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C’erano una volta due Italie. Una al Sud, una al Nord. Una governata dal Borbone, una dal Savoia.

Ci hanno insegnato che una era quella ‘giusta’, l’altra quella ‘sbagliata’.

C’erano una volte due Italie, nel 1859.

Una delle due, nel 1856, viene premiata a Parigi come paese più industrializzato d’Italia. Viene messa in atto, nello stesso periodo, la prima campagna italiana di profilassi antitubercolare. Vengono assegnate le prime case popolari. E’ totalmente integrata, al contrario dell’altra metà, con il mercato nordeuropeo. I suoi prodotti sono pregiatissimi. Nessuno emigra. La sua flotta commerciale è la seconda più consistente del mondo, dopo quella britannica. La sua flotta militare, la terza. Conosce, certo, ritardi seri nelle infrastrutture, ma è perché punta tutto sul trasporto via mare. Di tutta l’Italia messa insieme, il valore della sua moneta circolante è di due terzi: più di 443 milioni di lire-oro (circa duecento miliardi di euro) su 664.

L’altra, più sfortunata, divisa in diversi territori, è in parte sull’orlo della bancarotta, in parte descritta dagli stranieri come terra di ‘etnicamente inferiori’, che nonostante l’assistenzialismo rimangono di capacità produttive ridotte.

Ci hanno insegnato. E ci hanno insegnato male. La prima Italia era il Regno delle Due Sicilie. La seconda, l’eterogenea Italia del Nord (e la descrizione è autentica, Vienna che parla della Lombardia).

‘Terroni’, di Pino Aprile, edizioni Piemme, 303 pagine e 17,50 Euro, è un pugno nello stomaco. Per chi è terrone, e per chi non lo è.

Questa è una recensione che diventa riflessione, che si trasforma in sfogo ma non in volontà di secessione. Lo dice lo stesso Aprile: noi meridionali non vogliamo secedere, anzi; quest’Unità ci è costata sangue e lacrime, e ce la teniamo stretta.

E’difficile spiegare cosa viene descritto nel libro: l’epopea garibaldina, così fulgida e senza macchia nei nostri libri di storia, diviene un susseguirsi di stragi senza ragione, superiori per portata a Marzabotto, Fosse Ardeatine e simili; ma gli esecutori sono ancora onorati in monumenti sparsi per l’Italia; interi paesi dati alle fiamme. Scuole distrutte, infrastrutture decimate, aziende prese di peso e portate in un Nord che all’epoca contava poche eccellenze; tesori rubati (persino le posate vengono portate via dai piemontesi). E poi, in seguito all’Unità: tasse superiori al Sud; ricavati di quelle tasse portati di peso al Nord, nella loro quasi totalità; distruzione delle eccellenze industriali (due esempi per tutti: una delle più grandi  ferriere del mondo, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in Calabria, premiate nello stesso 1861 per i migliori acciai del mondo e nel 1862 come produzione generale  all’Esposizione internazionale di Londra, sono chiuse dal governo; il motivo non si conosce: vengono fatte nascere dal nulla nuove aziende a Lumezzane, Brescia, e a Terni. Secondo esempio: i cantieri navali napoletani sono tra i più grandi al mondo, finchè il governo di Torino non decide di togliere loro tutte le commesse per trasferirle a Genova: chiaro che i cantieri napoletani, strozzati, finiscano per chiudere).

E, più sconcertante di tutto: per anni il Ministero degli Esteri italiano cerca di comprare una landa desolata, tipo la Patagonia, dove deportare i meridionali. Per intanto, vengono allestiti in Piemonte e in Lombardia dei campi di concentramento per i ribelli.

Un’offensiva che lascia a bocca aperta, e che spinge persino al dubbio: ma sarà vero? Com’è possibile non essere a conoscenza di fatti talmente gravi?

Mi sento in dovere di precisare. Il mio articolo e la mia firma (meridionale) sono ospiti di un giornale di Gorizia, dunque del Nord, addirittura Nord-Est. Per quanto io mi senta parte di quel luogo come e più di altri autoctoni, posso capire la diffidenza che queste accuse possono ingenerare nella mente del Settentrionale che, ignaro, le legge. Ciò che tengo a precisare è che, anche se tutti questi fatti sono veri, è l’uomo, non il Settentrionale, il vero colpevole. L’essere umano sa essere perfido e senza scrupoli (‘la pietà sarà considerata tradimento’, dicevano gli ordini di servizio dei soldati piemontesi incaricati di bruciare i paesi della Puglia brigantesca). La Storia ha deciso, per questo giro, che siano i Piemontesi, e il Nord in generale, a far la parte del cattivo.

Non credetemi, se volete. Ma il libro è ben documentato, e io stesso non volevo credervi, nel leggerlo. Pino Aprile riporta la storia documentata di come il Sud sia stato svilito, derubato, angariato e, col passare del tempo e l’oblio connesso, sia stato insultato per le sue mancanze.

Verrebbe da ribattermi, e mi ribatto da solo, stai difendendo il Sud? Stai dicendo che è solo colpa del Nord? Non lo direi mai. Sarebbe un modo per evitare il problema. Direi che è ‘anche’ colpa del Nord. Ora, certo, tocca ai meridionali cercare di ripartire. Ma come?

Il libro lo illustra bene; è difficile ripartire dopo tutto quello che è stato fatto perché il Sud rimanesse minorato. Un mercato che non produce; un enorme bacino elettorale, ad uso e consumo della politica, privato dall’emigrazione (prima dell’Unità inesistente) delle sue migliori teste e forze. Come ripartire, senza infrastrutture? E come si può accusare il Sud, quando tutte (e ripeto, tutte) le tasse pagate da tutti i cittadini italiani sono state investite per le autostrade del Nord? Quando le migliori industrie del Sud, dopo essere state smembrate, sono state messe in condizione di non ripartire o di ripartire con l’’handicap’ di anni di ritardo e della mancanza di collegamenti? Pino Aprile ci mostra, con tanta rabbia ma anche con tanta lucidità, le prove di una scelta ponderata e a lungo termine: quella della minorità del Sud.

E’ colpa dei terroni? Certo, com’è vero che è sempre un po’ colpa dell’ingenuo che si fa mettere sotto dal prepotente. Ma si vuole forse negare la colpa del prepotente?

Tra poco sarà l’anniversario dell’Unità d’Italia. Il Sud, che dell’Italia da sempre sente soltanto parlare, sembra l’unico a volerla festeggiare davvero. Il problema è che non ci si chiede mai il perché. Perché i meridionali faticano a sentirsi comunità? Perché l’Italia non ha mai risolto la divisione Nord-Sud (mentre i tedeschi hanno risolto la loro in un lustro scarso)?

Perché l’Italia non fa mai i conti col suo passato? Centocinquanta anni dopo, ancora silenzio. Ancora nessuna scusa. Mi viene da pensare che per molti il Sud sia Italia solamente d’estate.

P.s.Per esperienza, ve lo dico subito. Discutiamone. Per il Friulano mi è stato dato del fascista, ora non vorrei prendermi del secessionista. Non rivoglio i Borbone, voglio solo che si riparli, finalmente, di questa storia. Della nostra storia dimenticata: eravamo italiani prima del 1860, lo siamo anche dopo. Lo si impara anche con lo scontro.

Monasteri e montagne sulla Via della Seta

pubblicato da Polaris editore

di Nadia Pasqual

introduzione di Antonia Arslan

(Nadia Pasqual, appassionata di viaggi e letteratura, è diplomata in turismo e laureata in Lingue e Letterature Straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha viaggiato molto e vissuto all’estero. Si occupa di marketing turistico e collabora con l’ente del turismo armeno. Vive in provincia di Udine, dove ha riscoperto le lontane origini armene della famiglia materna).

Il volume si presenta come la prima guida turistica italiana interamente dedicata all’Armenia. Crocevia di scambi commerciali sulla Via della Seta, punto di incontro tra Oriente ed Occidente e terra di numerose invasioni, L’Armenia è oggi un piccolo stato che si estende per 30.000 chilometri quadrati , confinando con la Turchia, la Georgia e l’Azerbaigian. Nonostante fame, guerre, stermini e un devastante terremoto nel 1988, l’Armenia e’ sopravvissuta fino ai giorni nostri con un territorio ridotto, ma con lo stesso attaccamento alle tradizioni e alla terra di origine. Il poeta Osip Mandelstam l’ha definita “il regno delle pietre urlanti”, e non sorprende dato il paesaggio straordinario e vario contornato da montagne brulle ed aspre, laghi e foreste. Le splendide khatchkar, croci di pietra disseminate nelle verdi vallate, testimoniano la forte religiosità degli armeni, primo popolo ad adottare il Cristianesimo nel 301 d.c. Il biblico e mitico monte Ararat, simbolo della nazione, veglia su centinaia di antichi monasteri disseminati in sperduti villaggi che non hanno ancora conosciuto il turismo selvaggio. L’Italia è sede di uno dei più importanti centri di cultura della comunità Armena. Si tratta dell’isola di San Lazzaro situata nella laguna di Venezia appena ad Ovest del Lido. I pochi turisti che hanno la curiosità di raggiungere l’isola, troveranno uno splendido monastero sede dell’ordine dei Meckhitaristi.

Vi si trova una ricchissima biblioteca che conserva 200.000 volumi ed un museo con manufatti provenienti da ogni parte del mondo compresa una mummia risalente al 1.000 A.C. La gustosa marmellata di petali di rose che i monaci producono con le rose coltivate nei giardini e l’ottimo liquore digestivo di erbe valgono da soli la visita all’isola. Per gli armeni il paradiso è un giardino di melograni. E proprio i semi di melograno, frutto simbolo del paese assieme alle albicocche, sono quelli che Charles Aznavour, icona della musica francese di famiglia armena, porta in tasca nel film “Ararat” per tastare il ricordo della sua terra ed affievolire la nostalgia.

Accanto allo spettacolo della natura si fonde la ricchezza culturale, storica ed artistica dell’Armenia che molti hanno avuto la fortuna di conoscere attraverso la prosa struggente del romanzo “la masseria delle allodole” di Antonia Arslan. Gli armeni , dopo il genocidio perpetrato dai Turchi che loro chiamano “Metz Yeghern” (il “grande male”) hanno visto il loro popolo disperdersi in ogni angolo del mondo. I visitatori rimangono colpiti dalla loro umiltà, fede, gioia di vivere e il forte senso della famiglia ed appartenenza alla comunità. Il volume tratta ampiamente anche la visita del Nagorno Karabakh, Artsakh per gli armeni, teatro di una sanguinosa guerra tra azeri ed armeni per l’indipendenza della regione a maggioranza armena. Un adagio armeno recita “Non è facile lasciare l’Armenia, non tornarvi più è ancora più difficile” .

Flickr Photos

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