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Caro Iggy Pop:

muoia Sansone, e tutti i Filistei. Cos’è, in questo paese tutti fanno i pagliacci ed io dovrei essere l’unico pirla che scrive un editoriale serio? Ci ho provato. Impossibile. Iniziavo e poi mi piantavo, e allora chissene, mandiamo tutto in vacca anche noi, parlatemi di tutto ma per favore: lasciate stare la politica.

Senti Iggy, ti dò io l’idea. L’età giusta per fare il Presidente ce l’hai. Dai, scendi in campo. Tre anni possono bastare per realizzare uno straccio di programma e convincere l’elettorato. Potresti essere perplesso, ma li hai visti gli altri? Se domani si candidasse una treccia d’aglio, la voterei. Arriverebbe come minimo al sette per cento (guardate Grillo, cos’è riuscito a fare). Qui ho già pronti spillette e striscioni. Ho già in testa i ministeri, mettiamo Bob Dylan alla Cultura, Guccini alle Pari Opportunità, alla Sanità Tom Waits, Bennato alle Infrastrutture. Agli Interni proporrei qualcuno di fidate simpatie repubblicane, credo che Emanuele Filiberto possa andar bene. Agli Esteri Bono, così finalmente l’Italia si preoccuperebbe dell’Africa! Ci sarebbe veramente da ridere. Lou Reed presidente della Repubblica. Ovviamente. In Lazio candidiamo Madonna, così i Vescovi non si lamentano. Devi pur fare qualche concessione, Iggy. E’ normale che siano antiabortisti: li vogliono tutti per loro.

Dovrai trovare qualche occupazione per la vecchiaia. Le giornate a Los Angeles possono essere così noiose. Mettiamo anche noi in cantiere le grandi riforme, sostituiamo il crocefisso con una foto dei Led Zeppelin e costruiamo un ponte da Terracina a Nuova York e due passanti per regolare il traffico tra Cormons e Gorizia, e poi lo facciamo anche noi il giuramento, ho qui una copia di “Sergent Pepper” ancora nel cellophan. Ci metto pure tutte le Escort che riesco a trovarti: dai Iggy, il rock è morto da un pezzo. E’ la politica il vero circo dei dementi ormai.

Rodolfo Toè

rodolfo.toè@sconfinare.net

Finanza creativa studentesca? Il primo atto.

Ripartizioni ambigue di fondi all’Università di Trieste, associazioni studentesche goriziane a secco, (alcune) liste studentesche premiate. Non c’è stata nessuna infrazione del regolamento, ma molti dubbi sorgono sulla correttezza della procedura seguita nella ripartizione dei 37.000 euro destinati “ad attività culturali e sociali delle associazioni, liste e gruppi studenteschi per l’anno 2010”, iter conclusosi con la delibera del Consiglio Di Amministrazione in data 18 dicembre 2009.

Ho sotto mano il verbale dell’assemblea, ma prima d’entrare nel dettaglio dello stesso è meglio aprire una piccola parentesi a proposito della procedura che viene seguita per l’attribuzione di questi bei soldini. Solitamente, la destinazione della somma viene decisa da una commissione formata all’interno dal Consiglio Degli Studenti. Ciò avviene su delega del Consiglio di Amministrazione che poi è tenuto ad approvarla. In parole molto spicciole, chi decide dove vanno i soldi, e quanti ce ne vanno, sono gli studenti stessi – ovvero gli unici soggetti che potrebbero, vista la materia in questione, risultare (chiaramente in una lontanissima, del tutto irrealistica e trascurabile ipotesi puramente teorica) anche i soli beneficiari degli stessi.

Se vi capita di dare un’occhiata al verbale, noterete che la procedura ha richiesto ben quattro sedute della commissione, tante erano le domande da esaminare: il 17 novembre, il 24 novembre, il 30 novembre ed il 1 dicembre. Ad ogni associazione era richiesta la presentazione di una documentazione molto dettagliata, compresa inoltre di una lista delle attività finanziabili, una copia dello statuto e del bilancio dell’esercizio precedente. Una condizione che, chi scrive, ritiene necessaria al fine di evitare una non accorta gestione dei fondi universitari in un momento difficile per il mondo accademico italiano.

Non desta infatti perplessità  il fatto che nessuna associazione del polo goriziano dell’Università  di Trieste figuri tra le finanziabili, a causa di difetti nella presentazione delle domande, non adeguatamente motivate. Piuttosto, è discutibile il modo in cui il regolamento è stato interpretato per destinare ottomila euro a liste politiche studentesche, nominalmente a “AutonomaMente” (2203 euro) “Lista di Sinistra” (2705) e “Oltre – Student Office” (2754). Il nodo centrale della controversia sta nell’interpretazione che è stata data al regolamento durante le discussioni. Questo, infatti, prevede che la destinazione dei fondi possa essere fatta a “i Beneficiari, cioè Liste, Associazioni e Gruppi, indistintamente”. Il punto è che per le Liste non è necessaria alcuna motivazione, né alcuno dei documenti richiesti per le associazioni. Si stacca loro, sostanzialmente, un assegno in bianco. In poche parole, al regolamento è stata data un’interpretazione per così dire morbida, ed i fondi sono stati ripartiti tra le liste non (come si fa secondo la prassi) in base al numero di voti; bensì usando come metro anche la partecipazione degli eletti ai vari Consigli. E trascurando, tra l’altro, le due liste elette dalle sedi di Gorizia e di Pordenone. E’ un punto di vista, questo, che si presta a molte critiche: è chiaro che in vista delle prossime elezioni le liste si troveranno ad affrontare delle spese. Quello che non risulta altrettanto trasparente, casomai, è il criterio che è stato usato per decidere l’ammontare dei loro finanziamenti: perché tremila euro e non, per esempio, cinquecento? Su cosa si basa questa stima? Da quanto risulta dalla delibera, è un meraviglioso frutto del libero arbitrio. Nessun bilancio preventivo, nessun rendiconto, niente di niente. Si crea così un sistema in cui può capitare che un’associazione venga esclusa, pur in presenza di un piano dettagliato e di motivazioni eccellenti, solo perché l’organizzazione a cui fa capo non invia una copia del proprio statuto. E dall’altra parte, si hanno delle liste politiche che gestiscono fondi pubblici “sulla parola”.

Al momento, la vicenda non si è ancora conclusa. Le associazioni goriziane stanno pensando di presentare un ricorso per chiedere la revisione della procedura di assegnazione dei fondi – questo sarebbe il primo passo per un finanziamento basato su regole paritarie, su di un unico criterio per associazioni e liste. Certo, se poi si cominciasse a parlare delle associazioni che chiedono i finanziamenti per organizzare tornei di paintball (che è un’attività illegale) o, meglio ancora, di quelli che chiedono la disponibilità dell’aula informatica per giocare a PES …

CHI SI PIGLIA I NOSTRI SOLDI

Finanza creativa studentesca? Il primo atto.

Ripartizioni ambigue di fondi all’Università di Trieste, associazioni studentesche goriziane a secco, (alcune) liste studentesche premiate. Non c’è stata nessuna infrazione del regolamento, ma molti dubbi sorgono sulla correttezza della procedura seguita nella ripartizione dei 37.000 euro destinati “ad attività culturali e sociali delle associazioni, liste e gruppi studenteschi per l’anno 2010”, iter conclusosi con la delibera del Consiglio Di Amministrazione in data 18 dicembre 2009.

Ho sotto mano il verbale dell’assemblea, ma prima d’entrare nel dettaglio dello stesso è meglio aprire una piccola parentesi a proposito della procedura che viene seguita per l’attribuzione di questi bei soldini. Solitamente, la destinazione della somma viene decisa da una commissione formata all’interno dal Consiglio Degli Studenti. Ciò avviene su delega del Consiglio di Amministrazione che poi è tenuto ad approvarla. In parole molto spicciole, chi decide dove vanno i soldi, e quanti ce ne vanno, sono gli studenti stessi – ovvero gli unici soggetti che potrebbero, vista la materia in questione, risultare (chiaramente in una lontanissima, del tutto irrealistica e trascurabile ipotesi puramente teorica) anche i soli beneficiari degli stessi.

Se vi capita di dare un’occhiata al verbale, noterete che la procedura ha richiesto ben quattro sedute della commissione, tante erano le domande da esaminare: il 17 novembre, il 24 novembre, il 30 novembre ed il 1 dicembre. Ad ogni associazione era richiesta la presentazione di una documentazione molto dettagliata, compresa inoltre di una lista delle attività finanziabili, una copia dello statuto e del bilancio dell’esercizio precedente. Una condizione che, chi scrive, ritiene necessaria al fine di evitare una non accorta gestione dei fondi universitari in un momento difficile per il mondo accademico italiano.

Non desta infatti perplessità  il fatto che nessuna associazione del polo goriziano dell’Università  di Trieste figuri tra le finanziabili, a causa di difetti nella presentazione delle domande, non adeguatamente motivate. Piuttosto, è discutibile il modo in cui il regolamento è stato interpretato per destinare ottomila euro a liste politiche studentesche, nominalmente a “AutonomaMente” (2203 euro) “Lista di Sinistra” (2705) e “Oltre – Student Office” (2754). Il nodo centrale della controversia sta nell’interpretazione che è stata data al regolamento durante le discussioni. Questo, infatti, prevede che la destinazione dei fondi possa essere fatta a “i Beneficiari, cioè Liste, Associazioni e Gruppi, indistintamente”. Il punto è che per le Liste non è necessaria alcuna motivazione, né alcuno dei documenti richiesti per le associazioni. Si stacca loro, sostanzialmente, un assegno in bianco. In poche parole, al regolamento è stata data un’interpretazione per così dire morbida, ed i fondi sono stati ripartiti tra le liste non (come si fa secondo la prassi) in base al numero di voti; bensì usando come metro anche la partecipazione degli eletti ai vari Consigli. E trascurando, tra l’altro, le due liste elette dalle sedi di Gorizia e di Pordenone. E’ un punto di vista, questo, che si presta a molte critiche: è chiaro che in vista delle prossime elezioni le liste si troveranno ad affrontare delle spese. Quello che non risulta altrettanto trasparente, casomai, è il criterio che è stato usato per decidere l’ammontare dei loro finanziamenti: perché tremila euro e non, per esempio, cinquecento? Su cosa si basa questa stima? Da quanto risulta dalla delibera, è un meraviglioso frutto del libero arbitrio. Nessun bilancio preventivo, nessun rendiconto, niente di niente. Si crea così un sistema in cui può capitare che un’associazione venga esclusa, pur in presenza di un piano dettagliato e di motivazioni eccellenti, solo perché l’organizzazione a cui fa capo non invia una copia del proprio statuto. E dall’altra parte, si hanno delle liste politiche che gestiscono fondi pubblici “sulla parola”.

Al momento, la vicenda non si è ancora conclusa. Le associazioni goriziane stanno pensando di presentare un ricorso per chiedere la revisione della procedura di assegnazione dei fondi – questo sarebbe il primo passo per un finanziamento basato su regole paritarie, su di un unico criterio per associazioni e liste. Certo, se poi si cominciasse a parlare delle associazioni che chiedono i finanziamenti per organizzare tornei di paintball (che è un’attività illegale) o, meglio ancora, di quelli che chiedono la disponibilità dell’aula informatica per giocare a PES …

La conferenza sul cambiamento climatico: fallimento o aspettative troppo alte?


Abbandonando una volta tanto il mio realismo, negli ultimi tempi avevo cominciato a pensare che forse il mondo era davvero pronto a fare il grande passo necessario per cambiare rotta riguardo al cambiamento climatico. Non credo mi sbagliassi sulla consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale, come le numerosissime manifestazioni hanno dimostrato; né mi sbagliavo nel ritenere ormai superati i negazionisti del cambiamento climatico, che non hanno avuto alcuna voce in capitolo durante la Conferenza sul cambiamento climatico di Copenhagen. Ho dunque atteso l’inizio della Conferenza in uno stato di esaltazione interiore, tale da portarmi a credere sinceramente a (quasi) tutti gli appelli lanciati dai vari capi di Stato e dirigenti delle organizzazioni internazionali.

Diciamo subito che agli appelli tutti hanno tenuto fede. Chi, come gli Stati più poveri e a rischio, voleva a tutti i costi un accordo legalmente vincolante, è rimasto fermo nel suo proposito. I moderati, come l’UE, non sono andati oltre gli impegni minimi già dichiarati (eventuali impegni maggiori erano infatti legati alla conclusione di un accordo globale). Chi, invece, come USA e Cina, si lanciava accuse reciproche di mancanza di volontà ha continuato a farlo anche durante l’incontro. Il risultato è un accordo di straordinario valore dal punto di vista politico, dato il successo di partecipazione riscosso, ma che delude le speranze di miliardi di persone dal punto di vista dei risultati concreti.

Vediamo dunque in dettaglio cosa emerge dal testo dell’Accordo di Copenhagen:

  1. L’obiettivo principale è limitare il riscaldamento globale a 2°C: per fare ciò è necessario ridurre le emissioni mondiali dalle attuali 47 GT (gigatonnellate, ovvero miliardi di T) di CO2 equivalenti a 44 GT entro il 2020. Ora, 3 sole considerazioni: innanzitutto con il livello di 44 GT non si ha la certezza di contenere il riscaldamento a 2° ma solo una “ragionevole certezza”, vale a dire il 50% di probabilità di successo!!! In secondo luogo, seguendo l’attuale trend di crescita delle emissioni, le previsioni per il 2020 sono di circa 61 GT con riscaldamento previsto di 5°C nel 2050. Infine, e più importante, stando alle quote finora promesse dai vari paesi, nella migliore delle ipotesi si arriverebbe a 46 GT nel 2020, così che la probabilità di contenere il riscaldamento a 2°C diventa ancora più remota. E stiamo parlando della “migliore delle ipotesi”.
  2. Si stabilisce che i paesi sviluppati debbano aiutare i paesi più poveri/a rischio ad attuare l’adattamento ai cambiamenti climatici e all’economia sostenibile, con trasferimenti sia finanziari che tecnologici;
  3. Si individuano due distinti gruppi di paesi: gli “Annex-1 Parties”, in pratica i paesi più industrializzati che hanno sottoscritto impegni vincolanti per il 2012 col protocollo di Kyoto e che entro il 31 Gennaio 2010 devono confermare le loro quote di riduzione delle emissioni (che verranno poi controllate secondo il criterio MRV cioè “measurable, reportable, verifiable” —> intrusione nella sovranità statale rifiutata dagli USA) e “Non Annex-1 Parties” (che agiscono con “azioni mitigatorie” su base volontaria – no MRV – e/o dopo aver ricevuto sostegno economico/tecnologico – in tal caso si attua l’MRV);
  4. Si prevede il ricorso a diverse misure per favorire il cambiamento, soprattutto riforestazione e istituzione del mercato della CO2 (per favorire il coinvolgimento dei paesi poveri con basse emissioni); vengono inoltre definite forme di finanziamento ad hoc;
  5. Riguardo ai fondi, gli “Annex-1 parties” hanno promesso ai paesi poveri e in via di sviluppo $30 miliardi per il periodo 2010-2012, con l’obiettivo di raccogliere $100 miliardi l’anno entro il 2020 (N.B. il pacchetto anti-crisi del governo USA è costato $781 miliardi!); ancora indefinita l’origine di questi finanziamenti, nel dubbio vengono elencate tutte le possibili ipotetiche fonti (private, pubbliche, “alternative”, …);
  6. Si istituisce il “Copenhagen Green Climate Fund”, che gestirà la maggior parte delle risorse destinate a combattere il riscaldamento globale; parallelamente, si istituisce un “High Level Panel” per il reperimento di queste risorse;
  7. Il termine per adempiere ai contenuti dell’accordo è stabilito al 2015 (termine entro il quale si discuterà, sulla base delle prove scientifiche, un eventuale ulteriore abbassamento della soglia massima a 1,5°). Tuttavia, un obiettivo più vicino di molti paesi poveri e gruppi di attivisti è quello di rendere l’accordo legalmente vincolante in occasione della prossima conferenza sul clima, in Messico, tra Novembre e Dicembre di quest’anno.

Il risultato politico indiscutibile è che ormai la lotta al cambiamento climatico è diventata un’assoluta priorità, così come il passaggio a un’economia sostenibile. Quello che è mancato è stata la volontà politica da parte dei paesi più influenti di andare oltre le posizioni di partenza, legando il proprio impegno a quello degli altri paesi.

Deludente il comportamento di Barack Obama, che dietro la sua solita impeccabile retorica ha promesso ben poco (più precisamente, il 17% di emissioni in meno rispetto ai livelli del 2005, quando la quota promessa dai paesi europei è del 20% in meno rispetto ai livelli del 1990); c’è da dire che essendosi insediato da appena un anno, non può forse ancora contare sul consenso interno necessario per osare di più. D’altra parte, Obama ha seriamente compromesso la possibilità di raggiungere il consenso sul testo dell’accordo, quando ha annunciato sulla TV americana ancora prima che all’assemblea, che un ridotto numero di paesi (USA, Cina, India, Brasile, Sud Africa) aveva infine stilato il testo dell’Accordo. Le proteste di molti paesi in seguito a questo colpo di scena hanno fatto sì che l’Accordo abbia uno status giuridico incerto e soprattutto non sia vincolante (per esserlo avrebbe dovuto essere approvato da tutti i paesi presenti).

Il contrasto maggiore è stato quello fra USA e Cina, con quest’ultima che, assieme ai paesi poveri e in via di sviluppo, ha insistito sulla “responsabilità storica” dei paesi occidentali e sul concetto di “emissioni di CO2 per 1% di PIL”: in questo modo il governo cinese vorrebbe salvaguardare la sua crescita economica (che si basa tuttora in misura rilevante sul consumo di carbone), giustificata in ciò dal suo basso livello di emissioni pro capite (meno della metà della media europea e ben 5 volte minore di quello degli USA, ma 3 volte quello dell’India). Francamente, non posso che condividere; forse, per i paesi occidentali (e gli USA in particolare) è semplicemente venuto il momento di farsi da parte e lasciare le redini alla saggezza orientale: in fondo, un prezzo non eccessivo per la sopravvivenza dell’umanità.

Federico Faleschini

federico.faleschini@sconfinare.net

Ricordi di un’ estate passata a Berlino

[da leggere ascoltando Tocotronic – Schatten werfen keine Schatten]

Sono arrivato a Berlino sicuro che il tempo che ci avrei trascorso mi avrebbe cambiato. Sono partito pensando che qua, dove viviamo, nelle nostre piccole cittadine, siamo ombre e che le ombre non gettano altre ombre. Là ho realizzato che, in una metropoli che è una piccola città, le persone, per quanto siano chiuse, grigie e fredde, ti rimangono nel cuore, anche se non le hai mai conosciute, perché ti illuminano. E le ricordi per i loro sguardi. Sguardi di gente selvatica, come quella città dove le volpi, la notte, escono dai parchi in cerca di resti degli ultimi kebab mangiati prima di rincasare, poco prima che il sole sorga. Sguardi di chi vive come aveva sognato di vivere quando era ragazzo: un poco sopra le righe, un poco oltre le proprie possibilità, ma felice. Sguardi pieni di respiro, come questa città che mi ha colpito fin dall’ inizio, che mi mancherà e che non ritroverò facilmente altrove. Una grande città, pochi alti palazzi, molto verde. Non c’è un centro oppure ce ne sono molti: ogni quartiere è realtà a sè cosicché quando sei a Prenzlauerberg non puoi confonderti con Kreuzberg, Wedding o Mitte. Ogni quartiere con la sua personalità, uno Stimmung per ognuna di queste piccole cittadine: così quando giri per questa città non ti rendi conto di essere in una metropoli, non fosse per la U-bahn, le grandi distanze e la gente che la popola.

Berlino d’estate è bella: si camminano volentieri le sue strade fino a tardi, si siede nei parchi, tra un grill e un pomeriggio al sole con gli amici, sdraiati a guardare quel cielo che da noi non c’è, a farsi scompigliare i capelli da quel vento che fa passare le nuvole così velocemente come non ho visto da altre parti. E poi tornare a casa, a Kreuzberg, passando accanto agli odori turchi che escono dai baracchini del kebab o dai mercati domenicali. La domenica mattina ai mercati delle pulci a cercare qualche curiosità, a fare amicizia con gente che arriva da chissàdove e deve vendere tutto quello che ha per poter acquistare il biglietto aereo di ritorno (chissà da quanto tempo sono in viaggio). E conoscere qualche artista che ha lo studio nella soffitta di qualche casa da qualche parte a Wedding.

I tedeschi di Berlino sanno godersi la vita e noi dovremmo imparare da loro. E loro dovrebbero imparare da noi a ridere: difficile trovare chi, in metropolitana, sia disposto a una chiacchierata. Ma verso sera, i berlinesi escono di casa, si comprano un paio di birre al tabacchino, le bevono passeggiando e diventano simpatici.

Di loro ho apprezzato la loro tolleranza, al limite con il menefreghismo, e il loro essere così distanti dal moralismo cattolico che ci attanaglia in Italia. Mi sentivo più libero, più rispettato, più sicuro, senza militari. Con il tempo ho scoperto il loro tipo di moralismo e la loro rigidità nel non accettare chi esce dai loro schemi. Ho scoperto che il Muro è ancora in piedi: tra Ossi e Wessi, tra gay veri e gay che provano ad esserlo, tra cool e uncool, tra nudisti e vestiti, tra italiani berlinesi e italiani turisti. Per quanto ti facciano sentire straniero però è tutto così familiare.

Finalmente in quella città, chi ero? Chi sono diventato? Sono diventato cosciente, ho alzato gli occhi e il mondo era lì, davanti ai miei occhi.

Alessandro Battiston

Schlagstein@gmail.com

21092009251Ci sarebbero molte cose da scrivere, parlando di un Erasmus. Anche se esso è iniziato da appena tre settimane un mese; ma si sa, il periodo iniziale è sempre quello più ricco di impressioni e emozioni. Potrei fare i soliti panegirici sull’università estera, sulla sua organizzazione, e ad esempio sugli ottimi mezzi pubblici; ma sarebbe un po’ ripetitivo, e non avrebbe molta utilità per nessuno. Ma come si presenta, invece, Vienna ad uno studente straniero? E soprattutto, è una scelta che rifarei?

La risposta alla seconda domanda è abbastanza semplice: sì. Giorno dopo giorno, sono sempre più convinto che questa sia la città che rispecchia di più il mio carattere. Ho trovato una città che si muove al mio stesso ritmo, e questo è importantissimo. Per dire, scordatevi il traffico caotico di Roma, ma anche la metropoli tentacolare londinese, o le infinite banlieues francesi: a Vienna tutto si muove al ritmo di un grande villaggio, piuttosto che di una città, senza che per questo risulti noiosa o provinciale. Anzi, è molto vivace, se si sa dove andare a cercare. In più, Vienna è priva di periferie in senso classico; le zone “suburbane” sono dei villaggi a sé stanti, autonomi e con una propria identità, in cui la delinquenza e il degrado quasi non esistono. Ogni quartiere ha la propria storia, ed è orgoglioso di essa. Tutto è umano, e la persona ha il palco d’onore. Ad esempio, il parco di Schoenbrunn è percorso per la maggior parte da persone che fanno jogging e da famiglie con i passeggini. Come tutti gli altri moltissimi parchi della città: qui è molto viva la cultura degli spazi aperti, e vedere nei pomeriggi di sole centinaia di persone camminare, correre o giocare al Prater o sulla Donauinsel contribuisce a creare un’atmosfera rilassata che non vedevo da un pezzo.

10102009356Per quanto riguarda la prima domanda, la risposta si lega a quanto detto fino ad ora: Vienna è una continua sorpresa. E’ una sorpresa quando la burocrazia di iscrizione si rivela molto rapida, e in poco tempo ti ritrovi immatricolato all’università di Vienna, la più antica del mondo tedesco (cosa che, lo ammetto, da’ una certa soddisfazione; anche perché vendono le felpe dell’università!). E’ una sorpresa quando gli impiegati dell’ufficio Erasmus, della segreteria studenti e persino delle banche sono gentilissimi e disponibilissimi ad ogni esigenza, nonostante ciò che ti avevano detto prima della partenza. Ma è una sorpresa anche che ad ogni suo angolo, in ogni suo scorcio ai grandi monumenti si affiancano momenti di vita quotidiana che rivelano una molteplicità che non ti aspetti. Si tratta di una grande capitale europea, a pieno titolo; abbondano i ristoranti etnici, e l’inglese è parlato correntemente. Anche troppo: a miei ripetuti tentativi di parlare tedesco, il mio interlocutore mi risponde regolarmente in inglese. Perfetto, per carità. Però non aiuta molto la mia autostima.

Vienna è una grande capitale anche per l’offerta di attività. Le scelte sono moltissime, e (quasi) tutte di altissimo livello. 08102009353E quello che colpisce di più, è che si respira un rapporto con la cultura diverso da quello a cui siamo abituati noi: essa è viva, moderna, affrontata senza timori reverenziali. Un esempio su tutti: il primo sabato di ottobre si è tenuta la Lunga Notte dei Musei, un evento in cui tutti i musei della città rimangono aperti fino all’una di notte, e sono tutti visitabili con un unico biglietto da 11 euro. A parte l’enorme massa di gente che vi ha partecipato, la cosa che mi ha colpito è il fatto che i musei siano considerati dei luoghi di ritrovo: ci sono bar, discoteche e locali, cosicchè la cultura non è qualcosa di morto, ma diventa parte dell’identità del popolo. Identità che si riconosce in un passato glorioso, in cui a Vienna si decidevano i destini del mondo, e che ora si sente soffocata come capitale di un piccolo Stato alpino in cui, in fondo, non si riconosce. Ogni angolo di strada richiama gli Asburgo, e si respira un certo senso di nostalgia per l’epoca d’oro perduta. Ma questo, appunto, non porta Vienna a piegarsi su sé stessa e addormentarsi, ma al contrario, la spinge ad aprirsi al mondo, per riacquistare quella grandezza. Vienna è una vera capitale europea, più ancora di Parigi o Londra: esse lo sono per forza di cose, ma in ogni caso la loro identità è prima inglese o francese, e poi europea. Invece, Vienna compie il salto; vive e si muove prima di tutto a livello europeo, perché solo a quel livello si sente a proprio agio. Così, la nostalgia, da punto di debolezza e rimpianto per il passato, è diventata punto di forza e di spinta verso il futuro.Il valzer, inno di Vienna, risuona di alcuni accordi blues. E la melodia che ne esce è da applausi.

Giovanni Collot

giovanni.collot@sconfinare.net

Mosca, Giorno della Vittoria. Una veterana riceve fiorni dal suo nipotino.

Madre di una religione, di una cultura, di un modo di pensare e di  agire diverso da quello di tutti gli altri, a mezza via tra il razionalismo tedesco e il fatalismo asiatico, tra le raffinatezze dei francesi e la barbarie degli unni. Il russo si sente diverso da tutti e nella maggior parte dei casi e’ fiero di esserlo, nel bene e nel male. Il 9/05 e’ la “Festa della Vittoria” della Grande Guerra Patriottica. Grandi manifestazioni di piazza, sfilate di carri armati, missili e aerei fanno gonfiare il petto dei russi, che per l’occasione indossano un nastrino nero-arancio, simbolo della loro vittoria sullo straniero oppressore. Ho osservato tutto cio’  con scetticismo e, lo confesso, con un po’ di puzza sotto il naso. Pensavo a quanto fosse eccessivo e trabordante un tale sciovinismo, quanto fosse imbottito di retorica, a come regimi diversi e distanti si servano degli stessi simboli allo stesso modo e per gli stessi fini. Ho capito che per noi italiani è difficilmente comprensibile un patriottismo di questo tipo, un patriottismo che autocelebra la propria diversità e superiorità: storicamente siamo a lungo stati alla mercè di eserciti stranieri, influenzati da culture, lingue, tradizioni diverse, per cui nessuno di noi ha mai avuto bisogno di celebrare la patria, di sentirsi più forte e superiore agli altri: non lo siamo e non ci interessa esserlo (e le guerre condotte dal fascismo lo dimostrano, lo stesso Mussolini disse che per mandarli a combattere, gli italiani bisogna prenderli a “calci nel culo”), convinti che nessuno in fondo sia superiore a nessun altro. Ma per arrivare a questo punto abbiamo dovuto vivere insieme per decine di secoli, tra invasioni, vittorie, sconfitte, saccheggi e via dicendo, arrivando alla conclusione che ciò che conta sotto tutti i punti di vista è la pace. Viceversa in Russia, da Vladivostok a San Pietroburgo, esiste un solo paese: forte, grande, unito, che non ha bisogno di nient’altro e di nessun altro. Quello che in sostanza divide i russi è l’età: chi non ha vissuto i tempi sovietici vive diversamente la grande festa da chi invece ha perso qualche parente stretto sul fronte (sono morti 26 milioni di russi…) e per questo la festa ha svolgimenti diversi a seconda che si svolga al Parco della Vittoria (dove I veterani sfilano come se fossero calciatori in Italia), al Gorkij Park, dove si svolge la festa “per i giovani” o alla Piazza Rossa, dove I giovani salutano I veterani, ricevendone idealmente il testimone, affinchè il vessilo bianco-blu-rosso sventoli ancora alto sui cieli d’Asia e d’Europa.

Edoardo Da Ros
edoardo.daros@sconfinare.net

Questo articolo è un atto d’amore per l’Europa, dunque è ingenuo. E’ un atto d’accusa alla nostra politica, dunque è banale. Parla delle elezioni europee, dunque è originale. Davvero. Superate le polemiche circa le frequentazioni del nostro premier, che certo non mi sorprendono, e quelle circa le ‘veline’ che prima c’erano e dopo no, qualche giornale finalmente deciderà –magari, si spera, prima del sei e sette giugno- di parlarci compiutamente delle europee e dei candidati, o addirittura –ma questo è un sogno- del referendum, graziosamente spostato al ventuno giugno per la gioia di tutti gli universitari fuori sede d’Italia.

Europee, dunque.

Facciamo parlare i dati e i fatti. Primo fatto: al 2009, gli eurodeputati italiani sono i più pagati d’Europa, pur essendo presenti in media a Bruxelles per meno del cinquanta –sic!- per cento del tempo. Uno degli esempi più gustosi è Bova, PD, presente in parlamento una sola volta, il giorno in cui, due mesi dopo l’elezione, veniva finalmente dichiarato decaduto per incompatibilità (era incompatibile fin dall’elezione però). Mica solo Bova, però. I nostri eurodeputati sono anche i più veloci nel farsi sostituire. Si sono visti anche i sostituti dei sostituti.

Cosa vuol dire tutto questo? Che per noi, semplicemente, l’Europa non conta. E’ un ottimo parcheggio, in attesa di un posto migliore. Soprattutto a partire da quest’anno, dopo la riforma europea degli stipendi degli europarlamentari, che sono stati fissati allo stesso livello per tutti i Paesi. Risultato? Che molti nostri consiglieri regionali guadagneranno di più dei nostri europarlamentari, e quindi tutti aspireranno alla carica in Regione, piuttosto che a Bruxelles.

Bene, si potrebbe commentare. In fondo, il messaggio che l’attuale governo fa passare è che l’Europa non sia altro che un ostacolo alle giuste italiche. Un’Europa pesantemente burocratica. Un’Europa per nulla unita sulle questioni importanti. Un’Europa insignificante, ma che riesce comunque ad essere fastidiosa.

Ma è anche l’Europa dell’Euro, che nonostante quel che dice la vox populi, ci ha salvati dalla Lira, che non avrebbe retto nemmeno alle crisi degli anni scorsi, figuriamoci a questa.

E’ l’Europa che con una riforma seria della questione dell’unanimità potrebbe risolvere i suoi problemi politici, e questo se i governi europei solo volessero.

E’ l’Europa dei cavilli burocratici, su questo non c’è alcun dubbio, e assurda come qualunque burocrazia. Ma è l’Europa che riesce a far convivere 27 paesi, 23 lingue, quasi 500 milioni di abitanti e le loro leggi, nel più ardito tentativo di unione di popoli della storia. E come tutte le burocrazie enormi –ma qualcuno ricorda quella sovietica?- ha risvolti da follia. Ma questo non ci autorizza ad ignorarne le norme, come l’Italia fa ormai per prassi.

Perché il nostro, lo ripeto spesso, è un Paese strano, che dice una cosa e poi ne fa un’altra. Il nostro governo odia Bruxelles, e ne è fortemente ricambiato. Rimane Paese membro, ma i suoi eurodeputati fanno tutto tranne che andare alle sedute del parlamento. Ignora con gran faccia tosta le leggi che si approvano lì, facendo poi credere al popolo che noi, alla fin fine, si fa quel che si vuole. Ah, sì? Guardiamo un po’.

Annualmente, quante leggi italiane sono in realtà state approvate dal parlamento europeo? Sparate pure una qualunque percentuale, non indovinerete mai. L’ottanta per cento.

L’ottanta per cento delle leggi italiane sono state prodotte a Bruxelles. E, il più delle volte, i nostri eurodeputati non ci sono. L’ottanta per cento delle nostre leggi, se i dettami di Aristotele sono esatti, sono dunque scritte dagli altri Paesi. E non è una cosa indifferente, sapete. Tre esempi per dimostrarlo.

Primo. E non per tirare in ballo la mia terra, ma un fatto che danneggia l’Italia intera. In queste settimane è stata approvata una legge per la quale il Vino Rosato può essere prodotto anche con uve di diversi tipi –bianche e rosse. Il Rosato del Salento viene prodotto con un solo tipo di uva: tutt’altra qualità, ma adesso il nome è lo stesso. La nostra sparuta delegazione –cioè chi dei nostri si trovava a passare da lì- ha votato a favore.

Secondo. E’ stata approvata una bella leggina che rende possibile produrre pasta con grano tenero, anziché duro. Qui, in tutta sincerità, non ho idea di dove fossero i nostri.

Terzo. Le reti da pesca. Secondo una legge voluta dai Paesi scandinavi, i buchi delle reti dovrebbero essere di un certo diametro. Bene: diametro ottimo per i pesci dei mari nordici, enormi, ma non per quelli del Mediterraneo. Se i siciliani seguissero la norma europea, non pescherebbero nulla.

Ora, voi potrete pure dire che queste sono sottigliezze. Ma per l’ottanta per cento le nostre leggi sono scritte da altri. A questo punto, o usciamo dall’Unione Europea, o cominciamo a mandare gente che all’europarlamento poi ci vada.

Ho esaminato le liste dei candidati per le europee. Liste quasi del tutto impresentabili. Quelle del Pdl, vergognose, dal Nino Strano che mangiava la mortadella al gran ritorno di Mastella –e non aggiungo altro, per pietà verso i lettori. Quelle del Pd, dove presentabili, impresentabili e ottime scelte sono ben mischiati in modo tale da perdere quanti più voti possibile; quelle dell’Idv, macchiate dalla candidatura di gente che poi a Bruxelles non ci andrà, a cominciare da Di Pietro; quelle dell’Udc, in assoluto le più atroci, e davvero non saprei da dove cominciare a criticare: da Magdi Allam o da Emanuele Filiberto? Ma forse andrei sul sicuro citandovi De Mita, per la serie ‘giovani leve all’Europarlamento’. E infine le liste di Sinistra e Libertà, per le quali però alla fine non si possono fare grandi discorsi perché non saprei dire quanti deputati potrebbe riuscire a portare in parlamento (ma spicca tra di loro Margherita Hack, questo va sottolineato).

E’ una carrellata assolutamente arbitraria, lo riconosco. Ma riconoscetemi almeno, al di là delle idee politiche di ognuno, che decidere di mandare in Europa dei rappresentanti come De Mita, o Mastella, o chi per loro, non è sintomo di grande considerazione per l’Europa. Non lo è davvero, a maggior ragione dopo tutte le considerazioni di cui sopra.

Un’Europa da cui, volenti o nolenti, non possiamo più prescindere. E che noi continuiamo a considerare alternativamente un parcheggio di lusso, un cimitero di elefanti, o un nuovo Bagaglino dove scaricare i nostri nani, le nostre ballerine e, perché no, qualche pregiudicato.

Francesco Scatigna

In un suo ottimo articolo di qualche mese fa (La Repubblica, 24/09/08), Michele Serra analizzava il nuovo concetto (vincente) della destra al potere: la semplicità. Portava poi come esempio la riforma della scuola, le parole del Ministro della Pubblica Amministrazione Brunetta, la gestione del caso Alitalia. Serra, purtroppo, non poteva sapere che il futuro ci avrebbe regalato il decreto sicurezza (‘antistupri’) del febbraio 2009. Ma credo che sarebbe stato un utile punto di partenza per le sue argomentazioni.

Ho scelto l’aspetto più controverso (non certo l’unico!) del decreto: le ronde. O meglio, l’istituzionalizzazione di gruppi di privati cittadini che pattugliano il territorio ‘armati’ (così, almeno, dovrebbe essere) di soli cellulari, per chiamare le forze dell’ordine.

A questo punto, non si capisce che utilità sociale porti con sé un gruppuscolo di persone (a forte rischio di politicizzazione) costrette a chiamare in aiuto polizia e carabinieri. Più sensato (e meno ipocrita) sarebbe stato, dico per assurdo, armarli davvero. Ma ciò non tarderà a succedere, credetemi; presto assisteremo alla legittimazione di armi di difesa personale, e già abbiamo osservato i primi tentativi di privatizzare le ronde attraverso sponsor. Per non parlare del rischio che le ronde diventino un modo per sfogare i propri istinti razzisti o per, purtroppo è possibile, legalizzare il controllo sul territorio delle organizzazioni mafiose. Non credo sia una possibilità da sottovalutare.

Eppure, basterebbe richiamare alla mente la storia del nostro Paese per renderci conto che questo delle ronde è uno sdoganamento pericoloso; e non credo serva un articolo come questo per farlo notare. Spero, in fondo, che la nostra scarsa memoria storica riservi ancora un po’ di spazio per parti del nostro passato che qualcuno vorrebbe dimenticassimo.

Ma lasciamo perdere il merito, e guardiamo al metodo, al pensiero che c’è dietro tutto ciò, all’anima della nuova destra di potere, convincente, vincente e, probabilmente, destinata ad un lungo periodo di egemonia anche culturale: il pensiero del suo maggior partito, il PDL (che è ormai un partito a tutti gli effetti, dopo il congresso costitutivo), non è, in effetti, un vero pensiero; è un pensiero televisivo, da pubblico e sondaggi, e quindi: perché le ronde? Perché è qualcosa di concreto, di semplice. Di semplice, appunto. Di sicuro impatto. Complesso sarebbe intervenire alla radice del disagio sociale degli italiani poveri e degli stranieri. Complesso, e senza un immediato successo. Il che, per la teoria politica dei sondaggi e delle elezioni, è semplicemente un assurdo, una cantonata madornale, un ‘errore di comunicazione’. E non sono certo un originale, se dico che non è certo il lungo periodo che interessa al nostro Premier. La Lega Nord, quanto meno, ha ottenuto proprio ciò che voleva: le è estraneo (né è una sorpresa che sia così), non le interessa risolvere il problema criminalità dalla radice (problema complesso), quanto eliminare le conseguenze (problema semplice). Ma non è certo una colpa della Lega, e più in generale, a ben pensarci e con le dovute differenze, nemmeno della nostra nuova destra.

E’ un discorso sinistroide? Non credo: la sinistra è in una pessima situazione, in una tremenda e definitiva impasse; così com’è, non sarebbe probabilmente in grado di governare. Ma non si può certo dire che ricerchi troppo la semplicità, e anzi cade di continuo nell’eccesso opposto.

L’Italia è un Paese che ha sempre vissuto di semplicità, rifiutando la complessità. La dolce vita, il rimando all’indomani, il compromesso, la furberia, il ‘Franza o Spagna purché se magna’. Istituzionalizzare le ronde è l’ennesimo esempio della nostra attitudine a nascondere la polvere sotto il tappeto. E’ anche giocare con il fuoco del paramilitarismo, che abbiamo voluto (o siamo stati costretti, chi lo sa) dimenticare, ma che in realtà ben abbiamo conosciuto. La soluzione delle ronde è la più semplice, e forse avrà una certa (limitata!) efficacia; ma è la sconfitta dello Stato, la sconfitta delle forze dell’ordine, e infine anche uno spreco immane di risorse pubbliche, spese per addestrare ronde in giro per i paesotti di provincia.

Questo è un problema sociologico (ed ecco perché, forse, a destra storcono il naso inneggiando al ‘pragmatismo’; che alla fine significa sempre ‘semplicità’), e in quanto tale non può essere sottovalutato. Perché è ora che l’Italia cresca e cominci a capire che sono le soluzioni complesse, quelle che richiedono discussioni (sì, le discussioni, le ore perse a capire le ragioni dell’altro, quello che ormai la vulgata comune considera ‘tempo perso’ solo perché sottratto all’azione pura e semplice), quelle che dopo due anni sono ancora in via d’attuazione, quelle che poi risolvono i problemi. Ed è l’ora che l’Italia capisca che una soluzione semplice porta sempre a conseguenze disastrose. Siamo ancora in tempo?

Francesco Scatigna

francesco.scatigna@sconfinare.it

Il 20 dicembre ricevo un regalo di Natale un po’ in anticipo. Squilla il telefono e una simpatica signorina mi comunica che sono atteso per uno stage dal 1 febbraio al 29 aprile a Kuala Lumpur, in Malaysia. Avevo quasi dimenticato di aver fatto domanda per quello stage, era passato più di un mese, ma ogni tanto mi stupisco di come la burocrazia riesca a compiere il suo percorso.
Non vi racconterò delle 22 ore di viaggio (so che ci vuole di più per arrivare in Puglia…) sarebbe come raccontare frammentati ricordi tra un colpo di sonno e un altro: inutile. Piuttosto vorrei descrivervi la vita a 3 gradi Nord dall’equatore. Ovviamente il clima è quello che noti appena abbandonata l’atmosfera protettiva dell’aria condizionata dell’aeroporto: 35 gradi e almeno l’80% d’umidità tutti insieme all’apertura della porta scorrevole (un po’ come i pinguini della vecchia pubblicità della Halls, al contrario). Per intenderci sono partito un attimo prima che arrivasse in Europa quell’incredibile settimana di freddo, chiusi aeroporti (partito appena in tempo da Londra), strade e autostrade.
Mi rendo conto solo ora che sono passate circa 6 settimane. Ho appena passato la metà del mio periodo qui, e mi rendo conto di come il tempo sia volato. Intendiamoci: non illudetevi, come ho fatto per un attimo io, che troverete tutto facile e pronto. Le difficoltà sono state tante e non nascondo il fatto di aver più volte ripensato alla mia decisione di essere partito. Fortunatamente il mondo è diventato più piccolo con internet e skype e posso dire di aver ricevuto un incredibile sostegno da chi avevo lasciato in Italia. (Grazie)
L’ente ospitante è l’Istituto italiano per il Commercio Estero (ICE): una sezione staccata dell’ambasciata italiana per la promozione del commercio con l’Italia. Un ufficio piccolo (uno staff di 7 persone) ma al 18esimo piano di un palazzo in pieno centro a due passi e con panorama sulle Petronas Tower. Confesso di non essere ancora andato a visitare l’ambasciata quindi non posso ancora descrivervi la villa con giardino immersa nel verde. Sarà per il prossimo articolo, promesso!
Posso dire che Kuala Lumpur riassuma completamente la Malaysia in una ‘piccola’ città (1,5 milioni di abitanti) rispetto alle altre capitali del mondo. Qui troverete tutti i contrasti e il multiculturalismo di questo stato. La religione ufficiale è l’Islam; considerate dunque di vedere un minareto in ogni angolo della città. Perlomeno per i primi giorni considerate anche di venire svegliati dal canto dei muezzin. Lo stile dei nuovi palazzi o di qualche casa tradizionale ha ovunque dei richiami simbolici islamici (anche l’architettura delle stesse Petronas Tower, orgoglio Malaysiano nel mondo, non fa eccezione). Ma se la società musulmana rappresenta una importante percentuale (53% in calo) di tutta la Malaysia, non può rappresentare da sola questo paese. Le minoranze cinesi e indiane ad esempio contribuiscono in ogni aspetto culturale: la cucina, le usanze, le religioni e le festività, la lingua e lo stile di vita.
La cucina è stata nominata per prima e non è un caso. Ho cercato, da quando sono qui, di evitare il più possibile tutto quanto non fosse malesiano: posso dire finora di aver provato 12 tipi di cucine diverse, ma non essere ancora andato in un ristorante italiano o in un fast food. Confluiscono qui tutte le tendenze culturali di tutto il sudest asiatico: cuochi dall’India, Bangladesh, Birmania, Vietnam, Thailandia, Indonesia, Filippine saranno lieti di infuocare il vostro palato con tutti i tipi di spezie esistenti sulla terra. Preparatevi inoltre a gustare gli infiniti piatti mediorientali, dal Libano all’Iran. Ognuno trova qui in Malaysia il suo posto.
Ad oscurare tutto questo arcobaleno di culture e religioni resiste ancora un governo non completamente democratico, una censura che permea ogni aspetto della società, una corruzione largamente praticata e alcuni elementi di razzismo nei confronti delle minoranze (peraltro più ricche e più laboriose rispetto ai Malaysiani ‘doc’). Mi soffermo sulla censura perché immediatamente visibile. Ho detto una censura presente in ogni aspetto della società ed avete modo di notarlo sopratutto nei luoghi pubblici: ad esempio le coppie (sposate e non, di qualunque età) non possono compiere “dimostrazioni affettive” (per intenderci baciarsi o tenersi per mano) nei luoghi pubblici. Finché si parla di ragazzi che si imboscano nei parchi può starci, ma la vera questione è che si fanno multe (e si rischia la reclusione) se un uomo e una donna passeggiano tenendosi per mano o se si salutano con un bacio. Improvvisamente tutto perde un po’ di colore in questo arcobaleno culturale. Secondo queste disposizioni ogni cosa deve rispettare questa regola, dunque non troverete un bacio in un film, le scene vengono proprio tagliate e tutto ciò che possa rappresentare una carezza oltre l’avambraccio non verrà mai trasmesso in tv (durante una parolaccia salta semplicemente l’audio).
Il risultato di queste norme? La polizia religiosa (sì, avete letto bene) effettua di tanto in tanto raid negli alberghi in occasione di ‘festività’ potenzialmente pericolose (S. Valentino… una festività terrorista!) per beccare le coppie di giovani Malaysiani in flagrante. Chi vuole invece vedersi e gustare completamente un film non farà altro che recarsi nelle affollate vie di Chinatown e comprare per pochi centesimi di euro gli ultimi film ancora al cinema. E che messaggio credete che passi nella mente della gioventù malesiana se si censura ogni dimostrazione di affetto, mentre le scene di omicidio, guerra e violenza vengono trasmesse integralmente?

Diego Pinna
Diego.Pinna@sconfinare.net

Buongiorno professore. Oggi si parlerà di P2, sebbene in linee molto generali per motivi contingenti…

Bene, comincio col dirle che ai tempi della P2 facevo il magistrato. Ero anche Vice Presidente vicario del “Centro di azione latina”, fondato da Fanfani (adesso “Istituto italo-latino americano”). L’istituto all’epoca aveva contratto dei debiti: il consigliere economico dell’ambasciatore argentino si trovava all’Hotel Excelsior, credo nell’Ottobre dell’80, dove c’era anche Licio Gelli.

Fu lì che incontrò Gelli per la prima volta?

Si. In quell’occasione mi chiese se ero disposto a fare da consulente legale per una multinazionale, dato che ero (e sono) professore di diritto internazionale (presso l’Università “La Sapienza”, n.d.r.). Da lì poi arrivò la proposta per entrare a far parte della Loggia P2, e mi diede un modulo da compilare.

In cosa consisteva questo modulo?

Era un modulo normalissimo: le uniche cose “particolari” erano due clausole. La prima in cui era previsto il rispetto assoluto della Costituzione e delle leggi statali; la seconda in cui si contemplava il rispetto della segretezza sull’iniziazione muratoria, per garantire la riservatezza del rituale. A quel punto giunsi alla parte relativa ai “soci presentatori”. Insomma, due individui avrebbero dovuto sostenere la mia “candidatura”. Ma non conoscevo nessuno. Fu lo stesso Gelli a farmi due nomi.

Che nomi le fece?

Quello di Fanelli, questore della Polizia di Stato, e di Picchiotti, generale dell’Arma dei Carabinieri. Come potevo non fidarmi? … Firmai il modulo.

Come avvenne l’iniziazione?

In pratica non fui mai iniziato. Il rituale sarebbe dovuto avvenire tra il 18 e il 19 Marzo 1981 (non ricordo di preciso il giorno), ma il 17 ci fu il sequestro della lista. Inoltre, nel giorno in cui avrei dovuto “iniziarmi” mi trovavo a Santiago del Cile. In seguito al sequestro Gelli mi chiese di difenderlo. Io accettai e rimasi suo avvocato fin quando egli non aggiunse nella sua schiera di avvocati anche l’avvocato Vitalone (metà 1982).

Adesso potrebbe fare un breve accenno al “Piano R” (Rinascita)?

Posso dirle che esso non fu scritto da Gelli… mi pare da un magistrato. Era comunque un progetto riformatore, così come erano riformatori gli intenti della P2. La Loggia non era reazionaria, ma riformatrice. Nessuna intenzione di organizzare golpe, sebbene alcuni degli adepti fossero coinvolti nel fallito golpe di Junio Valerio Borghese.

Ho visto che molti punti contenuti nel “Piano R” “coincidono” con i punti programmatici dell’attuale Governo (ricordiamo che Silvio Berlusconi è stato piduista)…

Si, come ad esempio la riforma della Magistratura. Ma Berlusconi non è assolutamente in grado di portare avanti un così ambizioso progetto. Lui, come tutti noi, aveva i suoi interessi da tutelare. La Loggia P2 costituiva l’élite delle classi professionali.

Quindi nessun principio ispiratore, ideale…?

Assolutamente no! Non vi erano principi ispiratori, non c’erano ideologie. All’interno della Loggia vi era un mélange politico incredibile. Quello che accomunava tutti era “fare i propri interessi” e sviluppare magari le proprie carriere ancora agli inizi, com’è stato nel caso del nostro attuale premier. La P2, per quanto mi riguarda, era una società di mutua assistenza. Voi “giornalisti” dovreste accettare certe semplici e banali verità!

Federica Salvo

Il viaggio continua. Capodanno nella Matera dei sassi e dei saldi

Arrivo che è già buio a Matera, dal turbinio di strade che gira attorno al blocco intagliato dei sassi. La macchina scorre veloce tra le rotonde e le isole spartitraffico, serpeggia fra i palazzoni residenziali, sale e scende, la periferia vista dal finestrino è a metà tra l’autodromo e le montagne russe. Sono ospite della famiglia Bruno. Tutto intorno i balconi sono accesi di luci abbondanti e disordinate, hanno passato Natale e stanno aspettando il 2009.

Scendendo verso il centro ci s’incaglia nei sassi. Non li avevo mai visti né immaginati, li conoscevo solo come sfondo di film che raccontano altre storie. Sono le case sovrapposte scavate nel tufo dove i materani hanno vissuto fino agli anni Cinquanta prima dello sfollamento forzato. Stanzette contorte che ospitavano famiglie intere con asino o maiale, arroccate su una parete del burrone creato nei secoli dal torrente Gravina. Poi ruspe e palazzinari hanno costruito una seconda città tutto intorno, cementificata ma ariosa, in simbiosi con la prima. I sassi regalano poesia al traffico che scorre vivace in periferia.

Al Keiv bevo il primo amaro lucano. È un posto sciccoso, ricavato in un sasso, tra giochi di luci e specchi colorati. Un inizio da turista. Un po’ più su, verso la piazza che raccorda la Matera dei nonni a quella dei nipoti, sta Il Camera. È la pancia notturna che si ingoia i materani, un dedalo di cunicoli affollato di formichine opulente che trasportano il loro bicchiere di birra alla ricerca di un tavolino libero. I giovani sono tornati dall’esodo che svuota il Meridione per farsi il Natale in famiglia. «Auguri!» e bacini sulle guance si mescolano ai «Bentornato, quando torni su?».

«Non c’è lavoro. Che dobbiamo fare? Tutti a passeggio!». Sembra rassegnazione simpatica, ma a parlare è gente che fra qualche giorno si farà 13 ore d’auto per tornare a lavorare a Milano e che prima di “scendere” si è fatta un colloquio di lavoro a Torino. O che comunque sta per ricominciare a godersi la vita di studente, ma a 500-800-1000 chilometri da casa, a Roma, Bologna o Gorizia.

Capodanno ruota attorno al pranzo. La giornata è ormai irrimediabilmente scivolata in avanti di cinque sei ore; dopo la Notte dell’anno passata a ballare, la colazione presa in un bar fuorimano e qualche ora di sonno profondo, non riusciamo a sederci a tavola prima delle 14. Siamo a mangiare dalla zia.

Le portate principali arrivano accompagnate da risa e marcia trionfale (Aida), lo zio chiacchierone copre il ticchettare delle forchette con i suoi racconti, una televisione accesa e silenziosa movimenta la scena. Siamo in tanti, fratelli, zii e amici di famiglia che alla fine del pranzo sento quasi come miei cugini lontani. Pasta al forno, agnello arrostito, pizza rustica, pettole (quell’acqua-farina-sale fritti che a Ferrara chiamano pinzìn e che ogni regione mangia convinta che siano specialità locale), dolce alla ricotta. La maratona si chiude alle 18 col caffè. È il tempo delle carte: scopa e piattino, ho vinto anche qualche “spiccio”. È il casinò più bello.

Le notti si spingono fino a mattina alla ludoteca vicino alla villa. La gestisce un vecchio grasso e taciturno, si vede che fa il possibile per tenerla al passo coi tempi, sembra non faccia fatica ad aspettare l’alba per vedere vuoto il suo locale. Io mi drogo di biliardo e, nel soppalco ormai diventato una galleria del fumo, imparo a giocare a burraco.

Siamo all’ultimo giorno. Non so come ma l’inizio dei saldi ci fa arrivare al centro commerciale. Al “senso unico” sembra si sia trasferito un suq arabo: la folla si spintona tra gli scaffali, maglioni giacche e camice sono quasi all’aria, la musica è assordante. Tornati in città mi accorgo che è piena di quegli orribili babbi natale appesi/impiccati ai balconi. Delirio per gli sconti e buongusto natalizio fanno dell’Italia2009 un paese unito.

Ho passato bei giorni in questo Sud che parla sempre al passato remoto. «Matera affonda le sue radici nella notte dei tempi», le piace raccontarsi; vi ospiterà volentieri, fateci un giro. Conosco un buon indirizzo.

Francesco Marchesano

francesco.marchesano@sconfinare.net

Lo sciopero con cui negli Usa i gay hanno risposto al referendum californiano
Il 10 dicembre si ricorda la morte del chimico svedese Alfred Nobel, il Papa San Milziade, la Madonna di Loreto, la morte di Pirandello ma la nascita dell’ambigua showgirl Eva Robin’s e l’uscita del xbox 360 in Giappone. Dovere di cronaca mi costringe a rimandare tutto ciò ad ulteriori successivi articoli e approfondire oggi ciò di più celebre e di maggiore importanza: l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che nel 2008 ha compiuto i suoi 40 anni. Se l’articolo 2 ricorda che ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà di razza, di colore, di sesso, etc allora il quadro è più chiaro e capisco perché proprio questo ghiotto 10 dicembre la comunità, col nome tecnico, LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali e Transgender) statunitense ha indetto uno sciopero di cui Wikipedia ancora non ha preso nota negli eventi del giorno ma che è da segnare del calendario della lotta per i diritti civili dei gay.

Il Day without a Gay è stato pensato in reazione al referendum californiano del 4 novembre che impedisce di fatto nello stato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. E questo è il principio. Le motivazioni che comunque hanno spinto gli omosessuali d’America a scioperare e quindi a darsi non malati, “call in sick”, ma “gay” appunto,sono molteplici, slogan che canzona una legge in realtà in disuso ma tuttora vigente in alcuni stati degli Usa per cui un datore di lavoro è legittimato a licenziare un dipendente perché gay.

Così lo sciopero dal lavoro e anche, cosa non meno importante, dai consumi è iniziato all’alba di questo freddo mercoledì arcobaleno che ha visto moltissimi gay disertare il proprio posto di lavoro per seguire il consiglio, immagino, del pensionato per strada che alla vista di paillettes dei gaypride gridò “andate a lavurà”, i gai amici ci sono andati sul serio donando le propria giornata off ad associazioni di volontariato di ogni genere che facilmente potevano inserirsi nella lista del sito www.daywithoutagay.org .

Sì, il movimento era ben organizzato con un sito web dalla grafica semplice ed accattivante: sfondo nero con una mano arcobaleno, colore e marchio del movimento, che impugna la cornetta del telefono e dice “call in gay”; una mail per le associazioni di volontariato che rispondevano all’offerta di aiuto, e poche ed efficaci righe incentrate su cosa succedeva e perché, nessuna retorica e vittimismo, poco spazio alla polemica o all’esagerazione, insomma uno perfetto stile Armani, per nulla eccessi alla Dolce&Gabbana.

Quando presi coscienza di questa data da un programma radiofonico la mia mente cominciò a immaginare cosa significasse economicamente una cosa del genere: se tutti i gay degli Stati Uniti di ogni fascia lavorativa, di ogni sesso, di ogni età scioperassero e non comprassero nemmeno uno Starbucks per un giorno, quanto si bloccherebbe il paese?

Il Day Without Immigants nel 2006 non bloccò il motore statunitense ma sicuramente creò dei forti rallentamenti… ma per i LGBT è diverso, continuavo a pensare, in fondo essere gay non significa appartenere ad una nazione o una categoria: il capo d’azienda, il rettore, il tassista, il metalmeccanico e il medico, sono tutte posizioni chiave diverse con ruoli diversi che possono essere uniti da qualcosa di trasversale, allora se si mettessero tutti d’accordo insieme e compattamente, quale shock subirebbe la vita quotidiana di ogni cittadino?

Ho immaginato risultati apocalittici. Poi in realtà la trasversalità, la diversità di interessi, di ambienti e di bisogni, ha portato ad un risultato diametralmente opposto. La partecipazione è stata definita “spotty”. Un flop?

No, gli organizzatori commentano dicendo “Thank you for not punishing 100% of America with an economic meltdown because of what just 52% of California did not understand on November 4th” e sottolineano i due risultati che volevano ottenere: sensibilizzazione e visibilità da una parte, e rispondere a referendum antigay con un’iniziativa invece di amore e volontariato dall’altra.

Forse è l’arte di vedere il bicchiere mezzo pieno, o forse è semplicemente poco realistico pensare che siano una categoria compatta che possa realmente essere rappresentata da una sola richiesta, da una sola opinione e una sola croce nella scheda elettorale (i diritti civili spesso è emerso non sono ciò che spinge un gay a votare chi li promette in campagna elettorale). Ci sono evidentemente interessi più forti, o solo esigenze più importanti – infatti molti sono i blog a parlare di un’iniziativa elitaria, lanciata solo da e per chi si può permettere di rischiare un licenziamento per una giornata d’assenza giustificata da un call in gay.

E in Italia? Solo una manifestazione di fronte all’ambasciata americana, macché scioperi. In fondo ricordiamoci che “c’è la crisi”.

Gabriella De Domenico

Essere immediati, sobri. Esprimersi con parole semplici, privilegiare un periodo scorrevole. In una parola: scrivere bene, la più alta manifestazione di filantropia cui si possa aspirare. A Beppe Severgnini l’onore di averlo capito prima degli altri e quello di aver stilato con buon gusto ed ironia un valido vademecum per il virtuoso della parola, e dei rapporti sociali. “Ho scritto ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ per denunciare le violenze contro la nostra lingua, ma non chiedo condanne. Lo scopo è la riabilitazione. Scrivere bene si può. L’importante è capire chi scrive male, e regolarsi di conseguenza. Questo è un libro ottimista, e ha un obiettivo dichiarato: aiutarvi a scrivere in maniera efficace (un’e-mail, una relazione, una tesi o un breve saggio: la tecnica non cambia)”.

E come promesso, ecco che scorrere le pagine della più completa tra le grammatiche italiane -se di mera grammatica si può trattare- è come purificarsi dai sette vizi capitali, linguisticamente parlando.

Ira: chi non ha mai provato quella particolare agitazione nervosa che ti assale ogni volta che, impantanato in un vortice di intricatissime subordinate, ti ritrovi a soffrire di tic, apnea mentale, perdita di memoria, shock visivi, nausee improvvise? Ma soprattutto, potresti essere tu stesso fonte di siffatta irritazione? Se hai anche solo il minimo dubbio (o peggio, se proprio non ce l’hai) devi dare un’occhiata al Decalogo Diabolico, la Lista delle perversioni verbali più diffuse.

Accidia: atteggiamento di rinuncia di fronte al dilagare di forme linguistiche palesemente irragionevoli ma irragionevolmente abusate. Ne soffri se ti accontenti di usare parole che hanno conquistato il lustro della ribalta per l’autunno/inverno 2009. Nel senso che il banco di prova dell’opinione pubblica è un’impressione personale piuttosto che la sincera verità? Assolutamente sì! Mah…

Lussuria: ne è affetto l’amante dell’erotismo verbale, l’edonista che si perde nella ricerca di vocaboli pomposi e gustosi, pleonastici ed orgiastici, vanitosi, e per l’appunto lussuriosi . L’effetto sperato non tarda ad arrivare: impreziosire troppo annoia.

Gola e Avarizia: moti speculari di una medesima distorsione. Il goloso osserva la lingua come fosse il cesto della merenda: una bella spalmata di punteggiatura qua, una sorsata di diminutivi là, assaggia questo panino ben farcito di che! Occhio alla digestione, però. L’avaro invece disdegna il piacere di mettere un punto chiarificatore, è infastidito dal respiro della virgola e se può rimane a digiuno, anche di lettori.

Superbia: potresti rivelarti un superbo se con quotidiana arroganza violenti la grammatica italiana e ti meravigli di qualche coraggioso linguista che osa denunciarti. Beneficenza? acquiescenza? mangerò arance e ciliegie? e allora c’impegniamo? secondo coscienza! L’importante è dubitare sempre con il congiuntivo; ma si sa, il superbo vive all’indicativo.

Invidia: questo vizio è uno dei più diffusi nella moderna società globale. Completamente vinto dalla concorrenza, l’invidioso copia spudoratamente le espressioni di matrice inglese e cerca di inserirle con disinvoltura nel discorso; film e computer passino, ma diffidiamo di chiunque abbia una mission o una vision, Severgnini si raccomanda.

Insomma, siete animi delicati oppressi dal timore di distruggere con asfittici sillogismi la serenità di chi vi dedica il proprio tempo? Avete sempre desiderato insorgere contro chi lesina in magnanimità ed eccede in sproloqui, sordo ai lamenti della lingua che si contorce su se stessa? Allora leggetevi quest’altalena di buoni consigli e ferrei divieti. Vero inno alla pace dei sensi, ‘L’italiano. Lezioni semiserie’ è il libro giusto per chi vuole migliorare il proprio rapporto con la parola muta facendosi una sonora risata; è il regalo giusto per chi desidera aiutare uno scrittore in erba mitigandolo con la comicità dell’errore maccheronico; ed è la prova giusta per chi, povero illuso, non dubita mai del proprio italiano. Il percorso è costellato di sadoquiz e masotest ma la riabilitazione, per fortuna, è assicurata.

Valeria Carlot

valeria.carlot@sconfinare.net

 

Il liceo femminile “Santa Caterina da Siena” ha organizzato una festa. È la scuola di T ed E, e non mi è difficile procurarmi un ingresso. Mentre mi reco al bar del parco che ospita la festa rifletto divertito su come solo una scuola femminile possa organizzare la propria festa annuale la sera della prima partita della Nazionale. Arrivato sul posto presento il mio invito ai due culturisti di guardia, e l’organizzatrice mi consegna un buono consumazione. Si chiama S, e ha l’aria tesa di un regista esordiente la sera della prima. I suoi occhi scuri sono gentili, e la sua scollatura sta per esplodere. Interessante. Sorrido a lei e alle sue amiche, ma prima di poter intavolare una conversazione vengo investito da T. Ha un bel vestito nuovo senza spalline, e sta aspettando che arrivi il suo ragazzo. Il suo nuovo ragazzo, G. L’ho incontrato un paio di volte, e per quanto non sia esattamente nelle mie corde è certamente meglio di L. T mi presenta due amiche: I è bassa, paffuta e olivastra, mentre M è alta e atletica, con un viso dai tratti decisi. Carina. Il vestito nero le dona molto. Scambiamo qualche parola, poi muovo verso il vivo del party. Vengo deluso: E non si vede, e la festa sembra avere difficoltà a decollare. Tutti i maschi sono in disparte, a guardare la partita su un maxischermo, mentre le ragazze ciarlano a gruppetti. In un angolo un DJ pastrocchia pessima musica. Di colpo mi rendo conto di aver fatto un grottesco errore di valutazione: non ho calcolato che T ha due anni meno di me, e che è stata bocciata due volte. L’età media di questa festa è sedici anni. Di colpo mi sento vecchio. La prima ora passa senza sussulti, mentre sorseggio la mia Pepsi e violo continuamente la regola dei tre secondi*. L’evento più rilevante della successiva mezz’ora è costituito da L che si presenta alla porta in piena crisi di gelosia da ex possessivo. I muscolosi non lo fanno entrare, ma T diventa dolorosamente consapevole dell’enorme ritardo di G. A quel punto il DJ inizia a mettere sul piatto canzoni sopportabili, e lentamente si inizia a ballare. Gestisco male la cosa, ovviamente. Mai stato un buon ballerino, e le sottigliezze del rimorchio su pista da ballo mi sono aliene. Dopo aver ballonzolato senza scopo per una decina di minuti decido che è ora di una sigaretta. Esco dal bar e trovo T in lacrime. Non c’è che dire, ha un vero dono per trovare il ragazzo sbagliato. La consolo al meglio delle mie possibilità, le offro un tiro, e in quel momento parte “Hot Stuff”. Mercuriale come sempre, T si illumina in volto e schizza sulla pista. La inseguo, per accertarmi che non faccia sciocchezze e per riprendermi la sigaretta. La pista è più popolata, ora, e T inizia a flirtare con quattro ragazzi insieme. Ballo con lei, la maggior parte del tempo. So che il suo è solo un gioco, per prendersi una piccola rivincita sul suo ragazzo ritardatario, ma non voglio correre rischi. Da come balla, pochi capirebbero che sta giocando. Cerco anche di ballare con qualche ragazza, ma non sembro riuscire a stabilire un contatto. Dopo qualche minuto mi rendo conto che sto venendo evitato: le ragazze fuggono da me. Ho vent’anni, i peli sul petto, gli occhi affamati. Logico che le spavento. Due bimbette alte si e no un metro e quarantacinque mi si avvicinano, una delle due trascina l’altra. La vittima mi chiede quanti anni ho. Rispondo la verità, e le vedo fuggire un istante dopo. Mi fanno tenerezza, e mi sento ancora più vecchio. Aspetto la fine della canzone e poi siedo a riposare le mie vecchie ossa. Sono accanto ad M e I, e le ascolto parlare. M parla delle poesie macabre che scriveva alle medie e della voglia che ha di picchiare qualcuno. Sembra che abbia un delizioso lato oscuro, non troppo profondo, ma coltivato con cura sufficiente da rendere interessante una ragazza che fa venticinque ore a settimana di danza. Vorrei conoscerla meglio, ma non stasera, non dopo essere stato rifuggito da ogni ragazza presente. Ci sono cose più importanti del mio non battere chiodo: T è in crisi nera. È uscita di nuovo nel cortile, e sta piangendo. Io ed M la abbracciamo e le diciamo di non preoccuparsi. Mezz’ora dopo la partita è finita e G. si degna di arrivare. Osservo sconsolato il teatrino dell’incomunicabilità che ne segue e mi accendo un’altra sigaretta. T si fa venire a prendere da sua madre, io approfitto del passaggio e poco prima di arrivare a casa scopro che M, che contavo di rivedere, è una quindicenne. Serata persa, senza speranza.

*una volta stabilito contatto visivo con una ragazza, bisogna andare a parlarci entro tre secondi, per non perdere il coraggio e non passare per un maniaco.

Luca Nicolai

Premio Nobel tra polemiche, minacciate crisi intergovernative e opinioni assai differenti, ma pur sempre grande letteratura.

12 Ottobre: premio nobel assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk.

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affacciavano sull’altra riva: l’Asia. Stare vicino all’acqua, guardando la riva di fronte, l’altro continente, mi ricordava sempre il mio posto nel mondo, ed era un bene. E poi un giorno è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando ero sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancor più bello vedere le due rive insieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere.”

Con questa affermazione del neo premio nobel Orhan Pamuk si riassume la sua visione del mondo, la sua concezione di letteratura; egli ci dona una piccola goccia dei suoi pensieri riguardo alla Turchia, patria dell’autore dal 1952. Al di là delle continue dichiarazioni tra lo stato francese e quello turco; dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Nazionale di una legge che punisce penalmente chi nega il genocidio della comunità cristiana armena degli anni 1915-18. Al di là della disapprovazione di Pamuk stesso e della Comunità Europea della suddetta proposta di legge considerata illiberale e controcorrente rispetto alla politica di riconciliazione dell’Ue atta a permettere l’entrata della Turchia nell’Unione. Al di là di tutte le polemiche, quello che non si deve porre in secondo piano ma far emergere con determinazione è l’esistenza di una produzione letteraria di alto stile che a partire dal 1974 muove timidamente i suoi primi passi con il romanzo “Oscurità e luce”. Dopo aver studiato giornalismo alla Istanbul University, Pamuk è stato ricercatore alla Columbia University a New York e alla University of Iowa. In questo periodo inizia a scrivere i suoi primi romanzi legati alla corrente del naturalismo; tutto riconduce a descrizioni di paesaggi smarriti e sconvolti della provincia turca, allo splendore della capitale sul Bosforo. Fino alla fine degli anni ’80 la sua produzione rimane legata soprattutto ad elementi biografici, a descrizioni di luoghi in cui l’autore ha trascorso la propria infanzia (La casa del silenzio, il castello nero). Il 1990 è l’anno di svolta che segna l’inizio del periodo postmoderno (Il libro nero); un periodo che tuttavia rimane fortemente permeato dallo spirito favoloso, dall’oralità della tradizione orientale, dall’eco dei vari racconti dei saggi nei quartieri turchi. D’importanza fondamentale è, quindi, il tema dell’identità che riconducibile sia al conflitto di valori tra l’occidente europeo e la cultura islamica, sia ad una più profonda radice psicologica. I romanzi lasciano spesso in sospeso la soluzione di tale conflitto, presentano trame complesse e personaggi di grande carica emotiva. L’Istanbul contemporanea e dell’impero ottomano non è solamente lo sfondo delle vicende umane ma assume la qualità di personaggio, di organismo vivo, con una sua storia da raccontare.

Ed è questo che costituisce il valore aggiunto del premio Nobel. La descrizione di una città sempre luogo di passaggio e di incontro tra diverse culture. Il valore aggiunto risiede in quella capacità di unire la sua formazione estremamente influenzata dall’Oriente e quella sua nuova vita sempre a contatto con il mondo occidentale. L’autore si erge a punto di contatto tra queste due realtà eterogenee, le descrive, le fa leggermente sfiorare come un timido incontro e poi le fonde assieme. Stoccolma, infatti, annuncia: ” A Orhan Pamuk perché nell’anima melanconica della sua città ha scoperto nuovi simboli dello scontro e dell’interrelazione delle culture” .

Quest’anno il premio Nobel è stato assegnato, perciò, ad uno scrittore simbolo della cultura laica, ha prevalso una certa ragione politica che vede premiare un personaggio al centro di un archiviato caso politico, accusato dal governo turco di antinazionalismo per la sua presa di posizione sui massacri degli armeni e curdi. La sua patria nega, quindi, la classificazione di quest’uomo, che ha rifiutato il titolo di artista di stato, come un autore esponente di quell’engagierte Literatur, utilizzando una definizione tedesca, ossia di quella letteratura politicamente impegnata che da pochi anni ha incontrato la penna di Pamuk. Letteratura che coniuga efficacemente tradizione, avanguardia e sensibilità politica, nettamente al passo con i grandi processi di sviluppo che accompagnano i nostri giorni.

Nicoletta Favaretto

Bibliografia:

Oscurità e luce, 1974

La casa del silenzio, 1984

Il castello bianco, 1985

Il libro nero, 1990

Il volto segreto, 1992

La nuova vita, 1995

Gli altri colori, 1999

Il mio nome è rosso, 2000

Kar (neve), 2002

Istanbul, 2004

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