You are currently browsing the tag archive for the ‘gruppo’ tag.

Il mondo deve sapere che in un cucchiaino di Nutella non ci sono solo nocciole.

Dopo anni e anni in cui inesorabilmente uno sguardo, una parola, un accenno innocente cadevano sempre sul medesimo soggetto, dopo mesi e mesi in cui inevitabilmente loschi figuri millantavano la conoscenza di informazioni inconfutabili al riguardo, ho finalmente deciso di fare chiarezza sulle verità del Signor Michele Ferrero.

La storia della più grande azienda italiana per fatturato comincia nel lontano 1942. Sono anni di guerra e privazioni, però ad Alba esiste una risorsa che costa poco e si trova ovunque: la nocciole. Pietro Ferrero inventa l’embrione della Nutella: una pasta di nocciole che viene confezionata nella carta stagnola e venduta per pochi soldi. È l’inizio della dipendenza. L’insaziabilità piemontese crea un giro d’affari che in soli otto anni porta un modesto laboratorio per dolci a diventare azienda e l’azienda ad aprire già nel 1956 un primo stabilimento in Germania. La Ferrero diventa così la prima attività italiana del dopoguerra ad avere sedi operative all’estero.

A questo punto la prima generazione di Ferrero (il fratello di Pietro, Giovanni, si occupava del settore vendite) finisce e l’industria passa nelle mani del famigerato Michele. A voi non è mai capitato di considerarlo un’entità metafisica? Beh salutate il vostro idillio immaginifico perché ho intenzione di pubblicare una sua foto, nessuna idealizzazione può rendergli giustizia. Il suo apporto alla dea delle perdizioni – l’ottava meraviglia o l’ottavo vizio per chi preferisse mantenersi nei limiti della morale – è stato fondamentale: nel 1964 ne cambia formula, densità e nome (come gli sia venuto in mente di chiamarla Nutella lui solo lo sa, comunque non poteva giungere a nulla di più onomatopeico). La Ferrero spicca il volo verso il mondo intero e Michele, nonostante possa ormai ben dire di essersi meritato la conduzione dell’azienda di famiglia (vorrei sapere se qualcuno gli ha mai dato del figlio di papà), si fionda su prodotti nuovi e tutti incredibilmente apprezzati: Mon Chéri, Pocket Coffee, Ferrero Rocher, Raffaello, Tronky, Kinder Bueno, Kinder sorpresa, Kinder Cioccolato, Kinder Délice, Kinder Brioss, Fiesta, Kinder Pinguì, Kinder Fetta al Latte e Kinder Paradiso, Tic Tac, Estathè e Gran Soleil. Considerando l’offerta di altre multinazionali dolciarie forse questa lista di prodotti potrà sembrare limitata, ma fate l’esperimento di chiedervi se effettivamente ce ne sia uno solo che non avete assaggiato nemmeno una volta o uno solo che non vi sia piaciuto quando l’avete addentato. Se la risposta è la stessa che darebbe la maggioranza dei consumatori mondiali, avrete in mano la chiave per capire come sia possibile che un’azienda tuttora posseduta al 100% dalla medesima famiglia (siamo alla terza generazione) possa avere uno dei fatturati più elevati della Terra.

Attualmente il gruppo Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie del mondo, dopo Nestlé, Kraft Foods e Mars. Il fatturato consolidato del gruppo nell’esercizio 2007/2008 è stato di circa 6,2 miliardi di euro, in crescita del 8,2% rispetto all’anno precedente. Nel mondo sono occupati oltre 21.600 dipendenti, con 38 compagnie operative per la vendita e 14 stabilimenti per la produzione. Sette di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti. Nella lista dei “World’s Billionaires 2009” redatta da Forbes, Michele Ferrero & family compaiono al 40° posto – tanto per dare un’idea, Silvio Berlusconi & family stanno al 70°. Infine un’indagine del Reputation Insitute (un istituto privato di consulenza e ricerca, specializzato in corporate reputation management), condotta lo scorso maggio 2009 intervistando più di 60.000 persone in 32 Paesi diversi, ha portato alla scoperta che il marchio Ferrero è considerato il più affidabile a livello globale – la medaglia d’argento va niente di meno che al colosso Ikea. Il motto dell’azienda non poteva che essere: “le buone idee conquistano il mondo”.

P.S. i miei ringraziamenti vanno a Giovanni, che mi ha fortemente spronata a non scrivere qualcos’altro sulle donne.

Annunci

Dal G8 al G20

 

C’era una volta il G8, esclusivo consesso in cui i leader degli otto paesi capitalisti più potenti del “mondo libero” (e capitalista) discutevano sull’andamento dell’economia mondiale, tralasciando molto spesso le considerazioni riguardanti la tutela dell’ambiente e il benessere degli altri paesi (capitalisti, neutrali o socialisti che fossero). Il G8 (“Gruppo degli otto” o “Grandi otto”) è nato nel 1975 per offrire una piattaforma di discussione non ufficiale ai capi degli otto paesi più industrializzati del mondo, che possedevano quote assai significative delle ricchezze economiche e delle capacità tecnologiche e militari mondiali. Una struttura di governo dell’economia mondiale come il G8, a quei tempi (e perlomeno fino al crollo dell’URSS), poteva essere considerata efficiente e sufficiente principalmente per 2 motivi: primo, raggruppava effettivamente i paesi più potenti del mondo e secondo, doveva confrontarsi con un sistema economico su cui gli stati avevano ancora un buon grado di controllo anche a livello internazionale. Non bisogna poi dimenticare che l’esistenza del “blocco comunista” faceva sì che un gran numero di paesi fossero di fatto fortemente limitati nella loro libertà di commercio, il che rendeva il sistema economico mondiale relativamente semplice e facilmente gestibile.

Il G8 in realtà non si è mai evoluto in qualcosa di diverso da forum informale di discussione, ma ha certamente avuto un ruolo rilevante dato il peso delle economie dei suoi paesi membri, peso che a livello internazionale si fa fortemtente sentire, specie in sede di organismi economici mondiali come il “Fondo monetario internazionale”, la “Banca mondiale” e la “Organizzazione mondiale per il commercio” (organizzazioni in cui la preminenza degli USA in particolare è schiacciante, basti pensare che nel ’91 il presidente americano Bush senior rifiutò di concedere il prestito domandato da Gorbaciov al FMI per evitare il collasso dell’URSS, cosa che puntualmente avvenne).

 

Nell’era della globalizzazione e del post-modernismo e di tanti altri mille velocissimi processi, ognuno con la sua brava etichetta, il G8 si è dimostrato uno strumento svuotato di gran parte del suo significato a causa della crescente incapacità degli Stati di controllare i flussi economici mondiali (soprattutto nelle loro conseguenze nefaste) e dell’ascesa politica, economica e anche militare, di quei paesi “quasi sviluppati” come Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa e altri ancora. Tutti paesi non occidentali, non tutti democrazie e non tutti capitalisti (perlomeno non secondo i dettami liberali).

Un tentativo di allargare in maniera graduale e relativamente indolore il G8 era venuta nel 2005 da Francia e Inghilterra, che avevano creato il G14 (G8 più Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa). L’importanza di questo gruppo è però assai più limitata perché le 6 “economie emergenti” non possono partecipare ai lavori preliminari degli incontri del G8, riservati ai soli membri del G8, ma solo alle discussioni seguenti e alla redazione delle dichiarazioni comuni. Questa formula, dal sapore vagamente neo-colonialista, è stata subito osteggiata da USA e Russia ed infatti è rimasta priva d’importanza, anche in occasione del recente vertice G8 a L’Aquila.

 

Il G20 nasce alla fine del 1999, dopo che la crisi delle borse asiatiche aveva scosso le cosiddette “Tigri asiatiche” (Corea del Sud, Taiwan e altri peasi del Sud-Est asiatico) e ne aveva temporaneamente rallentato la fortissima crescita economica. All’inizio era nato semplicemente come un forum di discussione dei governatori delle banche centrali e dei ministri dell’economia, ma si era rivelato ben presto troppo esteso e differenziato al suo interno per essere di reale utilità (ancora oggi è sempre molto difficile radunare tutti i partecipanti per la foto di gruppo di fine incontro!). D’altronde, l’elevata crescita economica a livello mondiale per tutto il decennio successivo aveva ben presto fatto dimenticare persino il significato del concetto stesso di “crisi economica” e quindi il G20 era rimasta solamente un’esperienza sporadica in cui declamare le bontà del capitalismo finanziario e della crescita infinita (e quindi di per sé non sostenibile).

Come tutti i cambiamenti profondi, anche questo passaggio dal G8 al G20 non è stato rapido e indolore; anzi, è stato fulmineo e doloroso! Le dimenticanze infatti possono essere molto pericolose e così, nel Settembre 2008, il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers e il precipitare della crisi hanno ricordato a tutti gli economisti e i capi politici del mondo che non soltanto il concetto di crisi è inerente al sistema economico capitalista, ma anche che la globalizzazione finanziaria ha creato un sistema talmente complesso e interdipendente da rendere imperativa una soluzione mondiale della crisi. Questa urgenza di una soluzione condivisa al livello più ampio possibile ha fornito una spinta fortissima al G20, che si è rapidamente imposto come gruppo di riferimento per la discussione sulla gestione della crisi e sulla riforma e il controllo dell’economia mondiale (i suoi membri infatti detengono l’85% della ricchezza mondiale).

 

Dallo scoppio della crisi sono stati organizzati ben 3 incontri del G20, pieni di dichiarazioni retoriche e ad effetto, com’è inevitabile in questi casi, ma anche con risultati concreti e decisamente innovativi.

L’incontro del Novembre 2008 a Washington, vissuto ovviamente in uno stato d’animo a dir poco confuso, ha per prima cosa reso chiaro che la piattaforma di dialogo prediletta per affrontare la crisi economica sarebbe stata il G20. In generale i paesi membri si osno dati obiettivi di breve termine, entro il 31 Marzo ’09, in direzione soprattutto dell’aumento della trasparenza delle transazioni finanziarie (anche grazie ai nuovi poteri dati al Financial Stability Forum – FSF – o “Forum per la stabilità finanziaria”) e dell’imposizione di norme più rigide per l’azione dei managers delle banche e degli istituti finanziari. Si è data anche particolare rilevanza all’importanza della solvabilità delle banche, un problema che si è dimostrato particolarmente drammatico nel caso del fallimento di istituti di (troppo) grandi dimensioni.

 

Il 2 Aprile, in una Londra blindata fino all’inverosimile, si è avuto l’incontro più importante e significativo. Si è infatti stabilito il varo di un mastodontico pacchetto di stimolo sia all’interno dei paesi membri ($5 trilioni, cioè miliardi di miliardi) sia verso i paesi più poveri, principalemte sotto forma di maggiori riserve del FMI ($1,1 trilione): cifre così elevate da risultare difficilmente comprensibili… e stanziabili, come dimostrato dal fatto che gran parte dei fondi promessi non sono ancora stati versati (mentre sul piano interno alcuni paesi europei come Francia e Germania si sono dimostrati reticenti ad espandere in maniera eccessiva la spesa pubblica). Dal punto di vista delle istituzioni finanziarie mondiali, il FSF è stato sostituito dal Financial Stability Board, con sede a Basilea, che discuterà di molti aspetti riguardanti la gestione delle banche dai bonus dei managers alle quote di capitale minimo. Molto importante poi la riorganizzazione delle quote di capitale del FMI, che ha permesso di rendere – finalmente – più rappresentativa questa istituzione, aumentando la quota di Cina e India in particolare.

Ha sicuramente avuto successo l’offensiva contro i paradisi fiscali: molti stati hanno cambiato la loro regolamentazione in materia fiscale e/o hanno deciso di collaborare, mentre per quelli che ancora non hanno agito il termine ultimo per evitare sanzioni peggiori è stato fissato a Marzo 2010.

 

Dopo l’incontro di Londra molti commentatori, pur impressionati da un evento che rappresenta qualcosa di assolutamente unico fino ad oggi, hanno cominciato a esprimere dubbi sulla reale possibilità che un gruppo così vasto ed eterogeneo potesse andare al di là delle semplici parole e per questo l’incontro di Pittsburgh, il 24 e 25 Settembre, è stato seguito con grande attenzione. Anche se non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti, si vedono i frutti di una collaborazione così vasta. È importante notare come gli ambiti trattati in questo incontro si siano estesi oltre la crisi economica e le necessità più contingenti, per abbracciare il tema di una riforma approfondita delle istituzioni finanziarie internazionali (sono state chiarite le modifiche alle quote del FMI e della “Banca mondiale”, a favore dei paesi in via di sviluppo, attualmente fortemente sottorappresentati) e delle regole bancarie (maggior capitale minimo e riduzione del rischio eccessivo) e per definire assieme una “cornice di riferimento per una crescita forte, sostenibile e bilanciata”, secondo le parole del presidente USA Barack Obama.

Una particolare attenzione è stata data all’esigenza di sganciarsi dai combustibili fossili il più in fretta possibile (con buona pace della Russia e soprattutto del Brasile, che ha recentemente scoperto e nazionalizzato vasti giacimenti di petrolio e gas naturale al di là delle sue coste… non devono comunque preoccuparsi più di tanto, dato che la dipendenza dai combustibili fossili continuerà comunque ancora per decenni!). Sono stati fatti anche passi in avanti molto importanti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica nel medio (2020) e lungo (2050) periodo: in particolare, Cina e India hanno ottenuto che i paesi occidentali prendano la responsabilità di tagliare per primi e più massicciamente le loro emissioni di CO2, viste le loro “responsabilità storiche” nella crescita dell’inquinamento ai livelli attuali.

 

Col vertice di Pittsburgh, il G20 si è trasformato in un forum permanente di confronto dei paesi membri sulle principali questioni economiche mondiali. Certo, in linea di principio può darsi che tutta questa imponente organizzazione che si è venuta formando crolli come un castello di carte non appena la crisi allenterà la sua morsa e quindi la necessità di cooperare per uscirne, ma la trasformazione in forum permanente, l’allargamento delle tematiche affrontate e la grande enfasi posta dai membri del G20 sulla conferenza ONU di Copenaghen sul cambiamento climatico, che si terrà a Dicembre, sembrerebbero indicare che ormai il G20 sia un protagonista centrale della vita internazionale, a livello economico e non solo. Un problema grave sarà garantirne l’efficacia anche in situazioni di “ordinaria amministrazione” dove i contrasti potrebbero essere tali da bloccare ogni decisione congiunta (e nell’UE ne sappiamo qualcosa al riguardo); essendo infatti un organismo basato sul consenso, non può avere la stessa efficacia e forza di una organizzazione nata da un trattato e dotata di strumenti coercitivi.

Nonostante i forti scontri tra manifestanti e polizia che si sono avuti durante tutti e tre gli incontri, è difficile che ci siano molti nostalgici del vecchio sistema, e anche se così fosse, il loro istinto di sopravvivenza politica gli suggerirà di evitare di tesserne le lodi davanti alle folle inferocite e impoverite dalla crisi. Quel che è certo è che i manifestanti si sono scagliati più che altro contro i simboli del capitalismo finanziario sfrenato degli ultimi 10 anni: non a caso gli scontri più violenti sono avvenuti a Londra, nel cuore di quella City che è stata centro simbolico e reale della finanza mondiale nell’ultimo decennio.

Quel che è certo è che a perderci più di tutti saremo noi Europei, specialmente finché ogni paese continuerà a tirare l’acqua al suo mulino e non riusciremo a definire una politica estera comune, forte e autorevole. Speriamo che il prezzo da pagare sia quello necessario per avere un futuro, uno qualunque… magari sostenibile!

 

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

La ripresa delle lezioni è ormai vicina, più o meno tutti tra poche settimane ci ritroveremo sotto gli alberi del PUG a godere ancora un po’ della loro ombra o a proteggerci dalla pioggia. Questo è il primo, timidissimo, benvenuto alle nuove leve, matricole, studenti e studentesse, che iniziano il loro primo anno al SID. Ed è anche un primo, timido, benvenuto ai nuovi studenti di architettura, che contribuiranno a popolare un po’ di più l’università e la città.
E questo è il primo, timido annuncio per il prossimo numero di Sconfinare. Faremo di tutto per riuscire a trovarci tra le vostre mani la prima settimana di corso, ma riprendere dalle vacanze richiede sempre un notevole sforzo organizzativo. Non preoccupatevi, non tradiamo mai i nostri lettori, manteniamo sempre le nostre promesse, vero?
Concludo ricordando che la redazione è un gruppo aperto, a tutti, sempre più internazionale e internazionalmente presente. Troverete presto gli annunci per la prossima riunione: venite, vedrete e scriverete.
Alzatevi e scrivete!
Buon nuovo anno, buoni esami, buona scrittura tesi e buona pesca (che si augura sempre).

Diego
diego.pinna@sconfinare.net

Dal 6 al 12 maggio si è svolto a Gorizia il primo Festival Jazz “Ermi Bombi”, erede della tradizione del Gorizia Festival organizzato negli anni scorsi. Dedicato al jazzista goriziano Erminio Bomb, musicista molto noto nella zona e molto apprezzato anche a livello internazionale, il festival organizzato dal Comune di Gorizia è stato aperto da una serie di eventi musicali collaterali che hanno visto esibirsi ensemble jazz della zona. L’inaugurazione, avvenuta il 7 aprile presso il Teatro Verdi, ha avuto come protagonista un ospite d’eccezione, Lelio Luttazzi, musicista triestino di grandissima fama, accompagnato dal cantante e trombettista Guido Pistocchi, e seguito da Glauco Venier, jazzista udinese, accompagnato dal sassofonista Klaus Gesing.

Nelle serate successive si sono susseguite altre personalità di spicco del mondo jazz contemporaneo, come le Puppini Sisters, gruppo italo-londinese che ha ripreso lo stile swing del celebre gruppo degli anni ’40 Andrew’s Sisters, e il fisarmonicista di fama mondiale Richard Galliano, conosciuto per aver portato avanti sia la “musette”,la tradizione della fisarmonica francese, sia quella del tango di Astor Piazzolla.

Domenica è stata la volta del chitarrista enfant prodige Bireli Lagrene, che ha presentato il suo Gipsy Trio, la sua ultima fatica. Nato in Francia, proveniente da una famiglia di musicisti zingari, Lagrene ha iniziato a suonare da bambino all’età di 4 anni, le sue straordinarie doti musicali sono state scoperte poco dopo, tanto che già all’età di 13 anni venne definito come il successore di Django Reinhart, pietra miliare della musica gipsy. Dopo essersi avvicinato per qualche anno alla musica fusion, da metà degli anni Novanta Lagrene è tornato ad accostarsi al jazz più tradizionale e dal 2001 ha intrapreso un progetto di riscoperta e ripresa della musica gispy.

Durante concerto di domenica sera Lagrene è stato accompagnato dal chitarrista Hono Winterstein e, eccezionalmente, dal contrabbassista Jean Philippe Viret che ha sostituito l’infortunato Diego Imbert.

Il repertorio presentato durante il concerto ha toccato molti dei grandi musicisti del secolo scorso, da Cole Porter a Django Reinhardt da Charlie Parker a Sonny Rollins, rivisitati in chiave ovviamente gipsy, quindi con l’assenza delle percussioni, cosa che ha reso talvolta un po’ monotono il ritmo dei diversi brani. Diversi stili sono stati toccati, con brani dalle sonorità più latino-americane e altri dall’influsso rockeggiante, tutti accomunati dagli incredibili assoli che hanno reso famoso questo musicista. Nonostante la sua indiscussa   preminenza  musicale e scenica, Lagrene ha lasciato spazio anche ai compagni che hanno così potuto destreggiarsi in diversi assoli.

Grazie anche ad un pubblico come quello goriziano, sempre molto effervescente e con voglia di interagire con gli artisti, Legrene ha sfoderato una notevole ironia, trasposta nei virtuosismi dei suoi assoli.

Unica nota dolente del concerto è paradossalmente legata agli assoli del famoso chitarrista: l’eccesso di virtuosismi infatti si è spesso tradotto in un fraseggio poco comprensibile, a causa di un movimento rapidissimo delle dita sui tasti cha smorzava le note rendendole poco udibili.

L’eccessivo virtuosismo inoltre, ripetuto in ogni brano,risultava talvolta eccessivo e ridondante, rendendo alcuni brani un po’ troppo simili tra loro mentre in altri si è sentita venir meno l’unità musicale del gruppo, per esaltare invece la sola chitarra solista.

Ciononostante il pubblico goriziano ha apprezzato molto la performance, indubbiamente di altissimo livello, tanto che lo stesso Lagrene, alla fine del suo secondo bis è rimasto colpito dall’entusiasmo mostrato dal pubblico.

La manifestazione si è conclusa il 12 maggio in bellezza, con il concerto del gruppo vocale Take6, gruppo di fama mondiale, vincitore di ben 10 Grammy Awards.

Questo prim festival Jazz “Ermi Bombi” ha portato a Gorizia molti nomi internazionali di alto profilo, rendendo la città per qualche giorno centro musicale e culturale. Aspettando già il Festival del prossimo anno, si spera che più eventi di questo livello vengano organizzati nel corso dell’anno,in modo da rendere più interessante, attrattiva e conosciuta Gorizia anche ai turisti, agli appassionati di musica, facendo cos’ entrare Gorizia nel novero delle città dove la musica di qualità è benvenuta ed apprezzata.

Leonetta Pajer
leonetta.pajer@sconfinare.net

Una forma alternativa di satanismo.

Lui si definisce “cittadino di serie zeta, un diverso che crede alla diversità come l’accesso al genio”. Dall’opinione pubblica è definito satanista, ribelle, folle, assassino anche se la giustizia non è riuscito finora ad incastrarlo. Sto parlando di Marco Dimitri, colui che nel 1982 ha fondato l’associazione culturale “Bambini di Satana” e che ha la sua base principale a Bologna. Non si tratta di una setta… è semplicemente un gruppo che il diavolo stesso ha generato: ciascuno infatti, a detta di Dimitri, è il male quando prende consapevolezza di sé stesso. L’essere umano è al centro di tutto: delle arti, della musica e della scienza, è fondamentalmente l’antagonista illuminista della chiusura medievale. Difatti, all’interno dell’associazione, si cerca sempre di evitare ogni superstizione e rituali “tipici” del Satanismo classico, considerato alla stregua di qualsiasi altra religione. E’ la Chiesa, in particolare quella cattolica, che fa terrorismo psicologico tra le genti, prefigurando un’eventuale possessione in caso di “mancato adempimento” dei precetti direttamente impartiti da Gesù Cristo; potenzialmente ogni uomo conterrebbe in sé Satana, che non è necessariamente male. Il male, come afferma Dimitri in un’intervista, infatti, è commesso dalle istituzioni e lo si riscontra nella negazione dei diritti, nella discriminazione ideologica: è “negare l’accesso alla partecipazione”. Da certe sue affermazioni in effetti “l’angelo ribelle” sembra peccare di “eccesso di democrazia”, sostenendo la libertà di stampa, di pensiero e in particolare di espressione: nessun gruppo dovrebbe esser messo a tacere, tantomeno i “Bambini di Satana”, che, a giudicare dal loro blog, sembrano essere molto… normali. C’è anche della cronaca al suo interno, dalla cui lettura non trapela alcunché: né l’orientamento politico, tantomeno quello “religioso”. Cronaca, punto. Quasi ad affermare a tutti i costi l’assoluta normalità del gruppo. Anche l’iniziazione avviene “legalmente” e “semplicemente”: si tratta di un’iscrizione, che può essere fatta anche online, e che non è vincolante a vita. Si può uscire dal gruppo in qualsiasi momento e senza conseguenze “fatali”… quello che invece accade nelle più diffuse sette sataniche.

Tuttavia, come ho detto poc’anzi, i problemi con la legge ci sono stati: accusati di pedofilia, possesso di hashish, messe nere e via discorrendo… Marco Dimitri è stato persino in carcere, anche se per poco tempo e, a detta sua, ingiustamente. Si è sentito perseguitato dalla società e dalla politica solo perché ha sempre fatto dell’informazione “corretta”. Talvolta si reputa anche un paladino della legge, denunciando mali e fratture italiane, e autoproclamandosi “pazzo di sé stesso” e “vincente” nella sua poesia “Impeto”. Un po’ megalomane, un po’ “superuomo”, Dimitri spesso è ospite nei più importati salotti televisivi e non, e su di lui ci sono fior fior di articoli ed interviste. Il gruppo fondamentalmente ha conosciuto un notevole successo grazie alla sua personalità, carismatica e ammaliante.

Federica Salvo
federica.salvo@sconfinare.net

I DIRITTI DEI MINORI NELLA RASSEGNA DEL GRUPPO UNICEF DI GORIZIA

Attraverso lo spunto del film “Trainspotting” si è parlato, la sera di giovedì 1 dicembre, di droga, minori e droga e della realtà locale di Gorizia. La serata, ospitata dal “Punto Giovani”, è stata organizzata dal nascente gruppo giovani che si sta formando in seno alla sezione provinciale dell’Unicef, ed è la seconda di una serie di tre, dal titolo “Children’s Rights”, che si concluderà giovedì 12 dicembre con la proiezione del film “American History X” di Tony Kaye, sul tema del razzismo.

Presente all’incontro(come quello di dicembre, aperto a tutti gli interessati) in qualità di esperto, Massimiliano Ortolan, capo della Squadra Mobile della Polizia di Gorizia, ha presentato il rapporto delle forze dell’ordine col problema del consumo e del traffico di stupefacenti, nello specifico del contesto Goriziano. Il dibattito è stato di informazione, grazie all’apporto di Ortolan, ma anche di confronto e di condivisione di conoscenze ed esperienze.

La coordinatrice della serata è stata Anna Maria Verbi, segretaria del Comitato Provinciale per l’Unicef di Gorizia.

Questi incontri vogliono essere un modo per far conoscere ai giovani presenti nella zona le attività del gruppo, che sono incentrate appunto sull’informazione, sulla sensibilizzazione e su opere di beneficenza a favore degli obiettivi Unicef; già un buon numero di volontarie tra gli studenti in Gorizia partecipa con entusiasmo a queste iniziative.

Davide Caregari

Estoni, Bulgari, Austriaci, Sloveni, Ungheresi e Italiani: un gruppo di 30 giovani uniti dal desiderio di buttare giù i muri tra gli stati, dalla voglia di stupire chi è convinto che l’Unione Europea sia solo un utile (o dannoso) sistema economico, dall’entusiasmo di chi ama le proprie origini ma che non ha paura di guardare oltre il giardino di casa. Sarà proprio Gorizia, dal 3 al 10 Gennaio, ad accoglierli per una settimana di attività in comune, nelle strutture della Caritas di via Vittorio Veneto. Sono i ragazzi dell’associazione Diagonalpeadria (studenti al secondo anno SID) i diretti organizzatori di questo scambio dalla tematica intensamente legata al valore di queste terre: il confine come realtà quotidiana per i giovani. Dietro un titolo fresco e accattivante, JUMPING IN EUROPE, si chiederanno insieme cosa cambia per le nazioni che ora stanno accedendo in Europa, comparando strumenti e modelli di vicinato per giovani di aree di confine. Sarà una settimana di giochi, dibattiti, conferenze, visite di piacere e incontri con i responsabili ISIG, volta a creare un intreccio di intense relazioni nel gruppo: è proprio con questo intento che la Commissione Europea, tramite la DG Istruzione e Cultura, promuove i progetti ideati da associazioni giovanili europee. Si tratta del Programma Gioventù attivo già dal 1996, e per la prima volta in Gorizia potrà svolgersi un’attività del genere grazie al finanziamento che il sottoprogramma per la cooperazione transfrontaliera (presente solo in Friuli Venezia Giulia e in Veneto) di solito destina ad obiettivi di mercato: questa la migliore dimostrazione di come l’Unione Europea comincia a non fare più paura, di come il processo d’integrazione sociale e culturale stia diventando un bisogno sentito da ogni generazione.

 

Arianna Oliviero

Flickr Photos

Commenti recenti

Anulik su Armenia e Nagorno Karabak…
Edoardo Buonerba su Benvenuti al Sud
Fabione su Un piccolo riepilogo sulla…
marzia su Agenzie interinali
dott. Luca Campanott… su Il Friulano non è una lin…

Blog Stats

  • 11.383 hits
Annunci