazza sgattaiolare dal bagno in camera per agghindarsi (20 minuti), preparate l’affondo. Mettetegli nella tasca dei pantaloni una scatola di pastiglie per la gola per bambini spiegandogli che è metanodina, per il sistema nervoso. “Sai, è contraria a certe delusioni…” “Di che tipo?” “Oh, d’ogni tipo! Ora è normale, ma se succede, due o tre pillole di quelle e smette subito di piangere! Devi solo essere un razzo a dargliele, prima che allaghi la casa”. Mossa cattiva sì, ma la vostra pazienza l’avete già cucinata da tempo.

ATTO III: Suggestioni

Lasciato solo l’ospite con la sua morosa, finalmente preparate la cena: il vero e proprio colpo di grazia. Non c’è tempo per forni e grandi cose. Petto di pollo. Infarinatelo e mettetelo in padella con un po’ di burro e qualche spicchio d’arancia. Sale, pepe e un po’ di curry. Semplicissimo. Una volta cotto mettetelo sul piatto con altre due o tre fettine d’arancia di guarnizione e servitelo a tavola con del vino rosso. “Et voilà! Anatra, all’arancia!”. Lui è cotto e non coglie la differenza, lei non è certo un’intenditrice. “Un piatto speciale, per una coppietta speciale! Vi avverto che ci ho messo un po’ di piticarmo. Una spezia afrodisiaca potentissima, originaria della Polinesia. Ho dovuto girare mezza Gorizia per trovarla! Assaggiate, assaggiate!”. Dopo qualche boccone i vostri piccioncini saranno travolti dall’effetto placebo, perché il piticarmo non l’avete mica messo. Lei inizierà ad accusare vampate di calore e lui la seguirà a ruota. In un turbine di passione inizieranno a baciarsi fino a cadere dalle loro sedie. Dicendo “Si sente, eh sì che si sente!”. Li avviserete che ne avete messo pochissimo. Continueranno dicendo “Eh ma si sente lo stesso!” ancora convinti. “Guardate che di piticarmo non ne ho messo neanche un po’!” li avvisate dopo qualche minuto. “Ma te guarda la suggestione!” dice lei e si rialza mettendosi nuovamente a tavola con la nonchalance degna di una diplomatica, ma vergognandosi come una ladra per la figura da anatra, seppur all’arancia. Lui, però, sarà fuori combattimento, steso a terra sonnecchiante per la sbronza e in preda all’imbarazzo dell’orgoglio ferito, nei suoi sogni.

Ultima mossa: a fine cena lasciate sparecchiare a lei, così le darete l’opportunità di scaricare il fidanzatino e vi risparmierete una fatica. Poi anche dalla vostra camera sentirete lo stesso la scenata ad alto volume che vi aiuterà a digerire con un sorriso il ricordo del dis-drudo.

Su! cosa aspettate? Correte ai fornelli!

Daniele Cozzi

La meta in questione è Udine. Terra al centro del Friuli Venezia Giulia, che collega il Veneto con la Slovenia passando per Gorizia, i Pordenonesi con i Triestini e riesce a non amare, e non essere amata da nessuna di questi ultimi. Udine, la città della Gladio. Neglie docet.

Per tutti coloro che non avessero voglia di accettare con asettica ironia ciò che segue e precede, sconsiglio il proseguimento.

Udine è terra a sé stante. Capisco la naturale ed automatica spinta ad inserirla nel panorama friulano, se non altro per ragioni socio-politiche. Ma l’udinese no. Non vuole essere inserito da nessuna parte. Lui se ne sta bene per gli affari suoi, negli affari suoi. E se puoi non farteli, bè, lui ne è contento e sollevato. Preferirà piuttosto vedere la balla di fieno che ha nella stalla rotolare piano piano nel suo cortile o campo. Tanto per capire in che termini uso “friulano”, sia limpido che Udine è la capitale del Friuli e tralasciamo che siamo una regione eterogeneamente composta. Rileggi bene: Udine capitale del Friuli. Non capoluogo, non capoluogo di regione. CAPITALE. Anche perché l’omogeneità, il friulano, non la vuole. Non sa cosa farsene. È importante che tu non sia di colore e che non professi religioni strane. Lui lavora e deve lavorare, quando ha finito può finalmente andare in osteria e ordinare un “tai”. Ben che vada, tornerà a casa e urlerà alla moglie “Femine! Dulà isal di mangjà?!”. Dico “Ben che vada” perché non è detto che riuscirà a pronunciare queste parole senza mangiarsele. Sapete com’è, il vino è nemico dell’uomo e chi scappa davanti al nemico è un codardo. Questo un friulano lo sa bene.

Immediato il parallelo Udine-Gorizia. Ora, sappiamo che il FVG è un bacino particolarmente piovoso: il cosiddetto “pisc*atoio d’Italia”, se non mi fossi spiegato a dovere. Ma anche un udinese dovrà riconoscere che Gorizia è più grigia e piovosa di Udine. Già lo noti quando parti da Udine alle 8 del mattino con tanto di occhiali da sole ed a metà tragitto ti chiedi se il sole a Udine ci fosse davvero. Praticamente arrivi verso Cormons (quello che per i non-friulani è Còrmons) e ti sembra di tornare nei film degli anni ’50. Tutto in bianco e nero.

Arrivi e chi incontri? I Goriziani! Che, poi, li capisco: passare 5 mesi all’anno (sì dai, da ottobre a marzo) in queste condizioni climatiche non è facile. Poco fortunati però: se vanno a Udine sono Bisiachi o Slavi (non Sloveni, Slavi!), se vanno a Trieste sono “furlani”. E tutto il resto d’Italia non sa se risiedono in Italia o in Slovenia.

Poi ci sono i Pordenonesi che per un friulano vero, quello che abita a Udine o nella campagna circostante, è un veneto. Parlano un dialetto diverso, qualcosa di poco udinese e soprattutto non lo chiamano “tai” ma “ombra”. E a Udine l’ombra è quella che proiettano gli oggetti esposti al sole. Quando c’è.

Soprattutto il loro è un dialetto, non una lingua come il Friulano. Provaci, tu, a dire a un Friulano che la sua lingua non è una lingua. Ma in fin dei conti c’ha pure ragione, il Friulano è una lingua così come il Ligure, il Lombardo o il Sardo, come da tutela delle minoranze espressamente citata dalla nostra Costituzione.

Ma l’udinese ha anche un suo dialetto oltre al Friulano. Eh si amici, è il dialetto udinese: un misto tra friulano e veneto, parlato solo dai veri signori udinesi, i quali lo sfoggiano all’occorrenza (tipicamente in bar o a qualche banchetto) per fare i contadini evoluti, quelli che non parlano il rozzo friulano. Perché non dovete credere che l’udinese sia un contadino! No, il Friuli sarà anche una regione di umili origini, ma l’udinese non deriva da tutto ciò. Lui è nobile, aristocratico, non ha le unghie sporche di terra. Adora mangiare il frico, la polenta, il San Daniele e bersi 12-13 tagli di Cabernet ma se è un vero udinese non vi parlerà friulano! Solo dialetto udinese per lui, ed è cosa rara.

I Triestini!!! Come dimenticarsi della guerra archetipica tra Udine e Trieste!? I motivi storici li conosciamo, i libri ce li illustrano a dovere. Ma anche i bambini oramai vengono cresciuti a pane, salame&odio_per_i_Triestini, dalle cui bocche spesso esce un certo melodioso grido “Un solo grido, un solo allarme, Trieste in fiamme, Trieste in fiamme”. Cosa dicano dall’altra parte non voglio saperlo.

Tanto per intenderci, se un bambino Friulano, e quindi di Udine&dintorni, fosse chiamato durante la lezione di geografia di seconda elementare a collocare Trieste sulla piantina geografica, lui chiederebbe spazio su quella slovena. Sia chiaro.

L’uomo friulano è peraltro un uomo molto orgoglioso, grandi principi morali e la famiglia è a lui sacra. Guai se gli citi la moglie o la madre, anche se lui è il primo a chiamare la prima “femine” ed a rispondere male alla seconda. Per spiegarmi meglio, il friulano vero (questa volta mi riferisco al friulano contadino che vive in camicia di flanella, non a quello aristocratico che vive in città), quando rincasa, se trova la moglie sul divano e non a preparargli la cena in cucina, penserà che la catena è troppo lunga.

Puoi andare anche a trovarlo, qualora avessi questa malaugurata idea, ma…: 1. Lui deve lavorare; 2. Magari ha altro da fare o a minuti deve uscire; 3. Se è domenica mattina potrebbe essere a messa, anche se passa 23/24 a condire le sue frasi con delle bestemmie, siano esse esclamative o per intercalare; 4. Stai attento a non presentarti ad orari prossimi a quelli di pasto, potrebbe vedersi costretto ad invitarti a restare a cena e il vero friulano non condivide questi momenti; 5. Tua madre, anche lei friulana, ti ha istruito a non disturbare in casa d’altri, dapprima che cominciasse ad allattarti. 6. Ce ne sarebbero altri, ma mi fermo per limiti di spazio.

Soprattutto, semmai dovessi incrociarlo per strada, distogli lo sguardo. Così non sarà costretto a salutarti.

Ma, al cospetto del friulano dell’hinterland che incarna alla perfezione le sembianze comportamentali e sociologiche di un orso, vi è il friulano udinese della Udine Bene, per i meglio detta anche “Udine Bien”. E il francese non lo sanno, ma fa figo dir così!

La Udine Bene non è di un bene qualsiasi, è di un bene speciale. Per questa casta però non vi sono particolari differenze rispetto a quelle delle altre città. Ma per la Udine Bene sono fondamentali delle tassative vacanze a Cortina e soprattutto almeno 3 settimane di villeggiatura a Lignano. Dove potrai recarti o nell’hotel a 5 stelle o nella casa di proprietà a due piani con piscina e pavimento riscaldato.

Cosa!? Starai mica pensando che il pavimento riscaldato non sia così necessario nella casa al mare? Queste sono tendenziose illazioni! Il pavimento riscaldato è fondamentale!

Pay attention please: IL mare è Lignano, non vice versa. Lignano è “Udine in mutande”.

Ad ogni serata devi come minimo spendere 30 euro in drink per te ed almeno 25 euro per gli amici. Non di più, perché anche l’udinese della Udine Bene è un gran taccagno.

Magari a casa usa le lampade ad olio o le candele perché l’ENEL gli ha interrotto l’erogazione della corrente dopo 6 mesi di mancato pagamento della bolletta, ma in garage ha il Cayenne. Turbo, ovviamente.

Cayenne che andrà rigorosamente sfoggiato, almeno una volta a settimana ed obbligatoriamente il sabato sera quando si scatena la movida udinese (quale?!), per il centro storico cittadino.

Altri nemici dell’udinese sono poi il friulano della bassa e quello carnico.

Per attribuire le appropriate definizioni di ciascuno è importante eleggere il soggetto di riferimento. Un po’ come la Veritas di Hobbes secondo Schmitt.

Se partiamo da quello della bassa la situazione è semplice. Il mare è Grado, non Lignano. A Lignano ci sono le discoteche, ci si va solo per la festa di Maturità, finito il liceo. Per chi ci va, al liceo, spesso i genitori della zona preferiscono per i loro figli un bell’istituto professionale: perdersi sui libri fa male e ti rovina gli occhi. Per il resto c’è Grado, servita dalle corriere della campagna a sud di Udine. A nord c’è Udine, la gente nobile, oltre ci sono la montagna, i montanari e l’ignoto. Sono quelli che puoi effettivamente definire “contadini”.

Il carnico invece è una specie a sé stante. Non puoi condividere esperienze con lui se non abiti almeno a 30 km a nord di Udine. Il carnico, finchè non gliel’ hanno fatto capire a colpi di no, voleva staccarsi dal FVG e creare una regione a sé, con capitale Tolmezzo. Si alza alle 8, spacca un po’ di legna, la mette nel camino e passa 12 ore in osteria con gli amici (quattro, gli amici sono quattro, non di più) a bere damigiane di rosso che, per dissimulare, versa ripetutamente in bicchierini piccoli, così può berne tanti, perché “tanto sono piccoli”. Il vero carnico, quello vero che abita nei paesini, ti saluta sempre. Solitamente vede 5 o 6 anime nel corso della giornata: se tu lo incontri nei suoi vialetti, ti osserverà per circa 3 o 4 minuti ma ti saluterà, quasi con entusiasmo. A Udine sono “Citadins”, da Udine in giù sono “Terons!”

Grande diatriba udinese-carnico: l’udinese è solito definire “carnici” quelli di Tarvisio. ALT! Tarvisio è in Val Canale, non in Carnia. Non offenderlo! (soprattutto, non offendere i Tarvisiani!! Quelli bevono ancora di più!).

Ma il friulano non finisce qui! Da ottobre a marzo, è sempre tempo di “Brovade muset”! Il piatto dovrebbe essere consumato a capodanno, la tradizione lo impone e il friulano la rispetta. Anzi. La “brovada” è una rapa bianca grattugiata dopo averla macerata nella vinaccia per 40 giorni, da mangiare anche cruda. Ma guai a te se confondi il comune cotechino con l’autoctono musetto: il musetto si chiama così perché vengono adoperate parti del muso del maiale. Musetto non è cotechino e se vieni in Friuli devi saperlo.

Il friulano, non l’udinese, che si rispetti vive in camicia di flanella e pantalone di velluto. Lavora sempre e comunque ma l’estate è il suo momento migliore, quando si schiude come i boccioli di un geranio in primavera: sagre, sagre e ancora sagre che dominano estate ed autunno. Il paese scende e si spartisce i compiti, ognuno dietro il bancone o la cassa di turno. I più fortunati, ovviamente, sono quelli al gabbiotto di vino e birra. Gli altri dovranno aspettare la chiusura della serata di sagra per ubriacarsi. Quello col vocione più forte va alla pesca di beneficenza (3 biglietti 6 euro, ma è conveniente!!) e romperà i…timpani per tutta la sera. E la soddisfazione più grande sarà poter dire, a sagra conclusa, “abbiamo avuto più gente del paese a fianco”.

A settembre il gran finale: dai paesi si parte in massa e si va in città, si può finalmente assaggiare un po’ d’aria della metropoli, UDINE. Signore e signori, vi accorrono da ogni dove: è tempo di FRIULI DOC! Mai festa migliore: incitati e autorizzati e bere per 3 giorni, fino a dimenticarsi l’alfabeto.

 

Perché il friulano è un po’ così…all’inizio ti guarda male, ma dopo il secondo bicchiere è una delle più simpatiche, generose e buone persone al mondo.

Friuli Venezia Giulia, ospiti di gente unica.

Maggioranza risicata per la lista nazionalista e laica Al Iraqiya

Dopo venti giorni di stallo, la Commissione elettorale è riuscita a dare un verdetto sulle elezioni tenutesi in Iraq il 7 marzo.

Il risultato uscitone è stato un vero e proprio ribaltone elettorale, infatti al contrario di tutte le previsioni, che davano vincente il premier uscente Nouri Al Maliki e la sua coalizione “Alleanza per lo Stato di Diritto” è risultata invece vincente l’alleanza Al Iraqiya dell’ex-premier Iyad Allawi con 91 seggi contro gli 89 di Al Maliki.

Queste elezioni presentano numerosi aspetti di novità rispetto alle precedenti, innanzitutto la partecipazione è stata molto alta raggiungendo il 62,5%, dato invidiabile anche per molti paesi occidentali, in secondo luogo si è avuta una partecipazione massiccia dell’elettorato sunnita, che in precedenza aveva in gran parte disertato le urne, terzo e più epocale il deciso ridimensionamento dei partiti confessionali, fortissimo segnale della volontà degli iracheni di superare gli anni di violenze ed orrori causati dagli scontri religiosi.

Ma chi è il vincitore di queste elezioni? Allawi è nato 65 anni fa, di famiglia sciita ma laico e sposato con una cattolica, in gioventù fece parte del partito Baath uscendone nel 1975 per dissidi con la linea di Saddam Hussein. Si specializza in neurologia a Londra, dove nel 1978 sfugge ad un tentativo di omicidio ordito dai servizi iracheni. Diventa quindi il punto di riferimento di tutti i dissidenti iracheni ex-baathisti e laici, ottenendo l’appoggio americano in diversi tentativi di rovesciare il regime. Rientrato in Iraq a seguito dell’invasione del 2003, diventa premier ad interim nel 2004. Si tratta di un governo-fantoccio delle autorità americane, che gli costa l’appellativo di “boia di Fallujah” a causa dell’offensiva tenuta durante il suo governo sulla città. Finito il suo premierato inizia a preparare la lista laica ed interconfessionale Al Iraqiya, con cui riesce a catalizzare i voti dei sunniti, degli ex-baathisti e dei laici in genere riuscendo a vincere le elezioni.

I veri problemi iniziano però adesso, al di là del fatto che Al Maliki non ne ha riconosciuto la vittoria e ha richiesto il riconteggio dei voti ottenendo un secco no, Allawi ha ora un mese di tempo per formare una maggioranza credibile per ottenere il 163 parlamentari su 325 necessari per governare.

L’impresa non si presenta facile in quanto Allawi ha ottenuto 91 seggi, Al Maliki 89, mentre la coalizione confessionale sciita 70. Gli unici che fin’ora si sono detti disponibili sono i curdi con i loro 43 seggi, comunque insufficienti, e che con ogni probabilità richiederebbero delle contropartite inaccettabili per la componente sunnita in termini di diritti petroliferi e territoriali.

Maliki, sconfitto alle urne, sembra invece messo meglio dal punto di vista delle alleanze, potendo puntare all’accordo con l’Alleanza nazionale irachena, sintesi dei radicali sciiti e forti di 70 deputati, anche se la componente estremista guidata da Muqtada Al Sadr ha fatto sapere di non volerne sapere annunciando un referendum tra i suoi elettori, senza contare che nemmeno gli USA vedrebbero di buon occhio una riedizione del vecchio governo e dei suoi errori.

Resta una possibilità, per quanto assurda possa sembrare, l’alleanza tra Allawi e Maliki. Possibilità confermata dalle dichiarazioni di Allawi, che afferma: “Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno e portino stabilità e pace all’Iraq. Imposteremo negoziati con tutti i blocchi politici, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso”.

Adesso tutti i giochi restano aperti, ma il popolo iracheno ha lanciato un segnale forte con la volontà di avere una società laica, dove sunniti, sciiti, curdi e cristiani hanno pari diritto di cittadinanza, gettandosi alle spalle gli anni di guerra e divisioni etniche e religiose.

Emiliano Quercioli
emiliano.quercioli@sconfinare.net

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