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Barack Hussein Obama II (Honolulu, 04/08/1961) è, dunque, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America. O, meglio, lo sarà dal 20 gennaio 2009, quando ci sarà la cerimonia di insediamento e riceverà i pieni poteri. Della sua storia, a tratti addirittura messianizzata e che non pochi imbarazzi ha creato allo stesso candidato durante la campagna elettorale (‘A differenza di quanto si dice in giro’, esclamò tra l’altro, ‘non sono nato in una mangiatoia.’), hanno parlato e parleranno in tanti. Così pure della lunghissima campagna elettorale, dello sconfitto McCain, di Biden e della Palin. E se ne parlerà così a lungo che si rischierà di perdere di vista –e forse già si è perso- il dato politico. Che non è il colore della pelle di Obama, o non solo e non principalmente: un afroamericano (tale, in effetti, solo a metà) alla Casa Bianca è certo un fatto di per sé positivo, un segnale di apertura al mondo, magari anche di un certo coraggio. Un fatto non previsto né prevedibile anche solo pochi anni fa, e sarebbe stato un fulmine a ciel sereno anche se fosse arrivato dall’elefantino repubblicano, piuttosto che dall’asinello democratico. Un presidente nero, va aggiunto, non è necessariamente un ottimo presidente. Dato che dalla sua posizione condizionerà pesantemente le nostre vite negli anni a venire, possiamo sperare in bene, ma certo non possiamo esserne sicuri. Potrebbe rivelarsi un completo incompetente, a dispetto di tutto ciò che abbiamo visto in quresti anni. Quindi, forse sorprendentemente, suggerisco che, a ben vedere, il dato più importante –il dato politico intendo, non certo sociologico o storico o culturale, in quei campi il colore della pelle conta, eccome-, è la novità di questa elezione, e della campagna elettorale che l’ha preceduta. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, la relativa originalità dei due sfidanti principali, Obama e McCain. Uno molto giovane, l’altro molto vecchio, entrambi piuttosto slegati dall’establishment dei loro partiti: Obama per l’età e perché, nonostante amicizie importanti (a cominciare dal ex candidato del 2004, Kerry), ha osato sfidare e battere l’imponente organizzazione Clinton, evitando abilmente di perdere l’appoggio del partito, seducendolo giorno dopo giorno. McCain per il suo carattere spigoloso, per la sua consolidata abitudine a criticare il suo stesso partito e per le sue tendenze quasi liberal, al confronto con gli altri politici della sua area.

In secondo luogo, il programma del presidente in pectore, per il quale è stato addirittura additato come ‘socialista’, uno degli insulti più gravi nel Nordamerica. Rimane pur sempre un programma moderato, se visto con ottica europea; ma negli Stati Uniti il suo è un programma interno indubbiamente avanzato, progressista, che propone un timido abbozzo di riforma dello stato sociale, che si dice fuori dalla logica delle lobby, che avanza proposte sorprendenti sulla politica energetica e sulle alternative al petrolio.

In terzo luogo, il modo in cui Obama ha vinto. Non solo nei luoghi in cui tradizionalmente un democratico vince, come il Maine, l’Oregon, Washington, New York e gli Stati delle coste in generale, o come in Illinois. Non solo in alcuni degli Stati che solitamente avevano votato un repubblicano, come la Virginia o l’Ohio. Ad un’analisi più precisa emerge un particolare piuttosto interessante: Obama non è stato votato solo dagli elettori democratici; ha sottratto tantissimi voti non tanto (o non soltanto) ai repubblicani, ma in gran parte ai partiti che vanno sotto la voce ‘altri’. Ha ricevuto voti, insomma, da coloro che solitamente non si riconoscono nella bipolarismo americano. Ma, e questo è significativo, ha ricevuto la fiducia della maggioranza dei giovani, nuovi elettori.

Basti un esempio, che poi è il più eclatante: il Texas dei Bush ha, com’era prevedibile, votato in maggioranza l’elefantino, ma McCain è passato dal 61%(4.495.797 voti) di Bush 2004 ad un ‘normale’ 55%(4.450.403), mentre Obama ha incrementato il 38%(2.816.501) di Kerry, arrivando al 44%(3.514.788). Un guadagno di ben 698 mila voti e spiccioli, su un totale di circa otto milioni di votanti. Moltissimo, e sorprendente.

Sarà capace di meritarli, il primo presidente afroamericano del paese che per decenni ha discriminato quelli come lui? O questo sogno non si rivelerà piuttosto un incubo, e si scoprirà che in realtà Barack Obama è davvero troppo inesperto per governare gli Stati Uniti d’America?

Il bello della vita è che per avere certe risposte bisogna prima vivere.

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.net

 

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La creazione di una rubrica riguardante il “Gusto”, inteso come insieme di sapori, profumi, sensazioni, non deve indurre il lettore a farsi facili opinioni sulla serietà con cui gli argomenti di questa rubrica verranno trattati, sul rischio che molte parole possano essere utilizzate per discussioni inutili, a fronte di argomenti molto più intellettualmente rilevanti che riempiono le pagine di “Sconfinare”.
Il lettore non deve infatti perdere di vista ciò che per un Paese come l’Italia è qualcosa di più di una semplice necessità naturale.
L’Italia è una terra che fa della sua diversità culturale il suo punto di forza, quell’elemento che affascina molti turisti stranieri in visita nel Belpaese. Non esiste lembo d’Italia che non sia caratterizzato da sue specificità storiche e culturali in tutti i campi: dialetti e lingue, abbigliamento, feste, proverbi, credenze, modi di fare. Ma uno degli elementitipici di una cultura locale, volutamente lasciato a parte,  è senza ombra di dubbio l’enogastronomia.
I prodotti tipici di una terra sono in grado di raccontare cose che le parole non possonodescrivere. Il contatto con la propria natura, con la quella terra che oggi viene trattata troppo spesso come fonte di guadagno o come semplice fonte di risoluzione di un bisogno primario.
Ci sono piatti la cui fragranza riporta ai profumi della storia che quel piatto racconta. Ci sono sapori che meritano di essere riscoperti o – purtroppo – per molte persone scoperti per la prima volta.
Ci sono vini – e chi scrive non può in questo momento non pensare al Collio goriziano, alla zona Doc Gorizia-Isonzo, ai Colli orientali del Friuli – la cui degustazione è un viaggio nelle sofferenze e nelle gioie di chi da secoli li produce nelle colline attorno Gorizia. Vini non semplicemente da bere, che tutti sono in grado di produrre grazie alle moderne tecnologie, ma da pensare; cioè quei vini che non passano e che lasciano un ricordo indelebile in chi ha la fortunadi poterli gustare.
L’enogastronomia è dunque per noi una parte preponderante della cultura di un luogo, un elemento culturale che tutti dovrebbero imparare a conoscere, per calarsi appieno nella realtà in cui vivono o in cui – per esempio per studio – si trovano a vivere. Ma per poterlo fare è necessaria una guida che aiuti in quest’opera di conoscimento di un territorio. Ecco qual è l’obbiettivo che la redazione della rubrica gusto di propone, fungere da input per un approfondimento della realtà enogastronomica della zona e,nel contempo, fornire gli elementi necessari a rendere questo approfondimento più consapevole e “culturale” possibile.
Per questo primo numero abbiamo preparato una scheda su un piatto tipico della zona e un vino in abbinamento. Questo sarà uno dei tratti tipici della nostra rubrica,che in futuro consiglierà anche veri e propri itinerari enogastronomicidella zona, in modo da fornire ai lettori anche un suggerimento su come impegnare una giornata dedicata allo svago e al riposo, e soprattutto come farlo in modosalutare e piacevole.
La nostra rubrica – che parla del gusto, ma non è fatta “per gusto”! – è naturalmente aperta a tutti coloro che vogliano contribuire al nostro progetto inviandoci suggerimenti o richieste su quali elementi approfondire.
Buonappetito!!!!

La redazione di “Gusto”

Massimo Pieretti maxpierry@libero.it
Andrea Bonetti abonez85@libero.it
Rodolfo Toè rodozero@yahoo.it

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